C’è una differenza sostanziale tra progettare per scoraggiare e progettare per accogliere. Negli ultimi anni il termine “design ostile” è diventato il modo più diretto per descrivere scelte di arredo e dettagli costruttivi che rendono difficile sostare, sdraiarsi, giocare, incontrarsi. Braccioli centrali sulle panchine, superfici inclinate, corrimani interrotti, illuminazione che evita la permanenza: non sono semplici dettagli estetici, ma strumenti che orientano i comportamenti e riducono la fruibilità dello spazio comune. All’opposto, la città inclusiva traduce i bisogni reali – riposo, attesa, gioco, relazione – in soluzioni di micro-design e regole d’uso che ampliano le possibilità di tutti, soprattutto di bambini, anziani e persone con disabilità.

I “segnali” del design ostile sono spesso sottili, e proprio per questo efficaci: sedute spezzate da divisori che trasformano la panchina in un parcheggio a tempo, “leaning bars” alle fermate che invitano a non sedersi davvero, assenza deliberata di sedute in lunghi tratti di strada. Il caso più citato a livello internazionale è la Camden Bench, progettata per scoraggiare una serie di usi indesiderati, dallo skate al deposito di oggetti, fino al sonno; una seduta-monolite che sembra neutra ma che di fatto orienta i comportamenti. Questa panchina londinese è diventata un “oggetto anti-oggetti” emblema stesso di un approccio difensivo alla città.

Esempi in Italia

Anche in Italia i casi non mancano e, anzi, aiutano a capire che il tema non è astratto.

Verona

A Verona, dopo anni di polemiche, l’amministrazione ha rimosso progressivamente i braccioli “anti-bivacco” introdotti in passato, con un atto simbolico che ha rimesso al centro la funzione sociale delle panchine.

Vicenza

Nello stesso periodo, a Vicenza si è acceso lil  dibattito opposto per la scelta di installarne di nuovi, a dimostrazione di quanto le scelte di arredo siano in realtà scelte politiche sul diritto alla città.

Genova

Anche Genova, qualche anno fa, ha vissuto un acceso confronto sull’introduzione di divisori “anti-clochard”. Non si tratta di dettagli, ci indicano a chi appartiene lo spazio urbano, chi può fermarsi e per quanto tempo.

Esiste però un’altra traiettoria, diametralmente opposta, che lavora per trasformare lo spazio pubblico in un’infrastruttura di inclusione. In Italia questo si traduce in norme e strumenti tecnici che aiutano a progettare per la pluralità dei corpi e dei sensi.

PEBA Regione Lombardia e UICI

I Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA) della Regione Lombardia, con il “principio dei sensi multipli”, offrono un quadro pratico per passare dall’accessibilità minimale all’usabilità reale, mentre il manuale “La città del presente” dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti traduce in indicazioni concrete la prospettiva di chi si muove con ausili e orientamento tattile. L’inclusione inizia quando pendenze, contrasti cromatici, corridoi liberi dagli ostacoli e segnaletiche tattili diventano standard e non eccezioni.

Milano – Linee guida

Milano negli ultimi anni ha affiancato a questo approccio normativo un lavoro progettuale e operativo sullo spazio pubblico. Le “Linee guida di progettazione dello spazio pubblico” fissano un lessico condiviso per sedute, ombreggiamenti, sosta e attraversamenti, mentre il programma “Piazze Aperte” ha testato con l’urbanistica tattica una trasformazione rapida e reversibile; più superfici pedonali, sedute diffuse, fioriere, tavoli da gioco, attraversamenti rallentati. Non è cosmetica, è un modo per misurare sicurezza percepita, uso intergenerazionale e micro-socialità di quartiere, prima di consolidare gli interventi.

Esperienze internazionali

All’estero alcuni casi mostrano cosa significa progettare la città come ecosistema che accoglie.

Vienna – Gender Mainstream

A Vienna, il gender mainstreaming è diventato politica urbana da oltre vent’anni, con manuali, progetti pilota e interventi che vanno dall’illuminazione dei percorsi alla qualità delle soste, dalla larghezza dei marciapiedi all’organizzazione dei tempi di quartiere; l’obiettivo non è “progettare per le donne”, ma usare la lente di genere per costruire spazi più sicuri, leggibili e confortevoli per tutti.

Barcellona – Superillas

Barcellona ha reso strutturale un disegno di prossimità con le Superillas, riconsegnando strada e tempo alle persone: meno traffico di attraversamento, più spazi di relazione, sedute e ombra, attenzione alla sicurezza e all’accessibilità, con risultati misurabili sulla qualità dell’aria e sulla vita di quartiere. Non è un semplice “arredo”, ma una riorganizzazione spaziale che rende la sosta un diritto e non un’eccezione.

Copenaghen – Superkilen

Copenaghen, con Superkilen, ha trasformato un’area multiculturale in un catalogo vivente di oggetti urbani portati dalle comunità che la abitano: attrezzature, sedute, giochi e segni grafici provenienti da decine di Paesi. L’idea di fondo è ribaltare l’ostilità in familiarità, facendo sì che chi abita il quartiere riconosca nello spazio pubblico tracce della propria storia. La seduta, qui, non divide, invita.

Qual è la differenza

La differenza tra città ostile e città inclusiva si gioca su un cambio di sguardo. Si passa dall’idea di contenere problemi a quella di progettare opportunità. Il design ostile sposta solo le fragilità altrove e peggiora la vivibilità complessiva; il design inclusivo costruisce comfort e sicurezza a partire dai gesti quotidiani, con sedute continue e a diverse altezze, appoggi per chi non può sedersi a lungo, ombra naturale, superfici antisdrucciolo, percorsi tattili continui e privi di ostacoli. Quando queste soluzioni sono accompagnate da cornici programmatiche come i PEBA e da linee guida operative chiare, diventano standard replicabili e non eccezioni virtuose.

Nodo culturale

C’è poi un nodo culturale perché ogni elemento di arredo comunica un messaggio. La seduta con divisori dice “stai, ma poco”; la mancanza di sedute dice “non fermarti”; la seduta ampia all’ombra, con schienale e braccioli laterali, dice “qui si può conversare, riposare, aspettare”. Le città che funzionano meglio sono quelle che allineano il messaggio con l’intenzione politica di includere, misurando gli effetti nel tempo. Per questo le esperienze di Vienna e Barcellona, insieme ai programmi tattici milanesi, sono utili. Ci mostrano infatti che una scelta di dettaglio può spostare indicatori di sicurezza percepita, comfort e partecipazione, specie per bambini, donne, anziani e persone con disabilità.

Il dibattito internazionale ricorda anche che la “neutralità” non esiste. La Camden Bench e gli spikes londinesi sono “soluzioni” tecnicamente eleganti ma socialmente escludenti: se funzionano nel loro intento, lo fanno riducendo l’accesso al bene comune. L’alternativa non è l’anarchia d’uso, ma una progettazione che orienta i comportamenti desiderati premiando la sosta di qualità, la prossimità e la cura reciproca. È un ripensamento che vale per il marciapiede di quartiere come per una grande piazza.

L’arredo urbano è infrastruttura sociale

In definitiva, l’arredo urbano non è decorazione ma infrastruttura sociale. Ogni panchina, fioriera, pergolato o attraversamento è un piccolo atto costituzionale sul diritto alla città. Se l’obiettivo è una città che include — e non che seleziona — allora i progetti devono nascere da metriche di accessibilità, sicurezza e benessere e da processi di ascolto delle comunità. La buona notizia è che strumenti, manuali e casi studio già esistono, sta a solo alla scelta di professionisti e amministratori farli diventare la regola.

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Per approfondire:

“L’architettura ostile”, Il Post, 04 febbraio 2018

Roman Mars, Kurt Kahlstedt, The 99% Invisible City: A Field Guide to the Hidden World of Everyday Design, Hodder & Stoughton, 2020

Lillo Andeghieri, “Panchine antibivacco: tolte dal centrosinistra a Verona ora rispuntano a Vicenza”, Corriere del Veneto, 14 marzo 2025

Linee guida di Regione Lombardia per la redazione dei PEBA

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, La città del presente

Deliberazione della Giunta Comunale n. 1288 del 01/10/2021. Approvazione Linee di indirizzo per la redazione del documento “Spazio pubblico. Linee guida di progettazione”

Gender mainstreaming in Vienna, City of Vienna

Ajuntament de Barcelona, Superilles

Brand for the City “Superkilen: un modello di rigenerazione urbana inclusiva”, 23 ottobre 2021