Il padel è ovunque. Ma cosa dice di noi e delle nostre città?
In meno di dieci anni il padel ha trasformato il paesaggio sportivo italiano in modo che pochi fenomeni hanno saputo fare. Capannoni industriali dismessi sono diventati palestre. Parcheggi si sono riempiti di campi in vetro e metallo. Centri residenziali hanno aggiunto strutture nei cortili. La domanda non è se il fenomeno sia reale, i numeri non lasciano dubbi. La domanda è cosa ci dica su come le città italiane costruiscono (e non costruiscono) spazio pubblico, socialità e infrastrutture sportive.
I numeri di un fenomeno che non si può ignorare
A ottobre 2025, secondo il FIP World Padel Report 2025 della Federazione Internazionale di Padel, in Italia erano attivi 10.220 campi distribuiti in 3.795 club: il secondo mercato mondiale per dimensioni, subito dopo la Spagna. Alla fine del 2025 il totale ha raggiunto circa 10.200 campi, con il 45% al coperto. Il valore economico del movimento supera 1,5 miliardi di euro, all'interno di un ecosistema tennis-padel che vale complessivamente oltre 8 miliardi.
La velocità della crescita è senza precedenti nel mondo dello sport italiano. Nel 2020 la FITP contava 463 società affiliate con 812 campi da padel. Cinque anni dopo ne conta dieci volte di più. Come confronto basti solo dire che nessun altro sport di racchetta ha mai conosciuto un'espansione così rapida. Le stime per il triennio 2026-2028 indicano una crescita media attesa tra il 3% e il 5% annuo. La fase esplosiva è quindi finita, ma il consolidamento a questi livelli è di per sé straordinario.

Perché il padel ha vinto
Le ragioni del successo sono molteplici e vale la pena analizzarle, perché non sono tutte ovvie. La facilità di apprendimento è la più citata: le regole sono semplici, la racchetta non ha corde, il rimbalzo sulle pareti di vetro rende il gioco più lungo e meno frustrante per i principianti. Ma c'è qualcosa di più profondo.
Il padel è uno sport strutturalmente sociale. Si gioca in quattro, obbligatoriamente. Non esiste il singolo. Questo lo rende un generatore naturale di relazioni, ci si organizza in gruppo, si aspetta il proprio turno al bar del club, si rimane dopo la partita. Il Report Tennis e Padel 2024 della FITP documenta come per ogni euro investito nel settore la società nel suo complesso benefici di 4,6 euro di ritorno sociale. I club di padel funzionano spesso come terzi luoghi, né casa né lavoro, dove si costruiscono relazioni informali, si mescolano fasce d'età, si creano reti di prossimità.
A questo si aggiunge la pandemia come acceleratore. Il lockdown ha prodotto un bisogno urgente di attività fisica all'aperto o in ambienti semi-aperti, e il padel, spesso giocato in strutture coperte ma ventilate, con pochi partecipanti per campo, si è posizionato perfettamente. Il boom del 2020-2023 non è un caso, si tratta della risposta di un'industria rapida a un bisogno sociale improvvisamente esploso.
La questione urbana: chi decide dove costruire
Finora il lato luminoso. Ma il fenomeno padel porta con sé domande che chi si occupa di rigenerazione urbana non può ignorare.
La prima riguarda il suolo. La Corte di Cassazione penale, con sentenza n. 11999 del 22 marzo 2024, ha stabilito che la realizzazione di un campo da padel “rientra nel novero degli interventi di nuova costruzione” perché richiede una piattaforma in cemento, strutture perimetrali in metallo e vetro, e produce una “trasformazione permanente e significativa del territorio”. Il TAR della Liguria ha confermato la stessa linea nel 2026. Ogni campo da padel è cemento che impermeabilizza suolo. In un Paese, come l’Italia, dove si consuma ancora 83,7 km² di suolo l'anno, secondo il Rapporto ISPRA 2025, e in cui il 28% dei comuni dovrà ripristinare aree urbane degradate entro il 2031, questa non è una questione marginale).
La seconda riguarda il rumore e le esternalità. Padel Magazine documenta come il rapido sviluppo dei campi in Europa stia sollevando questioni di “giustizia ambientale”: Il rumore generato dal gioco, le palline che rimbalzano sul vetro, le racchette, si propaga ben oltre i confini del campo e colpisce in modo sproporzionato i residenti delle aree periurbane e dei piccoli comuni, dove le abitazioni sono più vicine e le barriere acustiche più rare. A Roma, il TAR ha annullato i titoli edilizi per quattro campi costruiti con SCIA anziché permesso di costruire. L'impatto acustico e luminoso erano stati sottovalutati, e i residenti confinanti avevano interesse concreto a contestarli.
La terza, forse la più rilevante dal punto di vista della rigenerazione urbana, riguarda la distribuzione. I dati FIP mostrano che il Lazio concentra il 20% di tutti i campi italiani, con Lombardia e Sicilia al secondo e terzo posto. La distribuzione rispecchia la distribuzione della ricchezza? In parte sì. Il padel resta uno sport con barriere economiche di accesso, prenotare un campo costa, acquistare l'attrezzatura costa, anche se meno del tennis tradizionale. E i 700 milioni di euro investiti dal PNRR in “Sport e Inclusione Sociale” vanno esattamente nella direzione opposta, cioè strutture sportive pubbliche inclusive, non club privati a pagamento.

Il potenziale di rigenerazione urbana: quando il padel funziona davvero
Detto tutto questo, esiste un modello virtuoso e vale la pena riconoscerlo. Quando i campi da padel nascono in spazi abbandonati, capannoni dismessi, aree industriali da riconvertire, possono essere uno strumento genuino di rigenerazione urbana. Presidiano infatti uno spazio, portano flussi di persone, generano economia di prossimità. Padel Corporation lo descrive in modo esplicito: “i campi da padel destinati a spazi urbani inutilizzati, cortili interni, tetti di edifici, zone industriali riconvertite, possono diventare catalizzatori per la creazione di comunità”.
Il club di padel che funziona come terzo luogo, con bar, area socializzazione, eventi, corsi per tutte le età, non è molto diverso dalle esperienze di “meanwhile use” che animano il dibattito sulla rigenerazione urbana europea. Si tratta di attivazioni temporanee che portano vita in spazi inutilizzati. E i progetti di padel inclusivo, come “Allin Padel” a Messina, con carrozzine gratuite per persone con disabilità in collaborazione con AISM e Fondazione Decathlon, o “A Suon di Padel” a Sassari con giocatori non udenti, mostrano che il potenziale sociale dello sport può tradursi in impatto comunitario concreto, se c'è intenzione progettuale.
La domanda che le città non hanno ancora risposto
Il problema non è il padel in sé. Il problema è che 10.000 campi sono stati costruiti senza che nessuna città italiana si sia dotata di una politica urbana specifica per integrarli in una visione complessiva dello spazio sportivo pubblico. Ogni campo è stato deciso caso per caso, da investitori privati, in risposta alla domanda di mercato. Questo ha prodotto un sistema diffuso ma disorganico, dove il campo da padel nel quartiere residenziale affluente convive con l'impianto sportivo pubblico degradato a trecento metri … e le politiche urbane trattano i due come problemi separati.
La rigenerazione urbana che funziona sa che lo sport è infrastruttura sociale prima ancora che attività fisica. Sa che dove si costruisce un campo, si costruisce (o si demolisce) una comunità. Sa che la domanda da porsi non è solo “il mercato vuole più padel?”, ma “questo campo, in questo luogo, aperto in questo modo, produce bene comune?”
Se la risposta è sì, se il campo nasce in uno spazio abbandonato, se è accessibile economicamente, se genera aggregazione eterogenea, se non produce esternalità negative per i residenti vicini, allora il padel è rigenerazione urbana. Se la risposta è no, è solo consumo di suolo con la racchetta in mano.
Il fenomeno padel ci dice qualcosa di vero sulle città italiane: che la domanda di socialità sportiva accessibile è altissima, che il mercato privato ha saputo rispondere più velocemente delle politiche pubbliche, e che abbiamo costruito diecimila luoghi dove quattro persone si incontrano 2/3 volte a settimana senza averci pensato come spazio pubblico. Era il momento di iniziare a farlo.
Per approfondire:
Padel in Italia 2025: mercato da 1,5 miliardi di euro, Sport e Finanza, 26 febbraio 2026
Analisi sullo sviluppo del Padel in Italia: Anno 2024, Mr Padel Paddle, 11 gennaio 2025
Angelo Greco, Campo da padel: serve il permesso di costruire?, La legge per tutti, 25 settembre 2026
Da campo da calcetto a campi da padel: è nuova costruzione?, BibLus, 21 settembre 2026
Padel a Roma: il Tar annulla i titoli edilizi per i nuovi campi, AmeVe, 25 settembre 2026
Consumo di suolo in Italia: continua l'assalto al territorio, cresce la fragilità climatica, A Sud
Al via a Messina il progetto "Allin Padel: Game of Inclusion", Decathlon, 19 giugno 2026
Nuove strutture sportive: più attrezzate, green e sostenibili, Italiadomani
Le periferie come laboratorio d’innovazione, Brand for the City, 9 gennaio 2025
Lo Sport Urbanism come pratica sociale, Brand for the City, 14 luglio 2025
Immagini: Gabrirl Martin e Manuel Pappacena su UnSplash
Verde come medicina. Perché il contatto con la natura in città è una necessità, non un lusso
Trascorriamo fino al 90% della nostra vita in ambienti chiusi. Abitiamo in città dove l'asfalto supera il verde. Lavoriamo in uffici senza finestre o con finestre che danno su altri edifici. Eppure, per il 99% della storia evolutiva dell'umanità siamo vissuti immersi nella natura: foreste, praterie, corsi d'acqua. Quella disconnessione, avvenuta in meno di duecento anni, ha un costo. E la scienza ha iniziato a misurarlo.
Un bisogno scritto nel cervello
Nel 1984 il biologo di Harvard Edward O. Wilson coniò il termine biofilia, letteralmente “amore per la vita”, per descrivere qualcosa di molto preciso: un'attrazione innata, radicata nella biologia umana, verso le altre forme di vita e verso gli ambienti naturali. Non una preferenza estetica, non una questione di gusto. Una tendenza evolutiva che si è formata in milioni di anni di coesistenza con la natura.
La ricerca neuroscientifica ha poi fornito la conferma sperimentale. Uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences ha mostrato che vivere in ambienti urbani attiva meccanismi cerebrali legati all'elaborazione dello stress sociale in modo diverso rispetto agli ambienti naturali, suggerendo che alcune caratteristiche delle città amplificano l'impatto dello stress. La nostra mente non è stata progettata per il cemento. È stata progettata per le forme frattali degli alberi, per il suono dell'acqua, per la luce filtrata dalle foglie.
I benefici del contatto con la natura sono oggi misurabili con precisione. Un'analisi di oltre mille pubblicazioni internazionali presentata all'Accademia Italiana di Biofilia alla Camera dei Deputati ha documentato una riduzione dello stress fino al 15%, miglioramento della concentrazione e dei tempi di recupero fisico e mentale in ambienti progettati con criteri biofilici. Le facciate verdi, già dopo 40 secondi di esposizione visiva, producono un chiaro abbattimento dello stress e un miglioramento dell'umore. E vivere o lavorare in quartieri con maggiore copertura arborea è associato a migliore salute mentale e minore mortalità per tutte le cause

Non solo il verde visivo. I composti organici volatili rilasciati dalle piante, i fitoncidi, quando inalati potenziano l'attività del sistema immunitario, in particolare le cellule natural killer responsabili della difesa dai patogeni. Le ricerche mostrano anche che l'accesso agli spazi verdi è correlato a una maggiore lunghezza dei telomeri, i cappucci protettivi dei cromosomi che si accorciano con l'invecchiamento. Il verde urbano, in altre parole, può letteralmente rallentare l'orologio biologic.
La regola 3-30-300, quando la natura diventa un diritto misurabile
Se il beneficio della natura è scientificamente documentato, il problema è che l'accesso ad essa è profondamente disuguale. Nei quartieri più ricchi delle città italiane ci sono parchi, alberi, cortili. In molte periferie urbane — dove le vulnerabilità sociali si concentrano — il verde è raro, mal distribuito, difficilmente raggiungibile.
Per rispondere a questa disparità, il ricercatore olandese Cecil Konijnendijk ha elaborato la regola 3-30-300 (ne avevamo parlato qui) tre standard semplici e misurabili che ogni città dovrebbe garantire a ogni abitante. Tre alberi visibili dalla propria abitazione, scuola o luogo di lavoro, abbastanza per produrre benefici documentati sul recupero dallo stress e sul benessere generale. Il 30% di copertura arborea in ogni quartiere, soglia dimostrata come associata a migliore salute mentale e minore mortalità. E la distanza massima di 300 metri dallo spazio verde pubblico più vicino, equivalente a 5 minuti a piedi, standard raccomandato anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.
La rilevanza politica della regola 3-30-300 è che trasforma un bisogno biologico in un indicatore di giustizia urbana. “La distribuzione degli alberi racconta spesso la struttura sociale di una città”, ha osservato Dazebaonews in un'analisi della regola Chi ha meno risorse vive in quartieri con meno alberi. Chi ha meno alberi è più esposto a stress, malattia e disagio. Il cerchio si chiude su sé stesso, a meno che la pianificazione urbana non intervenga.
3 alberi visibili da ogni casa, 30% di copertura arborea in ogni quartiere, 300 metri di distanza massima da uno spazio verde: non è un desiderio ambientalista. È una ricetta semplice per città più vivibili e più giuste.

Singapore, quando la natura è politica urbana
Il caso più avanzato di biofilia come strategia urbana strutturale è Singapore. La città-stato ha costruito nel tempo un modello che va ben oltre la piantumazione di alberi: la visione City in Nature, sviluppata progressivamente e ora formalizzata nel Green Plan 2030, integra natura, architettura e pianificazione urbana come un sistema unico. Singapore ha destinato circa 7.800 ettari a riserve naturali, parchi e spazi verdi, in una delle metropoli più dense del pianeta, e ha fatto del verde urbano un collante sociale ed economico prima ancora che ambientale.
I risultati non sono solo estetici. Nel 2024, l'aspettativa di vita media a Singapore era di 83,5 anni, tra le più alte al mondo. Un dato che Gianni Pes, dell'Università di Sassari e pioniere del concetto di “Zone Blu”, attribuisce anche alla “progettazione dell'ambiente urbano volta a incoraggiare l'attività fisica e l'interazione sociale". Il Khoo Teck Puat Hospital, ospedale pubblico con giardini pensili, orti urbani e spazi aperti alla comunità del quartiere, è diventato un riferimento internazionale per il design biofilico applicato alla sanità: i pazienti guariscono più in fretta, il personale lavora con meno stress, la comunità circostante usa gli spazi come propri.
L'Italia tra Bosco Verticale e Accademia di Biofilia
In Italia la biofilia urbana si è fatta conoscere soprattutto attraverso casi architettonici emblematici come il Bosco Verticale di Milano, firmato da Stefano Boeri Architetti e diventato simbolo globale dell'integrazione tra edificio e natura. Inaugurato nel 2014 e nel 2024 arrivato ai suoi dieci anni, il progetto ha ispirato repliche in Europa e Asia — compreso il Wonderwoods di Utrecht (Paesi Bassi), premiato con il MIPIM Awards 2025. La sua visione è sintetizzata dallo stesso Boeri: “la natura viva deve tornare ad abitare gli spazi concepiti per l'uomo".
Sul piano della ricerca e della policy, l'Accademia Italiana di Biofilia ha presentato alla Camera dei Deputati un'analisi sistematica della letteratura scientifica internazionale che documenta i benefici della connessione tra spazi urbani e natura, spingendo per il riconoscimento della biofilia come principio progettuale nelle politiche urbane nazionali. Il convegno scientifico promosso dall'Agenzia Spaziale Europea di Frascati, sostenuto da SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale) e GBC Italia, ha poi evidenziato come un quarto della popolazione europea viva in edifici malsani con aria interna inquinata e scarsa illuminazione naturale, con un costo stimato in oltre 190 miliardi di euro l'anno in perdita di produttività e spese sanitarie. Riqualificare quegli edifici secondo criteri biofilici, ha stimato la ricerca, recupererebbe l'investimento in meno di due anni.
Cosa cambia per chi progetta spazi urbani
Tutto questo ha implicazioni concrete per chi lavora sulla rigenerazione urbana e il community engagement. La prima è che il verde non è un'aggiunta estetica a un progetto: è un'infrastruttura di salute pubblica. Trattarlo come tale significa includerlo in fase di progettazione, non come elemento decorativo aggiunto in coda.
La seconda implicazione riguarda la giustizia. Se l'accesso alla natura riduce lo stress, migliora la salute mentale e rallenta l'invecchiamento, allora la distribuzione del verde urbano è una questione di equità prima ancora che di estetica. Progettare interventi di rigenerazione nelle aree urbane più fragili, quelle con la minore copertura arborea e i maggiori indici di disagio sociale, significa lavorare contemporaneamente su più dimensioni di vulnerabilità.
La terza implicazione è forse la più sottile: il verde costruisce comunità. Uno spazio verde accessibile è anche un luogo di incontro, un pretesto per stare fuori casa, un'occasione di relazione tra vicini. Come abbiamo esplorato nell'articolo su depaving e rinaturalizzazione urbana, togliere asfalto e piantare alberi non è solo un atto ambientale: è un atto di rigenerazione sociale. Il verde che entra nel quartiere porta con sé il tempo lento, la presenza corporea, il contatto, ingredienti rari e preziosi nelle città contemporanee.
La natura in città non è un lusso per chi se lo può permettere. È una componente necessaria della salute individuale e collettiva. La scienza lo dice con sempre più chiarezza. Progettare città senza natura non è neutro: è una scelta che ha un costo. E quel costo lo pagano sempre di più le persone che abitano i quartieri con meno alberi e meno verde.
Per approfondire:
Martino Iannone, Riconnettersi con la natura, la biofilia per amare la vita, ANSA
Verde urbano e salute mentale, SISEF, 12 febbraio 2026
Rita White, Biofilia: perché è cruciale contro le sfide globali di oggi, OneHealth, 31 ottobre 2024
Giada Sofia Del Monaco, Uomo e natura: l’ipotesi della biofilia, Unobravo, 27 gennaio 2026
Marco Grilli, 3-30-300, i benefici della regola di forestazione urbana, eHabitat, 24 giugno 2024
Singapore: pianificare oggi la città di domani, World Organization of States, 5 settembre 2026
Singapore: l'eco-città del futuro, The Plan
Con il rewilding urbano la natura torna in città, 20 maggio 2025
Immagini: Basile Morin / Wikimedia Commons, Studio Boeri
La biblioteca, il presidio di quartiere che non sappiamo di avere
È gratuita. Non chiede requisiti. Non ha orari di prenotazione. Chiunque può entrare, sedersi, stare, senza dover comprare qualcosa, senza dover dimostrare di appartenervi. In un'epoca in cui gli spazi pubblici si restringono, i terzi luoghi scompaiono e la solitudine cresce, la biblioteca pubblica è forse l'infrastruttura sociale più importante che abbiamo. E una delle più sottovalutate
Un'istituzione che non sa quanto vale
Il sociologo Ray Oldenburg ha definito i “terzi luoghi”, né casa né lavoro, come la spina dorsale della vita comunitaria (ne avevamo parlato qui). Bar, piazze, club, spazi informali dove le persone si incontrano senza scopo preciso e costruiscono relazioni. Negli ultimi decenni questi luoghi sono scomparsi a velocità crescente: i bar chiudono, le piazze si commercializzano, gli spazi pubblici si privatizzano. La biblioteca pubblica è sopravvissuta a tutto questo. Ed è rimasta quello che i terzi luoghi sono stati: un luogo aperto a tutti, gratuito per definizione, senza distinzioni di reddito, istruzione, età o nazionalità.
Il Manifesto IFLA/UNESCO 2022, il documento di riferimento della comunità bibliotecaria internazionale, sancisce il principio della “biblioteca per tutti e di tutti”: uno spazio che garantisce a ciascuno pari opportunità di accesso alla conoscenza, all'apprendimento permanente, alla partecipazione civica. Non è una dichiarazione simbolica, è la descrizione di una funzione che nessuna altra istituzione svolge con la stessa ampiezza.
In Italia, la ricerca Istat sulle biblioteche di pubblica lettura del 2022 ci restituisce un'immagine più sfumata. Le biblioteche vengono definite “presidi culturali e sociali che sperimentano modalità molteplici per confrontarsi con la comunità”, offrendo promozione della lettura, alfabetizzazione digitale, supporto civico. Ma solo il 6,6% delle biblioteche italiane di pubblica lettura offre simultaneamente tutti i servizi polifunzionali considerati. Il dato preoccupa, ma nasconde una notizia più interessante: queste biblioteche pienamente polifunzionali sono concentrate proprio nei comuni delle aree interne, nelle periferie urbane, nei territori dove altri servizi mancano.
Come a dire: dove serve di più, la biblioteca c'è.

Baggio, Milano, la biblioteca come terreno franco
La Biblioteca di Baggio, quartiere periferico di Milano, offre uno degli esempi più nitidi di cosa può diventare una biblioteca pubblica quando si prende sul serio il proprio ruolo sociale. Il quartiere, storicamente operaio, poi progressivamente impoverito e marginalizzato, ha una storia precisa con la sua biblioteca. Nel 1969 gli abitanti la occuparono per evitarne la chiusura. Quella domanda “che funzione deve avere la biblioteca in un quartiere periferico?” non è stata dimenticata.
Oggi la biblioteca di Baggio è un presidio sociale vivo che, come ha documentato Altreconomia in un'inchiesta dell'aprile 2026. Costruisce coesione “mettendo al centro le persone al posto degli oggetti”. Lo spazio contrasta isolamento, disagio e frammentazione attraverso attività, servizi e una forte relazione con il tessuto circostante. E dispone anche di un presidio mobile, una biblioteca itinerante, che va direttamente dai cittadini, raggiungendo chi non riesce ad arrivare alla sede.
Il modello di Baggio anticipa quello che la ricerca bibliotecaria italiana chiama biblioteconomia sociale: un paradigma che, sviluppato da studiosi come Giovanni Solimine e Chiara Faggiolani, mette al centro non il patrimonio documentale ma la comunità, i suoi bisogni e le sue risorse. La biblioteca non come contenitore di libri, ma come nodo della rete di cura. Un luogo dove gli studenti trovano risorse gratuite, gli anziani socializzano, i bambini scoprono la lettura, le persone in difficoltà economica accedono a strumenti che altrimenti sarebbero inaccessibili, i cittadini stranieri trovano corsi di lingua e orientamento.
Le biblioteche, secondo Iniziativa Comune/AIB non sono più soltanto spazi silenziosi pieni di libri. Oggi rappresentano uno dei presidi sociali più importanti nelle città e nei piccoli centri, luoghi capaci di creare legami, ridurre le disuguaglianze e offrire opportunità di crescita culturale e personale.

Oodi, Helsinki, quando la biblioteca diventa manifesto democratico
Per capire fino a dove può spingersi questa visione, il riferimento obbligato è la biblioteca centrale di Helsinki, inaugurata il 5 dicembre 2018 con il nome di Oodi, che in finlandese significa “ode”, un omaggio alla città e ai suoi abitanti,
Non è un caso che sia stata costruita di fronte all'edificio del Parlamento: la posizione è stata scelta deliberatamente per simboleggiare il rapporto tra governo e cittadinanza.
Oodi è un edificio di 17.100 metri quadrati progettato da ALA Architects, costato 98 milioni di euro. Solo un terzo dello spazio è dedicato ai libri, circa 100.000 volumi a scaffale aperto, ma con accesso a 3,4 milioni di documenti tramite il sistema bibliotecario distribuito. Il resto è spazio pubblico attivo: stampanti 3D, studi di registrazione, macchine da cucire, laboratori di making, sale per il gioco, zone di coworking, aree di relax.
Nel 2019 ha ricevuto il premio come miglior biblioteca pubblica dell'anno dall'International Federation of Library Associations and Institutions (IFLA).
Ma la vera notizia non è l'architettura. È il contesto culturale che l'ha resa possibile. In Finlandia, metà della popolazione visita la biblioteca ogni mese. La biblioteca pubblica non è percepita come istituzione educativa per chi non sa o non ha: è un'infrastruttura civica per tutti — un luogo in cui la democrazia si esercita concretamente nell'accesso equo alla conoscenza e agli strumenti per produrla. Oodi è la materializzazione di questa idea, ma l'idea precede l'edificio. Costruire la stessa idea in Italia richiede prima di tutto che questa convinzione si radichi nella cultura pubblica e nelle politiche culturali locali.
Torino e il PNRR. Le biblioteche come nodi della rigenerazione urbana
In Italia, qualcosa si sta muovendo. A Torino, il progetto della Nuova Biblioteca Civica Centrale, 20.000 metri quadrati nel restaurato complesso di Torino Esposizioni, 150.000 documenti a scaffale aperto, inaugurazione nel 2026, è il più grande investimento culturale della città finanziato dal PNRR. Il progetto si inserisce nella più ampia strategia “Torino, il suo parco e il suo fiume: memoria e futuro” e include coworking, laboratori, caffetteria letteraria: non solo consultazione, ma produzione, incontro, partecipazione attiva.
Ma la notizia più significativa non è la biblioteca centrale. È quello che il PNRR sta facendo nelle 18 biblioteche di quartiere di Torino. Il Piano Integrato Urbano della città ha inserito esplicitamente le biblioteche territoriali come nodi di un progetto di rigenerazione urbana che mira a “contrastare le vulnerabilità materiali e sociali, eliminare le barriere fisiche e socio-culturali, migliorare l'accessibilità e la qualità dello spazio pubblico e dei luoghi della socialità e dell'inclusione". Non biblioteche nuove costruite da zero, ma biblioteche esistenti rilette come strumenti di giustizia urbana. A completare il quadro, due nuovi Bibliobus per raggiungere le aree meno servite.
A Milano, l'investimento PNRR sostiene la realizzazione della BEIC, la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, che si aggiungerà al sistema bibliotecario già attivo. L'idea di sistema, biblioteche centrali e biblioteche di quartiere che si integrano, invece di competere è la chiave per fare delle biblioteche una vera rete di welfare culturale diffuso sul territorio.
Cosa cambia per chi lavora sulla rigenerazione urbana
La biblioteca pubblica ha tutte le caratteristiche dello spazio che la rigenerazione urbana cerca di costruire: accessibilità universale, soglia d'ingresso minima, presenza continuativa nel quartiere, capacità di intercettare fasce fragili che altri servizi non raggiungono. Eppure raramente viene pensata come strumento di community engagement o come partner di un progetto di attivazione sociale.
Il motivo è in parte culturale: la biblioteca viene associata allo studio solitario, al silenzio, ai libri, non alla piazza, all'incontro, alla partecipazione. Ma questa è la biblioteca di ieri, non quella di oggi. La biblioteca di oggi, quella di Baggio, quella di Oodi, quella che il PNRR sta (ri)costruendo a Torino, è uno spazio ibrido che coniuga accesso al sapere, presidio di comunità e produzione culturale dal basso.
Per chi progetta interventi urbani, questo apre una possibilità concreta: la biblioteca come alleata della rigenerazione, non come destinataria di essa. Un partner radicato nel territorio, con una rete di utenti già attiva, con una legittimità istituzionale e una soglia d'accesso che nessuno spazio privato può offrire. Un nodo da cui partire (o a cui tornare) quando si vuole costruire qualcosa che duri.
La città migliore non è quella con la biblioteca più grande. È quella in cui la biblioteca di quartiere è così integrata nel tessuto comunitario che la gente ci entra senza pensarci per studiare, per stare, per incontrarsi, per chiedere aiuto. Quando una biblioteca è davvero vissuta, il quartiere che la ospita è già in parte rigenerato.
Per approfondire:
Statistiche Focus, Le biblioteche di pubblica lettura in Italia 2022, ISTAT, 1° luglio 2024
Torinocambia - Le biblioteche, Comune di Torino
Nuova Biblioteca Civica Centrale, Fondazione Cultura Torino
Biblioteca centrale "Oodi" di Helsinki, Commissione Europea
Biblioteca centrale Oodi, wikipedia
Immagini: Alessia Cesana e Oodi website
La smart city senza comunità non è intelligente
Le città italiane stanno diventando sempre più smart. Sensori, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, digital twin: gli investimenti crescono, i progetti si moltiplicano. Ma c'è una domanda che troppo spesso rimane sullo sfondo: smart per chi? E soprattutto: smart in che senso? Perché ottimizzare i flussi di traffico non è la stessa cosa che rigenerare una comunità. E confondere le due cose produce tecnologia costosa e inefficace.
Lo stato delle cose: un mercato in crescita, una partecipazione in crisi
Nel 2024 il mercato italiano delle Smart City ha raggiunto 1,05 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto all'anno precedente — e nel 2025 si mantiene stabilmente sopra quella soglia. Il 42% dei comuni italiani ha avviato almeno un progetto smart nel 2024, e il 91% ha dichiarato di volerlo fare nei prossimi due anni. I principali investimenti riguardano illuminazione pubblica, mobilità intelligente e monitoraggio ambientale.
Ma parallelamente a questa espansione tecnologica, i dati restituiscono un paradosso difficile da ignorare: solo il 7% dei cittadini italiani sente i propri bisogni realmente al centro dei processi decisionali delle proprie amministrazioni. Il 52%, invece, dichiara di voler partecipare attivamente alle politiche urbane — ma non riesce a farlo. I timori più diffusi tra la popolazione riguardano l'esclusione digitale dai servizi pubblici (38%) e l'uso improprio dei dati personali (36%). Una città che investe un miliardo in tecnologia ma lascia il 52% dei suoi abitanti fuori dalle decisioni non è una smart city: è una città con molta tecnologia e poca intelligenza collettiva. Diventa quindi ondamentale coinvolgere attivamente i cittadini, promuovendo fiducia, trasparenza e partecipazione. La vera sfida non è tecnologica, ma di sistema.

Il rischio della città-sensore: quando il dato sostituisce l'ascolto
La diffusione capillare dei sensori negli spazi urbani solleva questioni che vanno ben oltre la privacy, pur essendo quella la più urgente. Il Garante della Privacy ha avvertito esplicitamente che l'applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale alle smart city "può comportare seri rischi, sia per i singoli individui che per i delicati equilibri di coesione territoriale". Il problema non è il sensore in sé. È l'architettura di potere che si costruisce intorno ad esso: chi decide cosa misurare, chi legge i dati, chi prende le decisioni basandosi su di essi.
Un'adozione acritica delle tecnologie, come ha documentato l'Osservatorio Smart City, "potrebbe creare nei cittadini una sorta di dipendenza da sistemi automatizzati", sommandosi ai rischi "della sorveglianza di massa, della disinformazione algoritmica e dell'esclusione" di chi non è digitalmente attrezzato. Il digital divide non è un problema residuale: secondo la stessa ricerca del Polimi, le differenze nell'uso delle app urbane tra generazioni giovani e anziane sono nette e crescenti. Una città smart che esclude gli anziani non è una città equa, è una città con due velocità.
Ma il rischio più insidioso non è quello della sorveglianza o dell'esclusione: è quello della sostituzione. Credere che i dati raccolti dai sensori dicano tutto ciò che c'è da sapere su come una comunità vive il proprio spazio è un errore metodologico prima ancora che politico. Il sensore misura flussi, presenze, temperature, rumori. Non misura il senso di sicurezza percepito, l'appartenenza, la fiducia reciproca, la qualità delle relazioni. E sono spesso questi ultimi gli indicatori che determinano se una rigenerazione urbana funziona davvero.

Alcuni esempi di come la tecnologia possa servire la comunità
Non tutta la tecnologia urbana è uguale. Esistono modelli in cui i dati e i sensori non sostituiscono la relazione ma la amplificano, strumenti che aumentano la capacità di ascolto invece di aggirare il bisogno di ascoltare.
Social Welfare District di Padova.
Il Comune di Padova ha sviluppato il progetto Social Welfare District: una piattaforma informatica che integra banche dati interne ed esterne per migliorare la lettura dei bisogni sociali del territorio e «promuovere co-progettazioni innovative» con il Terzo Settore. La piattaforma non produce decisioni automatiche: fornisce agli operatori dei servizi sociali dati aggregati su indicatori di fragilità (disagio economico, affollamento, vulnerabilità) per orientare l'intervento umano e favorire «una governance equa e inclusiva tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore». Il progetto ha vinto il Premio Smart City del Politecnico di Milano nella sezione grandi comuni. Non è tecnologia che decide. È tecnologia che aiuta a capire dove andare ad ascoltare.
Decidim di Barcellona
La piattaforma Decidim permette ai cittadini di partecipare in modo diretto alla governance della città e alle decisioni politiche, proporre, discutere, votare. Non è un sondaggio online: è un'infrastruttura di partecipazione che garantisce tracciabilità, trasparenza e verifica delle decisioni prese. Il digitale come estensione dello spazio pubblico, non come suo sostituto.
Il progetto SeiMilano
Il progetto di rigenerazione urbana SeiMilano ha integrato una piattaforma digitale e community manager fisici nel quartiere. La tecnologia monitora l'uso degli spazi, ma è la figura del community manager a mediare tra i dati e la vita reale degli abitanti. Come ha spiegato il Ceo di Planet Smart City Advisory: "quando si vive in un quartiere dove si crea comunità, i residenti contribuiscono attivamente a renderlo più vivibile. È una sorta di legame biunivoco tra sociale e digitale". Il dato senza la relazione non produce comunità. La relazione con il supporto del dato può produrre qualcosa di nuovo.
Il digital twin tra potenziale e limiti
Tra gli strumenti tecnologici che stanno entrando nella pianificazione urbana, il digital twin, la replica virtuale e in tempo reale di una città, è quello che sembra avere il potenziale più alto e i rischi più sottili. Modena ha avviato il proprio digital twin nell'ambito del Piano digitale 2024, con rilevamenti tramite sensori e costruzione di mappe tridimensionali di edifici, strade, verde urbano e infrastrutture. Il progetto europeo DUET ha implementato modelli simili a Pilsen integrando trasporti, inquinamento acustico, morfologia urbana e partecipazione pubblica.
Il digital twin è straordinariamente utile per simulare scenari, anticipare impatti, valutare alternative progettuali prima di aprire un cantiere. Ma porta con sé un rischio specifico: quello di far sembrare le decisioni già prese prima che la comunità abbia avuto voce. Quando il gemello digitale di un quartiere viene mostrato ai cittadini come una realtà compiuta invece che come uno scenario aperto, la partecipazione si riduce a validazione. La tecnologia della simulazione deve essere strumento di dialogo, non di presentazione.
Cosa cambia per chi progetta interventi urbani
Questi esempi convergono su un principio che vale per ogni strumento tecnologico applicato alla rigenerazione urbana: la tecnologia è buona quanto la qualità delle relazioni in cui è inserita. Un sensore installato in uno spazio che la comunità non ha contribuito a progettare misura qualcosa, ma non misura ciò che conta. Una piattaforma di partecipazione lanciata senza un presidio umano che la animi raccoglie dati senza raccogliere fiducia.
Per chi lavora sulla rigenerazione urbana e il community engagement, questo si traduce in un principio operativo preciso: la tecnologia viene dopo l'ascolto, non prima. Prima si costruisce la relazione con la comunità, si identificano i bisogni reali, si definiscono le domande a cui si vuole rispondere. Poi si scelgono gli strumenti digitali più adatti a rispondervi. Non il contrario.
Il rischio opposto è quello di un'urbanistica tecnocentrica in cui i dati diventano alibi per non ascoltare davvero, per prendere decisioni già prese, per sostituire il processo partecipativo con un cruscotto di indicatori. Come ha sintetizzato l'Osservatorio del Polimi, la principale barriera allo sviluppo delle smart city in Italia non è tecnica: è la «carenza di competenze» per "coinvolgere la cittadinanza". La sfida non è installare sensori. È costruire fiducia.
La città più intelligente non è quella con più sensori. È quella in cui i dati servono a prendere decisioni più giuste, in modo più partecipato. Dove la tecnologia amplifica la capacità di ascolto delle comunità invece di sostituirla. Il sensore misura. La relazione capisce. E nella rigenerazione urbana, capire viene sempre prima.
Per approfondire:
Osservatorio Smart City, Politecnico di Milano
Il mercato della Smart City vale 1,03 miliardi di euro, Politecnico di Milano, 5 maggio 2026
Il mercato Smart City 2025 supera €1 mld, ma resta il nodo del post PNRR, Rinnovabili, 6 maggio 2026
Olivia Rabbo, Digital Twin urbano, questa non è una mappa, Infobuild, 6 febbraio 2025
Immagini: Mauro Mora e Alim su Unsplash
Quando la diversità culturale diventa risorsa per il territorio
C'è una narrazione dominante sui quartieri multiculturali italiani: quella del degrado, dell'insicurezza, della convivenza difficile. È una narrazione che esiste, che racconta fenomeni reali, ma che oscura sistematicamente un altro dato, altrettanto reale e molto meno raccontato. Le comunità di origine straniera che abitano questi quartieri non sono solo destinatarie di politiche di integrazione. Sono, in molti casi, agenti attivi di rigenerazione urbana. E ignorarlo è un errore che costa caro a chi progetta interventi sul territorio.
I numeri che rovesciano la narrativa
A fine giugno 2025, le imprese guidate da cittadini stranieri iscritte al Registro delle Camere di Commercio sono 678.004, con un incremento dell'1,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma è il confronto nel tempo che rovescia la narrazione: tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese a titolarità italiana sono diminuite del 7,9%, quelle a conduzione straniera sono aumentate del 46,9%, passando da circa 454.000 a oltre 666.000 unità. Due curve perfettamente speculari.
Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi IDOS in collaborazione con CNA, definisce questo trend «anticiclico»: cresce nei momenti di difficoltà economica, si rafforza quando il sistema rallenta. E sfida diversi stereotipi: le imprese straniere sono sempre meno «etniche» nei settori di attività, sempre più strutturate giuridicamente, sempre più presenti nei servizi specialistici, finanziari, immobiliari, scientifici e tecnologici, con aumenti che in alcuni comparti superano il 25% negli ultimi anni. SI tratta quindi, stando ai dati del Rapporto, di protagonisti silenziosi dell'economia reale, in grado di rigenerare interi quartieri, mantenere vivi servizi di prossimità e creare occupazione.

Il presidio di prossimità che tiene viva la strada
C'è una funzione urbana che le comunità straniere svolgono in modo spesso invisibile ma strutturale: il presidio del commercio di prossimità. Nelle aree urbane dove la grande distribuzione ha sostituito i piccoli negozi e i mercati rionali sono entrati in crisi, sono spesso commercianti di origine straniera ad aver riaperto spazi chiusi, ripreso attività abbandonate, tenuto accese luci che altrimenti si sarebbero spente.
A Milano, dove la presenza straniera media è del 21% con punte del 40% in alcuni quartieri, questo presidio è visibile in modo particolare nelle periferie popolari. Il Municipio 2 è il più multiculturale della città, con il 27,8% di residenti non italiani. Non a caso è anche uno degli ambiti dove i progetti di rigenerazione urbana a base culturale più interessanti degli ultimi anni hanno trovato terreno: la diversità non come problema da gestire, ma come risorsa da attivare.
Il progetto Futurae, promosso dal Ministero del Lavoro e da Unioncamere, ha supportato la nascita e la crescita di imprese di cittadini migranti attraverso percorsi di orientamento, formazione e accesso al credito, orientando e accompagnando agli strumenti di finanziamento nazionali, regionali e locali. Al febbraio 2026, il saldo tra iscrizioni e cessazioni di imprese straniere dell’anno in corso è risultato positivo per più di 6.000 unità. Ogni nuova impresa è anche un potenziale presidio di quartiere.
Rigenerazione dal basso. Il caso del Mercato Lorenteggio a Milano
Per capire concretamente come la diversità culturale possa diventare leva di rigenerazione urbana, il caso del Mercato Lorenteggio a Milano è esemplare, e non solo per i risultati, ma per il metodo.
Il piccolo mercato comunale coperto del Lorenteggio, costruito nel 1954 al centro di uno dei più grandi comparti di edilizia popolare di Milano, è entrato in crisi dalla fine degli anni Novanta con la diffusione dei supermercati. Nel 2010, commercianti e abitanti hanno firmato una petizione per evitarne la chiusura definitiva. Nel 2012 nasce un progetto sperimentale. lL’associazione culturale Dynamoscopio e il Consorzio dei Commercianti avviano insieme un percorso di rilancio che ibrida commercio di prossimità, produzione culturale e socialità. Il risultato è oggi un esempio di “rigenerazione urbana a base popolare”.
Ciò che rende il caso Lorenteggio particolarmente rilevante per chi si occupa di community engagement è l'approccio metodologico: Dynamoscopio lo definisce «emersivo». Non si porta cultura dall'esterno, si scopre e si valorizza la cultura che il quartiere e i suoi abitanti già esprimono. In un quartiere ad alta densità multiculturale, questo significa riconoscere che la diversità stessa è patrimonio. Un laboratorio di cucito aperto a “italiani e stranieri, giovani e anziani, del quartiere e non” (la Gugliata del Giambellino), diventa uno spazio di incontro e scambio che nessun intervento di riqualificazione fisica avrebbe potuto produrre). Secondo Dynemoscopio “Il modo per restituire cultura a determinati territori che per anni sono stati etichettati come non portatori di cultura è, invece, quello di valorizzare cultura di cui sono loro stessi portatori. Non ci interessa il 'grande artista', ma cerchiamo di avere un approccio emersivo nei confronti delle competenze espresse nel territorio”
Negli ultimi anni il quartiere Giambellino-Lorenteggio nel suo insieme sta vivendo una trasformazione che intreccia interventi fisici e attivazione culturale: dalla nuova linea M4 ai cantieri di riqualificazione ALER, dalla Nuova Biblioteca Lorenteggio ai progetti di arte urbana, fino alla rigenerazione del Parco Giambellino. Un processo complesso, non lineare, non privo di tensioni, ma che mostra come la diversità culturale, quando viene riconosciuta come risorsa invece che gestita come problema, possa diventare un motore potente di rigenerazione.

La rigenerazione a base culturale, un paradigma che cambia
La rigenerazione urbana a base culturale (cultural-led urban regeneration) è un approccio che sta guadagnando riconoscimento sia nella ricerca accademica che nelle politiche. La Fondazione Scuola del Patrimonio la descrive come “un insieme di pratiche partecipative e multidisciplinari che utilizzano cultura, arte e innovazione sociale come leve per trasformare e riqualificare aree urbane e spazi pubblici, centrali o periferici, caratterizzati da condizioni di fragilità sociale, economica e ambientale” Un approccio quindi, che per sua natura, include le comunità di origine straniera come protagoniste, non come oggetti di intervento.
Il Ministero della Cultura ha strutturato questo riconoscimento in modo operativo. Attraverso dei bandi per la rigenerazione urbana a base culturale, finanzia organizzazioni del Terzo Settore che recuperano spazi abbandonati e li restituiscono alle comunità attraverso percorsi di co-programmazione e co-progettazione, potenziamento delle comunità territoriali e consolidamento dei legami tra le organizzazioni locali e i soggetti istituzionali. La diversità culturale, in questo framework, non è una complicazione: è una delle risorse su cui il progetto si fonda.
In Emilia-Romagna, il Forum FRANCO promosso da ART-ER sta costruendo un ecosistema regionale dedicato alla trasformazione di luoghi e comunità attraverso pratiche artistiche e culturali, con un Public Program di incontri e workshop che ha già prodotto un ebook “Rigenerare con la cultura: traiettorie per il futuro” come strumento condiviso per chi lavora su questi temi.
Cosa cambia per chi progetta interventi urbani
Tutto questo ha conseguenze concrete per chi lavora sulla rigenerazione urbana e il community engagement. La prima è la più semplice: ascoltare prima di progettare, e ascoltare anche chi spesso non viene convocato nei tavoli partecipativi. Le comunità di origine straniera sono spesso le più informate sulla vita reale del quartiere, sulle dinamiche non visibili agli amministratori, sulle risorse che un quartiere possiede e non riconosce.
La seconda è più profonda: la diversità culturale non è un vincolo da gestire ma una leva da attivare. Un quartiere multiculturale non è necessariamente un quartiere “difficile”, ma una realtà con delle potenzialità nonostante la propria complessità. È un quartiere con una densità di relazioni, competenze, reti, saperi e pratiche che un quartiere omogeneo non ha. La rigenerazione urbana che non sa come leggere questa densità spreca la sua risorsa più preziosa.
La terza conseguenza riguarda la misurazione dell'impatto. L'imprenditoria straniera che tiene vivo un negozio in un quartiere dove altri non aprono, il mercato rionale che diventa piazza culturale grazie alla co-gestione tra commercianti italiani e stranieri, il laboratorio di cucito che unisce donne di dieci nazionalità diverse: sono tutti atti di rigenerazione urbana. Non vengono misurati come tali perché non hanno un'etichetta di progetto. Ma producono esattamente quegli effetti (presidio, relazione, appartenenza) che ogni buon progetto di rigenerazione dovrebbe ambire a generare. Le città italiane più vivaci e più capaci di rinnovarsi sono spesso quelle che hanno saputo fare di questa complessità una risorsa. Non quelle che hanno “gestito” la presenza straniera, ma quelle che hanno riconosciuto che chi arriva in un quartiere con meno risorse e riesce comunque a costruirci qualcosa sa di rigenerazione urbana più di chiunque abbia mai frequentato un corso sull'argomento.
Per approfondire:
Sono quasi 680mila le imprese di migranti in Italia, Ministero del Lavoro, 25 settembre 2025
Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, Scheda di sintesi, CNA/Idos
Le imprese immigrate crescono senza sosta e smentiscono gli stereotipi, Idos, 24 marzo 2026
Progetto Futurae: imprenditoria di migranti - seconda edizione, Unioncamere
Osservatorio imprese, Progetto Futurae, Unioncamere, aggiornamento febbraio 2026
Mercato Lorenteggio, Dynamoscopio, 2013
Dietrolangolo a Giambellino - Lorenteggio, Detrolangolo
La popolazione a Milano nel 2025, dati.Milano, Comune di Milano
FRANCO - Forum della rigenerazione a base culturale, ART-ER, Regione Emilia-Romagna
Rigenerazione urbana a base culturale, Fondazione Cariplo
Immagini: Vitaly Gariev su pexels e Claudio Schwarz su Unsplash
Scuola aperta, quartiere vivo
L'edificio scolastico è l'infrastruttura pubblica più capillare che esiste nelle città italiane. È nei quartieri centrali e in quelli periferici, nelle zone ricche e in quelle fragili. Ed è chiuso per circa due terzi della giornata. Trasformarlo in un presidio di comunità attivo non è solo una questione di efficienza: è una delle leve più concrete e sottovalutate di rigenerazione urbana e attivazione sociale.
Nell'articolo Quando la scuola ridisegna il quartiere abbiamo esplorato la dimensione pedagogica e architettonica di questa trasformazione, i modelli europei, il concetto di scuola come «architettura rigenerativa», le prime esperienze italiane. Questo articolo raccoglie quel filo e lo porta su un terreno diverso: quello dell'attivazione sociale, dei dati aggiornati, dei processi che trasformano un edificio in un luogo vivo.
Perché la scuola è il presidio che mancava
Nelle 14 città metropolitane italiane, circa 142.000 bambini e adolescenti vivono in aree di disagio socioeconomico urbano dove povertà, dispersione scolastica e assenza di opportunità si alimentano a vicenda. Nelle scuole di queste zone il 15,4% degli studenti abbandona o ripete l'anno, il doppio della media metropolitana.
In questi quartieri lo spazio pubblico di qualità è raro. Le associazioni hanno poche sedi. I centri aggregativi non bastano. La scuola, invece, c'è già, fisica, riconoscibile, radicata. Il rapporto Giovani e periferie di Con i Bambini e Fondazione Openpolis lo sintetizza con precisione: la scuola aperta oltre l'orario curricolare è "un presidio fondamentale, non solo per contrastare la dispersione, ma come luogo sicuro di relazione, apprendimento e socialità, capace di rafforzare il tessuto comunitario e ridurre le disuguaglianze territoriali". Non un servizio aggiuntivo: un'infrastruttura di welfare già esistente, in attesa di essere attivata. In una città complessa come Roma, con oltre 1.200 plessi educativi, le scuole rappresentano l'infrastruttura pubblica più capillare e accessibile, capace di intercettare bisogni sociali, educativi e culturali anche nei quartieri privi di altri spazi collettivi.

Aprire non basta. Serve attivazione
La differenza tra una scuola aperta e una scuola viva non è la chiave nella serratura. È la rete di soggetti che la abita: associazioni, cooperative, gruppi informali, famiglie, operatori culturali. Senza questa rete, uno spazio aperto torna presto vuoto. Con essa, diventa un nodo del tessuto comunitario, un luogo dove si costruisce fiducia, si intercettano bisogni, si attivano relazioni che durano oltre le ore di apertura.
È la stessa logica che guida i migliori progetti di attivazione sociale nello spazio urbano: non basta rendere uno spazio disponibile, bisogna sviluppare la comunità che lo usa. Come abbiamo già esplorato nell'articolo sul potere trasformativo dell'attivazione sociale, il cambiamento reale avviene quando le persone non sono solo fruitori di uno spazio ma co-costruttori della sua identità. La scuola aperta al quartiere non fa eccezione: funziona quando chi ci lavora (insegnanti, dirigenti, educatori) la vive come parte di una comunità più larga, e quando quella comunità sente lo spazio scolastico come proprio.
Quando le città condividono un metodo
Nel febbraio 2026 i Comuni di Roma, Milano, Bologna e Bergamo hanno presentato il Vademecum delle Scuole Aperte come presìdi civici e culturali — non un documento teorico ma un protocollo operativo costruito su anni di sperimentazione. Le scuole vengono definite "poli civici e culturali di costruzione di comunità" e "palestre di cittadinanza attiva". Non interventi spot, ma alleanze educative stabili tra ente locale, scuola e comunità educante.
Due esperienze emergono con tratti di particolare originalità. Roma ha costruito Roma Scuola Aperta a partire dal 2022 come sistema distribuito. Stiamo parlando di 15 Municipi, e oltre 1.200 plessi, con una valutazione d'impatto strutturata che misura non solo le presenze ma la qualità delle relazioni generate. Bologna ha sviluppato invece la Scuola di Quartiere di Veronica Ceruti: un modello che ha convinto i funzionari europei a indirizzare i fondi per le città metropolitane attraverso cultura e arte nelle scuole, scelta ora codificata nelle linee guida europee per i prossimi sette anni di fondi . La rigenerazione urbana che passa per la scuola, in questo caso, è diventata politica europea.

Il quadro normativo che abilita. Dalla legge Berruto alle linee guida PNRR
A questi processi si affianca oggi un quadro normativo inedito. La cosiddetta legge Berruto, approvata all'unanimità da Camera e Senato nella primavera 2026, trasferisce la gestione delle palestre scolastiche fuori orario agli enti locali, ne permette l'utilizzo anche in estate e apre alle associazioni sportive la possibilità di cofinanziare ammodernamenti in cambio di utilizzo gratuito. Non è solo una norma sullo sport: è una norma sulla restituzione di spazi pubblici alla comunità.
Sul fronte edilizio, le Linee guida per le scuole del futuro del Ministero dell'Istruzione, destinate a guidare i concorsi PNRR, chiedono edifici “flessibili e permeabili al territorio”, progettati per essere presidi di comunità e non solo contenitori didattici. Norma, architettura, attivazione: tre leve che, per la prima volta, si muovono nella stessa direzione.
Il cortile come piazza, lo spazio fisico come strumento di attivazione
C'è una dimensione fisica di questa trasformazione che merita attenzione specifica. Come abbiamo già esplorato nell'articolo su come rendere le città più inclusive per i bambini, la qualità dello spazio fisico condiziona profondamente le relazioni che vi si svolgono. Il cortile scolastico che si apre alla strada non è solo un gesto simbolico: diventa il luogo in cui il confine tra scuola e quartiere si dissolve fisicamente.
Milano lo ha sperimentato con Piazze Aperte: gli spazi antistanti alcune scuole primarie trasformati in piazze di quartiere — vernici, sedute, attrezzature minime, impatto massimo sulla vita del vicinato. Non una piazza costruita ex novo, ma uno spazio già esistente attivato attraverso un processo partecipativo. È esattamente il principio su cui si fonda ogni buon progetto di rigenerazione urbana: partire da ciò che c'è, ascoltare chi lo usa, trasformarlo insieme.
La scuola è già nei quartieri. Non occorre costruire nuovi spazi, occorre attivare quelli che esistono. Vademecum, legge Berruto e linee guida PNRR disegnano insieme un quadro che rende questa trasformazione strutturalmente possibile. Ma le norme abilitano, non attivano. Quello che trasforma un edificio in un presidio è la rete umana che lo abita, e costruirla è il lavoro più importante, e meno visibile, della rigenerazione urbana.
Per approfondire:
Quando la scuola ridisegna il quartiere, educare per rigenerare, Brand for the City, 5 novembre 2025
Giovani e periferie. Report 2025, Con i Bambini/Fondazione Openpolis
Rendere le città più inclusive per i bambini, Brand for the City, 12 febbraio 2024
Immagini: Bobbi Wu e Drew Dempsey su Unsplash
Campo Cucchi by JD Sports
Sport, cultura urbana e comunità: JD Sports Italia valorizza il campo Cucchi a Niguarda
Nel quartiere Niguarda di Milano, il campo da calcio Enrico Cucchi rappresenta da anni un punto di riferimento per giovani, famiglie e associazioni del territorio. Con il tempo, però, alcune aree dello spazio hanno perso attrattività e funzionalità. Un luogo con un forte potenziale aggregativo che non riusciva più a esprimere appieno il proprio valore per la comunità.

La sfida
L’obiettivo era andare oltre una semplice riqualificazione estetica, trasformando il campo in uno spazio capace di riflettere l’identità di JD Sports Italia e, allo stesso tempo, restituire valore a un luogo vissuto quotidianamente dal quartiere. La sfida consisteva nel creare un punto di incontro autentico tra gli obiettivi del brand e i bisogni della comunità locale.
L’intervento
In collaborazione con Next Different, abbiamo accompagnato JD Sports Italia nella valorizzazione e brandizzazione del campo attraverso un progetto ispirato all’estetica e alla cultura street che caratterizzano il brand.
Gli spalti sono stati trasformati con interventi artistici in stile urban, le panchine completamente recuperate e rinnovate, mentre il perimetro del campo è diventato parte integrante del racconto visivo grazie a una brandizzazione coerente e riconoscibile. Ogni elemento è stato progettato per costruire un’esperienza capace di mettere in relazione sport, cultura urbana e presenza del brand in modo naturale e autentico.
Il risultato
Oggi il campo Enrico Cucchi si presenta come uno spazio più accogliente, riconoscibile e vissuto. La nuova identità visiva restituisce carattere e personalità al luogo, mentre gli interventi di riqualificazione hanno migliorato concretamente la qualità dell’esperienza per chi lo frequenta ogni giorno.
Più che un semplice restyling, il progetto ha contribuito a rafforzare il ruolo del campo come presidio sociale e luogo di aggregazione, generando nuove occasioni di incontro e appartenenza per il quartiere. Per JD Sports Italia rappresenta un esempio concreto di come un brand possa creare valore investendo nei luoghi e nelle comunità, trasformando la comunicazione in esperienza, presenza e impatto reale sul territorio.
Playground Piazza Paci
Piazza Paci: un playground che torna a fare comunità
Nel cuore della Barona, a Milano, uno storico campetto da basket torna a essere un luogo vissuto, riconoscibile e aperto alla comunità, grazie a Ford Italia.
La riqualificazione del playground di Piazza Paci nasce dalla volontà condivisa di restituire al quartiere uno spazio pubblico capace di generare relazioni, opportunità e senso di appartenenza. Un intervento che parte dalla trasformazione fisica di un luogo ma che guarda soprattutto alla sua capacità di attivare persone, energie e nuove forme di partecipazione.

Il progetto
Il progetto nasce dalla volontà di valorizzare uno spazio pubblico molto utilizzato dai giovani del quartiere, che aveva progressivamente perso funzionalità, trasformandolo in un punto di riferimento capace di generare valore sociale nel tempo.
La nuova pavimentazione sportiva, le attrezzature rinnovate e l’intervento artistico hanno restituito al playground una forte riconoscibilità visiva, trasformandolo in un luogo capace di attrarre, accogliere e generare nuove occasioni di incontro.
Un campo che racconta il quartiere
L’intervento artistico realizzato da Truly Design trasforma il playground in un grande dispositivo narrativo. L’opera prende ispirazione dall’identità della Barona e dai suoi luoghi simbolo, reinterpretando il campo come un paesaggio urbano attraversato da un grande felino, metafora dell’energia, della vitalità e della capacità del quartiere di reinventarsi.
Lo spazio sportivo diventa così anche uno spazio culturale: un luogo riconoscibile, capace di rafforzare il senso di appartenenza e di costruire una nuova immagine condivisa del territorio.
Uno spazio per lo sport, un luogo per le persone
Un campo da basket è molto più di un’infrastruttura sportiva. Nei quartieri urbani rappresenta spesso uno dei pochi spazi accessibili dove incontrarsi, costruire relazioni, condividere passioni e sperimentare forme spontanee di cittadinanza attiva.
La riqualificazione di Piazza Paci nasce proprio da questa visione: utilizzare lo sport come linguaggio universale capace di creare connessioni tra generazioni, culture e percorsi di vita differenti. Un luogo aperto, inclusivo e gratuito, dove il gioco diventa occasione di crescita individuale e collettiva.
Un percorso costruito insieme al territorio
Il progetto è il risultato di una collaborazione tra istituzioni, imprese e comunità locali con l’impegno condiviso di prendersi cura e attivare un luogo simbolico per il quartiere Barona.
Il Patto di Collaborazione, strumento per la gestione condivisa e la cura di beni e spazi pubblici, è stato sottoscritto dal Municipio 6 del Comune di Milano, Fondazione L’Impronta Impresa Sociale, Condominio Box De Nicola Voltri, Slums Dunk ODV, Truly Design e Brand for the City con il contributo di Ford Italia.
Rigenerare uno spazio, attivare una comunità
La trasformazione di Piazza Paci dimostra come la rigenerazione urbana possa andare oltre la riqualificazione fisica di un luogo. Quando uno spazio pubblico torna a essere vissuto, curato e attraversato dalle persone, diventa un motore di relazioni e un generatore di valore condiviso.
Il playground rappresenta oggi un invito a stare insieme, a praticare sport, a costruire nuove connessioni. Uno spazio che unirà l’attivazione spontanea con momenti di allenamento aperti al quartiere, insieme ai campioni di Slums Dunk. Perché rigenerare un campo da basket significa, prima di tutto, creare le condizioni affinché una comunità possa ritrovarsi e crescere.
Scheda Progetto
Cliente: Ford Italia
Periodo di realizzazione: 2025 – 2026
Tipologia di progetto: Rigenerazione urbana, Arte pubblica, Sport e Comunità
Attori coinvolti: Comune di Milano, Municipio 6, Ford Italia, ICS Sant’Ambrogio, Fondazione L’Impronta Impresa Sociale, Truly Design, Slums Dunk, Condominio Box De Nicola Voltri, Burson
Figure professionali coinvolte: architetti, urban designer, artisti, project manager, responsabili di produzione e comunicazione
Iter realizzativo: Analisi del contesto urbano e dei bisogni della comunità; progettazione dell’intervento di riqualificazione; definizione del concept artistico; coordinamento con gli stakeholder territoriali; gestione operativa e produzione; realizzazione delle opere; inaugurazione e attivazione dello spazio attraverso momenti di coinvolgimento della cittadinanza
Visibilità: Canali digitali, social media, stampa locale, inaugurazione pubblica, attività di animazione territoriale e coinvolgimento della comunità
Come i playground inclusivi stanno ridefinendo chi può giocare in città
Immaginate un parco giochi dove una bambina su una sedia a rotelle può raggiungere tutte le attrezzature. Dove un bambino con una disabilità sensoriale trova zone calibrate sulla sua soglia di stimolazione. Dove un adulto con disabilità motoria può sedersi a guardare o partecipare senza incontrare ostacoli. Non è fantascienza: è progettazione universale. Ed è ancora l'eccezione, quando dovrebbe essere la norma.
Il diritto di giocare, una questione ancora aperta
Lo sport e il gioco nello spazio pubblico sono da sempre oggetto di attenzione per chi lavora sulla rigenerazione urbana — come abbiamo già esplorato nell'articolo su come lo sport urbanism trasformerà le città e in quello sull'importanza dello spazio pubblico come motore di socialità. Eppure c'è una domanda che spesso manca: giocare in città è un diritto accessibile a tutti? La risposta, in Italia, è ancora spesso no.
I dati del Rapporto Osservatorio Valore Sport 2025 sono impietosi: oltre il 20% dei circa 77.000 impianti sportivi censiti in Italia presenta criticità strutturali gravi che ne limitano l'accessibilità. E delle oltre 112.000 realtà sportive registrate a livello nazionale, solo circa 5.700 propongono esplicitamente attività dedicate a persone con disabilità.
Un sistema sportivo che raggiunge oltre 37 milioni di italiani attivi ma che continua a lasciare indietro chi vive con una disabilità.
Il passaggio culturale necessario è stato ben sintetizzato dalla ricerca: dal concetto di integrazione — adattamento forzato di chi è diverso a spazi pensati per altri — a quello di inclusione, che significa progettazione universale fin dall'inizio. Non rampe aggiunte come ripensamento. Spazi concepiti per funzionare per tutti, da subito.

Progettazione universale. Un cambio di metodo, non solo di estetica
Il concetto di Universal Design — sviluppato da Ron Mace e colleghi negli anni Novanta e oggi standard di riferimento internazionale — stabilisce sette principi per la progettazione di ambienti che possano essere usati nel modo più ampio possibile, senza adattamenti speciali. Applicato ai playground, significa superfici percorribili da carrozzine, attrezzature raggiungibili a diverse altezze, segnaletica tattile e visiva per chi ha disabilità sensoriali, zone di decompressione per bambini con neurodiversità.
La ricerca internazionale mostra che i benefici di questa progettazione non riguardano solo i bambini con disabilità. I bambini con disabilità che giocano con altri bambini sviluppano capacità e un'immagine di sé positiva. E i bambini senza disabilità che crescono in spazi inclusivi sviluppano empatia, capacità di collaborazione e tolleranza alla diversità. Il playground inclusivo non è pensato per un segmento: è pensato per la comunità intera.
Un playground inclusivo deve offrire attività fisiche, socio-emotive e cognitive, ma anche posti di sosta e zone di ritiro per chi ha bisogno di pause. Deve considerare disabilità visibili e invisibili — motorie, sensoriali, cognitive. E deve partire, come ogni buon progetto di rigenerazione urbana, dall'ascolto: di chi lo userà, di come lo utilizzerà, di cosa ha bisogno per sentirsi al sicur. Secondo The Outdoor Magazine l'inclusività deve diventare il tema di maggior rilievo nella progettazione architettonica e urbana, al fine di ottenere ambienti versatili e soddisfacenti per il maggior numero possibile di cittadini.
Quando la comunità progetta il proprio spazio - Parco Schuster
Il caso più significativo in Italia di questo approccio è il progetto del Parco Inclusivo Universale a Parco Schuster, Roma — uno spazio verde nato per il Giubileo del 2000 e ora al centro di una trasformazione radicale promossa da Fondazione Tetrabondi, con il Dipartimento di Architettura di Roma Tre, il Dipartimento di Neuroscienze Umane della Sapienza e l'AITO (Associazione Italiana Terapisti Occupazionali).
Il progetto — che ha visto inaugurare il primo playground nel 2025 — non è partito da un bando tecnico ma da una ricerca partecipata: analisi dello stato di fatto, ascolto delle comunità con disabilità, elaborazione di linee guida per uno spazio che fosse davvero "progettato in nome dell'universalità e della mescolanza dei corpi, dei bisogni, delle competenze, dei desideri".
Un'oasi dove "anche i più vulnerabili possano sentirsi liberi, e dove iniziare percorsi di autonomia e partecipazione attiva".
Il percorso non è stato lineare: ritardi, difficoltà di finanziamento, lavori posticipati. Ma il modello che ha prodotto — ricerca universitaria, co-progettazione con le comunità disabili, partnership con il Comune e la Società Giubileo — è esattamente il tipo di processo che trasforma uno spazio fisico in un'infrastruttura sociale.

Le politiche nazionali: fondi ci sono, gli indirizzi un po' meno
Il tema sta entrando anche nell'agenda politica. Il PNRR prevede la Missione 5, Componente 2, Investimento 3.1 — Sport e Inclusione Sociale: risorse per la realizzazione di nuovi impianti sportivi con particolare attenzione all'inclusività e al contrasto al degrado urbano.
Il Fondo Sport e Periferie ha stanziato 177 milioni di euro per il biennio 2023-2024 per sviluppare infrastrutture sportive inclusive nelle periferie urbane, con un accordo specifico per la realizzazione di 100 playground su tutto il territorio nazionale.
Il progetto Illumina di Sport e Salute — citato nel Rapporto Ossrvatorio Valore Sport 2025 — punta esplicitamente a creare playground gratuiti, accessibili a tutti, dove "favorire la socialità e l'inclusione". La direzione è quella giusta. Il nodo critico resta la qualità progettuale: i fondi ci sono, ma la differenza tra un playground accessibile e uno davvero inclusivo si gioca nel metodo — nella capacità di ascoltare chi lo userà prima di disegnarlo.
Il valore allargato dei playground inclusivi per la comunità
C'è una dimensione di questo tema che supera la questione tecnica dell'accessibilità e tocca il cuore di ciò che fa di uno spazio pubblico uno spazio comune. Come abbiamo già scritto nell'articolo su come rendere le città inclusive per i bambini, lo spazio del gioco è il primo laboratorio di convivenza per le generazioni più giovani. Un playground dove bambini con e senza disabilità giocano insieme non è solo un'infrastruttura fisica: è un'infrastruttura sociale che insegna, ogni giorno, che la diversità non è un problema da gestire ma una risorsa da abitare.
Il playground inclusivo è anche un indicatore della qualità dell'intero spazio pubblico. Come osserva Il Giornale dell'Architettura, i parchi giochi rappresentano "uno spazio di possibilità in cui tutti i bambini, indipendentemente dalle loro abilità, hanno il diritto di crescere, imparare e divertirsi insieme".
Dove questa promessa non viene mantenuta, l'esclusione non è un incidente: è una scelta progettuale, anche quando non intenzionale.
Ridefinire chi può giocare in città significa ridefinire chi appartiene alla città. I playground inclusivi non sono una concessione alle fragilità: sono il modo più concreto per affermare che lo spazio pubblico è davvero pubblico. Progettarlo per tutti non è un costo aggiuntivo, è la condizione perché abbia senso.
Per approfondire:
Sport e disabilità: inclusione e autodeterminazione, Changes, 16 maggio 2026
Rapporto Osservatorio Valore Sport 2025, TEHA
Fondo Sport e Periferie, Dipartimento per lo Sport - Presidenza del Consiglio dei Ministri
Cos'è un parco giochi inclusivo: principi di Universal Design, KOMPAN Play Institute
Guida alla progettazione di parchi gioco inclusivi, HAGS
Giorgia Betto, Il gioco è per tutti, The Outdoor Magazine, 3/2022
Il Parco Inclusivo Universale, Fondazione Tetrabondi ETS
Lo Sport Urbanism come pratica sociale, Brand for the City, 14 luglio 2025
L'importanza dello spazio pubblico, motore di socialità, Brand for the City, 18 giugno 2024
Rendere le città più inclusive per i bambini, Brand for the City, 12 febbraio 2024
Cos'è una città inclusiva?, Brand for the City, 9 settembre 2022
Immagini: Adrian Taylor e Proludic
Togliere asfalto per fare comunità. Il depaving diventa politica urbana
Per anni il depaving è stato raccontato come una pratica virtuosa ma di nicchia: volontari con i picconi, cortili di scuole riconvertiti a giardino, qualche esperimento pilota nelle periferie. Qualcosa sta cambiando. Genova ha appena fatto un passo che nessuna città italiana aveva fatto prima: ha inserito la depavimentazione nel proprio piano urbanistico, creando incentivi per i privati. Non è più solo una buona pratica. Sta diventando politica.
Cos'è il depaving e perché se ne parla da anni
Ne avevamo parlato in due articoli precedenti — Foreste urbane e depaving e Con il rewilding urbano la natura torna in città — ma vale la pena riprendere il filo, perché nel frattempo il contesto è cambiato in modo significativo.
Il depaving è la rimozione dell'asfalto e del cemento dagli spazi urbani — pubblici o privati — e la loro sostituzione con superfici permeabili, aiuole, prati, giardini, alberi. Nasce a Portland, Oregon, nel 2008, quando un gruppo di volontari fondò l'associazione Depave con il motto «rimuovere l'asfalto per lasciare respirare la terra»: persone con picconi e pale che si ritrovavano nei parcheggi abbandonati per creare verde dal basso. Da quel gesto spontaneo è cresciuto un movimento globale.
I vantaggi sono molteplici e ben documentati. Le superfici asfaltate assorbono più radiazione solare e rilasciano più calore, alimentando il fenomeno delle isole di calore urbane. La terra permeabile, al contrario, assorbe l'acqua piovana facilitando l'evapotraspirazione, riduce il rischio di allagamenti, aumenta la biodiversità urbana. E — dato meno citato ma non meno rilevante — il contatto quotidiano con la natura produce effetti misurabili sul benessere psicologico delle persone che abitano la città, come abbiamo già esplorato nell'articolo Il silenzio come infrastruttura invisibile dello spazio pubblico..

La svolta di Genova: il depaving entra nel piano urbanistico
Fino ad aprile 2026 il depaving era, in Italia, una pratica promossa ma non incentivata strutturalmente. Poi il Consiglio Comunale di Genova ha approvato una delibera che modifica il Piano Urbanistico Comunale introducendo sgravi sugli oneri di urbanizzazione per i costruttori privati che realizzano interventi di depavimentazione. È la prima volta che una città italiana inserisce questa pratica nel proprio strumento urbanistico principale e la trasforma in convenienza economica per i privati.
"Invece di costruire marciapiedi e parcheggi, i privati ricevono sgravi fiscali se scelgono di destinare i loro oneri di urbanizzazione a opere di depavimentazione", spiega l'assessora all'Urbanistica Francesca Coppola, che ha promosso la delibera. La condizione è che chi interviene si impegni a occuparsi di quelle aree per i dieci anni successivi: non un'azione spot, ma un presidio di lungo periodo. Un modello che ricorda, per struttura, quello dei Patti di Collaborazione per la cura dei beni comuni — strumento che conosciamo bene.
A questo si aggiunge, a fine maggio, una seconda mossa di Genova: l'adesione al progetto di ricerca Biofear, promosso da CNR-IRSA con le Università di Trento, Foro Italico e Napoli Parthenope, per la depavimentazione di aree gioco e cortili scolastici. L'obiettivo dichiarato è ridurre la biofobia — cioè la paura e la diffidenza verso il mondo naturale che cresce nei bambini cresciuti in ambienti urbani interamente impermeabilizzati — attraverso il contatto quotidiano con terra, piante, insetti. Un tema che va ben oltre l'ambiente: riguarda la salute mentale delle nuove generazioni. Siamo infatti abituati a pensare che delle aree dismesse non si butti via niente e che debbano essere trasformate per forza in spazio costruito, ma in realtà basta cambiare mentalità e pensare di togliere invece di aggiungere, sostituendole con parchi e prati.
Milano e Bologna, il depaving come politica climatica
Genova è la prima a inserire il depaving nel piano urbanistico, ma non agisce nel vuoto. A Milano il Comune ha incluso la depavimentazione nel Piano Aria Clima, lo strumento per mitigare gli effetti del cambiamento climatico in città. Da ottobre 2021 a oggi sono stati realizzati quasi 340.000 metri quadrati di nuove aree verdi — parchi attrezzati, giardini, spazi pubblici distribuiti in tutti i municipi. Altri 367.000 mq sono in progettazione o in fase di realizzazione, per un totale di circa un milione di metri quadrati individuati come aree di intervento. Attualmente il Comune lavora su 27 cantieri attivi che prevedono depavimentazione. Uno dei casi più noti è via Bach, dove la sostituzione dell'asfalto con prato e piante ha abbassato la temperatura percepita e creato nuovi spazi di socialità.
A Bologna il programma Bologna Verde ha aggiunto una serie di interventi di depavimentazione nell'ambito di progetti di riqualificazione: in tutto è prevista la rimozione di asfalto e cemento da 100.000 metri quadrati in città. Scale diverse, stessa direzione: la rinaturalizzazione dello spazio urbano non è più un esperimento isolato ma una componente strutturale delle politiche climatiche locali.

Il quadro europeo e la spinta normativa
Dietro queste scelte locali c'è anche un'accelerazione normativa europea. Il Regolamento UE per il ripristino della natura, approvato nell'agosto 2024 e in vigore dal primo settembre 2026, prevede il recupero delle aree naturali anche attraverso la depavimentazione degli spazi urbani. Non è più solo virtuosismo: sarà un quadro di riferimento vincolante per gli Stati membri.
All'estero i casi più avanzati sono in Belgio e nei Paesi Bassi, dove i sistemi di ripristino del verde urbano sono già sistematici: La cittadina di Lovanio, in Belgio, stima che la rimozione di 6.800 mq di cemento possa consentire l'infiltrazione di circa 1,7 milioni di litri d'acqua, proteggendo la città sia dalle piogge intense che dalla siccità. A Parigi il governo ha stanziato 500 milioni di euro per incrementare il verde urbano attraverso, tra gli altri strumenti, il depaving. A Portland, dove tutto è iniziato, l'associazione Depave ha rimosso asfalto da oltre 70 parcheggi per un totale di 14.000 mq in sedici anni di attività
Depaving e comunità, la dimensione sociale che spesso si dimentica
C'è però un aspetto del depaving che le politiche climatiche tendono a lasciare in secondo piano, e che per noi è invece centrale: la sua dimensione comunitaria. Fin dalle origini — i volontari di Portland con i picconi — il depaving è stato un atto collettivo prima ancora che ambientale. Togliere asfalto insieme, progettare insieme cosa mettere al posto, prendersi cura insieme del nuovo spazio: sono pratiche di attivazione sociale che trasformano un intervento tecnico in un processo di costruzione di comunità.
La scuola con il cortile depavimentato non è solo più fresca d'estate. È uno spazio in cui i bambini sviluppano un rapporto diverso con la natura e con i propri compagni. Il parcheggio trasformato in giardino di quartiere non è solo un polmone verde. È un luogo che dà un motivo per fermarsi, incontrarsi, riconoscersi. Come abbiamo scritto nell'articolo sul senso di appartenenza al luogo, la qualità dello spazio pubblico è uno dei fattori più potenti nella costruzione della place identity — il legame emotivo con il luogo che abitiamo. Il depaving, fatto bene, è uno strumento di rigenerazione identitaria oltre che ambientale.
Il modello di Genova — che impegna chi depavimenta a presidiare lo spazio per dieci anni — va esattamente in questa direzione: non l'intervento spot, ma la cura continuativa. Non il gesto, ma la relazione. È la stessa logica che guida i migliori progetti di brand urbanism: trasformare uno spazio non basta. Bisogna abitarlo, animarlo, tenerlo vivo nel tempo.
Da Portland a Genova, il depaving ha percorso molta strada. Ha smesso di essere un gesto di resistenza e ha iniziato a diventare politica. Ma la cosa più interessante non è che le città tolgano asfalto: è che, togliendo asfalto, stiano riscoprendo che lo spazio pubblico non è una superficie da gestire. È un campo da abitare.
Per approfondire:
Verso città meno asfaltate: Genova e il depaving nel piano urbanistico, Il Post, 20 maggio 2026
Bologna Verde: il programma di interventi e azioni, Comune di Bologna, 23 giugno 2025
Piano Verde Strategico per Lovanio, Landscape First
RIpristino della natura, EUR-Lex, Unione Europea, aggiornamento 3 ottobre 2025
Con il rewilding urbano la natura torna in città, Brand for the City, 20 maggio 2025
Immagini: Città di Lovanio e Elle Hygge
Il quartiere come nuovo welfare. Quando la rigenerazione urbana diventa infrastruttura sociale
C'è una parola che torna sempre più spesso nei documenti di pianificazione urbana, nei progetti delle fondazioni filantropiche, nelle strategie di chi lavora sui quartieri: infrastruttura. Non nel senso di strade e fognature. Nel senso di sistemi di cura, relazione e supporto che reggono la vita delle persone. Qualcosa sta cambiando nel modo in cui le città italiane pensano alla coesione sociale: il quartiere non è più solo il contenitore dei servizi pubblici, ma sta diventando esso stesso infrastruttura di welfare. Un cambio di paradigma che è insieme culturale, politico e progettuale.
La crisi del welfare centralizzato e l'apertura del territorio
Il welfare state italiano è stato costruito su un modello universalistico e centralizzato: lo Stato eroga servizi, i cittadini li ricevono. Un modello efficace per decenni, ma sempre più in tensione con bisogni sociali che sono diventati più frammentati, più localizzati, più dipendenti dal contesto specifico in cui vivono le persone. Solitudine, fragilità relazionale, povertà educativa, esclusione informale sono bisogni che un sistema pensato per prestazioni standardizzate fatica a intercettare.
Secondo Il Rapporto Strategico 2025 della Community Valore Rigenerazione Urbana di TEHA Group parlare di rigenerazione urbana significa collocarsi in una visione di lungo periodo in cui l'obiettivo non è semplicemente restituire funzionalità a spazi degradati, ma costruire città più inclusive, resilienti e attrattive. Una sfida che riguarda la qualità dell'abitare, la dotazione di servizi, la coesione sociale e l'intergenerazionalità. Non più edilizia, insomma, ma Welfare.
Il PNRR ha dato un impulso decisivo a questa direzione: la Missione 5 e i Piani Urbani Integrati hanno consentito a molti Comuni di avviare interventi di rigenerazione che integrano riqualificazione fisica e sviluppo di nuove infrastrutture sociali e culturali nei quartieri più fragili. La novità non è nei fondi: è nella lettura integrata dello spazio come sistema di cura.

Lo spazio come "dispositivo attivo di socialità"
Il progetto Restart Scampia a Napoli — una delle più significative operazioni di rigenerazione in corso in Italia — ha introdotto nel proprio linguaggio progettuale una formula che vale la pena fermarsi a leggere: gli spazi esterni non sono stati concepiti come semplice complemento dell'edilizia, ma come dispositivi attivi di socialità, ecologia e cura condivisa, capaci di incidere direttamente sulla qualità della vita e sull'identità del luogo. Il piano prevede spazi per l'agricoltura urbana, un parco pubblico, una fattoria didattica, un mercato di prossimità, una scuola per l'infanzia e un centro civico: non un progetto edilizio con qualche servizio aggiunto, ma un'infrastruttura sociale che usa il mattone come strumento.
A Torino, un percorso completamente diverso per storia e contesto ha prodotto un modello altrettanto significativo: le Case del Quartiere. Otto spazi distribuiti nei quartieri Aurora, San Salvario, Barriera di Milano, nati dal riuso di edifici dismessi e progressivamente attivati da associazioni e cooperative locali. Come documenta un'analisi recente, il loro valore non sta nei servizi che erogano quanto nella loro collocazione in spazi informali e accessibili, frequentati quotidianamente: questo abbassa la soglia di accesso, intercetta bisogni invisibili e costruisce relazioni di fiducia nel tempo. Durante la pandemia, questi spazi hanno funzionato come nodi della rete di mutuo soccorso cittadino. Oggi quella funzione si è stabilizzata in dispositivi permanenti di welfare di prossimità.
Questi spazi si configurano come infrastrutture di prossimità: luoghi in cui attività, servizi e relazioni si organizzano su scala locale, incidendo in modo continuativo nella quotidianità dei quartieri.
Quando un programma diventa politica - Il caso QuBì a Milano
Il caso più documentato in Italia di questo passaggio di paradigma è QuBì, promosso da Fondazione Cariplo con il Comune di Milano dal 2017. Il programma ha attivato 23 reti di prossimità nei quartieri con la maggiore incidenza di povertà minorile, coinvolgendo 500 organizzazioni e accompagnando oltre 53.000 persone, di cui 29.500 minori. Ma la svolta più significativa non è nei numeri.
Nel maggio 2024 le reti territoriali di QuBì sono diventate una politica strutturale del Comune: il modello è stato esteso da 23 quartieri a tutti e 9 i municipi, integrato nel welfare municipale attraverso un percorso di co-programmazione con il terzo settore. Un programma nato dalla filantropia privata trasformato in infrastruttura pubblica permanente. È la prova più concreta che il welfare di prossimità radicato nel quartiere non è un esperimento: è scalabile, replicabile, istituzionalizzabile.

I community hub e le portinerie, presidi che abitano lo spazio
Parallelamente al modello QuBì, si sta diffondendo in Italia una nuova tipologia di spazio: il community hub. Il Rapporto Euricse 2024 li definisce come spazi multifunzionali tra rigenerazione urbana e rigenerazione sociale: luoghi che restituiscono alla comunità spazi perduti trasformandoli in presidi attivi di welfare locale — sportelli di ascolto, inclusione lavorativa, aggregazione intergenerazionale. La loro efficacia dipende da una condizione precisa: non sono spazi neutri da riempire, ma presidi animati da soggetti radicati nel territorio.
Un modello emergente e in rapida espansione è quello delle Portinerie di comunità: spazi di ascolto e attivazione sociale nati da processi di co-progettazione tra pubblico, terzo settore e imprese private. A Milano, la prima Portineria ha aperto nel quartiere Santa Giulia nel giugno 2025, promossa dalla Rete Italiana di Cultura Popolare con il sostegno di Fondazione Cariplo e partner come IKEA Italia, Lavazza e Leroy Merlin — non come sponsor, ma come co-progettisti. Il modello è già attivo in rete nazionale a Torino, Pont Canavese, Agrigento. Il principio è semplice: un presidio fisico permanente che tiene lo spazio vivo tra un intervento e l'altro.
“La Portineria di comunità rappresenta un modello innovativo dove pubblico, privato e terzo settore si alleano per creare nuove forme di welfare di prossimità” — Stefano Bianco, presidente Municipio 4, Milano Prima MILANO OVEST
Cosa cambia per chi progetta interventi urbani
Questi esempi convergono su un punto: la rigenerazione urbana che produce impatto sociale duraturo non è solo quella che riqualifica spazi, ma quella che presidia relazioni. Lo spazio fisico è necessario ma non sufficiente. Serve qualcuno che lo abiti, lo attivi, lo tenga vivo nel tempo. Serve un disegno che integri la dimensione edilizia con quella sociale fin dalla fase di progettazione — non come aggiunta successiva.
La sfida per chi opera nel campo del brand urbanism e della rigenerazione è precisamente questa: smettere di misurare i propri interventi solo in metrature riqualificate o presenze conteggiate, e iniziare a documentare l'impatto sulle reti di relazione, sulla riduzione dell'isolamento, sulla qualità percepita della vita nel quartiere. È un cambio di metrica prima ancora che di metodo. E richiede ascolto strutturato — non come fase preliminare del progetto, ma come pratica continuativa durante e dopo.
Il quartiere come infrastruttura sociale non è un'idea nuova: è una pratica in corso, documentata, replicata da Torino a Napoli, da Milano ad Agrigento. Quello che è nuovo è la sua progressiva legittimazione come modello di governance urbana — non più sperimentazione no profit, ma politica strutturale. Il confine tra rigenerazione dello spazio e cura delle persone si sta dissolvendo. E chi non lo vede rischia di costruire cose belle ma vuote.
Per approfondire:
Community Valore Rigenerazione Urbana, Rapporto Annuale 2025, TEHA Group
Olivia Rabbi, Scampia: dal disagio al futuro, Infobuild, 23 maggio 2025
QuBì: la nuova sfida, diventare patrimonio di Milano, Fondazione Cariplo, 10 giugno 2024
Supporto a QuBì, programma contro la povertà infantile a Milano, Intesa Sanpaolo, 30 gennaio 2025
Milano apre la sua prima Portineria di comunità, Percorsi di Secondo Welfare, 19 giugno 2025
Linda Russo, I portierati di quartiere in Italia e in Europa, Spazio50, 14 aprile 2020
Sei il quartiere che abiti. Il senso di appartenenza al luogo è la condizione invisibile di ogni rigenerazione
C'è qualcosa che i progetti di rigenerazione urbana rischiano di trascurare sistematicamente. Non la qualità del progetto architettonico, non i fondi, non le partnership. È qualcosa di più sottile e più decisivo: il legame che le persone hanno già con il luogo che si vuole trasformare. Ignorarlo non è necessariamente un errore tecnico. È un errore di metodo.
Noi siamo anche i luoghi in cui viviamo
La psicologia ambientale lo studia dagli anni Settanta, ma la pratica urbanistica tende ancora a sottovalutarlo: i luoghi non sono solo sfondo della vita delle persone. Sono parte di essa. Il concetto di place identity — introdotto da Harold Proshansky e colleghi nel 1983 — descrive quella parte dell'identità di una persona che si costruisce attraverso il rapporto con gli ambienti fisici in cui è nata, cresciuta o abita. Ricordi, emozioni, valori, preferenze: tutto questo si sedimenta nel luogo e diventa, nel tempo, parte di chi siamo.
Accanto alla place identity, la ricerca individua altri due costrutti strettamente correlati: il place attachment — il legame affettivo con un luogo, la sensazione di sicurezza che deriva dalla familiarità con ambienti conosciuti — e il sense of place, che comprende sia la dimensione cognitiva che quella emotiva del rapporto con lo spazio. Sono costrutti distinti, ma convergono in un'intuizione comune: chi si sente parte di un luogo lo abita in modo radicalmente diverso da chi non ci si riconosce.
La ricerca del Politecnico di Milano sulla percezione dell'identità del luogo nei processi di rigenerazione individua una tensione fondamentale nelle città contemporanee: da un lato l'accelerazione e la competizione globale spingono verso la standardizzazione degli spazi urbani; dall'altro cresce il bisogno di appartenenza, di riconoscibilità, di luoghi che parlino il linguaggio di chi li abita. Questa tensione, osserva la ricerca, è “un terreno fertile per la pianificazione urbana” — a patto che la pianificazione sappia coglierla e farla propria.

Il rischio dell'omologazione: quando la rigenerazione cancella il luogo
Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha misurato le risposte emotive e fisiologiche di persone esposte a paesaggi urbani, rurali e periurbani, dimostrando che i paesaggi omologati — quelli che non hanno carattere, che potrebbero essere ovunque — tendono a produrre risposte emotive significativamente più deboli e un attaccamento al luogo quasi nullo. In altre parole: più una città somiglia a tutte le altre, meno le persone ci si sentono a casa.
È il paradosso di molti interventi di rigenerazione contemporanei: rinnovano la forma ma rischiano di erodere l'identità. Sostituiscono ciò che era riconoscibile — anche se degradato — con qualcosa di neutro, efficiente, esteticamente corretto ma privo di memoria. Il risultato non è solo una perdita culturale: è una potenziale perdita di presidio. Come osserva un'analisi recente sul rapporto tra arte, quartieri e valore urbano, “un quartiere non vive soltanto di case, marciapiedi e negozi: vive di simboli condivisi, di riconoscibilità, di orgoglio, di memoria”. E quando un intervento artistico o architettonico riesce a parlare il linguaggio del territorio invece di imporgli un'estetica estranea, “può funzionare come un acceleratore di appartenenza”.
Il senso di appartenenza nasce infatti dalla riconoscibilità del luogo. Un intervento coerente valorizza materiali, proporzioni e relazioni spaziali consolidate nel tempo, aumentando l'attrattività e rafforzando l'identità urbana.
Appartenenza e partecipazione, un circolo che si auto-alimenta
C'è un dato che la ricerca restituisce con coerenza: chi si sente attaccato a un luogo tende a partecipare di più alla sua vita civica. Uno studio internazionale pubblicato sull'International Journal of Community Well-Being ha dimostrato che la coesione sociale media e amplifica il rapporto tra place attachment e partecipazione: l'attaccamento al luogo genera coesione, e la coesione genera partecipazione. È un circolo virtuoso — ma che può funzionare anche al contrario: quando un intervento di rigenerazione indebolisce il senso di appartenenza, erode anche la base su cui costruire il coinvolgimento della comunità.
Il progetto Pablo è vivo! a Parma è un esempio concreto di cosa significhi mettere la place identity al centro di un processo di rigenerazione. Il quartiere Pablo — periferia industriale e popolare con un forte senso di comunità, poi progressivamente svuotatosi di identità e motivi per essere vissuto — è stato oggetto di un intervento costruito esplicitamente intorno alla ricostruzione del “senso condiviso di identità del quartiere e di appartenenza legata sia alla memoria collettiva che alle pratiche attuali e all'uso dello spazio pubblico”. Non si è partiti dallo spazio fisico: si è partiti dalla domanda su chi erano le persone che lo abitavano e cosa significava per loro quel luogo. Ascoltarle è stato il primo atto di progettazione.

Ascoltare prima di progettare. L'appartenenza come punto di partenza
Progettare a partire dal senso di appartenenza non è un'opzione metodologica tra le altre. È la condizione che determina se un intervento di rigenerazione produce effetti duraturi o si esaurisce nella propria durata cantieristica. E ascoltare il territorio — prima ancora di disegnare, prima ancora di decidere — è l'unico modo per sapere cosa quell'appartenenza contiene: quali memorie, quali relazioni, quali paure, quali desideri.
La ricerca del Politecnico di Milano propone le mobilità lente — camminare, andare in bicicletta — come strumenti metodologici per i progettisti: pratiche immersive capaci di restituire una mappa percettiva dei “paesaggi quotidiani” che i residenti abitano e che spesso risultano “invisibili anche agli occhi di chi li abita”. Non si tratta di rallentare il processo: si tratta di non perdere informazioni che nessuna analisi desk può restituire.
Lo spazio pubblico di qualità — piazze, parchi, percorsi pedonali, arredo urbano integrato — è la leva più efficace per costruire e rafforzare questo legame. Non perché sia bello, ma perché crea le condizioni per l'incontro, il riconoscimento reciproco, la formazione di relazioni. E le relazioni sono ciò che trasforma un insieme di edifici in un quartiere, e un quartiere in una comunità. La ricerca accademica sui tessuti urbani consolidati lo conferma: il senso di comunità e di appartenenza ai luoghi si rafforza o si indebolisce attraverso la qualità dello spazio pubblico, non attraverso le intenzioni dichiarate nei piani.
Ogni intervento di rigenerazione urbana che non si chiede cosa significa quel luogo per chi lo abita rischia di trasformare qualcosa che esiste in qualcosa che funziona, perdendo per strada però ciò che rendeva quel luogo vivo. La place identity non è un dato poetico: è una risorsa progettuale. La condizione invisibile — e spesso decisiva — da cui dipende se una rigenerazione produce radici o produce sradicamento. E l'ascolto di chi abita il luogo non è una fase preliminare del progetto: è il progetto stesso, nella sua forma più essenziale.
Se un intervento rigenerativo riesce a parlare il linguaggio del territorio invece di imporgli un'estetica estranea, allora può funzionare come un acceleratore di appartenenza. E l'appartenenza, nelle città, ha anche un valore economico: produce presidio, relazione, microimprenditorialità, permanenza.
Per approfondire:
Maria Rosa Baroni, Psicologia ambientale, Il Mulino, 2008
Architetturadelmoderno, Spazio pubblico tra architettura e identità urbana, 3 marzo 2026
Immagini: archivio europa press e Jon Tyson su Unsplash
La città come asset ESG
Per anni la "S" di ESG — la componente sociale — è rimasta la più nebulosa dei tre criteri. Ambiente e governance avevano metriche consolidate; il sociale restava vago, difficile da misurare, spesso ridotto a buone intenzioni. Oggi qualcosa sta cambiando, e il cambiamento passa per le città.
La “S” di ESG e il problema della misurazione
I criteri ESG — Environmental, Social, Governance — sono diventati in pochi anni il linguaggio dominante della finanza sostenibile. Ma al loro interno esiste uno squilibrio evidente: mentre la componente ambientale può contare su standard consolidati, emissioni misurabili e certificazioni riconosciute, la dimensione sociale è rimasta a lungo la più difficile da “operazionalizzare”. Come si misura l'impatto di un'impresa sulla comunità in cui opera? Come si quantifica la qualità di un quartiere rigenerato?
È la domanda al centro del dibattito emerso a Rebuild 2025, dove Ezio Micelli, docente allo IUAV di Venezia, ha sottolineato che “il valore della 'S' nei criteri ESG va pensato come un fenomeno processuale, in continua evoluzione, che non può essere imprigionato in una semplice misura numerica”. Serve un modello che sappia cogliere relazioni sociali, opportunità di inclusione e qualità degli spazi comunitari. Tre dimensioni che convergono, non a caso, nella rigenerazione urbana.
L'accelerazione normativa europea sta spingendo in questa direzione. La Direttiva CSRD obbliga le imprese sopra i 250 dipendenti a rendicontare gli impatti sociali e ambientali in modo rigoroso. E gli asset valutati secondo criteri ESG a livello globale sono passati da circa 208.000 nel 2024 a oltre 500.000 nel 2025, con un aumento di oltre il 140%. La sostenibilità smette di essere opzionale.

La rigenerazione urbana come piattaforma di impatto
In questo contesto, la rigenerazione urbana sta emergendo come il campo più concreto in cui misurare l'impact investing. Come ha osservato Giovanna Melandri, presidente di Human Foundation, la rigenerazione urbana rappresenta “la piattaforma più importante” per l'investimento a impatto, “perché consente di generare risultati tangibili: servizi, infrastrutture sociali, riattivazione di luoghi degradati”.
Non è un'intuizione isolata. La Community Valore Rigenerazione Urbana di TEHA Group, nel suo Rapporto Strategico 2025, ha identificato come priorità chiave la costruzione di “un set di KPI condivisi, misurabili, trasparenti e monetizzabili per evidenziare gli impatti della rigenerazione urbana”. Il punto critico non è la disponibilità di capitali — che nel settore immobiliare sostenibile crescono rapidamente — quanto l'assenza di un quadro di obiettivi condivisi tra pubblico e privato e di un linguaggio comune per rendicontare i risultati.
Casse di previdenza, fondazioni bancarie, fondi istituzionali stanno sempre più orientando i propri capitali verso operazioni capaci di dimostrare simultaneamente rendimento finanziario e impatto sociale misurabile. La rigenerazione urbana diventa così un punto d'incontro tra domanda di sostenibilità degli investitori e bisogni reali dei territori. Un cambio di paradigma sintetizzato bene da Davide Albertini Petroni, presidente di Confindustria Assoimmobiliare: il settore sta passando “dal valore dell'edificio come bene finanziario al valore generato dall'edificio nel contesto territoriale”. Ancora, secondo Andrea Tobia Zevi, Assessore al Patrimonio, Comune di Roma, la rigenerazione urbana smette di essere un'operazione solo edilizia e diventa una politica integrata: spazi pubblici di qualità, servizi di prossimità, opportunità culturali, lavoro.
Cosa cambia per chi progetta interventi urbani
La crescita degli standard ESG nel settore urbano ha conseguenze dirette per chi progetta e promuove interventi di rigenerazione. In primo luogo, la misurazione diventa parte del progetto, non una valutazione a posteriori. Gli indicatori vanno definiti prima di intervenire, in modo da documentare in modo credibile il cambiamento prodotto.
In secondo luogo, il community engagement e il feedback delle amministrazioni locali entrano nella rendicontazione come fattori di successo. Non basta misurare metrature riqualificate o presenze registrate: ciò che determina la credibilità di un bilancio d'impatto è la capacità di documentare come la comunità ha partecipato al processo, se i propri bisogni sono stati ascoltati e se i risultati vengono riconosciuti come validi anche dall'ente pubblico. Un'amministrazione locale che esprime un giudizio positivo sull'intervento — e che lo integra nelle proprie politiche di quartiere — non è solo una validazione reputazionale: è un indicatore di impatto tra i più robusti disponibili.
In terzo luogo, la scala dell'ambizione si allarga. La rigenerazione urbana non può essere frammentata in episodi scollegati. Serve un disegno sistemico, capace di produrre effetti sulle comunità nel tempo: infrastrutture sociali, non solo fisiche.
La città non è più, quindi solo, il contesto in cui le imprese operano. È diventata una delle variabili attraverso cui si misura la loro responsabilità. Chi interviene sullo spazio urbano con obiettivi chiari, metodi rigorosi e risultati documentabili non sta solo rigenerando un quartiere. Sta costruendo un asset ESG tra i più difficili da imitare: la fiducia di una comunità che ha visto le cose cambiare con i propri occhi.
Per approfondire:
TEHA, Rapporto Annuale - Community Valore Rigenerazione Urbana. prima edizione 2025
Associazione Social Value Italia, La valutazione d'impatto nelle operazioni di rigenerazione urbana
Real Estate, boom di immobili certificati Esg nel 2025 (+140%), YouBuild, 31 marzo 2026
Una generazione in tensione. Giovani e città, costruire insieme il presente
I giovani italiani tra i 14 e i 24 anni non stanno aspettando di diventare qualcosa. Stanno già vivendo, con grande intensità, una condizione del tutto inedita: quella di una generazione che non ha mai conosciuto stabilità strutturale. Capire chi sono davvero — non come si immagina che siano — è il punto di partenza obbligatorio per chiunque voglia progettare interventi di rigenerazione urbana e community engagement che funzionino.
Una normalità che non esiste
Esiste un modo comune (e profondamente sbagliato) di pensare ai giovani come a una categoria che "deve ancora arrivare". Un'attesa, un potenziale, una promessa in sospeso. Questo errore di prospettiva genera interventi inadeguati, comunicazioni vuote e politiche costruite su un soggetto che non corrisponde alla realtà.
Questa generazione si è formata dentro una successione di crisi che non si sono mai interrotte: la crisi economica del 2008 e le sue lunghe ricadute sul mercato del lavoro; la pandemia da COVID-19, che ha colpito gli anni cruciali dello sviluppo relazionale e identitario; i conflitti armati alle porte dell'Europa; la crisi climatica vissuta già oggi, non come scenario futuro. A questi si aggiunge un clima politico globale segnato dalla polarizzazione e dal ritorno di figure autoritarie.
In questo scenario, solo il 12% dei giovani italiani esprime un giudizio positivo sulla sensibilità delle istituzioni verso le proprie esigenze, e per l'85% il livello di attenzione politica è inadeguato. La sfiducia non è un capriccio: è la risposta razionale a un sistema che non risponde.
La crisi non è un episodio della storia di questa generazione. È la struttura dentro cui la loro storia si svolge.
Riconoscere questo non è un atto di pietà. È il primo passo per smettere di progettare interventi inutili.

I tratti che orientano la progettazione
Ogni generazione viene descritta attraverso etichette che la semplificano fino a renderla irriconoscibile: nativi digitali, snowflakes, Generazione Z. Queste categorie dicono poco e spesso funzionano come alibi — per non capire davvero, per non dover cambiare approccio. Proviamo invece a descrivere alcuni tratti che emergono con coerenza e che hanno conseguenze dirette su chi progetta interventi urbani e comunitari.
Ansia strutturale
Non l'ansia da prestazione del liceo, ma un'ansia da futuro incerto, continua, non legata a un evento specifico. Secondo il Rapporto BES 2024 dell'ISTAT, l'indice di salute mentale tra i 14-24enni mostra un divario di genere di 6,1 punti tra ragazze e ragazzi (67,2 contro 73,3), con un peggioramento costante per le giovani donne. I giovani temono il lavoro, il denaro, la guerra, il clima — non in modo irrazionale, ma perché le ragioni ci sono e sono reali. Per chi progetta, questo significa che ogni attività deve ridurre il carico cognitivo, non aggiungersi ad esso.
Identità iper-consapevole ma fragile
Questa generazione è la più linguisticamente attrezzata della storia recente: sa parlare di inclusione, diritti, sostenibilità con precisione. Eppure, vive spesso una distanza dolorosa tra chi vorrebbe essere e chi riesce a diventare. Non è un difetto caratteriale — è l'effetto di crescere senza “scaffalature” stabili. La conseguenza pratica è che non basta proporre "valori" o "missioni" in astratto. Ciò che manca è la possibilità di incarnarli in esperienze concrete che restituiscano un senso di efficacia personale.
Short-term mindset
I giovani mostrano una tendenza a orientarsi su obiettivi a breve termine. Viene letto come superficialità. È invece un adattamento razionale: perché investire cinque anni in una formazione specialistica quando il mercato del lavoro cambia ogni tre? Secondo l’ISTAT il 20,3% dei 15-24enni risultava disoccupato nel 2024, e oltre un terzo dei giovani under 35 presenta almeno una forma di vulnerabilità occupazionale. I progetti di rigenerazione che vogliono coinvolgerli devono prevedere cicli brevi, risultati visibili, feedback rapidi.
Bisogno di riconoscimento
Uno dei desideri più profondi e meno soddisfatti di questa generazione è il bisogno di sentirsi visti, essere rilevanti, parte di qualcosa che li include. La città è un sistema di riconoscimento pubblico tra i più potenti che esistano: chi viene rappresentato sui muri parla di chi appartiene a quel luogo. Un progetto di rigenerazione che restituisce ai giovani la capacità di intervenire sullo spazio pubblico non sta solo abbellendo un quartiere — sta dicendo a quei giovani che esistono, che contano, che la città è anche loro.
Ambivalenza emotiva
I giovani vivono una tensione costante tra idealismo — credere nei diritti, nell'ambiente, nell'equità — e disillusione — il senso che "tanto non cambia niente". La ricerca 2026 "Fragile" di Fondazione Unhate documenta quattro profili: il 24% è "sfiduciato sotto pressione", il 25% "irrequieto in bilico" tra attivismo e rischio di crollo, il 34% "moderato in transizione". Solo il 17% è "fiducioso propositivo". Queste posture non si escludono: l'energia trattenuta ha bisogno di un canale. Per i progetti comunitari questo ha un'implicazione cruciale. Non basta infatti ispirare, bisogna dimostrare che le cose cambiano.
Tre tipi di fragilità, non una sola categoria
Parlare di "giovani fragili" come categoria omogenea è uno degli errori più comuni e più dannosi. La fragilità giovanile non ha un solo volto, e confonderli porta a soluzioni che aiutano alcuni e ignorano altri.
Fragilità socio-economica
Si tratta della più visibile. Riguarda chi cresce in famiglie con poche risorse, in contesti scolastici poveri di stimoli. I dati ISTAT 2024 confermano che la quota di NEET (Not in Education, Employment or Training) tra i 15-29 anni è al 15,2%, con il Mezzogiorno oltre il 23% — più del doppio del Centro-Nord. Per questi giovani la rigenerazione urbana può intervenire offrendo accesso a spazi, competenze e reti che il mercato non fornisce.
Fragilità psicologica
È una tipologia di fragilità spesso invisibile. Uno spazio comunitario non è per loro un lusso culturale ma una necessità, un luogo dove stare senza dover performare, dove la presenza basta. Secondo dati OCSE del 2024, il tasso di problemi di salute mentale multipli tra i quindicenni europei è passato dal 42% del 2018 al 52% del 2022 — in crescita costante.
Fragilità di senso
Si tratta del tipo di fragilità la più nuova e la più sottovalutata. Riguarda giovani che non sono poveri e non mostrano sintomi evidenti, ma che vivono la mancanza di direzione, un senso di irrilevanza, l'assenza di obiettivi chiari. Trasversale alle classi sociali, è la fragilità di chi ha tutti gli strumenti ma non sa dove andare. Il Censis 2025 documenta come il 28,3% dei 16-19enni ritenga che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro, con un dato che sale al 32,7% tra i 18-19enni.
La fragilità di senso non si cura con più informazioni né con più opportunità. Si cura con esperienze che restituiscono la percezione di appartenere a qualcosa di più grande di sé.
Perché la città è la risposta giusta
La città non è solo sfondo. È un sistema di riconoscimento pubblico, e intervenire sullo spazio fisico significa intervenire sullo spazio simbolico: ridefinire chi appartiene a quel luogo, chi ha diritto di starci, chi può lasciare un segno.
Il problema centrale di questa generazione, come emerge dai dati, non è la crisi in sé — è la mancanza di mediazione tra l'individuo e la complessità. I giovani sono più esposti, più soli, più responsabili di costruirsi un senso in un contesto senza cornici stabili. Lo spazio comunitario — il cortile rigenerato, il murale collettivo, il giardino condiviso — offre esattamente questo: un luogo dove le cose accadono a scala umana, dove l'azione individuale produce effetti visibili.
Ogni progetto di rigenerazione urbana che coinvolge i giovani è anche — e forse soprattutto — un progetto di costruzione di agentività: la capacità di agire, di sentirsi autori di qualcosa, non solo spettatori. È questa la posta in gioco più alta, quella che i metri quadrati riqualificati da soli non possono misurare.
C'è poi la questione della disconnessione. I giovani non sono apatici: stanno cercando appartenenza in micro-comunità digitali perché non la trovano altrove. Il Censis documenta come l'8,2% dei 20-24enni nel 2024 ascolti dibattiti politici, a fronte del 19,5% di vent'anni fa. Ma il digitale non sostituisce il fisico. Mettere le mani in un cantiere, dipingere insieme un muro, piantare un albero sono atti di presenza corporea che lasciano tracce reali nel mondo e nella memoria.
Quello che chiedono, senza dirlo
I giovani raramente formulano esplicitamente i propri bisogni. Ma nei loro comportamenti emergono quattro richieste ricorrenti.
Accompagnamento, non soluzioni
Non cercano qualcuno che sappia già cosa è giusto per loro, ma qualcuno che aiuti a orientarsi senza decidere al posto loro. Questa distinzione separa un processo partecipativo autentico da uno simulato.
Stabilità minima
Non ricchezza, non sicurezza assoluta, ma una base abbastanza solida da cui poter progettare. I progetti di rigenerazione che durano nel tempo offrono già questa stabilità attraverso la loro stessa persistenza.
Fiducia guadagnata, non dichiarata
Questa generazione riconosce la comunicazione vuota con grande precisione. Secondo Eurispes, solo il 25,4% degli italiani crede nel Parlamento e il 30,2% nel Governo. La credibilità si costruisce nel tempo attraverso i risultati, non le promesse.
Uno spazio per la rabbia
I giovani portano una rabbia silenziosa verso le disuguaglianze, verso la lentezza del cambiamento, verso sistemi che sembrano progettati per escluderli. Quando non trova canali espressivi legittimi, questa rabbia emerge in forme polarizzate o si rivolge verso l'interno. I migliori progetti di community engagement sono quelli che la accolgono come energia trasformativa.

I principi per chi progetta
Partire dall'ascolto autentico non dai bisogni presunti. I giovani respingono con grande sensibilità le mappe costruite dall'esterno.
Costruire in cicli brevi con risultati visibili. Non significa rinunciare alla visione a lungo termine, ma costruirla attraverso una successione di piccoli completamenti verificabili.
Fare della fisicità uno strumento centrale, non un optional. In un'epoca di sovraesposizione digitale, il ritorno al fisico è un atto culturale: produce un tipo di apprendimento, memoria e appartenenza che nessuna app sostituisce.
Creare condizioni per il riconoscimento pubblico. Ogni progetto dovrebbe prevedere momenti in cui il contributo dei giovani diventa visibile alla comunità più ampia.
Accogliere il conflitto come risorsa. I progetti che funzionano non sono quelli armoniosi — sono quelli che sanno trasformare il disaccordo in forza creativa.
Misurare ciò che conta davvero. Il cambiamento nella percezione di sé, il rafforzamento dei legami, la riduzione del senso di invisibilità sociale. Non solo metrature riqualificate e presenze conteggiate.
La generazione che non aspetta
Questo ragionamento ha un solo punto di arrivo: rifiutare la lettura dei giovani italiani come problema da risolvere, generazione da recuperare, potenziale da attivare.
I giovani tra i 14 e i 24 anni sono già qui. Sono la generazione più consapevole di sempre, la più attrezzata culturalmente, la più esposta alle crisi, la più sola nel costruire il proprio senso. E paradossalmente, proprio questa condizione li rende i soggetti più adatti a progettare spazi e comunità per il mondo che verrà. Perché non hanno nostalgia di una normalità che non hanno mai conosciuto, e perché hanno sviluppato una creatività adattiva che gli adulti spesso sottovalutano.
La rigenerazione urbana e il community engagement, se progettati con lo sguardo giusto, non sono servizi che si erogano ai giovani. Sono processi che si costruiscono insieme a loro. La città migliore non è quella più efficiente o più bella. È quella che riesce a far sentire i propri giovani — tutti, anche i più fragili — che appartengono a qualcosa di reale.
Per approfondire:
ISTAT, BES 2024: Benessere equo e sostenibile in Italia
ISTAT, Noi Italia 2025: Mercato del lavoro
Eures / Consiglio Nazionale dei Giovani / AGI, "Giovani 2024: il bilancio di una generazione"
Censis, 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025
Eurispes, Rapporto Italia 2025
Fondazione Unhate, Unfitered – "Fragile: mappae mundi di una nuova generazione", 2026
Ipsos Flair Italia 2025, "Futuro Fuggente"
OCSE, Health at a Glance: Europe 2024 (salute mentale adolescenti)
OCSE, Promoting Good Mental Health in Children and Young Adults, 2025
WHO Europe, Health Behaviour in School-aged Children (HBSC) Study, 2021/2022
Project for Public Spaces, What Makes a Successful Place?
Openpolis, Con i Bambini – Osservatorio sulla povertà educativa
Fondazione Comunità Milano, YouthBank
Lucia Di Guida, Generation Snowflakes: giovani ipersensibili e fragili, Istituto Miller
Brand for the City, La rigenerazione urbana e lo sport stanno cambiando le città, 23 luglio 2024
Chiudi gli occhi e senti la città. Come il design sensoriale sta cambiando gli spazi urbani
Proviamo a pensare all'ultima volta che ci siamo fermati in una piazza, in un parco, o in una strada urbana qualsiasi. Quante informazioni avremmo perso se avessimo chiuso gli occhi? Forse non tante quante immaginiamo. Il suono di un mercato, il profumo di un forno aperto sul marciapiede, la ruvidità di un muro di mattoni, il fresco dell'erba sotto i piedi: queste sono esperienze reali, non accessorie. Eppure, la pianificazione urbana le ha quasi sempre ignorate, concentrandosi sulla dimensione visiva dello spazio come se fosse l'unica che conta.
La progettazione urbana e, più in generale, la cultura occidentale sono eminentemente visive. La città è progettata essenzialmente per la vista, senso cui spetta nella nostra cultura un primato assoluto. Ma qualcosa sta cambiando. Negli ultimi anni, nella ricerca accademica come nella progettazione urbana più avanzata, si sta affermando quello che viene definito sensory urbanism — un approccio che rimette al centro dell'esperienza della città tutti i sensi, non solo uno. Un approccio che, non a caso, si avvicina molto a quello che chi lavora sulla rigenerazione urbana pratica ogni giorno sul campo: l'idea che uno spazio ben progettato non si veda soltanto, ma si senta.

Dalla visione all'atmosfera
Il sensory urbanism è una forma di indagine su come le informazioni non visive definiscano il carattere di una città e ne influenzino la vivibilità. Secondo David Howes, ricercatore e autore del Sensory Studies Manifesto, le persone si sono abituate a guardare la città dimenticandosi di annusarla, ascoltarla, toccarla. Non è solo un problema estetico: è una questione di benessere, identità, appartenenza.
Come spiega l'architetto Jacques Ferrier, che ha formalizzato il concetto di ville sensuelle in occasione dell'Expo Universale di Shanghai del 2010, si tratta di sostituire un progetto urbano basato sulle geometrie con un progetto urbano basato sulle atmosfere. Un cambio di paradigma che sposta l'attenzione dal contenitore — strade, edifici, piazze — all'esperienza di chi li abita ogni giorno.
Paul Virilio parla di "abitante onnipolitano", il cittadino della città senza limiti che smarrisce i propri riferimenti spazio-temporali nel nuovo habitat prodotto dall'impoverimento di stimoli sensoriali. Nelle frequenti dislocazioni le persone non hanno più il tempo per "stare" e "sentire" la città, e finiscono spesso in una situazione di privazione sensoriale. Una condizione che non è inevitabile, ma che è il risultato di scelte progettuali precise — e che può essere invertita con scelte progettuali diverse. È qui che entra in gioco il ruolo delle aziende che scelgono di intervenire sullo spazio pubblico: ogni intervento di rigenerazione è, in potenza, un atto di restituzione sensoriale alla comunità.
Il paesaggio sonoro della città
Il suono è forse il senso più studiato dopo la vista nel campo dell'urbanistica sensoriale. Un'esperienza urbana senza il rumore delle auto, dei pedoni, ma anche degli uccelli, della pioggia o dell'acqua sarebbe inimmaginabile. Queste esperienze sensoriali plasmano la nostra percezione degli ambienti urbani. Nonostante ciò, il ruolo del suono nella progettazione e nella pianificazione urbane spesso rientra solo nell'ambito di valutazioni successive volte a mitigare l'inquinamento acustico.
Il progetto europeo Sound-Frameworks, finanziato dall'UE, ha cercato di cambiare questo approccio, immaginando lo spazio pubblico come un ecosistema sonoro dinamico e dotando progettisti e amministratori di strumenti pratici per integrare le valutazioni sonore fin dalle prime fasi del progetto.
A Istanbul, il ricercatore e musicista Oğuz Öner organizza da anni sound walks in cui i partecipanti, bendati, descrivono ciò che sentono in diversi punti della città. La sua ricerca ha identificato luoghi dove piantare vegetazione per attutire il rumore del traffico o dove costruire un organo a onde per amplificare il suono del mare — qualcosa che, con sorpresa, le persone riuscivano a malapena a sentire, anche camminando lungo il lungomare. A Berlino, i cittadini usano un'app gratuita per mappare gli spazi silenziosi, e le autorità locali li proteggono nell'ambito del piano comunale di gestione del rumore.
Ciò che questi esempi mostrano è che il suono non è un elemento passivo dello spazio urbano, ma una variabile progettuale attiva. Introdurre una fontana, piantare alberi lungo un viale, aprire uno spazio su un cortile interno invece che su una strada trafficata: sono scelte che producono paesaggi sonori precisi, e che influenzano profondamente il modo in cui le persone vivono e si appropriano di un luogo.
Odori, memoria e identità urbana
L'olfatto è il senso più antico e il più strettamente connesso alla memoria, ma è quasi sempre assente dai piani urbanistici. Per i funzionari urbani e i pianificatori, molta attenzione va generalmente a come una città appare e suona, ma in termini di odore il focus riguarda principalmente la gestione dei rifiuti o la bonifica di aree insalubri. Del resto, il senso dell'olfatto, così spesso trascurato, è fortemente legato alla creazione di memorie emotive e contribuisce alla comprensione del mondo rivelando pratiche culturali altrimenti nascoste.
La ricercatrice e artista Kate McLean lavora da oltre un decennio a mappare gli smellscape di diverse città — Edimburgo, Amsterdam, Singapore — traducendo la complessità olfattiva di uno spazio urbano in mappe che mostrano dove la città profuma di mare, di spezie, di pane, di asfalto bagnato. Un lavoro che restituisce al progettista uno strumento in più per capire come un luogo viene davvero percepito da chi lo abita.
A Vienna, le smelling tours consentono ai visitatori di scoprire la città attraverso i profumi dei mercati rionali, del caffè e del cioccolato — ribaltando l'idea che le città siano luoghi da guardare e non da annusare. Esempi come questi ci ricordano che ogni intervento sul verde urbano — la scelta di piantare lavanda invece di siepi anonime, di affiancare piante aromatiche a un percorso pedonale, di riportare alberi da fiore in una piazza — produce anche un paesaggio olfattivo preciso, capace di radicare le persone in un luogo e di renderlo riconoscibile, diverso da tutti gli altri
Il tatto. Superficie, texture e corpo nello spazio urbano
Toccare la città. Non è un'immagine poetica: è un'esperienza concreta che avviene ogni volta che camminiamo, sediamo su una panchina, appoggiamo una mano a un muro, sentiamo sotto i piedi il cambio tra asfalto e terra battuta. Progettare il costruito per controllare e gestire la qualità delle superfici crea un ambiente più piacevole e confortevole per chi lo abita. Anche la più piccola asperità di un manto stradale può influire negativamente sull'esperienza di chi vi passa.
A Singapore, il progetto Sensory Walk ha progettato percorsi specificamente pensati per le persone con disabilità visiva, con pavimentazioni tattili, guida audio e altri indicatori sensoriali per facilitare la navigazione dello spazio urbano. Questo approccio svela il vantaggio intrinseco del sensory urbanism: il design inclusivo non è un'aggiunta marginale, ma una pratica che arricchisce l'esperienza collettiva.
La dimensione tattile è spesso quella meno nominata, ma è tra le più potenti. Un murale non è solo un'immagine: ha una superficie, uno spessore, una temperatura. Un playground non è solo un'attrezzatura: è l'insieme delle sensazioni che produce — la plastica liscia di uno scivolo, la sabbia sotto i piedi, il metallo freddo di una scala. Chi progetta spazi pubblici con questa consapevolezza sa che ogni scelta materica è anche una scelta esperienziale.

La vista non basta: verso un progetto urbano multisensoriale
Tutto questo non significa che la componente visiva debba essere abbandonata. Significa che da sola non è sufficiente. Il sensory urbanism non consiste nell'aggiungere più elementi sensoriali alla città, ma nell'integrarli in modo ponderato per creare ambienti urbani più olistici e centrati sull'essere umano.
I parchi e le piazze del futuro saranno intelligenti e adattativi. Grazie a tecnologie multisensoriali — luce, suono, odori — l'esperienza urbana potrà diventare più ricca e inclusiva. Ma la tecnologia è solo uno degli strumenti. Molto si può fare già oggi con scelte più semplici: piantare erbe aromatiche lungo un percorso pedonale, progettare una fontana che si sente prima di vedersi, scegliere materiali che cambiano colore e texture con la pioggia, creare spazi silenziosi dove il suono della natura prevalga su quello delle auto.
Questo è il terreno su cui il Brand Urbanism può fare la differenza. Quando un'azienda sceglie di intervenire su uno spazio pubblico, ha l'opportunità di andare oltre l'estetica: può contribuire a costruire quella ricchezza sensoriale che rende un quartiere riconoscibile, un parco amato, una piazza frequentata. Non è un dettaglio. È spesso ciò che determina se un intervento resta o viene dimenticato.
Sentire la città per appartenerle
C'è qualcosa di profondamente civile nell'idea di progettare spazi che si possano davvero sentire. Significa riconoscere che la qualità della vita urbana non si misura solo in metri quadri o in chilometri di pista ciclabile, ma in esperienze — nell'odore di un parco la mattina presto, nel suono di una fontana in una piazza d'estate, nella texture di un pavimento che distingue uno spazio dall'altro.
Queste impressioni sensoriali sono intimamente connesse alla nostra memoria geografica. Anche se diverse città possono sembrare sempre più simili nell'aspetto, possono risultare molto diverse nel momento in cui le attraversiamo a piedi, in bici o in auto. È in questa differenza che abita l'identità di un luogo. Ed è a partire da questa differenza che si può costruire un senso di appartenenza reale tra le persone e la città in cui vivono.
Progettare spazi sensorialmente ricchi non è un lusso per le città benestanti: è una scelta di civiltà. È il riconoscimento che le persone non attraversano la città — la abitano. E che abitarla bene significa poterla sentire, in tutti i sensi della parola.
Per approfondire:
David Howes, The Sensory Studies Manifesto, University of Toronto Press, giugno 2023
Philippe Samay, La ville sensuelle, Collége de France, la vie des idées, 1° dicembre 2009
Marilia Matoso, What Is Sensory Urbanism?, ArchDaily, 30 ottobre 2022
Gabriel Josè Maria Ferro, Architettura Multisensoriale, Presentazione Barcamp, IUAV
Whoosh Wien, Smells Like Wien Spirit
Commissione Europea — La dimensione sonora delle nostre città – Sound-Frameworks Project, CORDIS
Wikipedia IT, Spazio sensoriale
Immagini: www.projects.archiexpo.com e Hilthart Pedersen su Unsplash
Quando l’evento finisce, cosa resta?
Un grande festival internazionale. Una capitale europea della cultura.
Ma anche una rassegna diffusa di quartiere, un evento sportivo o musicale cittadino, una settimana tematica in uno spazio rigenerato, una programmazione temporanea in un’area in trasformazione.
La scala cambia. La durata cambia. La domanda resta la stessa: quando l’evento finisce, cosa rimane alla città e alle sue comunità?
Nel dibattito contemporaneo sulla rigenerazione urbana, il focus si è progressivamente spostato dall’impatto economico immediato — presenze, indotto, visibilità mediatica — alla capacità di generare legacy territoriale e sociale. L’OCSE sottolinea come eventi culturali e iniziative temporanee possano produrre trasformazioni durature solo se integrati in strategie urbane di lungo periodo e accompagnati da modelli di governance inclusivi.
Non è la dimensione a fare la differenza, è l’intenzionalità progettuale.

La legacy non è solo ciò che si costruisce
Per anni si è identificata la legacy con infrastrutture fisiche: nuove piazze, waterfront riqualificati, spazi culturali restaurati. Ma le valutazioni più recenti sulle Capitali Europee della Cultura mostrano che le eredità più profonde sono immateriali: rafforzamento della capacità amministrativa, crescita delle competenze locali, nuove reti tra istituzioni culturali, associazioni e cittadini.
Liverpool 2008 viene spesso citata come caso emblematico. Gli studi evidenziano come l’evento abbia contribuito non solo alla trasformazione dell’immagine urbana, ma al consolidamento del senso di appartenenza e delle connessioni tra attori culturali e comunità local.
La legacy più significativa non è l’opera inaugurata, è la rete che resta attiva.
Eventi come infrastruttura sociale temporanea
Un festival può essere un acceleratore.
Un evento sportivo può essere un catalizzatore.
Una rassegna diffusa può essere un laboratorio.
Studi recenti definiscono i festival urbani come vere e proprie infrastrutture sociali temporanee, capaci di intensificare relazioni e attivare capitale sociale.
Questo concetto è estendibile anche a eventi di scala più contenuta. Una programmazione culturale in un’area ex industriale, un ciclo di iniziative in uno spazio pubblico riqualificato, un evento sportivo di quartiere, un concerto, possono generare effetti cumulativi: aumentano la frequentazione, rafforzano l’identità del luogo, costruiscono nuove consuetudini di uso.
URBACT documenta diversi casi europei in cui iniziative culturali e programmi temporanei hanno contribuito alla riattivazione di quartieri fragili, generando dinamiche di co-progettazione e cura condivisa.
Non è l’evento in sé a trasformare il quartiere, è il processo che innesca.
Italia, dalla grande scala alla dimensione locale
Matera 2019 rappresenta un caso paradigmatico di evento concepito come piattaforma di trasformazione di lungo periodo. I report valutativi mostrano come la legacy abbia riguardato non solo l’immagine internazionale della città, ma la crescita delle competenze culturali e il rafforzamento del tessuto associativo locale.
A Torino, il Kappa FuturFestival ha contribuito a consolidare l’identità del Parco Dora come spazio simbolo della rigenerazione post-industriale, rafforzandone la fruizione e la riconoscibilità nel tempo.
Ma la legacy non riguarda solo grandi eventi. In molte città europee e italiane, rassegne culturali, eventi sportivi e musicali di prossimità e iniziative diffuse in quartieri in trasformazione hanno contribuito a testare nuovi usi dello spazio pubblico, a costruire alleanze locali e a rafforzare il senso di comunità.
Quando la programmazione è coerente e continuativa, anche l’evento “piccolo” può avere un impatto sistemico.
Temporary use, l’evento come test di futuro
Eventi e festival spesso operano in spazi in transizione: ex aree industriali, immobili temporaneamente inutilizzati, piazze sottoutilizzate. In questi contesti diventano strumenti di temporary placemaking.
DIversi toolkit mostrano come usi temporanei ed eventi possano contribuire a costruire visioni condivise e modelli di governance partecipativi, trasformando sperimentazioni brevi in trasformazioni durature.
In Italia, esperienze di riuso temporaneo promosse da realtà come Temporiuso evidenziano come eventi e attivazioni possano trasformare spazi sottoutilizzati in luoghi di comunità, generando nuove collaborazioni tra proprietari, amministrazioni e cittadini.
L’evento, in questi casi, non è un fine, è una prova generale di città.

Community engagement è la condizione indispensabile
La differenza tra un evento che lascia traccia e uno che si dissolve sta nel livello di community engagement.
Le ricerche mostrano come la partecipazione sia spesso evocata ma raramente strutturata in modo profondo e continuativo.
Quando invece i cittadini diventano co-progettisti — non semplici spettatori — l’evento può generare capitale sociale durevole. Manifesta 12 a Palermo ha posto al centro proprio questa dimensione di lavoro con il tessuto locale, intrecciando arte, ascolto e territori.
La legacy più solida non è quella che si fotografa, è quella che si sedimenta nelle relazioni.
Dall’effimero alla strategia urbana
Le analisi europee convergono su un punto: gli eventi producono trasformazione quando sono parte di una strategia urbana ampia e quando la governance continua anche dopo la chiusura ufficiale.
In assenza di questa visione, si rischia l’“eventification”: una sequenza di appuntamenti che animano la città ma non la cambiano strutturalmente.
La sfida, per chi opera nella rigenerazione urbana e nell’attivazione sociale, è progettare eventi — grandi o piccoli — come infrastrutture temporanee al servizio di trasformazioni permanenti.
Perché alla fine, quando le luci si spengono e le strutture si smontano, la vera misura del successo non è l’applauso.
È se il territorio è diventato più coeso, più competente, più capace di prendersi cura dei propri spazi.
Quando accade, l’evento non è più effimero, è città che evolve.
Per approfondire:
OECD – The role of culture-led regeneration in place transformation, 2025
Fondazione Matera Basilicata 2019, Studi valutativi su Matera 2019
Manifesta 12, Perché Palermo?, 2018
Dove rinasce il quartiere. I mercati comunali come nuova infrastruttura civica delle città
Non è nostalgia. È strategia urbana.
I mercati comunali stanno tornando al centro delle politiche cittadine non solo come luoghi di commercio, ma come presìdi territoriali capaci di generare coesione, attivazione sociale e nuova economia di prossimità.
Nel dibattito contemporaneo sulla città dei 15 minuti, i servizi di quartiere sono riconosciuti come fondamentali per qualità della vita e resilienza urbana. In questo scenario, il mercato comunale rappresenta un’infrastruttura già esistente, pubblica, radicata e capillare. Non occorre inventare nuovi contenitori urbani: occorre riattivare quelli che storicamente hanno costruito identità e relazioni.

Milano e il ritorno dei mercati come spazi di comunità
Milano ha avviato un percorso strutturato di rigenerazione dei mercati comunali, con l’obiettivo di modernizzare le strutture e rafforzarne il ruolo nei quartieri. La trasformazione non riguarda solo l’efficientamento degli spazi, ma la ridefinizione della loro funzione civica.
Il Mercato Lorenteggio, ad esempio, è diventato negli ultimi anni una piattaforma ibrida che integra commercio, cultura e partecipazione, dimostrando come la rigenerazione possa essere al tempo stesso economica e relazionale. Qui il mercato è tornato a essere luogo di incontro, non solo punto vendita.
Un caso particolarmente significativo è il percorso avviato per il Mercato del Giambellino, dove il Politecnico di Milano, in collaborazione con il Municipio 6, ha lavorato su scenari di riqualificazione e attivazione dello spazio, mettendo al centro ascolto e coinvolgimento della comunità locale. Questo approccio evidenzia come il mercato possa diventare laboratorio urbano, dove progettazione accademica, amministrazione e quartiere dialogano per costruire una trasformazione condivisa.
Non si tratta semplicemente di riqualificare un edificio, ma di riattivare un presidio territoriale.
Torino, Napoli e la rete dei mercati come sistema urbano
Anche Torino sta investendo sulla modernizzazione e valorizzazione dei mercati rionali, riconoscendoli come parte integrante della vita quotidiana e dell’economia locale. In una città che ha conosciuto profonde trasformazioni post-industriali, i mercati rappresentano una delle infrastrutture più radicate e resilienti.
A Napoli, l’approvazione di diversi progetti di riqualificazione diffusa dei mercati rionali dimostra una visione sistemica: intervenire su più presìdi contemporaneamente per rafforzare il tessuto commerciale e sociale dei quartieri.
Questi casi indicano una direzione chiara: il mercato non è una funzione residuale, ma un nodo strategico di prossimità.
Mercati come infrastruttura sociale: la lezione internazionale
A livello internazionale, il ruolo dei mercati pubblici come strumenti di sviluppo comunitario è ampiamente documentato. Il Project for Public Spaces ha sviluppato programmi dedicati ai sistemi di mercati cittadini, riconoscendoli come leve per resilienza economica e coesione.
La ricerca accademica conferma che i mercati possono agire come incubatori economici e catalizzatori di interazione sociale, rafforzando il capitale relazionale dei quartieri. In molte città europee e nordamericane, la rigenerazione dei mercati è stata accompagnata da programmi di educazione alimentare, inclusione lavorativa, sostegno a micro-imprese e attivazione culturale.
Allo stesso tempo, alcune esperienze dimostrano i rischi di una trasformazione non governata. In Spagna, la progressiva turistificazione di mercati storici ha messo in discussione la loro funzione di servizio locale, evidenziando la necessità di mantenere un equilibrio tra attrattività e radicamento territoriale.
La rigenerazione efficace è quella che rafforza il mercato come presidio del quartiere, non come attrazione disancorata dal contesto.
Community engagement e governance locale
Il punto centrale non è solo architettonico. È relazionale.
Un mercato funziona quando è attraversato, abitato, sentito come proprio.
Esperienze italiane come “Mercato Animato” mostrano come l’attivazione culturale e sociale possa contribuire alla rinascita identitaria di un quartiere, trasformando un luogo percepito come marginale in spazio condiviso.
Il coinvolgimento di università, amministrazioni locali, operatori e cittadini – come nel caso del Giambellino – dimostra che la rigenerazione dei mercati può diventare un processo di co-progettazione civica. In questo senso, il mercato comunale si configura come infrastruttura di community engagement permanente: uno spazio pubblico che facilita ascolto, sperimentazione e costruzione di fiducia.

Una strategia urbana già disponibile
In un’epoca di desertificazione commerciale e solitudine urbana, i mercati comunali rappresentano un’opportunità concreta e immediatamente attivabile. Sono già distribuiti nei quartieri, sono riconoscibili, sono pubblici.
Rigenerarli significa rafforzare l’economia locale, ma anche investire in coesione sociale misurabile. Significa riconoscere che la prossimità non è solo distanza fisica, ma relazione.
Forse il futuro della città non passa da nuove icone architettoniche, ma dalla capacità di riattivare questi presìdi quotidiani.
E tra tutti gli spazi pubblici disponibili, il mercato comunale resta uno dei più potenti – perché è insieme commercio, memoria e comunità.
Per approfondire:
Roberto Arsuffi, Commercio: al via la rigenerazione dei Mercati Comunali, Urbanfile, 7 giungo 2023
Mercato Lorenteggio, dynamiscopio, 2013
What if every city had a public markets strategy?, Project for Public Spaces
La geografia delle emozioni nei processi di rigenerazione urbana
Ogni quartiere possiede una doppia mappa. La prima è visibile: strade, piazze, edifici, servizi, infrastrutture. La seconda è invisibile, ma altrettanto potente: è fatta di ricordi, paure, orgoglio, nostalgia, senso di appartenenza, conflitti irrisolti. È la mappa affettiva che ogni abitante costruisce vivendo quotidianamente lo spazio urbano. Negli ultimi anni, la ricerca internazionale ha iniziato a sistematizzare questa dimensione parlando di emotional geography, mostrando come le emozioni non siano un elemento marginale ma una componente strutturale del rapporto tra persone e luoghi. Le città possono essere lette come campi emotivi: alcune aree concentrano fiducia e familiarità, altre generano insicurezza o distacco. Non è solo una questione percettiva, ma una dimensione che influenza comportamenti, pratiche d’uso, permanenza e cura degli spazi.
Raccontare i luoghi per trasformarli
La mappatura emotiva non è soltanto una rappresentazione grafica finale, ma un processo di ascolto e restituzione. Diverse ricerche sottolineano che il valore principale sta nell’atto stesso del racconto collettivo: quando i cittadini descrivono un luogo attraverso emozioni e memorie, stanno già ridefinendo il proprio rapporto con esso. Strumenti come participatory GIS, narrative mapping e dispositivi di raccolta qualitativa integrano il dato tecnico con la dimensione soggettiva, rendendo visibile ciò che normalmente resta implicito nelle trasformazioni urbane. In questa prospettiva, la pianificazione non si limita a organizzare funzioni, ma interpreta relazioni e vissuti.

Memoria collettiva e identità territoriale
Un aspetto centrale è il legame tra memoria collettiva e identità territoriale. Alcuni studi evidenziano come la mappatura culturale ed emotiva consenta di far emergere significati condivisi, trasformando la narrazione individuale in patrimonio comunitario. Questo passaggio è particolarmente rilevante nei contesti di trasformazione, dove il cambiamento fisico rischia di essere percepito come perdita simbolica. Le emozioni legate ai luoghi non sono un ostacolo allo sviluppo, ma un indicatore della profondità del legame con il territorio. Anche ricerche sul paesaggio urbano dimostrano come parchi e spazi aperti generino veri e propri “paesaggi emotivi”, leggibili attraverso racconti e pratiche quotidiane.
Le esperienze italiane tra racconto e partecipazione
In Italia, esperienze di mappatura emozionale hanno iniziato a tradurre questi approcci in pratiche operative. A Reggio Emilia, la chiamata pubblica “La città che si racconta” ha invitato i cittadini a contribuire alla costruzione di una mappa affettiva del centro storico, raccogliendo testimonianze e percezioni che hanno restituito un’immagine plurale della città. Il valore dell’iniziativa non è stato solo documentale, ma relazionale: la città è diventata oggetto di dialogo e riconoscimento reciproco. Il CNR-IBE (Istituto per la BioEconomia) ha promosso laboratori di mappe emozionali come strumenti educativi per leggere gli spazi pubblici attraverso vissuti e sensazioni, trasformando l’educazione civica in esperienza territoriale. Anche il lavoro condotto nel quartiere Pilastro di Bologna ha evidenziato la distanza tra rappresentazione esterna e percezione interna, mostrando come la narrazione dei residenti possa contrastare stereotipi consolidati. In ambito educativo e sociale, progetti come “I luoghi del cuore” hanno invece coinvolto giovani e comunità nella costruzione di mappe affettive capaci di tradurre emozioni in linguaggio condiviso.
La dimensione emotiva nelle trasformazioni urbane
Queste esperienze dimostrano che la geografia delle emozioni non è un esercizio poetico, ma una leva strategica per la rigenerazione urbana. Ogni trasformazione produce una risposta emotiva: entusiasmo, resistenza, speranza, timore. Le ricerche sulle risposte affettive ai processi di cambiamento urbano mostrano come la percezione di perdita o esclusione possa incidere profondamente sull’accettazione dei progetti. Ignorare questa dimensione significa quindi progettare solo metà della città. Integrare la geografia emotiva significa invece riconoscere che la qualità di uno spazio non si misura soltanto in metri quadrati riqualificati, ma nella qualità della relazione che genera.

Community engagement come infrastruttura invisibile
Un’attività di rigenerazione urbana correttamente condotta è sempre anche attivazione sociale. Non esiste trasformazione fisica duratura senza una trasformazione relazionale che la accompagni. In questo senso, il community engagement non è una fase preliminare formale, ma un’infrastruttura invisibile che sostiene il progetto nel tempo: tiene insieme visione e vissuto quotidiano, investimento e senso di appartenenza.
L’ascolto strutturato delle comunità diventa così un processo continuo, capace di intercettare bisogni, energie e memorie del territorio. Strumenti come la mappa emotiva non sono esercizi simbolici, ma basi operative per orientare scelte concrete: un intervento artistico, la riattivazione temporanea di uno spazio, la progettazione di un parco di prossimità o l’attivazione di un percorso di legacy territoriale.
Quando il coinvolgimento è reale, il progetto non si limita a trasformare uno spazio, ma costruisce le condizioni perché quel cambiamento venga riconosciuto, curato e fatto vivere nel tempo.
Progettare città che si sentono
La città, in fondo, è un racconto collettivo che si trasforma nel tempo. La geografia delle emozioni ci invita ad ascoltare quel racconto prima di aggiungere un nuovo capitolo. Non si tratta soltanto di domandarsi cosa manca in un quartiere, ma di comprendere cosa quel luogo significhi per chi lo attraversa ogni giorno. Una rigenerazione urbana autenticamente sostenibile prende forma quando la mappa fisica e quella emotiva si sovrappongono, quando il progetto dialoga con la memoria e l’attivazione sociale diventa il ponte tra spazio e comunità. In quel punto di incontro, la trasformazione smette di essere solo intervento e diventa relazione nel tempo. Anche i brand, in questo scenario, possono assumere un ruolo consapevole nella rigenerazione urbana e sociale. Investire in un territorio significa, infatti, riconoscerne il vissuto, rispettarne l’identità, contribuire a rafforzarne il senso di appartenenza. Integrare la dimensione affettiva non vuol dire cercare visibilità, ma costruire radicamento, generando fiducia e corresponsabilità attorno ai luoghi e alle persone che li abitano.
Per approfondire:
Nayer Chavoshi, Marjan Ilbeigi, Mozhgan Karimi, Ali Asgharzadeh e Emad Behrouzifard, Investigating the relation between emotional and cultural mapping by considering collective memory in Urban design from perspective of citizens (case study:Tehran, Iran), Spinger, City, Territory and Architecture, 8 giugno 2024
IBE – CNR, Mappe emozionali negli spazi pubblici, BioProfiles
Immagini: Zondang Bao e Kayle Kaupanger su unsplash
Dai vuoti industriali ai luoghi che attivano la città
Per decenni le aree industriali dismesse hanno rappresentato vuoti urbani: recinti chiusi, memorie produttive congelate, fratture fisiche e simboliche nei quartieri. Luoghi spesso percepiti come margini, separazioni, residui di un’economia che non c’era più.
Oggi, sempre più spesso, questi spazi tornano ad aprirsi alla città assumendo una nuova funzione: diventano luoghi di collaborazione, produzione culturale, lavoro condiviso, innovazione sociale.
La rigenerazione post-industriale non è solo un’operazione edilizia o immobiliare. È un processo urbano complesso, che intreccia riuso fisico, ascolto dei territori, attivazione delle comunità, nuove economie e nuovi immaginari.
Non si tratta di “riempire” un vuoto, ma di riattivarlo, riconoscendo ciò che quel luogo è stato e ciò che può diventare per chi lo vive oggi.
In molte città europee e italiane, la trasformazione delle ex fabbriche mostra come la città possa crescere per addizione di senso, non per semplice sostituzione. Non si cancella ciò che c’era, ma lo si rilegge insieme ai territori, lo si reinterpreta con chi li abita.

Ex fabbriche come hub culturali e creativi
Uno dei primi e più consolidati filoni della rigenerazione post-industriale riguarda la riconversione delle ex fabbriche in spazi culturali aperti, capaci di mescolare arte, produzione creativa e vita quotidiana.
Questi luoghi funzionano quando smettono di essere “cattedrali della cultura” e diventano spazi porosi, attraversabili, riconoscibili, in dialogo con il contesto urbano e sociale. La cultura, in questi casi, non è solo contenuto, ma dispositivo di relazione.
I casi italiani e internazionali mostrano come questi hub riescano ad attivare nuove centralità urbane proprio perché nascono da una lettura attenta del contesto: ex fabbriche che tornano a essere luoghi di produzione sì, ma culturale, sociale, simbolica.
Il successo di questi progetti è spesso legato alla capacità di coinvolgere fin dall’inizio operatori culturali, cittadini, associazioni, trasformando la rigenerazione in un processo condiviso e progressivo.
Spazi di lavoro condiviso e nuove economie urbane
Un secondo macro-cluster riguarda la trasformazione delle ex fabbriche in luoghi di lavoro collaborativi: coworking, hub per freelance, incubatori, spazi per l’economia creativa e per nuove forme di imprenditorialità.
Questi progetti rispondono a una domanda crescente di spazi flessibili, ma soprattutto contribuiscono a ricucire il rapporto tra lavoro e città, riportando attività produttive leggere all’interno dei quartieri.
Il lavoro torna visibile, attraversabile, parte della vita urbana.
Quando funzionano, questi spazi non sono semplici contenitori di scrivanie, ma ecosistemi locali: luoghi dove il lavoro incontra la formazione, la cultura, la socialità. Anche qui, l’ascolto del territorio è centrale: capire quali competenze sono presenti, quali economie latenti possono emergere, quali bisogni reali esistono.
La rigenerazione post-industriale diventa così occasione per costruire nuove economie di prossimità, più radicate e meno estrattive.
Makerspace, fablab e ritorno della produzione urbana
Accanto al coworking, molte ex aree industriali ospitano oggi makerspace e fablab, luoghi in cui la produzione torna a essere fisica, sperimentale, condivisa.
Questi spazi rappresentano una risposta contemporanea alla domanda di apprendimento informale, autoproduzione e contaminazione tra saperi. Designer, artigiani digitali, studenti, startup e cittadini trovano qui luoghi in cui sperimentare, costruire, imparare insieme.
In questo senso, la rigenerazione post-industriale non guarda solo al terziario, ma rilancia una nuova idea di manifattura urbana: leggera, distribuita, aperta, spesso con una forte dimensione educativa e comunitaria.
Il valore non è solo ciò che si produce, ma le relazioni che si attivano intorno al fare.
Community hub e innovazione sociale
Un altro filone centrale è la trasformazione delle ex fabbriche in community hub, spazi ibridi che uniscono lavoro, mutualismo, welfare di prossimità e partecipazione civica.
Qui la rigenerazione diventa esplicitamente sociale. Le ex fabbriche si trasformano in infrastrutture di comunità, capaci di rispondere a bisogni locali: inclusione lavorativa, servizi condivisi, formazione, spazi di incontro.
In questi progetti, l’ascolto del territorio non è un passaggio preliminare, ma una pratica continua. Le comunità non sono “destinatarie” della rigenerazione, ma co-autrici del processo.
È questa dimensione che permette a molti community hub di durare nel tempo, adattandosi ai cambiamenti sociali e mantenendo un forte radicamento locale.

Distretti dell’innovazione e trasformazioni su scala urbana
Su scala più ampia, la rigenerazione post-industriale può dare origine a distretti dell’innovazione, capaci di trasformare intere parti di città.
In questi casi, il riuso delle ex fabbriche diventa leva per ripensare il mix urbano: lavoro, residenza, servizi, spazio pubblico. La sfida è evitare modelli calati dall’alto e costruire invece visioni condivise, capaci di integrare sviluppo economico e qualità della vita.
I distretti che funzionano sono quelli che mantengono una memoria industriale riconoscibile, ma la reinterpretano in chiave contemporanea, creando nuove identità urbane e nuove opportunità per chi già vive quei luoghi.
Oltre il riuso: ascoltare prima di trasformare
Dalle esperienze analizzate emerge un punto comune: la rigenerazione post-industriale funziona quando la ex fabbrica smette di essere un semplice “contenitore” e diventa piattaforma urbana.
Piattaforma per il lavoro, per la cultura, per l’innovazione, per la comunità.
Ma soprattutto piattaforma di ascolto.
Ascoltare i territori significa riconoscere le storie, le fragilità, le energie già presenti. Significa progettare non solo spazi, ma processi, capaci di evolvere nel tempo.
In questo scenario, il valore non sta solo nella qualità architettonica, ma nella capacità di attivare relazioni, generare economie locali, costruire senso di appartenenza.
È qui che entrano in gioco nuovi attori: amministrazioni, comunità, operatori culturali, ma anche brand e imprese, chiamati a sostenere percorsi di rigenerazione non come sponsor estetici, bensì come alleati di lungo periodo, capaci di investire in valore sociale oltre che urbano.
La fabbrica che rinasce non è un monumento al passato industriale. È un luogo vivo, che continua a produrre: non più solo beni, ma relazioni, opportunità e futuro condiviso.
Per approfondire:
Giacomo GIossi, Nuove pratiche di rigenerazione all'ex Ansaldo , CheFare, 01 aprile 2015
Francesca Sironi, Aberto Gottardo, Cosa significa rigenerazione urbana, La Repubblica, 3 maggio 2023
NDSM Wharf: Amsterdam's Thriving Cultural Oasis, Fused Magazine, 29 agosto 2023
Immagini: wonderlane su unsplash e Alberto Plácido | Escritórios Cidade BI4ALL / Pedra Líquida
Raffrescare la città per renderla vivibile
Il caldo come nuova normalità urbana
Il caldo estremo non è più un’eccezione stagionale, ma una condizione strutturale con cui le città devono convivere. Le ondate di calore incidono sulla salute, riducono l’uso dello spazio pubblico, colpiscono in modo sproporzionato anziani, bambini e persone fragili. Soprattutto, mettono in crisi un modello urbano pensato per un clima che non esiste più.
Per troppo tempo la risposta è stata affidata a soluzioni individuali ed energivore: climatizzatori, chiusura degli spazi aperti, ritirata verso ambienti privati. Ma questa strategia, oltre a essere socialmente regressiva, amplifica il problema, aumentando consumi e dispersione di calore nello spazio pubblico. Raffrescare la città non può essere una somma di risposte private: è una questione collettiva, spaziale e infrastrutturale.

Raffrescamento urbano come sistema integrato
Negli approcci più avanzati, il raffrescamento urbano non è più inteso come un singolo intervento, ma come un sistema che combina reti energetiche, verde, acqua, materiali e gestione dello spazio pubblico. È l’integrazione tra ciò che accade sottoterra e ciò che accade in superficie a determinare la reale capacità di una città di adattarsi al caldo.
In questa visione, il comfort termico diventa una componente della qualità urbana, al pari della mobilità o della sicurezza. Raffrescare significa permettere alle persone di muoversi, sostare, incontrarsi anche nei mesi più critici, mantenendo viva la dimensione pubblica della città.
Il ruolo strategico del district cooling
Il district cooling, o teleraffrescamento, è uno degli strumenti chiave di questo cambio di paradigma. Distribuire freddo a livello di quartiere o distretto consente di superare la frammentazione degli impianti individuali, riducendo sprechi e migliorando l’efficienza complessiva del sistema urbano.
Il valore del district cooling non è solo tecnologico. È urbano e politico: sposta il tema del raffrescamento dalla sfera privata a quella collettiva, rendendo possibile una pianificazione più equa e coordinata. Inoltre, apre alla possibilità di utilizzare risorse locali – come acqua di mare, di falda o calore di scarto – trasformando il raffrescamento in una leva di economia circolare.
Città europee che trattano il freddo come infrastruttura
Alcune città del Nord Europa hanno già dimostrato come il raffrescamento possa diventare parte integrante del metabolismo urbano. Copenaghen, in particolare, ha sviluppato sistemi di district cooling che sfruttano anche l’acqua del porto, integrandoli nella pianificazione energetica complessiva della città.
Ciò che rende questi esempi rilevanti non è solo la performance tecnica, ma l’approccio graduale e territoriale. Si parte da distretti specifici, si costruisce fiducia, si misura l’impatto e si estende il modello. Il freddo diventa così una vera infrastruttura urbana, al servizio di funzioni pubbliche, culturali e produttive.
L’Italia e la scala del quartiere come laboratorio
In Italia il percorso è più recente, ma non meno interessante. A Milano, alcune sperimentazioni basate su acqua di falda e reti a bassa temperatura mostrano come sia possibile lavorare su sistemi di quartiere, capaci di fornire sia riscaldamento sia raffrescamento.
Queste esperienze sono preziose perché dimostrano che l’innovazione non passa solo da grandi opere, ma anche da progetti pilota inseriti nel tessuto esistente. La scala del quartiere diventa un laboratorio urbano, dove energia, spazio pubblico e servizi possono essere progettati in modo integrato e progressivamente replicabile.

Verde, suolo e spazio pubblico come dispositivi climatici
Accanto alle reti invisibili, il raffrescamento urbano si gioca in modo molto concreto nello spazio pubblico. Alberi, ombra, suoli permeabili, acqua e materiali adeguati sono dispositivi climatici a tutti gli effetti. Non sono semplici elementi estetici, ma infrastrutture che regolano temperatura, comfort e salute.
Le soluzioni basate sulla natura dimostrano che anche interventi relativamente piccoli possono avere un impatto significativo sulla temperatura percepita. Una strada alberata, una piazza de-impermeabilizzata o un cortile scolastico trasformato in spazio verde agiscono come veri e propri “polmoni termici” di quartiere, soprattutto nei contesti più densi.
Il ruolo delle aziende nella città che si raffresca
È qui che si apre uno spazio strategico per l’azione delle aziende. Non come sponsor occasionali, ma come partner urbani capaci di co-finanziare interventi concreti, visibili e misurabili. Il raffrescamento urbano offre un terreno ideale perché combina impatto ambientale, beneficio sociale e radicamento territoriale.
Molti interventi efficaci non richiedono investimenti enormi, ma una visione chiara e una continuità nel tempo. Le aziende possono contribuire alla creazione di ombra e spazi di sosta nei punti più critici della città: fermate del trasporto pubblico, percorsi casa-scuola, aree di attesa, piccoli slarghi urbani oggi inutilizzabili durante l’estate.
Un’altra leva fondamentale è quella delle scuole e dei servizi di prossimità. Cortili de-impermeabilizzati, tetti verdi o chiari, alberature e spazi esterni attrezzati trasformano questi luoghi in presìdi climatici di quartiere. Investire qui significa generare benefici quotidiani e intercettare direttamente le comunità locali.
Le aziende possono inoltre sostenere quartieri pilota, dove micro-reti energetiche, verde urbano e gestione dello spazio pubblico vengono progettati insieme. Non si tratta di finanziare un’intera infrastruttura, ma di attivare un primo nucleo dimostrativo, capace di attrarre ulteriori risorse pubbliche e private.
Infine, c’è un ambito spesso trascurato ma decisivo: la gestione. Sensori, monitoraggi, manutenzione del verde, valutazioni pre e post intervento sono elementi essenziali per garantire efficacia nel tempo. Qui il contributo delle aziende può essere determinante, perché rafforza la credibilità del progetto e ne rende visibile l’impatto reale.
Raffrescare la città come progetto condiviso
Raffrescare la città non significa solo abbassare la temperatura media. Significa rendere lo spazio pubblico nuovamente abitabile, ridurre le disuguaglianze climatiche e costruire nuove alleanze tra amministrazioni, comunità e attori privati. È un progetto che richiede visione, cura e collaborazione.
In questo senso, il raffrescamento urbano è uno dei campi più concreti in cui il Brand Urbanism può esprimere il proprio potenziale. Non come operazione simbolica, ma come infrastruttura climatica e sociale, capace di migliorare la vita quotidiana e di lasciare un’eredità tangibile nei territori, un quartiere alla volta.
Per approfondire:
State of Green, District cooling: The sustainable solution for cooling cities
C40, Cool Cities: Good Practice Guide
Danfoss, Seawater cools Copenhagen city, cutting emissions by 70%, 20 febbraio 2019
DBDH, District cooling gaining popularity in Copenhagen
ENEA, Soluzioni basate sulla natura per migliorare la salute in città, 20 novembre 2025
Immagini: Tom Arban, Waterfront Toronto
Spazi attraversati o spazi vissuti? La sfida relazionale dello spazio pubblico
In molte città contemporanee lo spazio pubblico è diventato un dispositivo di movimento più che un ambiente di vita. Strade, piazze e percorsi pedonali sono progettati per garantire flussi efficienti, tempi ridotti, attraversamenti rapidi. Funzionano, spesso, dal punto di vista tecnico. Ma faticano a funzionare come luoghi. Il risultato è una città che si percorre ma non si abita, che si attraversa senza lasciare tracce, che non costruisce legami.
La distinzione tra spazi attraversati e spazi vissuti non è teorica né astratta. È una chiave di lettura fondamentale per comprendere perché molti interventi urbani, pur corretti sul piano formale o infrastrutturale, non riescano a generare qualità urbana, senso di appartenenza o benessere quotidiano.
Uno spazio pubblico che funziona non è solo accessibile o ben disegnato, ma è uno spazio che invita alla permanenza, all’interazione, alla ripetizione dell’uso. È un luogo dove le persone scelgono di stare, non solo di passare.

Dal flusso alla vita quotidiana
Per decenni la progettazione urbana ha privilegiato la logica del flusso. La città è stata letta come un sistema da rendere efficiente, dove lo spazio pubblico serviva soprattutto a collegare funzioni: casa, lavoro, servizi. In questo schema, la strada diventa corridoio, la piazza rotatoria, il marciapiede margine. Tutto ciò che rallenta è visto come intralcio.
Eppure, come sottolinea l'architetto danese Jan Gehl, la qualità urbana non si misura solo su ciò che è necessario, ma su ciò che è opzionale.
Le attività obbligate – spostarsi, attraversare, raggiungere una destinazione – avvengono comunque. Sono le attività opzionali, come fermarsi, osservare, sedersi, incontrare qualcuno, che rivelano se uno spazio funziona davvero come luogo. Quando lo spazio è accogliente, queste attività aumentano; quando non lo è, scompaiono, lasciando spazio a un uso minimo e impersonale.
In questo senso, uno spazio attraversato non è uno spazio neutro, è invece spesso uno spazio che ha rinunciato a generare vita urbana.
Strade come luoghi
Negli ultimi anni, molte esperienze internazionali hanno messo in discussione questa impostazione. Documenti e linee guida come quelle di C40 parlano esplicitamente di strade come spazi per la vita urbana, non solo per il movimento. La strada viene riletta come ambiente sociale, capace di produrre salute, sicurezza, equità e relazioni se progettata con una logica people-centred.
Questo cambio di paradigma è importante anche perché chiarisce un equivoco ricorrente: ridurre lo spazio dell’auto non significa automaticamente creare spazio vissuto. Senza comfort, usi, programmazione e cura, anche una strada “liberata” può restare vuota, anonima, attraversata e basta. La trasformazione da passaggio a luogo richiede un lavoro più sottile, che riguarda il tempo, le abitudini, la percezione e la possibilità di appropriarsi dello spazio.
In Italia, il dibattito è sempre più esplicito. Diversi contributi mettono in evidenza come la sproporzione tra spazio dedicato alla circolazione e spazio dedicato alla vita urbana produca effetti diretti sulla qualità dello spazio pubblico, sulla sicurezza percepita e sulla possibilità di costruire relazioni di prossimità.
Lo spazio pubblico come bene comune
C’è un aspetto spesso sottovalutato quando si parla di spazio vissuto: la governance. Uno spazio non diventa luogo solo perché è ben disegnato, ma perché è curato, gestito, abitato nel tempo. In questo senso, il dibattito italiano sullo spazio pubblico come bene comune è particolarmente rilevante. Studi e riflessioni sottolineano come patti di collaborazione, gestione condivisa e coinvolgimento delle comunità siano strumenti fondamentali per trasformare lo spazio urbano in un’infrastruttura sociale.
Senza questa dimensione, anche gli interventi più riusciti rischiano di restare episodi isolati. Con essa, invece, lo spazio pubblico può diventare un dispositivo di relazione stabile, capace di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere ai bisogni quotidiani.
Investire nel tempo, non solo nello spazio
I progetti di rigenerazione più efficaci non sono quelli che aggiungono semplicemente arredo o estetica, ma quelli che aumentano il tempo di permanenza, la qualità dell’esperienza e la possibilità di uso informale dello spazio pubblico.
Interventi di rigenerazione urbana dimostrano che anche trasformazioni puntuali possono generare cambiamenti profondi, ma solo quando sono accompagnate da un reale community engagement. Non è lo spazio in sé a produrre valore, bensì il processo che lo costruisce insieme alle persone che lo vivono. Ascoltare le comunità, riconoscerne bisogni, abitudini e desideri, significa spostare la rigenerazione da un atto calato dall’alto a un percorso condiviso. In questo quadro, esperienze come ad esempio i parklet contano meno come soluzioni formali e più come strumenti abilitanti: occasioni per attivare dialogo, sperimentare usi, costruire fiducia e senso di appartenenza. Il ruolo del brand, allora, non è intervenire per la comunità, ma con la comunità, sostenendo nel tempo processi di co-progettazione e cura che trasformano lo spazio fisico in un’infrastruttura sociale viva.

Progettare città che si lasciano abitare
Forse la domanda più importante da porsi oggi non è quante persone attraversano uno spazio, ma chi resta, e perché. In una fase storica segnata da solitudine urbana, frammentazione sociale e crisi di fiducia, gli spazi pubblici vissuti diventano infrastrutture invisibili ma essenziali. Sono i luoghi dove si ricostruisce prossimità, dove si impara a condividere, dove la città smette di essere solo scenario e torna a essere esperienza.
Ripensare lo spazio pubblico come luogo significa accettare una sfida culturale: rallentare, lasciare margini all’imprevisto, progettare meno per il controllo e più per l’uso. Significa riconoscere che una città migliore non è quella che si attraversa più velocemente, ma quella che offre motivi per fermarsi, tornare, riconoscersi.
In questo senso, trasformare spazi attraversati in spazi vissuti non è solo una questione di design urbano. È una scelta politica, sociale e culturale che riguarda il modo in cui immaginiamo la vita collettiva nelle città di oggi e di domani
Per approfondire:
Project for Public Spaces, What Makes a Successful Place?
Jan Gehl, Life Between Buildings, Island Press, 2011
C40, Design guidance for green and thriving public spaces, aprile 2024
Cristina Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane, Franco Angeli, 2024
Brand for the City, Quando togliere un parcheggio significa guadagnare città, 07 gennaio 2026
Biennale dello Spazio Pubblico, La Carta dello Spazio Pubblico
Alessandra Battistia, Elena Mussinelli, Marina Rigillo, Spazio Pubblico e Qualità Urbana
Cities and Human Settlements with Quality Public Spaces
Immagini: Bria Woods per San Antonio Report, 100architects
Abitare la città che invecchia, spazi pubblici e quartieri pensati per anziani e terza età
L’Europa sta invecchiando, e l’Italia lo fa in modo ancora più evidente. Secondo i dati di ISTAT, quasi un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, una quota destinata a crescere sensibilmente nei prossimi decenni. Questo cambiamento demografico non riguarda solo il welfare o la sanità, ma investe direttamente il modo in cui progettiamo strade, piazze, quartieri e spazi pubblici.
Parlare di anziani e terza età nello spazio urbano non significa affrontare un tema “di nicchia”. Al contrario, significa interrogarsi sulla capacità delle città di accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita. Sempre più studi dimostrano che progettare per l’età che avanza equivale a migliorare la qualità urbana complessiva, rendendo i luoghi più accessibili, leggibili e vivibili per tutti.

Dalla città veloce alla città abitabile (anche nella terza età)
Per decenni le città, soprattutto in occidente, sono state progettate per essere performanti: velocità, flussi, efficienza, ottimizzazione dei tempi. Oggi questo modello mostra i suoi limiti, soprattutto per chi vive la città con ritmi diversi. Il quadro delle Age-Friendly Cities, promosso dall’World Health Organization, sottolinea come lo spazio pubblico sia una componente fondamentale per sostenere autonomia, salute mentale e partecipazione sociale degli anziani.
Rallentare, fermarsi, sedersi, orientarsi con facilità, attraversare una strada senza fretta non sono concessioni alla fragilità, ma condizioni strutturali di inclusione urbana. Una città abitabile nella terza età è, peraltro e inevitabilmente, una città più inclusiva e migliore anche per bambini, famiglie e persone con mobilità ridotta.
Walkability, muoversi a piedi come diritto urbano per gli anziani
La possibilità di muoversi a piedi in modo sicuro, continuo e confortevole rappresenta uno dei fattori più determinanti per la qualità della vita nella terza età. Camminare non è solo un’attività fisica, ma una pratica quotidiana che permette di mantenere autonomia, relazione e familiarità con il quartiere.
Quando la rete pedonale è frammentata, discontinua o percepita come insicura, la città diventa rapidamente un ambiente da evitare. Marciapiedi stretti o occupati, attraversamenti complessi, dislivelli, segnaletica poco leggibile e tempi urbani troppo rapidi trasformano lo spazio pubblico in una barriera invisibile.
Ripensare la walkability significa riconoscere la strada come infrastruttura sociale, capace di sostenere la vita quotidiana nella terza età. Non solo collegamento tra punti, ma spazio in cui muoversi, sostare, incontrare.
Spazi pubblici come infrastrutture di cura diffusa
Piazze, parchi e giardini di quartiere svolgono un ruolo centrale nella vita quotidiana delle persone anziane. Non sono semplici luoghi di passaggio, ma presidi di relazione, orientamento e benessere. La qualità di questi spazi incide direttamente sulla frequenza d’uso, sulla durata della permanenza e sulla possibilità di costruire relazioni informali.
Elementi apparentemente semplici – sedute comode e presenti in buon numero, zone d’ombra, superfici regolari, illuminazione omogenea, presenza di altre persone – fanno la differenza tra uno spazio solo attraversato e uno vissuto. Quando questi fattori mancano, il rischio è l’abbandono progressivo dello spazio pubblico e, con esso, l’aumento dell’isolamento.
Un ambiente urbano accogliente non elimina la fragilità, ma la compensa, permettendo alle persone di restare presenti nella vita collettiva anche quando le energie diminuiscono.
Quartieri di prossimità. Autonomia e servizi a misura di anziani
La scala del quartiere assume un’importanza cruciale nella terza età. Avere servizi, negozi, spazi verdi e presidi di cura raggiungibili a piedi significa ridurre la dipendenza dall’automobile e da reti di supporto esterne, mantenendo un senso di controllo sulla propria quotidianità.
I quartieri di prossimità non sono solo una risposta funzionale, ma una infrastruttura relazionale. Consentono di mantenere abitudini, riconoscere volti, costruire micro-legami che rendono lo spazio urbano familiare e meno ostile.
Quando la prossimità viene meno, la città si frammenta in luoghi difficili da raggiungere e da comprendere, accelerando processi di esclusione silenziosa.

Co-design e ascolto. Progettare spazi urbani con gli anziani
Un aspetto sempre più rilevante nelle politiche urbane contemporanee è il coinvolgimento diretto delle persone anziane nei processi di progettazione. Ascoltare chi vive quotidianamente lo spazio urbano permette di individuare criticità che spesso sfuggono agli strumenti tecnici tradizionali.
Camminate esplorative, mappe partecipate, laboratori di quartiere rendono visibili bisogni concreti: una panchina nel punto giusto, un attraversamento anticipato, un percorso più leggibile, una soglia meno ostile. Si tratta spesso di micro-interventi, a basso costo ma ad alto impatto, capaci di migliorare immediatamente la qualità della vita quotidiana.
Progettare con gli anziani significa infatti riconoscere il valore dell’esperienza e trasformarla in conoscenza progettuale.
Anziani e terza età come indicatori di qualità urbana
Progettare spazi urbani inclusivi per anziani e terza età non è una politica di compensazione, ma un indicatore avanzato di qualità urbana. Una città che funziona per chi cammina lentamente, che offre luoghi di sosta, che riduce lo stress ambientale e valorizza la prossimità è una città più sana, equa e resiliente per tutti.
L’invecchiamento della popolazione non è un problema da risolvere, ma una condizione da cui imparare. Se le città sapranno accoglierlo, potranno diventare luoghi più giusti, più abitabili e più duraturi nel tempo.
Per chi si occupa di rigenerazione urbana, placemaking e brand urbanism, questo significa riconoscere che l’inclusione della terza età è una leva progettuale concreta, leggibile nello spazio pubblico e misurabile nel tempo. Un elemento attraverso il quale ripensare lo spazio pubblico come bene comune e infrastruttura per il futuro.
Per approfondire:
Invecchiamo bene?, ISTAT, 8 aprile 2025
The WHO Age-friendly Cities Framework, World Health Organization
Agenda 2030 - Obiettivo 11: Città e comunità sostenibili, Nazioni Unite , 14 marzo 2019
Quando togliere un parcheggio significa guadagnare città
C’è una domanda che ritorna spesso ogni volta che si parla di spazio pubblico: perché togliere un parcheggio?
A Vienna, questa domanda non è stata evitata né aggirata. Al contrario, è diventata il punto di partenza per una delle esperienze più interessanti di trasformazione urbana degli ultimi anni.
Le Grätzloasen, letteralmente “oasi di quartiere”, nascono proprio da qui: da uno o due stalli per auto che vengono rimossi e restituiti alla vita quotidiana sotto forma di piccoli spazi verdi, luoghi di sosta, incontro e relazione. Non grandi parchi, non interventi iconici, ma micro-trasformazioni diffuse, inserite nel tessuto ordinario della città.
Vienna ha scelto di non trattare questi interventi come eccezioni sperimentali, bensì come una politica urbana strutturata, affidata ai quartieri e ai cittadini stessi. Chi vive una strada può proporre un progetto, ricevere supporto tecnico, un contributo economico e realizzare fisicamente lo spazio. Il risultato non è solo un arredo urbano, ma un processo di riappropriazione collettiva.

Quello che colpisce, osservando le Grätzloasen, non è tanto il design – spesso semplice, talvolta imperfetto – quanto il modo in cui vengono usate. Panchine che diventano tavoli da pranzo improvvisati, fioriere curate come piccoli giardini condivisi, pedane che ospitano conversazioni, giochi, letture, feste di quartiere. Lo spazio cambia funzione, ma soprattutto cambia significato.
La resistenza iniziale – soprattutto da parte di chi temeva la perdita di posti auto – tende a dissolversi nel momento in cui lo spazio comincia a vivere. Quando il parcheggio smette di essere vuoto e anonimo e diventa un luogo abitato, la città guadagna qualcosa che prima non c’era: tempo condiviso, prossimità, riconoscimento reciproco.
Le Grätzloasen non sono solo verde: sono infrastrutture sociali
Raccontare le Grätzloasen solo come micro-giardini sarebbe riduttivo. Il loro valore più profondo sta nel fatto che mettono in discussione l’uso “dato per scontato” dello spazio stradale. Per decenni, nelle città europee, la strada è stata pensata principalmente come infrastruttura di traffico. Vienna ribalta questa logica partendo da gesti minimi ma ripetuti.
Ogni Grätzloase è, di fatto, una infrastruttura sociale: un luogo che rende possibile fermarsi, incontrarsi, osservare, stare. In una città popolosa e ben funzionante come Vienna, dove i servizi non mancano, ciò che spesso scarseggia è proprio lo spazio informale, non programmato, dove la vita quotidiana può rallentare.
C’è anche un aspetto politico sottile, ma potente, e cioè che le Grätzloasen non vengono “concesse” dall’alto, ma costruite con i cittadini. Questo cambia radicalmente il rapporto con lo spazio pubblico. Non è qualcosa che si subisce o si attraversa, ma qualcosa che si cura, si difende, si racconta.
Il Project for Public Spaces e il valore dello stare
Questa visione trova una forte consonanza con il lavoro del Project for Public Spaces (PPS), che da anni insiste su un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: la qualità di uno spazio pubblico si misura da ciò che permette alle persone di fare insieme.
Per PPS, panchine, parklet, piccole piazze non sono elementi accessori, ma dispositivi fondamentali di placemaking. Creano le condizioni perché le persone restino, non solo passino. Perché osservino, parlino, si riconoscano. In questo senso, i parklet non sono “abbellimenti”, ma strumenti urbani che producono comportamento sociale.
Il valore dei parklet – e delle Grätzloasen viennesi in particolare – sta anche nella loro capacità di rendere visibile un’alternativa. Non impongono un cambiamento definitivo, ma lo fanno sperimentare. Prima ancora di convincere con dati e strategie, convincono con l’esperienza: sedersi, respirare, incontrare qualcuno dove prima c’era solo un’auto ferma.
PPS sottolinea spesso come questi interventi funzionino perché sono a scala umana, adattabili, reversibili. Ed è proprio questa leggerezza a renderli potenti: riducono il conflitto, abbassano la soglia di accettazione, costruiscono consenso dal basso.
Un movimento europeo, non un’eccezione viennese
Vienna non è un caso isolato. In molte città europee si stanno moltiplicando esperienze simili, con linguaggi e strumenti diversi ma una visione comune.
Bruxelles
La riconversione di stalli di sosta in micro-spazi verdi è parte di una strategia più ampia di riduzione del traffico e miglioramento della qualità dello spazio pubblico.
Monaco di Baviera
I parklet vengono utilizzati anche come spazi di dialogo civico, luoghi dove discutere apertamente del futuro delle strade e delle priorità urbane.
Italia
In diverse città italiane, pur tra mille complessità amministrative, queste installazioni hanno iniziato a comparire come estensioni temporanee dello spazio pubblico, spesso grazie all’iniziativa di associazioni e reti locali.
Ciò che accomuna queste esperienze è l’idea che la trasformazione urbana non debba necessariamente partire da grandi opere, ma possa emergere da una costellazione di piccoli cambiamenti visibili, replicabili, adattabili.

Parklet e dibattito italiano
Anche in Italia il tema dei parklet è entrato progressivamente nel dibattito sulla rigenerazione urbana. Nell’articolo “Arrivano i parklet: meno parcheggi, più spazio per la comunità”, affrontiamo proprio questo passaggio culturale: spostare l’attenzione dalla perdita di un servizio (il parcheggio) al guadagno di uno spazio di vita.
Il punto centrale non è la forma del parklet, ma ciò che rende possibile: nuove abitudini, nuove relazioni, una diversa percezione della strada. È lo stesso principio che emerge con forza dal caso viennese: la città cambia quando cambia ciò che accade nello spazio pubblico, non solo quando cambia il suo disegno.
Ripensare la strada come luogo, non come residuo
Le Grätzloasen ci ricordano che la strada non è solo un corridoio di movimento, ma può tornare a essere un luogo di permanenza. In un’epoca segnata da crisi climatica, solitudine urbana e frammentazione sociale, questi micro-spazi svolgono una funzione che va oltre il verde o l’arredo: ricuciono la dimensione quotidiana della città.
Togliere un parcheggio, in questo senso, non significa togliere qualcosa. Significa fare spazio a ciò che prima non trovava posto, il tempo lento, l’incontro casuale, la possibilità di sentirsi parte di un quartiere.
Vienna ci mostra che questa trasformazione è possibile, concreta e replicabile. E che, a volte, per guadagnare città, basta davvero partire da un solo posto auto.
Per approfondire:
Vienna – Local Agenda 21 – Programma Grätzloasen
Project for Public Spaces – What is Placemaking?
Brand for the City – Arrivano i parklet: meno parcheggi, più spazio per la comunità
Immagini: LA 21 Wien/Tim Dornaus, Tim Dornaus/epilogy fotography
Il silenzio come infrastruttura invisibile dello spazio pubblico urbano
Le città contemporanee parlano continuamente. Attraverso il traffico, le notifiche, i cantieri, le voci sovrapposte, i flussi incessanti di persone e informazioni. Ma proprio per questo, sempre più spesso, non riescono più a farsi ascoltare.
Nel dibattito su sostenibilità, rigenerazione e qualità urbana, il tema del silenzio resta sullo sfondo, come se fosse un dettaglio secondario. Eppure il silenzio può avere un ruolo nel modo in cui una città viene vissuta e attraversata. Non come assenza di attività, ma come una condizione che può favorire attenzione, relazione e una percezione più distesa degli spazi.
Il silenzio urbano non è un vuoto da riempire. È un’infrastruttura invisibile che tiene insieme benessere, salute, inclusione e qualità dello spazio pubblico.

Il silenzio come materia urbana
Pensiamo spesso alla città come a un insieme di elementi visibili: edifici, piazze, strade, arredi. Ma l’esperienza urbana è profondamente multisensoriale. Il modo in cui uno spazio suona, rimbomba, assorbe o restituisce i rumori incide quanto – e talvolta più – della sua forma.
Le ricerche sul soundscape hanno introdotto una svolta importante: non esiste un suono “buono” o “cattivo” in senso assoluto. Esiste una relazione tra suono, contesto e aspettative. Un luogo può essere attraversato da voci, passi, attività umane e risultare comunque accogliente. Al contrario, un ambiente dominato da rumori meccanici continui può diventare rapidamente ostile.
Il silenzio, allora, non è eliminazione del suono, ma qualità dell’ascolto. È il risultato di un progetto – intenzionale o meno – che mette in equilibrio intensità, distanze, materiali, verde e usi dello spazio.
Sentire la città è una questione di corpo, non solo di ambiente
Il “sentire” non è astratto. È corporeo, situato, quotidiano. Camminare lentamente in un parco, sostare in una corte urbana, attraversare un giardino nascosto o un chiostro significa entrare in un’altra dimensione temporale della città.
In questi luoghi, il silenzio non è mai totale. È fatto di suoni diffusi, lontani, naturali o umani, che non chiedono attenzione continua. È proprio questa qualità a rendere lo spazio rigenerante.
La ricerca scientifica parla di restorative environment ovvero ambienti che aiutano a ridurre lo stress, migliorare la concentrazione, favorire il benessere psicofisico. Spazi che permettono alla mente di riposare senza isolarsi, al corpo di rallentare senza fermarsi.
Molto spesso non sono luoghi iconici. Sono micro-spazi urbani, di prossimità, che funzionano come pause sensoriali all’interno della complessità urbana.
Quiet area, quando il silenzio entra nelle politiche urbane
In Europa, il concetto di quiet area segna un passaggio culturale importante. Le “aree tranquille” urbane non sono definite solo da soglie acustiche, ma dalla loro capacità di offrire un’esperienza sonora coerente con il bisogno di riposo, contemplazione, relazione.
Non sono spazi separati dalla città, ma parti integranti del tessuto urbano. Parchi, waterfront, corridoi verdi, cortili, aree di margine che diventano infrastrutture di benessere.
Sempre più amministrazioni stanno iniziando a mappare questi luoghi non come residui, ma come risorse strategiche. Un segnale chiaro: la qualità urbana non dipende solo da ciò che accade, ma anche da ciò che si riesce a sentire.

Europa
Progettare la quiete come scelta intenzionale
In diverse città europee, il silenzio è ormai una variabile progettuale. A Stoccolma, Helsinki, Berlino, il paesaggio sonoro viene affrontato attraverso il disegno dello spazio: vegetazione, materiali, topografie, distanze, uso dell’acqua.
In alcuni casi, sono stati i cittadini stessi a individuare i luoghi percepiti come tranquilli, attraverso processi partecipativi. Questo aspetto è cruciale: il silenzio non è solo un dato tecnico, ma una percezione condivisa.
Una città che ascolta i suoi abitanti è una città che riconosce il valore del sentire come parte del progetto urbano.
Italia
Silenzio, patrimonio e quotidianità
In Italia, il rapporto tra silenzio e città è spesso legato alla scala minuta e al patrimonio storico. Chiostri, corti, giardini interni, piccoli parchi di quartiere rappresentano da secoli spazi di quiete informale, mai dichiarati come tali, ma profondamente radicati nella vita urbana.
Negli ultimi anni, anche il quadro normativo italiano ha iniziato a riconoscere formalmente le aree tranquille urbane, introducendo criteri che vanno oltre la semplice misurazione dei decibel e tengono conto della qualità complessiva dell’esperienza sonora.
Parallelamente, la ricerca accademica parla sempre più di architettura del silenzio, invitando progettisti, amministrazioni e attori privati a considerare il suono come materiale di progetto, al pari della luce, della materia e dello spazio.
Casi internazionali, scegliere di ascoltare
Il riconoscimento del Yangmingshan National Park di Taipei come primo Urban Quiet Park al mondo dimostra che anche in contesti metropolitani complessi è possibile fare una scelta chiara: proteggere e valorizzare il silenzio come bene pubblico.
Non si tratta di creare luoghi elitari o isolati, ma di rendere accessibile a tutti un’esperienza urbana più equilibrata, dove il rapporto tra città e natura diventa anche un rapporto sonoro.
È una lezione che riguarda tutte le città: il silenzio non è un’eccezione da difendere, ma una scelta progettuale e culturale.

Il silenzio come responsabilità collettiva
Ripensare il silenzio significa ripensare il modo in cui costruiamo, attiviamo e trasformiamo lo spazio pubblico. Significa accettare che una città sana non è quella sempre attiva, ma quella capace di modulare le intensità, offrendo spazi di incontro e spazi di pausa.
In un’epoca segnata da accelerazione, iperstimolazione e stress urbano, progettare luoghi dove è possibile fermarsi, ascoltare, percepire diventa un atto profondamente politico.
Forse il futuro delle città passa anche da qui: non solo da ciò che aggiungiamo, ma da ciò che siamo disposti a lasciare spazio per sentire.
Per approfondire:
Eionet Portal, Status of quiet areas in European urban agglomerations, june 2019
EPA Network, Quiet areas, soundscaping and urban sound planning, report 24 dicembre 2021
Terry Ward, Taipei Is Home to the World’s First Urban Quiet Park, CN Traveler, 2 giugno 2020
Immagini: Annie Spratt, offinlew e Peter Boccia su UnSplash
Una città è davvero città solo quando non ha paura del buio
La notte è una parte fondamentale della vita urbana. È il tempo del lavoro invisibile, della socialità, della cultura, degli spostamenti necessari. Eppure, per decenni, la città notturna è stata considerata un “vuoto” da controllare o, al massimo, da tollerare. Oggi, invece, un crescente numero di città sta riconoscendo che progettare per il dopo-tramonto richiede competenze specifiche: illuminotecnica, mobilità, sicurezza percepita, governance, economia notturna, ma anche attenzione alle disuguaglianze di genere e alle persone più vulnerabili. La notte non è solo un cambio di luce: è un cambio di esperienza, e la progettazione deve tenerne conto.

Progettare spazi sicuri e inclusivi dopo il tramonto
A livello teorico si sta affermando una nuova prospettiva, il nighttime urbanism, che considera la notte come una dimensione a sé, con bisogni specifici: visibilità, orientamento, prossimità, presenza umana, servizi di mobilità affidabili, spazi culturali accessibili anche nelle ore tarde, relazioni di comunità in grado di proteggere senza militarizzare. Si tratta di un cambio di paradigma che porta a considerare la notte non come un problema da contenere, ma come un’opportunità di inclusione e vitalità urbana: quando una città è sicura e accogliente nelle ore meno frequentate, significa che ha ridotto le disuguaglianze, potenziato la qualità dello spazio pubblico e costruito fiducia nelle sue comunità.
Sul piano pratico, progettare la notte significa intervenire su illuminazione, arredo urbano, mobilità, percezione dei luoghi, gestione delle attività culturali e ricreative, condizioni di lavoro di chi garantisce servizi notturni. Ma non si tratta solo di infrastrutture: la notte mette in evidenza differenze di genere, vulnerabilità sociali, barriere invisibili che impediscono a molte persone di vivere la città a pieno. Progettare una notte sicura e inclusiva è quindi anche un progetto culturale, che richiede alle città di cambiare mentalità.
Diverse testate giornalistiche italiane (da Internazionale a Il Post) e portali dedicati alla mobilità femminile (come Permesola) hanno messo in evidenza come la città notturna italiana sia ancora segnata da barriere invisibili: mancanza di trasporti sicuri, zone buie, scarsa presenza di altre persone, insufficiente progettazione di genere. Una spinta culturale sempre più forte invita a considerare la notte come spazio di diritti, non come territorio “a rischio”. Di seguito vedremo come alcune città rispondono a questi bisogni.
Casi italiani
Torino – “Movida, vivere, convivere” (FULL, Politecnico di Torino)
A Torino la notte è stata affrontata con un approccio di ricerca e governance integrata. Il report prodotto dal centro FULL analizza conflitti, opportunità e scenari per un uso equilibrato dello spazio pubblico dopo il tramonto. Dalla riduzione delle frizioni tra residenti e locali alla valorizzazione della socialità giovanile, il progetto mostra che la progettazione notturna richiede ascolto, dati e soluzioni condivise.
Genova – “Genova After Dark” (URBACT)
Genova partecipa alla rete europea Cities After Dark con l’obiettivo di trasformare la gestione della notte in un processo partecipato. La città ha scelto di lavorare su sicurezza, regolazione, inclusione e qualità dello spazio urbano, coinvolgendo esercenti, cittadini, giovani, residenti e operatori. È un caso che unisce politica urbana, ascolto della comunità e progettazione concreta.
Bologna – “Torniamo Insieme”
A Bologna la notte diventa tema di welfare urbano. Con il progetto Torniamo Insieme, il Comune e le associazioni locali hanno creato un servizio di accompagnamento sicuro per il rientro notturno, rivolto soprattutto alle donne e agli studenti. L’idea è semplice ma potentissima: garantire presenza, supporto e accompagnamento umano nelle ore più critiche, riducendo la percezione di isolamento. Non infrastrutture rigide, ma reti di cura, prossimità e fiducia. Bologna, con politiche integrate su cultura, educazione e mobilità, è oggi una delle città italiane più avanzate sulla gestione della notte.
Milano – Sicurezza percepita e riprogettazione degli spazi bui
A Milano, numerosi articoli e studi hanno messo in luce come alcune aree verdi o parcheggi vengano percepiti come poco sicuri soprattutto dopo il tramonto. Negli ultimi anni sono stati promossi interventi su percorsi pedonali, illuminazione, qualità dell’arredo urbano e visibilità dei punti critici. Aumenta l’attenzione alla prospettiva di genere e al tema, cruciale, della sicurezza percepita.
Lecce – Rigenerazione educativa con effetti sulla sicurezza
Progetti come quello sviluppato da Agos e dall’Istituto Stomeo mostrano come infrastrutture educative, sportive e culturali possano diventare, anche nelle ore serali, presidi di comunità e inclusione. Quando un quartiere ha luoghi attivi e illuminati anche dopo il tramonto, diminuisce la presenza di zone d’ombra e cresce il senso di appartenenza.

Casi esteri
URBACT – “Cities After Dark”
La rete europea fornisce un quadro comparativo tra città che stanno ripensando la notte attraverso politiche di inclusione, percorsi sicuri, governance integrata e programmi culturali. È una piattaforma preziosa che mostra come le sfide della notte siano oggi un tema europeo.
LUCI – “Exploring City Nightscapes”
Il network internazionale dedicato all’illuminazione urbana lavora su un concetto fondamentale: la luce non è solo tecnica, è cultura, orientamento, sicurezza. Molte città europee stanno usando l’illuminazione per ridurre l’effetto “zona buia”, migliorare la percezione di sicurezza e valorizzare identità urbane anche di notte.
World Cities Culture Forum – “Night-Time Economy”
Il report internazionale evidenzia come la notte sia una leva economica e culturale potentissima, ma che senza adeguata infrastrutturazione (luce, mobilità, accessibilità) amplifica disuguaglianze. Le città più evolute adottano un approccio olistico: vitalità + sicurezza + equità.
VibeLab – “Global Nighttime Recovery Plan”
Durante e dopo la pandemia molte città hanno riscoperto l’importanza della notte all’aperto. Il piano di VibeLab propone strategie leggere e replicabili: micro-eventi, pedonalizzazioni serali, gestione della socialità diffusa. È una guida per immaginare una notte più resiliente e più inclusiva.
Arup – “Designing Cities That Work for Women”
Un documento fondamentale per comprendere come la prospettiva di genere sia decisiva nella città notturna. I temi ricorrenti sono sempre gli stessi: fermate dei mezzi ben illuminate, percorsi leggibili, eliminazione dei punti ciechi, presenza di attività di presidio anche dopo il tramonto.
Amsterdam – “Night Vision” e il modello del Night Mayor
Amsterdam è il riferimento internazionale: strategia dedicata, ufficio per la notte, un night mayor riconosciuto, piani per rendere la notte più sicura e inclusiva per donne, LGBTQIA+, lavoratori e comunità creative. La Night Vision definisce un equilibrio tra vitalità culturale e qualità della vita, lavorando su trasporti h24, illuminazione puntuale e governance condivisa.
Barcellona – Politiche notturne orientate all’equità
Il report Urban Night-Time Policies, promosso dalla Time Use Initiative, affronta la notte come un tema di giustizia spaziale. Barcellona punta su una visione integrata: trasporti sicuri, programmazione culturale decentrata, sostegno ai lavoratori notturni, spazi pubblici più accoglienti per donne, giovani e comunità vulnerabili.

Verso una città notturna che include
La notte è un test cruciale della qualità urbana. Se una città è sicura, leggibile e accogliente nelle sue ore più fragili, significa che il suo spazio pubblico è stato progettato davvero per tutte e tutti. Le esperienze italiane mostrano un cambiamento culturale in corso: da una logica emergenziale o repressiva, verso una visione più complessa, che integra welfare, cultura, mobilità, illuminazione e comunità. Torino lavora sul dialogo e sulla coabitazione, Genova sulla governance partecipata, Bologna sulla cura e sulla prossimità, Milano sulla riprogettazione degli spazi bui. Sono segnali che indicano un futuro possibile: la notte come spazio urbano “abitabile”, dove la presenza umana e la progettazione intelligente sostituiscono la paura.
I casi internazionali offrono modelli consolidati: Amsterdam con il suo night mayor, Barcellona con le politiche orientate all’equità, le reti URBACT e LUCI che condividono conoscenza e buone pratiche, i report di Arup che mostrano quanto la notte sia attraversata da differenze di genere e vulnerabilità. Tutte queste esperienze convergono su un punto chiave: la sicurezza non è solo prevenzione del rischio, ma costruzione di fiducia, attraverso luce, attività, relazioni, servizi, comunità.
Progettare la notte significa ripensare la città intera. La notte rende visibili ciò che il giorno nasconde: spazi dimenticati, disuguaglianze, mancanza di servizi, scarsa accessibilità. Una città sicura dopo il tramonto è una città più giusta sempre. La notte non è solo un tempo da attraversare: è un tempo da abitare. Ed è nelle ore meno affollate che si vede quanto una città sia davvero inclusiva.
Per approfondire:
FULL – Politecnico di Torino (2025), Movida, vivere, convivere, far vivere la notte a Torino
Comune di Genova, Genova After Dark: governance condivisa della notte (URBACT)
Comune di Bologna, Torniamo Insieme – servizio di accompagnamento notturno
Permesola, Donne e spazi pubblici: chi ha paura della città di notte?, Ottobre 2025
Julia Vie, Progettare le città insieme alle donne, Internazionale, 31 Ottobre 2025
Come le città stanno provando a migliorare la percezione di sicurezza, Il Post, 19 Marzo 2025
Antonella Faieta, Carolina D’Errico, Una città a misura di Donna, Telefono Rosa, 26 Settembre 2025
Brand for the City, Parco Bruno Petrachi, Lecce
URBACT, Cities After Dark in 10 Steps, 27 Novembre 2025
LUCI Association, Exploring City Nightscapes, Febbraio 2024
Comune di Amsterdam, The night has a future
World Cities Culture Forum, Night-Time Economy, 5th edition, 2024
Time Use Initiative, Urban Night-Time Policies
Arup, Cities Alive: Designing Cities That Work for Women, Ottobre 2022
VibeLab, Global Nighttime Recovery Plan, 2024
Immagini: Josue AS, Andrea Rodriguez e Aaron Chavez su UnSplash
Brand Urbanism, quando i brand diventano attori sociali della città
Il brand urbanism è l’evoluzione naturale del rapporto tra marca e città. Non si tratta più di comunicare nella città, ma di intervenire sulla città, contribuendo in modo diretto e tangibile alla trasformazione degli spazi pubblici. Quartieri, parchi, playground, sottopassi, piazze, infrastrutture culturali e sportive diventano luoghi di progetto, in cui il brand non è semplice sponsor, ma attore urbano.
Negli ultimi anni, soprattutto in Europa e in Italia, il brand urbanism si è affermato come una delle pratiche più interessanti e promettenti nell’ambito della rigenerazione urbana. Questo perché risponde a una domanda sempre più chiara: le città hanno bisogno di risorse, visione e capacità di attivazione, mentre i brand cercano forme di presenza più credibili, utili e radicate nei territori.

Perché oggi il Brand Urbanism è così rilevante
Le città contemporanee stanno affrontando una serie di sfide intrecciate: degrado degli spazi pubblici, carenza di verde, insicurezza percepita, isolamento sociale, difficoltà di accesso allo sport e alla salute, cantieri che durano anni e sospendono la vita dei quartieri. A tutto questo si aggiunge una crescente domanda di qualità urbana, soprattutto nei contesti di prossimità.
Il brand urbanism si inserisce in questo scenario come risposta concreta. Porta risorse dove spesso il pubblico non riesce ad arrivare da solo, introduce innovazione nei processi e soprattutto attiva le comunità. È una forma di patto tra pubblico e privato che si fonda sull’impatto reale, non sull’immagine. Il successo di un progetto non si misura in visualizzazioni, ma in utilizzo, sicurezza, cura e senso di appartenenza.

Cosa rende efficace un progetto di Brand Urbanism
Un intervento di brand urbanism funziona quando nasce dall’ascolto dei bisogni reali del territorio e non da un format calato dall’alto. Deve riqualificare un luogo esistente o crearne uno nuovo, ma soprattutto deve essere pensato per l’uso quotidiano. Il coinvolgimento attivo di cittadini, associazioni e scuole è centrale, così come la capacità di lasciare un’infrastruttura che resti nel tempo.
Un altro elemento chiave è la misurabilità: un progetto di brand urbanism deve poter essere monitorato in termini di impatto sociale, frequenza d’uso, sicurezza percepita, incremento del verde o delle attività. È per questo che il brand urbanism è riconoscibile per ciò che trasforma, non per ciò che espone.
I migliori esempi internazionali di Brand Urbanism
Nike: Campo Duperré, Parigi
A livello internazionale, alcuni progetti sono diventati veri e propri riferimenti. Il campo Duperré a Parigi, realizzato da Nike, è un esempio emblematico: un playground iconico che, attraverso sport, colore e design, ha rigenerato un intero micro-quartiere, diventando punto di riferimento per residenti e visitatori.
Vans: Skatepark di San Paolo
A San Paolo, Vans ha trasformato un’area inutilizzata in uno skatepark pubblico gratuito, accompagnato da programmi sociali e culturali dedicati ai giovani. A Portland, Adidas ha lavorato con il Comune e le comunità locali per rigenerare spazi sportivi diffusi, integrandoli nel tessuto urbano esistente. In tutti questi casi, il brand urbanism è la sintesi tra luogo, comunità e pratica sportiva.

Brand Urbanism in Italia
Casilino Sky Park (Roma) - Tunnel Boulevard (Milano)
Anche in Italia il brand urbanism ha trovato terreno fertile. Il Casilino Sky Park a Roma, sostenuto da IGT, ha trasformato un tetto inutilizzato in un parco sopraelevato con spazi sportivi, culturali e di socialità. A Milano, Tunnel Boulevard ha rigenerato quattro sottopassi degradati, rendendoli luminosi, sicuri e attraversabili, grazie a un progetto che unisce arte urbana e presidio sociale.
Cartoon Network “Ridisegna il tuo mondo”
Altri interventi dimostrano come anche progetti di scala più contenuta possano avere un impatto profondo. Il progetto “Ridisegna il tuo mondo” di Cartoon Network, che ha coinvolto bambini e famiglie nella co-progettazione di parchi a Milano, Firenze e Napoli, mostrano come il brand urbanism possa essere accessibile, educativo e trasformativo.
Parchi Agos
Un caso particolarmente significativo è quello dei Parchi Agos, un modello di brand urbanism di prossimità basato su quattro assi – Green, Sport, Art e Smart – oggi presente in diverse città italiane. Qui il brand non si limita a intervenire sullo spazio, ma ne accompagna la vita nel tempo.
La scala del quartiere, dove il Brand Urbanism funziona meglio
Il brand urbanism esprime il suo massimo potenziale nei micro-medio interventi. Piazze, playground, sottopassi, aree pedonali, spazi per lo sport urbano, micro-biblioteche o orti condivisi sono i luoghi in cui l’impatto è più immediato e percepibile. È a questa scala che il brand urbanism diventa una vera e propria “cura quotidiana” della città, capace di migliorare la qualità della vita senza stravolgere il contesto.
Benefici condivisi
Brand
Per i brand, il brand urbanism significa costruire una reputazione autentica, radicarsi nei territori e raccontarsi attraverso azioni concrete.
Città
Per le città, significa nuovi spazi pubblici, manutenzione, maggiore sicurezza percepita e accesso diffuso a verde, sport e cultura.
Comunità
Per le comunità, significa luoghi accessibili, identità rafforzata, benessere quotidiano e nuove opportunità educative e sociali.
Come si costruisce un progetto di Brand Urbanism
Alla base c’è sempre l’ascolto del territorio, seguito dalla co-progettazione con amministrazioni e cittadini. Il design deve partire dall’uso reale degli spazi, non solo dall’estetica. Fondamentale è l’attivazione sociale continuativa, insieme a un piano di manutenzione e cura nel tempo. Infine, la misurazione dell’impatto consente di valutare l’efficacia dell’intervento e di migliorarne l’evoluzione.
Il futuro del Brand Urbanism
Nei prossimi anni, il brand urbanism sarà sempre più legato allo sport urbano e alla salute pubblica, all’arte come strumento di rigenerazione civica, alle playable cities, alle infrastrutture temporanee nei cantieri e ai quartieri green e smart. Crescerà soprattutto attraverso partnership pubblico-private stabili, orientate alla qualità e alla durata.
Il brand urbanism non è una moda passeggera, ma una nuova infrastruttura sociale delle città. Un modello in cui i brand smettono di limitarsi a comunicare e iniziano a costruire luoghi, lasciando segni utili e generando benessere reale.
È qui che passa il futuro della rigenerazione urbana: collaborazione, impatto e comunità.
Per approfondire:
Francesca Critelli, Il campo da basket di Pigalle cambia di nuovo volto, Domus, 10/10/2024
Mariella Cortés, Brand Urbanism, un pensiero si lungo periodo, Mark-up, 08/05/2023
Brand for the City, Parchi Agos
Brand for the City, Ridisegna il tuo mondo
European Commission, Urban Agenda for the EU
Corriere della Sera - IO Donna, Brand Urbanism, quando i grandi marchi cambiano gli spazi urbani
Utopies, JCDecaux, Brand Urbanism a new role for brands in the city
Conca De Amicis: il progetto che darà un nuovo volto al borgo antico nel cuore di Milano
Il territorio già avviato alla valorizzazione grazie ai Progetti PAN e di Italia Nostra, ora vede in atto un percorso di rilancio culturale e urbanistico a cura di Associazione NMG/5VIE, in collaborazione con Brand for the City, mirate a ridare identità, cura e futuro a un’area simbolica della città.
Milano, 26 novembre 2025
L’Associazione NMG/5VIE e Brand for the City presentano alla città il progetto ‘Conca De Amicis’, un percorso di rilancio culturale e urbanistico per riportare a una piena e concreta vitalità uno dei luoghi più carichi di storia e potenzialità di Milano: la Conca di Viarenna, antico snodo idraulico dei Navigli e punto di accesso alla Milano medievale. L’area interessata è quella compresa tra corso di Porta Genova, via De Amicis, via Arena e viale Gabriele D’Annunzio
Il progetto nasce da lontano in quanto il territorio è già stato avviato alla valorizzazione con il PAN - Parco Amphiteatrum Naturae - e il progetto di Italia Nostra sezione di Milano, “Minore. Un Faro sul patrimonio culturale”, nel quadro della Convenzione Europea di Faro, ratificata dall’Italia nel 2020. L’associazione di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali italiani aveva scelto come bene da tutelare proprio la Conca di Viarenna, riconoscendo il suo valore storico, idraulico e strategico nella costruzione della Milano dei Navigli e del Duomo.
Ora, l’Associazione NMG/5VIE, in collaborazione con Brand for the City, su queste premesse che riguardano la rivalutazione della Conca sotto il profilo della archeologia, del paesaggio e del patrimonio storico, si impegnano a realizzare iniziativa allo scopo di creare comunità e partecipazione.
Le attività in programma a breve riguardano la messa a sistema dell'area con iniziative per la salvaguardia delle tradizioni attraverso il rilancio delle attività commerciali locali, la promozione di nuove attività rilevanti e la divulgazione dei luoghi (per esempio in PAN) meno conosciuti. Si mira a creare community con interviste, assemblee, percorsi condivisi; si creeranno strumenti operativi come il sito (www.concadeamicis.it ), social, booklet, report, mappa degli attori dell’area. Gli obiettivi sono chiari: maggiore partecipazione, più relazioni, valorizzazione delle attività locali, cultura diffusa.
Questo quanto annunciato alla conferenza stampa tenutasi il 26 novembre a Milano con la partecipazione di: Arch Attilio Stocchi per il PAN, PAN di cui è responsabile di Progetto e della Direzione Lavori; per Italia Nostra, Guido Rosti. Inoltre: l’assessora al Comune di Milano per Decentramento, Quartieri e Partecipazione, Servizi Civici e Generali, Gaia Romani; per NMG/5VIE e Brand for the City, hanno parlato Emanuele Tessarolo, presidente della associazione, e Claudio Bertona, Ceo di Brand for the City.
Il progetto PAN – Parco Amphiteatrum Naturae: l’archeologia che torna a vivere: natura, ruderi e un grande parco urbano da 100.000 mq
Arch. Attilio Stocchi
Il progetto PAN – Parco Amphiteatrum Naturae rappresenta il tassello più visionario del rilancio dell’area. Il PAN si ispira alle esperienze pionieristiche di Giacomo Boni agli inizi del ’900, ed interpreta in chiave contemporanea la simbiosi tra vegetazione spontanea e ruderi, inaugurando un modello innovativo di parco archeologico urbano che collega l’anfiteatro alle Colonne di San Lorenzo, alla Basilica, al Parco delle Basiliche e fino a Sant’Eustorgio. Un corridoio verde e culturale di oltre 100.000 mq che ricuce stratificazioni storiche e architettoniche divenendo strumento educativo, poetico e paesaggistico.
Il PAN è una visione di città: restituisce continuità storica, crea un corridoio culturale unico a Milano e diventa motore identitario per la rinascita dell’intera Conca De Amicis.
In questa visione, la riflessione che guida il progetto è sintetizzata dall’aforisma di Karl Kraus “Ursprung ist das Ziel” – “L’origine è la meta” dove sprung ha la stessa radice di spring: primavera, inizio. Questo, per Stocchi, ha sempre significato che il progettista deve risalire al momento generativo con la necessità di tornare lì dove la storia ha avuto inizio. Recuperare le geometrie perdute, ascoltare le voci sedimentate nel luogo, riconoscere le crepe della materia come tracce d’identità: significa compiere un viaggio a ritroso, dolce e profondo, che riattualizza ciò che “era e non è più”, con lo stesso sentimento evocato da Nietzsche: ubi pater sum ibi patria – dove ci si sente autori, lì si ritrova la propria patria.
“Riscoperta e rinascita della Conca di Viarenna” – Il progetto di Italia Nostra. Il valore del patrimonio “minore” come fondamento della cultura urbana
Guido Rosti, Italia Nostra
Alla dimensione paesaggistica, alla riflessione sulla ricerca dell’origine, si affianca quella storica e culturale di Italia Nostra, grazie al percorso di valorizzazione della Conca di Viarenna promosso nel quadro della Convenzione europea di Faro, ratificata dall’Italia nel 2020, che pone al centro il rapporto tra comunità e patrimonio culturale. Tale prospettiva riconosce nella Conca un bene culturale “minore” soltanto in apparenza: la sua storia idraulica, economica e strategica ha contribuito in modo determinante alla costruzione della Milano dei Navigli e alla sua identità urbana. Nel bando nazionale 2024–2025 “Minore. Un Faro sul patrimonio culturale” la sezione milanese di Italia Nostra ha scelto come bene da tutelare proprio la Conca di Viarenna, riconoscendo il suo valore storico, idraulico e strategico nella costruzione della Milano dei Navigli e del Duomo. La denominazione storica “Conca di Viarenna”, utilizzata da Italia Nostra nel bando, si integra nel progetto più ampio denominato Conca De Amicis, che ne costituisce la cornice culturale e territoriale contemporanea.
Gli obiettivi principali del progetto sono:
- creare una Comunità Patrimoniale, composta da cittadini, istituzioni e soggetti culturali;
- promuovere la conoscenza storica della Conca e del suo ruolo nella “città d’acqua”;
- sostenere iniziative di didattica, passeggiate culturali, incontri pubblici;
- avviare il percorso verso un restauro conservativo, necessario a restituire dignità a un bene oggi in parte degradato;
- rafforzare il legame tra istituzioni quali Comune di Milano, Municipio 1, Veneranda Fabbrica del Duomo, Museo della Scienza e della Tecnologia, scuole e associazioni.
Conca De Amicis come nuovo “borgo urbano” di Milano. Rebranding, comunità, relazioni: la rigenerazione parte dal basso
Emanuele Tessarolo, 5VIE
Conca De Amicis si propone come un nuovo borgo urbano nel cuore della città: un luogo di comunità, prossimità e cultura diffusa, dove abitanti, attività locali, enti civici e istituzioni collaborano alla rinascita del quartiere. Attraverso iniziative condivise, attivazioni dal basso, pratiche di cura dello spazio pubblico e un rinnovato racconto del territorio, il progetto mira a generare senso di appartenenza, socialità e partecipazione. È un percorso di ascolto, attivazione e ricomposizione identitaria che 5VIE e Brand for the City conducono da mesi con residenti, attività, istituzioni e realtà culturali. Il quartiere ha un suo genius loci, che deve tornare ad essere luogo di relazioni e incontri spontanei; una community attiva da costruire con interviste, assemblee, percorsi condivisi; la creazione di strumenti operativi: sito (www.concadeamicis.it ), social, booklet, report, mappa degli attori dell’area. Gli obiettivi sono chiari: maggiore partecipazione, più relazioni, valorizzazione delle attività locali, cultura diffusa. Il nostro appello a residenti, operatori, scuole, associazioni e istituzioni: La Conca rinasce con il contributo di tutti!
Fare è il nuovo comunicare
Claudio Bertona, Brand for the City
La visione operativa del brand urbanism: costruire valore insieme al territorio, attraverso progetti condivisi tra imprese, comunità e amministrazioni; restituire centralità alla cultura, alla cura dei luoghi e alle relazioni di prossimità; attivare processi concreti: ascolto, mappature, dialogo, prime iniziative locali; riportare Milano verso un nuovo illuminismo civico, capace di premiare le virtù collettive e il mecenatismo moderno; far nascere iniziative dal basso.
Conca De Amicis è insomma un progetto che unisce archeologia, storia e comunità in una visione integrata di rigenerazione urbana. Tre i livelli identificati: Riqualificazione archeologica e del paesaggio, Patrimonio, Partecipazione – che convergono per trasformare un’area storica in un nuovo borgo urbano, vivo, concretamente riconosciuto dalla città. Un luogo che torna a essere memoria, paesaggio e futuro allo stesso tempo.
Rigenerazione culturale, quando i muri urbani diventano gallerie vicinali
La rigenerazione culturale comincia molto spesso dall’arte. Prima ancora che arrivino i grandi interventi urbanistici, prima della trasformazione fisica dei luoghi, sono le immagini a cambiare la percezione dello spazio. Un muro dipinto modifica lo sguardo; un racconto visivo modifica il modo in cui il quartiere si riconosce. Per questo i murales e l’arte urbana rappresentano uno dei primi passi — semplici, economici, immediati — con cui molte città stanno avviando nuove forme di attivazione culturale e sociale.
Quando un muro smette di essere una superficie anonima e diventa una “galleria vicinale”, il quartiere inizia a prendersi cura di sé, a osservare diversamente ciò che lo circonda, a riconoscersi parte di un racconto condiviso. L’arte offre un anticipo di futuro: mostra ciò che il luogo potrebbe diventare, anche prima che i lavori inizino davvero.

L’arte come detonatore urbano. Cambiare la percezione, prima della forma
La letteratura internazionale sul tema è molto chiara. Uno studio condotto a Milano dal 2017 al 2022 mostra che l’introduzione di murales ispirati alla storia locale ha migliorato l’immagine percepita del quartiere, aumentando l’attaccamento dei residenti al luogo. È un dato decisivo: l’arte modifica la percezione, e la percezione modifica il comportamento.
La street art è “un primo livello di rigenerazione” perché rende visibile un potenziale, attiva sguardi, stimola nuove forme di presenza nello spazio pubblico. Un muro d’arte può essere un segnale di cura che anticipa processi più lunghi e complessi. L’arte pubblica è efficace soprattutto nei contesti di transizione, quando la città è in attesa di qualcosa, quando serve un atto simbolico capace di aprire un ciclo nuovo.
È questa capacità di anticipazione che rende l’arte un primo passo essenziale. Permette infatti ai cittadini di percepire un cambiamento in atto anche prima della sua realizzazione concreta..
Le città italiane come laboratori di “attivazione dolce”
In Italia, molte città stanno sperimentando la street art come forma di rigenerazione culturale precoce. Diversi quartieri di Milano, Torino e Bologna hanno trasformato muri e sottopassi in gallerie a cielo aperto, restituendo senso e riconoscibilità a spazi che prima erano vissuti come marginali.
L’arte urbana sta, di fatto, diventando una vera “infrastruttura culturale” capace di attivare il territorio senza il bisogno di grandi opere, ma attraverso interventi agili, rapidi, reversibili.
Questi processi hanno inoltre un valore economico di questi processi. L’arte urbana produce infatti attrattività, migliora la reputazione di un’area e spesso anticipa investimenti più strutturali.
Sono tutte manifestazioni dello stesso meccanismo: l’arte apre la strada, crea un contesto favorevole, prepara lo spazio pubblico a essere vissuto in modo nuovo.

Gallerie vicinali, il primo passo verso una nuova forma di comunità
Le gallerie vicinali nascono proprio da questa dinamica. Non sono musei, sono narrazioni quotidiane. Murales nati da percorsi partecipativi, immagini che raccontano il quartiere, interventi che rispecchiano vissuti e aspirazioni locali.
L'arte infatti si trasforma in rigenerazione culturale quando diventa strumento di cittadinanza, quando attiva processi di ascolto, riferimento, identità condivisa.
Gli esempi europei raccontati da URBACT, come il caso di Heerlen nei Paesi Bassi, mostrano come dei muri dipinti possano innescare una vera rinascita civica: prima arriva l’immagine, poi lo spazio sociale, e infine la trasformazione urbana.
In Italia, molte zone di Milano stanno seguendo lo stesso percorso: l’arte arriva per prima, crea attenzione e cura, poi arrivano i progetti di più ampia scala.
In questo senso, le Bnon sono un punto d’arrivo, ma una soglia. Un invito, un primo passo che tutti possono vedere e comprendere, capace di preparare il terreno a cambiamenti più profondi.
L’arte come promessa urbana: piccoli segni, grandi cambiamenti
Il dossier TOward2030 di Lavazza racconta come l’arte urbana sia capace di produrre narrazioni civiche potenti, soprattutto nelle aree fragili. Un murale può diventare un simbolo di trasformazione, un’icona che anticipa un progetto più grande, una promessa visibile del futuro del quartiere.
I processi di rigenerazione più efficaci sono quelli che iniziano con segni culturali immediatamente percepibili, riconoscibili e condivisibili, anche quando il resto della trasformazione richiede anni.
Per questo, oggi, i muri urbani stanno diventando uno dei primi campi d’azione della rigenerazione culturale: perché sono pubblici, accessibili, quotidiani, e soprattutto capaci di rendere visibile un cambiamento prima ancora che accada.
L’arte è un segnale. È un’apertura, ll’anticipo di un futuro possibile. E nelle città che cercano nuovi modi per rigenerarsi — più lenti, più inclusivi, più vicini alle persone — è spesso proprio da lì che si comincia.

Per approfondire:
Brand for the City, L’arte pubblica rigenera e (ri)costruisce comunità, 31 marzo 2023
Lavazza, TOward 2030. What are you doing?
Antoni Remesar, Urban Regeneration: A Challenge for Public Art, 2005
Vittorio Salmoni, Sfide. L’arte per la rigenerazione della città, Urbanistica Informazione, 21 novembre 2021
URBACT, Street Art Murals for Urban Renewal, 2017
Il cantiere che costruisce legami oltre i lavori
In un Paese attraversato da una miriade di interventi di rigenerazione – spinti dal PNRR e da nuove politiche urbane – il cantiere è ormai diventato parte del paesaggio quotidiano. Strade chiuse, recinzioni, rumori, deviazioni: per molti cittadini rappresenta una parentesi di disagio e sospensione. Eppure, in diverse città europee e anche in alcune esperienze italiane, il tempo del cantiere sta rivelando un potenziale diverso, persino sorprendente.
Può infatti diventare un tempo fertile, una fase in cui la città continua a respirare, sperimentando forme nuove di relazione e partecipazione. L’idea è semplice ma rivoluzionaria: trasformare il cantiere da barriera a laboratorio urbano, da spazio chiuso a luogo di racconto, arte e incontro.

Il cantiere come laboratorio urbano
Da Parigi a Londra, il concetto di “meanwhile use” – ovvero l’uso temporaneo degli spazi in attesa della loro trasformazione – è ormai una pratica consolidata. Progetti come Les Grands Voisins a Parigi, nato nell’ex ospedale Saint-Vincent-de-Paul, hanno mostrato che anche un sito in attesa di demolizione o riconversione può diventare un centro vivo di comunità. Lì, tra un padiglione e l’altro, sono nati spazi di lavoro, alloggi sociali, botteghe artigiane e orti urbani, diventando un caso di riferimento europeo. (ad esempio, le analisi del progetto ne indicano la trasformazione in un hub sociale e creativo con migliaia di visitatori al giorno).
A Londra, studi del Greater London Authority e del think-tank Centre for London raccontano casi simili. Nei grandi progetti di rigenerazione, da King’s Cross a Battersea, i periodi di cantiere sono stati accompagnati da giardini temporanei, installazioni artistiche, mercati e laboratori. La “Skip Garden” di King’s Cross, costruita con materiali di recupero, è diventata simbolo di questa filosofia: un luogo dove studenti e residenti hanno coltivato ortaggi e relazioni, mentre attorno si costruiva uno dei quartieri più moderni d’Europa.
In entrambi i casi, l’idea è chiara: non bisogna aspettare la fine dei lavori per far tornare la vita. Il tempo di transizione può essere vissuto come parte integrante della trasformazione, non come una pausa forzata.
L’Italia tra PNRR e città che cambiano
Anche in Italia il tema del cantiere “attivo” comincia a emergere. I grandi programmi di rigenerazione – dal programma PINQuA ai progetti del PNRR – hanno riportato l’attenzione su quartieri fragili e spazi pubblici in attesa di rinascita. Tuttavia, il rischio resta quello di un approccio puramente tecnico: si lavora sui metri quadrati, non sulla vita che quei metri dovranno accogliere.
Al contrario, esperienze locali e ricerche promosse da ANCI e da reti europee mostrano che anche durante i lavori è possibile mantenere vivo un senso di appartenenza: aprire recinzioni visive, coinvolgere scuole e associazioni, organizzare micro-eventi o semplicemente raccontare in modo trasparente cosa sta accadendo. Questa linea guida è centrale per evitare che il quartiere si “fermi” in attesa della città futura.

Cesate d’Autore, un cantiere che racconta
A Milano, nel quartiere Giambellino, il progetto Cesate d’Autore – Largo Scalabrini, rappresenta un caso emblematico di questa nuova visione. In occasione di un grande cantiere per la realizzazione di un parcheggio interrato, che avrebbe potuto isolare una porzione di quartiere, l’amministrazione e l’impresa hanno scelto una direzione diversa: rendere il cantiere un luogo parlante, colorato, persino accogliente.
Le cesate, invece di essere semplici barriere, sono diventate superfici narrative: Sono state trasformate in un racconto visivo dedicato al quartiere, con fotografie, illustrazioni e testi che celebrano il genius loci del Giambellino – le sue storie e la sua vitalità. Sulle pareti sono apparsi pannelli di indirizzamento, fotografie dell’autore Maurizio Gjivovich, testi curati da Claudio Sanfilippo e un percorso colore realizzato dall’associazione WAU! Milano per rendere pedonali più sicuri e gradevoli i percorsi attorno al cantiere.
Inoltre alcune porzioni delle cesate sono state utilizzate come “museo a cielo aperto” per far conoscere ai cittadini le opere degli artisti a cui sono intitolate molte delle vie adiacenti all’area.
L’area interessata dai lavori è diventata un front-urban temporaneo che continua a vivere e a farsi città, nonostante il cantiere in corso. Il progetto mostra come sia possibile mantenere vitalità urbana e identità di quartiere prima che la trasformazione definitiva sia completata.
SCALOdARTS, uno spazio di relazione e narrazione collettiva
Il progetto, promosso da Fondo di Porta Romana, non aveva solo lo scopo di abbellire l’area ma, principalmente, di avvicinare i cittadini allo sport come veicolo di valori positivi per la nostra società.
L’iniziativa ha coinvolto infatti scuole, istituzioni, artisti e atleti nel nome dello sport e dell’arte. Il risultato è stata una grande opera collettiva lasciata in eredità alla città di Milano, che valorizza il perimetro del cantiere del Villaggio Olimpico.
Nel corso di tre giornate, 200 metri di cesate sono stati decorati da opere di street art realizzate da 20 artiste e artisti: stili, visioni, tecniche diverse per interpretare i Valori Olimpici e Paralimpici.
La grande opera collettiva, consegnata alla città in un evento che ha coinvolto Istituzioni, atleti, artisti e scuole limitrofe. In particolare, gli alunni delle scuole di I e II grado del Municipio 4 sono stati coinvolti in percorsi guidati alla scoperta delle opere, accompagnati dagli educatori di Fondazione Milano Cortina. Hanno avuto anche modo di mettersi alla prova in laboratori di street art e di conoscere alcuni atleti Olimpici e Paralimipici.
Essendo un lascito alla cittadinanza, l’iniziativa resta fruibile a tutti anche tramite QR code. Ogni opera è infatti in questo modo presentata e raccontata dall’artista stesso che l’ha realizzata, per accompagnare i cittadini alla scoperta dei Valori Olimpici e Paralimpici.
Come per Cesate d’Autore, anche SCALOdARTS testimonia come la fase di transizione possa diventare tempo vivo e generativo. Un laboratorio di comunità, arte e cittadinanza che continua a produrre valore anche dopo la fine dei lavori.

Il cantiere come spazio di relazione
Da esperienze come queste emerge un principio chiave e cioè che il cantiere non è solo un fatto tecnico, ma anche un fatto culturale e sociale. Curare la sua estetica, renderlo trasparente, trasformarlo in luogo di comunicazione e incontro contribuisce a costruire fiducia e appartenenza.
In questo senso, il progetto milanese si inserisce pienamente nella filosofia di Brand Urbanism: l’idea che brand, enti pubblici e cittadini possano collaborare per migliorare concretamente la qualità dei luoghi, generando valore sociale e culturale oltre che visivo. Come accade nei migliori casi europei, il cantiere diventa occasione per sperimentare linguaggi, servizi, forme di collaborazione che resteranno anche dopo la fine dei lavori.
Cantieri che chiudono o cantieri che accolgono?
Se guardiamo al futuro delle nostre città italiane, la sfida è tutta qui. Abbiamo bisogno di cantieri che non spengano la vita urbana, ma che la tengano accesa. Che non cancellino i legami di quartiere, ma li rafforzino. Che non siano solo l’anticamera del nuovo, ma parte viva della trasformazione.
Progetti come Cesate d’Autore dimostrano che tutto questo è possibile: basta cambiare prospettiva. Il cantiere non è un tempo morto, ma un tempo di possibilità. È la città che, pur in trasformazione, continua a raccontarsi, sperimentare, respirare.
In fondo, la domanda è semplice: vogliamo cantieri che chiudono, o cantieri che accolgono?
Per approfondire:
Unione Europea, URBACT, Temporary use of vacant urban spaces, REFILL
The Greater London Authority, Meanwhile Use of London, ARUP, novembre 2020
Brand for the City, Cesate d’Autore – Largo Scalabrini, 16/09/2024
Agile City, Les Grands Voisins, 16 gennaio 2027
Forum Terzo Settore, Programma innovativo della qualità dell’abitare (PINQUA), Openpolis
Brand for the City, SCALOdARTS. L’arte urbana a Scalo Romana, 16/01/2024
Quando la scuola ridisegna il quartiere, educare per rigenerare
In tutta Europa, la riflessione sul ruolo della scuola sta attraversando una trasformazione profonda. Di fronte alla crisi dei legami sociali, alla frammentazione dei quartieri e alla crescente necessità di spazi pubblici di prossimità, la scuola si rivela sempre più un presidio civico e un motore di rigenerazione urbana.
Non si tratta più solo di ripensare l’architettura scolastica o di aggiornare la didattica, ma di restituire alla scuola una centralità territoriale, farne un luogo dove educazione, socialità e cittadinanza si incontrano. In molte città europee, la scuola è tornata a essere ciò che era alle origini: un centro di comunità. Ma lo fa con strumenti contemporanei – apertura, partecipazione, sostenibilità, co-progettazione – e con un impatto urbano che va ben oltre le mura dell’aula.

Perché trasformare la scuola in hub di quartiere
La scuola, per sua natura, si colloca nel cuore del quartiere. È uno spazio quotidiano, familiare, riconoscibile. Trasformarla in hub di comunità significa valorizzare questa posizione strategica, rendendola permeabile alla vita che la circonda. Gli edifici scolastici possono diventare infrastrutture sociali, capaci di connettere servizi, attività culturali, sport e cittadinanza attiva.
Lo studio internazionale Schools as Community Hubs mostra come in diversi Paesi le scuole aperte alla comunità generino quartieri più coesi, promuovendo il benessere, l’inclusione e la resilienza sociale.
In questo senso, il confine tra scuola e città diventa poroso: il cortile si apre, la palestra accoglie attività extrascolastiche, la biblioteca diventa spazio di quartiere, l’aula si trasforma in laboratorio civico. Educare non è più solo trasmettere sapere, ma costruire relazioni urbane.
Casi europei. La scuola come architettura rigenerativa
Paesi nordici – scuola, inclusione e benessere
In Finlandia e Svezia, il programma europeo Schools as Inclusive Hubs promuove scuole aperte a tutti: non solo agli studenti, ma anche alle famiglie e ai cittadini del quartiere. I plessi ospitano attività intergenerazionali, sport, centri civici e spazi culturali condivisi. L’obiettivo è creare ambienti educativi che generino appartenenza e fiducia reciproca.
Ungheria – la scuola come ponte urbano
Uno studio sulle città di Vác e Dunakeszi, nell’area metropolitana di Budapest, analizza il ruolo della scuola come elemento strutturante del paesaggio urbano. In contesti di espansione suburbana, gli edifici scolastici diventano veri e propri ponti tra comunità e città, ridisegnando la relazione tra infrastrutture educative, spazio pubblico e mobilità dolce.
Regno Unito – un modello di welfare urbano
Nel Regno Unito, la tradizione delle “extended schools” ha reso la scuola parte della rete di welfare locale. Gli edifici scolastici diventano centri polifunzionali dove coesistono servizi sociali, biblioteche, corsi di formazione per adulti e spazi di coworking. Secondo il Community Hub Framework, le scuole-hub sono strumenti di rigenerazione urbana e di inclusione sociale nelle periferie britanniche.
Paesi Bassi – la città educativa
Ad Amsterdam e Rotterdam sono nati negli ultimi anni diversi learning neighborhoods: quartieri che ruotano intorno a una scuola aperta al territorio, con cortili accessibili, spazi pubblici condivisi e laboratori gestiti da cooperative locali. Queste esperienze mostrano che l’educazione può diventare la spina dorsale di un progetto urbano sostenibile.

Città europee in transizione
A Milano, questa evoluzione è evidente. Con il programma “Piazze Aperte”, avviato nel 2018 dal Comune con Bloomberg Associates, gli incroci stradali sono diventati piazze pedonali colorate e accoglienti. Vernici, fioriere e sedute mobili: materiali minimi, impatto immediato. Ma la vera innovazione non è estetica: è culturale. Milano ha imparato che la città può cambiare per gradi, attraverso cicli di sperimentazione e consolidamento, e che la partecipazione si costruisce nel tempo, non solo nel progetto finale.
A Bologna, durante la pandemia, la pedonalità emergenziale ha trasformato strade e piazze in spazi di gioco, cultura e sport. Oggi molte di quelle chiusure temporanee sono diventate strutturali: un esempio di come la strada possa tornare a essere infrastruttura sociale, non solo di mobilità.
A Parigi, Les Grands Voisins ha ospitato per anni residenze temporanee, atelier e funzioni sociali in un ex ospedale, diventando un caso di studio internazionale sul riuso progressivo e inclusivo. A Rotterdam, la Temporary Use Strategy è parte del piano comunale: gli usi intermedi sono riconosciuti come strumenti economici e sociali per attivare quartieri in transizione. A Berlino, la cultura dello Zwischennutzung – uso intermedio – è ormai radicata: spazi industriali e lotti abbandonati diventano orti urbani, coworking e centri civici autogestiti. Qui la temporaneità è vista come politica adattiva e non come eccezione: una forma di urbanistica permanente della flessibilità..
L’Italia in movimento, scuole che aprono e rigenerano
Anche in Italia sta maturando una visione simile. Torino, Milano, Lecce e molte altre città stanno sperimentando un nuovo modo di intendere la scuola, in cui l’edificio si integra con la vita del quartiere.
A Torino, diversi istituti partecipano ai Patti Educativi di Comunità, in cui scuole, associazioni e famiglie condividono spazi e responsabilità nella gestione di attività educative e culturali. Questa rete ha permesso di trasformare cortili scolastici in micro-piazze di quartiere, aperte a tutti.
A Milano, il progetto School Hub – incubatori scolastici ad alta intensità educativa ha coinvolto otto istituti comprensivi nella creazione di scuole-laboratorio, luoghi in cui l’apprendimento dialoga con la città e le famiglie.
A Vimercate, la riqualificazione del campus scolastico è diventata parte di un processo di rigenerazione urbana. Il progetto mostra come la trasformazione degli spazi educativi possa ridisegnare la relazione tra città e comunità.
Infine, a Lecce, il progetto Parchi Agos ha rigenerato il Parco Bruno Petrachi coinvolgendo l’Istituto Comprensivo P. Stomeo-G. Zimbalo in attività di arte pubblica, orti educativi e laboratori condivisi con il quartiere. L’intervento mostra come una partnership tra pubblico e privato possa generare valore urbano e sociale.

A completare il discorso sull’Italia va ricordato che la Camera ha recentemente approvato all’unanimità la cosiddetta "legge Berruto" sulle palestre scolastiche. Si tratta di una disposizione per consentire l'utilizzo degli impianti sportivi scolastici anche in orario extrascolastico e durante l'estate. La legge quindi si inserisce perfettamente nel discorso sull’apertura degli istituti ai quartieri per rendere accessibili le palestre alle associazioni sportive, tramite convenzioni con le amministrazioni locali, e a promuovere lo sport come bene comune, nel rispetto delle attività didattiche. Un aspetto particolarmente innovativo è la possibilità per le associazioni sportive di proporre progetti di ammodernamento in cambio della gestione gratuita fino a cinque anni.
Una nuova grammatica urbana
Da tutti questi casi emerge un paradigma comune: la scuola come architettura rigenerativa. Non solo luogo dell’apprendimento, ma dispositivo civico che genera valore spaziale e relazionale. È una trasformazione culturale, prima ancora che architettonica, che richiede governance condivisa, risorse dedicate, formazione di dirigenti e insegnanti, collaborazione tra enti locali, imprese e cittadini.
Aprire una scuola significa aprire la città stessa. Gli spazi educativi diventano spazi pubblici, i cortili diventano piazze, le lezioni diventano esperienze collettive di cittadinanza.
Educare è abitare
In un’epoca di transizione ecologica e sociale, la scuola rappresenta una delle infrastrutture più strategiche per rigenerare le città europee. Restituirle un ruolo di centralità urbana significa costruire comunità più forti, inclusive e sostenibili.
La lezione che arriva da queste esperienze è chiara: la rigenerazione urbana comincia spesso da una porta di scuola. Quando si apre quel varco — fisico e simbolico — si attiva un processo che tocca architettura, cittadinanza e senso di appartenenza.
Educare, in questo senso, non è solo insegnare, ma prendersi cura dello spazio che condividiamo. È, letteralmente, un modo di abitare il futuro.
Per approfondire:
Scuole per Milano – School hub
Brand for the City, Parco Bruno Petrachi, Lecce
Dal temporaneo al permanente, il placemaking come politica urbana
Negli ultimi anni il termine placemaking è entrato stabilmente nel linguaggio della rigenerazione urbana europea. Non indica una semplice metodologia progettuale, ma un vero e proprio cambio di paradigma: l’idea che la qualità dello spazio pubblico derivi non solo dal disegno o dagli investimenti, ma dalla capacità di costruire relazioni tra persone, luoghi e istituzioni.
Oggi, tuttavia, la riflessione va oltre la classica opposizione tra “temporaneo” e “permanente”. Sempre più studiosi e amministrazioni riconoscono che la città non è mai definitiva: la temporaneità può diventare una condizione permanente, fluida e adattiva, capace di produrre valore nel tempo senza la necessità di una sostituzione finale.

Dallo spazio al luogo: il placemaking
Secondo la rete Placemaking Europe, il placemaking è “un approccio che mette al centro le persone che vivono e usano gli spazi, più che gli edifici o le infrastrutture”, e che consente di “trasformare ogni spazio in un luogo” attraverso processi collaborativi e inclusivi.
Per Project for Public Spaces, storica organizzazione newyorkese fondata da William H. Whyte e Fred Kent, è “un processo partecipato per plasmare il nostro spazio pubblico al fine di massimizzare il valore condiviso.
In questa prospettiva, la progettazione urbana diventa un atto di ascolto e attivazione, più che di imposizione formale. Non si tratta solo di progettare spazi, ma di abilitare comunità, negoziare usi, testare funzioni. Il placemaking è dunque governance: un passaggio da una pianificazione top-down a un modello dialogico e incrementale, dove il progetto non è mai chiuso ma continuamente rinegoziato con i suoi abitanti.
Il potere del temporaneo
All’interno di questo quadro, le pratiche di uso temporaneo assumono un ruolo strategico.
In Italia e in Europa, l’uso del temporaneo non è più una pratica marginale o creativa, ma un dispositivo di governance urbana. Le amministrazioni lo riconoscono come fase progettuale a pieno titolo, capace di generare consenso e senso di appartenenza prima di un intervento definitivo.
Le Linee guida per gli usi temporanei approvate da Regioni come Lombardia e Piemonte ne formalizzano l’importanza: meglio riattivare ciò che già esiste, anche in via provvisoria, che consumare nuovo suolo. Il temporaneo diventa così laboratorio urbano, una piattaforma di sperimentazione, co-progettazione e cura dello spazio pubblico.
Ricerche recenti hanno spinto ancora più in là questa visione. Su Agathon Journal, parlano di una “complementarità tra temporaneo e permanente”, dove la temporaneità non è più eccezione ma componente strutturale del progetto urbano. Analogamente, Joanna Szaton definisce gli usi temporanei come “strategia intenzionale e duratura di trasformazione urbana”.
Il progetto europeo T-Factor parla apertamente di temporary permanence: la possibilità di concepire gli usi intermedi come spazi permanenti di flessibilità, ambienti in continua evoluzione più che tappe intermedie verso un esito statico.
In sintesi, il temporaneo non è più un “prima e dopo”, ma una modalità stabile del vivere urbano.

Città europee in transizione
Milano - Innovazione culturale
Nel capoluogo lombardo, questa evoluzione è evidente. Con il programma “Piazze Aperte”, avviato nel 2018 dal Comune con Bloomberg Associates, gli incroci stradali sono diventati piazze pedonali colorate e accoglienti. Vernici, fioriere e sedute mobili: materiali minimi, impatto immediato. Ma la vera innovazione non è estetica: è culturale. Milano ha imparato che la città può cambiare per gradi, attraverso cicli di sperimentazione e consolidamento, e che la partecipazione si costruisce nel tempo, non solo nel progetto finale.
Bologna - Infrastruttura sociale
Qui, durante la pandemia, la pedonalità emergenziale ha trasformato strade e piazze in spazi di gioco, cultura e sport. Oggi molte di quelle chiusure temporanee sono diventate strutturali: un esempio di come la strada possa tornare a essere infrastruttura sociale, non solo di mobilità.
Parigi - Riuso progressivo e inclusivo
Nella capitale francese, Les Grands Voisins ha ospitato per anni residenze temporanee, atelier e funzioni sociali in un ex ospedale, diventando un caso di studio internazionale sul riuso progressivo e inclusivo.
Rotterdam - Temporary Use Strategy
Nella città olandese, la Temporary Use Strategy è parte del piano comunale: gli usi intermedi sono riconosciuti come strumenti economici e sociali per attivare quartieri in transizione.
Berlino - Uso intermedio
Nel centro pulsante della Germania la cultura dello Zwischennutzung – uso intermedio – è ormai radicata: spazi industriali e lotti abbandonati diventano orti urbani, coworking e centri civici autogestiti. Qui la temporaneità è vista come politica adattiva e non come eccezione: una forma di urbanistica permanente della flessibilità..
Dal gesto provvisorio alla città che resta
Il vero salto di qualità avviene quando le azioni temporanee generano valore permanente – o meglio, quando la permanenza consiste proprio nella loro capacità di restare mobili e adattive. Come sottolinea il saggio The Intermittent City, “la città contemporanea vive in una condizione di intermittenza: ciò che resta non è la forma, ma la possibilità stessa di cambiare”. La temporaneità diventa dunque un’infrastruttura sociale che consente alla città di reagire, apprendere, evolversi. Non è più il preludio a un intervento definitivo, ma un modo di costruire il futuro per iterazioni successive, attraverso micro-azioni cumulative e processi condivisi..

Opportunità e rischi
Il placemaking e gli usi temporanei offrono grandi opportunità: accelerano i processi, coinvolgono le comunità, riducono i rischi progettuali e creano valore pubblico anche prima dell’intervento definitivo. Ma esistono anche rischi concreti.
Come sottolineano sia ARUP che C40 Cities, il temporaneo può diventare uno strumento di marketing urbano, un modo per rendere accettabili trasformazioni già decise. La differenza la fa la governance: chi decide, chi partecipa, chi resta quando il progetto cambia forma. Per evitare derive superficiali, serve che i progetti siano fondati su trasparenza, gestione collettiva e apprendimento continuo.
Verso una cultura del “fare luogo”
Milano, Bologna, Parigi, Rotterdam e Berlino mostrano che il temporaneo può essere molto più di un evento estetico. È un linguaggio di cura, prossimità e negoziazione, capace di rigenerare luoghi dimenticati e ricostruire fiducia tra cittadini e istituzioni. Oggi, il dibattito internazionale invita le città a compiere un passo ulteriore: riconoscere la temporaneità come infrastruttura permanente. Non più due fasi – il progetto provvisorio e poi quello definitivo – ma un continuum, un processo incrementale dove i luoghi restano aperti alla trasformazione.
A Milano le Piazze Aperte si estendono nei quartieri periferici, integrando verde e funzioni di prossimità. A Bologna le “piazze scolastiche” sono divenute modello per una pianificazione adattiva e replicabile. A Parigi, l’esperienza dei Grands Voisins ha generato un nuovo modello di governance sociale diffusa, oggi replicato in altri distretti. A Rotterdam, la rigenerazione del Merwe-Vierhavens District (M4H) fonde usi temporanei e permanenti in un ecosistema creativo stabile. A Berlino, Tempelhofer Feld, l’ex aeroporto trasformato in parco pubblico, è la dimostrazione che la temporaneità può essere una scelta politica duratura, simbolo di una città che appartiene ai suoi cittadini.
La sfida per le città italiane è ora consolidare questa visione e cioè destinare risorse, costruire regole flessibili e accettare che l’impermanenza possa essere una forma di stabilità.
In questa chiave, il placemaking potrà diventare sempre di più una politica urbana di lungo periodo, una città che non finisce mai di cambiare, ma continua a restare viva.
Per approfondire:
Placemaking Europe, What is Placemaking, 2022
William H. Whyte e Fred Kent, What is Placemaking, PPS, 2018
T-Factor, Participatory Futures, Co-Creating Cities With Temporary Urbanism
Comune di Milano, Piazze Aperte, 2024
Comune di Bologna, Piano per la Pedonalità Emergenziale, 2020
C40 Cities, Introducing Spotlight On: 15-minute cities
URBACT, Temporary Use Defines the City, Giugno 2018
MDPI Sustainability, Temporary Use and Urban Resilience, 2021
Brand for the City e Outdoora insieme per ridisegnare il volto delle città
Una nuova partnership strategica per dare vita al paradigma del Brand & Art Urbanism, dove arte urbana, cultura e rigenerazione degli spazi pubblici si uniscono per dare voce ai brand.
Milano, 20/10/2025 — Brand for the City e Outdoora uniscono le forze per dare vita a un nuovo modello di comunicazione urbana: il Brand & Art Urbanism, dove l’arte diventa leva di rigenerazione e i progetti territoriali si trasformano in esperienze di marca.
Outdoora, pioniere nella creazione di progetti di comunicazione con al centro l’Arte Urbana e le sue infinite possibilità di amplificazione crossmediale e territoriale, annuncia una nuova partnership con Brand for the City, realtà di riferimento nel panorama italiano della rigenerazione urbana e attivazione sociale finanziata dalle aziende, il cosiddetto Brand Urbanism.
L’accordo nasce con l’obiettivo di unire competenze e visioni complementari: da un lato, l’esperienza di Outdoora nella costruzione di format comunicativi che mettono in relazione artisti, brand e comunità; dall’altro, il know-how di Brand for the City nella ideazione e progettazione di interventi di valorizzazione urbana che generano impatto positivo e duraturo su territori e comunità.
I brand come attori del cambiamento urbano
Oggi, per un brand, investire in progetti di impatto sociale significa assumersi un ruolo concreto e visibile nella vita delle persone. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Deloitte sui trend di sostenibilità e d’innovazione, la fiducia è oggi uno dei principali driver d’acquisto: la sostenibilità si colloca al terzo posto tra i fattori che la generano, subito dopo prezzo e qualità. Non a caso, il 71% dei consumatori dichiara di sentirsi più vicino a un’azienda quando questa prende una posizione autentica su temi ESG.
In questo contesto, i brand sono chiamati ad andare oltre la comunicazione dichiarativa, scegliendo progetti concreti, visibili e partecipativi che restituiscano valore alle persone.
“Crediamo che la città sia una tela viva, da reinterpretare con linguaggi contemporanei e condivisi.
Questa collaborazione ci permette di ampliare il dialogo tra brand, istituzioni e cittadini, attraverso progetti di rigenerazione urbana e sociale, rafforzando ulteriormente il legame tra aziende e territorio”, afferma Filippo De Montis, CEO di Outdoora.
"La nostra mission è quella di connettere i brand con territori e comunità - aggiunge Claudio Bertona, CEO di Brand for the City. - Il dialogo con le amministrazioni e l'ascolto delle necessità dal basso sono elementi fondamentali per la riuscita dei progetti di rigenerazione e attivazione sociale. Questa partnership strategica consentirà alle aziende di usufruire di competenze altamente specializzate e complementari per attività artistiche e di rigenerazione in ambito urbano".
Un modello di partecipazione e valore condiviso
Il processo operativo parte dall’ascolto (dei valori e delle identità dei brand, ma anche dei bisogni reali delle comunità), per poi co-progettare interventi artistici e di rigenerazione condivisi con enti, associazioni, artisti e cittadini. In questo percorso, i brand comunicano diventando attori attivi del cambiamento urbano, contribuendo alla creazione di progetti che uniscono creatività, impatto sociale e valore condiviso.
Da questa sinergia nasce un modello che mette in relazione i brand con tutti gli attori del territorio e trasforma ogni progetto in un percorso condiviso e ad alto impatto: ascoltare i territori, coinvolgere le comunità, realizzare interventi artistici di valore e misurare i risultati, sociali, ambientali e reputazionali. Un modello che trasforma la comunicazione in esperienza urbana condivisa, capace di generare fiducia, partecipazione e bellezza collettiva.
La comunicazione come amplificatore d’impatto
Parallelamente, la comunicazione amplifica e valorizza ogni progetto attraverso canali digitali e territoriali, trasformandolo in un’esperienza che vive tanto nel reale quanto nel digitale. In questo modo, il racconto dell’impatto diventa esso stesso generatore di valore, contribuendo a rafforzare la percezione positiva del brand, consolidare la fiducia delle comunità e ispirare altre realtà a investire nella trasformazione e nella valorizzazione dei territori.
Un’innovazione Made in Italy
Il Brand & Art Urbanism offre così una nuova prospettiva: trasformare le città in esperienze espressive, dove l’arte diventa messaggio, i luoghi diventano media e la comunità parte attiva della narrazione. Un’innovazione tutta Made in Italy, nata dall’incontro tra due realtà che credono nel potere dell’arte e della rigenerazione di generare fiducia, relazione e bellezza condivisa.

Brand for the City è il punto di riferimento in Italia per i progetti di rigenerazione urbana e attivazione sociale. Il suo metodo parte dall’ascolto dei bisogni locali per trasformarli in interventi concreti: aree verdi riqualificate, spazi sportivi accessibili, progetti di inclusione sociale, iniziative culturali. Ogni intervento è end-to-end: dalla ricerca alla strategia, dallo scouting delle opportunità locali alla gestione dei cantieri, dal coordinamento con amministrazioni e associazioni fino alla misurazione dell’impatto. L’obiettivo è semplice e ambizioso: trasformare spazi che dividono in luoghi che uniscono, creando comunità più coese e vivibili.
Outdoora ha coniato la filosofia del socialARTvertising, un nuovo linguaggio che unisce l’Arte Urbana con la comunicazione di brand: murales, installazioni, performance live, diventano il punto di ingaggio con il pubblico tanto nella piazza reale quanto nella piazza digitale. Non solo. L’attività di Outdoora si caratterizza anche per una forte attenzione ai principi ESG, con un contributo concreto in termini di sostenibilità ambientale, valorizzazione del contesto urbano e coinvolgimento sociale. I progetti promossi mirano a migliorare gli spazi in cui si inseriscono, contribuendo al dialogo tra arte, collettività e territorio.
La sfida dell’1%: lo sport come motore di rigenerazione urbana
I Giochi Olimpici e Paralimpici Milano-Cortina 2026 non saranno soltanto un grande evento sportivo, ma rappresentano un’occasione irripetibile per ridefinire il rapporto tra sport, città e comunità. Questo è il messaggio emerso al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale 2025, dove istituzioni, aziende e realtà del terzo settore si sono confrontate sul tema dell’eredità sociale e urbana che i Giochi potranno lasciare al Paese.
Il dibattito ha toccato temi centrali: il diritto allo sport sancito nella Costituzione, l’urgenza di garantire spazi accessibili e diffusi nelle periferie, il ruolo imprescindibile delle associazioni sportive di base, la necessità di investimenti pubblici e privati più coraggiosi. Ma soprattutto ha portato alla ribalta una proposta concreta e innovativa, lanciata da Claudio Bertona, fondatore di Brand for the City: destinare l’1% degli investimenti pubblicitari e di sponsorizzazione delle aziende italiane – circa 150 milioni di euro l’anno – a progetti di rigenerazione sportiva e sociale nei quartieri.

Dallo sport come diritto alle politiche di prossimità
A ricordare l’importanza storica di questo momento è stato l’ex CT della nazionale di volley e oggi deputato Mauro Berruto, che ha sottolineato come l’Italia, con la modifica dell’articolo 33 della Costituzione, abbia finalmente riconosciuto lo sport come diritto di cittadinanza. Anche perché lo sport è parte del sistema di welfare pubblico. Un passaggio fondamentale, che però deve tradursi in politiche e infrastrutture reali: palestre scolastiche aperte anche nel pomeriggio, campi accessibili, spazi diffusi dove bambini, adolescenti e adulti possano praticare attività fisica senza ostacoli economici o logistici. Proprio ieri la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità il disegno di legge sull’utilizzo degli impianti sportivi scolastici da parte di associazioni sportive al di fuori dell’orario delle attività curriculari.
È in questa prospettiva che interventi come quello di Fabio Pagliara, presidente di Fondazione SportCity, hanno ribadito il valore della “sportivizzazione delle città”: lo sport come strumento di benessere quotidiano, antidoto alla sedentarietà, motore di socialità e salute. Ma, ha ammonito Pagliara, tutto questo richiede nuove competenze e alleanze pubblico-private: i dirigenti sportivi, le amministrazioni locali e le imprese devono dialogare e collaborare di più, superando vincoli burocratici e ostacoli regolamentari.

Il ruolo delle imprese: dall’immagine alla responsabilità sociale
Un esempio concreto è arrivato da Valeria Pigozzo (Visa - Worldwide Olympic and Paralympic Partner). A Milano, in via Pepe, un parcheggio è stato trasformato in un campo da basket inclusivo e accessibile, grazie alla partnership tra impresa, amministrazione e comunità locale. Un luogo che non è solo sport, ma anche incontro e socialità, nato con materiali sostenibili e privo di barriere architettoniche. È il segno tangibile di come le aziende possano lasciare un’eredità positiva, se i loro investimenti si orientano verso il bene comune.
Un percorso simile è stato raccontato da Massimo Castiglia (Ferrero), che ha illustrato il programma internazionale Kinder Joy of Moving, in collaborazione con Save the Children, capace di portare attività motoria nelle scuole e nelle comunità, anche nelle aree più svantaggiate. Per Ferrero lo sport non è infatti soltanto un veicolo di comunicazione, ma un patrimonio di valori: benessere, socialità, crescita.
Questi esempi mostrano come la responsabilità sociale delle imprese possa diventare più strutturate e non episodica se tradotta in atti concreti.

La prospettiva delle istituzioni
Sul fronte delle amministrazioni, l’Assessora allo Sport, Turismo e Politiche Giovanili del Comune di Milano Martina Riva ha illustrato il programma “Generazione Sport”: fondi pubblici e privati destinati a sostenere associazioni, corsi di formazione per allenatori e voucher sportivi per le famiglie. Milano, ha ricordato, punta a sostituire risorse pubbliche sempre più scarse con un crescente contributo privato, affinché lo sport resti accessibile anche nei quartieri periferici.
Il presidente del CONI Lombardia Marco Riva ha invece messo l’accento sul ruolo insostituibile delle associazioni sportive dilettantistiche, che ogni giorno garantiscono attività a migliaia di giovani. È un modello italiano vincente, ma fragile, che ha bisogno di impianti adeguati e sostegno economico stabile.
Infine, Iacopo Mazzetti, responsabile Legacy della Fondazione Milano-Cortina, ha sottolineato come i Giochi siano un acceleratore di investimenti: dalle infrastrutture ferroviarie ai villaggi olimpici, fino alle riqualificazioni urbane. L’evento, ha spiegato, lascerà un segno indelebile non solo negli impianti, ma anche nella vita quotidiana dei cittadini.
Infine, l’intervento di Dino Ruta, professore dell’Università Bocconi, ha sottolineato con forza l'importanza dello sport come linguaggio universale e potente strumento educativo e culturale. Ha evidenziato come lo sport non sia solo intrattenimento o industria, ma un crocevia di competenze e valori, capace di unire discipline diverse e persone di ogni età. Ha ribadito l’urgenza di integrare realmente lo sport nei percorsi formativi, anche attraverso il concetto di Dual Career, affinché gli atleti possano conciliare studio e attività sportiva. Ha anche auspicato, concludendo, che le università assumano un ruolo attivo nel formare la futura classe dirigente sportiva, valorizzando lo sport come parte essenziale della crescita umana e sociale.
La proposta dell’1% per cambiare le città
È in questo scenario che si inserisce la proposta che sembra utopistisca, ma in realtà è molto concreta di Brand for the City: perché non destinare istituire una sorta di “1% per le città”?
Oggi in Italia le aziende investono circa 15 miliardi di euro l’anno in pubblicità, comunicazione e sponsorizzazioni. Destinando anche solo l’1% di questa cifra, pari a 150 milioni, a progetti di comunità – parchi di prossimità, playground, campetti sportivi, spazi di socialità – si potrebbero creare 1.000 di luoghi rigenerati ogni anno, con un costo medio di 150mila euro per intervento.
Non si tratterebbe di mecenatismo, ma di “purpose tradotto in azione”, di un investimento a ritorno sociale. Perché un parco restituito a un quartiere racconta più di qualunque campagna pubblicitaria. E genera valore anche per le aziende: in reputazione, in relazioni con il territorio, in ritorni concreti di comunicazione
Come ha ricordato Bertona, “lo sport può davvero cambiare la vita delle persone”. Perché non trasformare allora un piccolo contributo volontario delle imprese in un grande piano nazionale di rigenerazione urbana e sportiva?
Olimpiadi, una finestra irripetibile
I Giochi Milano-Cortina sono una finestra straordinaria, per la durata delle Olimpiadi invernali l’Italia sarà infatti al centro del mondo. Ma il loro vero valore non si misurerà solo nelle medaglie, bensì nella capacità di lasciare un’eredità concreta alle città e ai cittadini.
La proposta dell’1% è un invito alle aziende e alle istituzioni a fare un passo coraggioso: trasformare parte degli investimenti di comunicazione in beni comuni. Perché l’impegno di brand e amministrazioni insieme sul territorio, non sia solo un concetto astratto, ma un cambiamento reale nelle periferie, nei parchi, nelle palestre scolastiche, nelle strade che ogni giorno abitiamo.
Per approfondire:
Milano Cortina 2026, Progetti di legacy attivi e aree di impatto territoriale
Comune di Milano, Sport. Il 6 settembre ‘Generazione Sport’ arriva nei quartieri, 29/08/2025
Brand for the City, Sport per tutti! Come lo sport urbanism trasformerà le città, 02/03/2023
Brand for the City, Lo Sport Urbanism come cura delle persone e della società, 16/04/2024
Brand for the City, La Legacy Olimpica non va data per scontata. Va costruita, 23/01/2025
Lo sport come diritto. Dall’orgoglio delle vittorie alla necessità di spazi pubblici
L’Italia sportiva sta attraversando un periodo straordinario, un vero momento d’oro che unisce i cittadini davanti ai trionfi dei propri campioni. La pallavolo, femminile e maschile, ha portato a casa titoli mondiali che testimoniano la solidità di un movimento costruito con pazienza e lungimiranza; l’atletica ha superato ogni aspettativa conquistando un numero record di medaglie, con protagonisti che stanno riscrivendo la storia di una disciplina in cui il Paese non sempre aveva brillato; il tennis ha regalato emozioni contrastanti, ma ugualmente intense, con le donne capaci di imporsi nella Billie Jean King Cup e gli uomini pronti a contendersi la Coppa Davis.
Questi risultati non sono solo vittorie sportive. Sono narrazioni collettive che offrono un’immagine diversa e più orgogliosa dell’Italia, che accendono un senso di comunità e ispirano le nuove generazioni a credere che l’impegno, la disciplina e il talento possano aprire strade inattese. Ogni punto conquistato, ogni salto, ogni medaglia rappresentano la parte visibile di un lavoro nascosto che si nutre di sacrificio, visione e passione. Ma sono anche uno specchio che ci costringe a porci una domanda: quanto spazio reale lasciamo allo sport nella vita quotidiana dei cittadini comuni?

Dal riconoscimento costituzionale alla vita quotidiana
Il diritto allo sport è stato finalmente riconosciuto anche nella nostra Costituzione, con l’articolo 33 che ne sottolinea il valore educativo, sociale e di promozione del benessere. Un traguardo simbolico e importante, che ci allinea ai principi sanciti già nel 1992 dalla Carta Europea dello Sport e che impegna la Repubblica a garantire opportunità concrete di pratica sportiva. Tuttavia, senza luoghi dove questo diritto possa incarnarsi, il rischio è che resti un’affermazione di principio, priva di effetti tangibili.
Lo sport come bene comune e strumento di coesione
Lo sport non è soltanto agonismo né spettacolo televisivo. È un’attività quotidiana che tocca la salute fisica e mentale, che previene malattie, che sostiene il benessere psicologico, che favorisce l’integrazione e la coesione sociale. È un linguaggio universale che unisce le generazioni e che può trasformare un quartiere in un luogo più sicuro e vitale. Una piazza trasformata in campo di basket, un giardino con attrezzi per il fitness, una piastra di cemento che diventa un’area multisport: sono questi gli spazi che consentono allo sport di diventare parte integrante della vita urbana e sociale.

La sfida della legacy olimpica
La sfida è chiara: passare da un modello in cui lo sport è vissuto soprattutto in occasione di grandi eventi o all’interno di strutture private, a un modello in cui diventa bene comune, radicato nei territori. Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 rappresentano un’occasione unica per tradurre questa visione in realtà. La legacy olimpica non può ridursi alla costruzione di stadi o impianti monumentali che rischiano di restare inutilizzati; deve generare un’eredità fatta di spazi diffusi, di prossimità, accessibili a tutti. Un campetto in un quartiere periferico, un percorso attrezzato lungo un parco urbano, un’area fitness all’aperto o un bikepark: questi sono gli interventi capaci di cambiare la vita quotidiana delle persone molto più di una grande arena.
L’Italia dispone già di strumenti come il programma “Sport e Periferie”, che negli ultimi anni ha destinato centinaia di milioni di euro ai Comuni per creare o riqualificare impianti sportivi.
A questo si aggiungono le imprese che credono nella rigenerazione a tema sportivo e che hanno finanziato progetti per realizzare aree sport di vicinanza sul territorio.
Sono passi nella direzione giusta, ma restano spesso rallentati dalla burocrazia, da tempi lunghi di realizzazione e, soprattutto per quelli gestiti direttamente dall’amministrazione, da difficoltà di manutenzione. La vera sfida è dare continuità, diffondere le buone pratiche e garantire che gli impianti non siano calati dall’alto, ma nati dal dialogo con le comunità locali, coinvolgendo associazioni, scuole e cittadini nella gestione e nell’uso quotidiano.
Perché il diritto allo sport non è solo un tema di giustizia sociale, ma anche un tema di qualità urbana. Dove ci sono spazi per giocare, allenarsi e muoversi, le città diventano più sane, più inclusive, più sicure. Lo sport produce capitale sociale: insegna il rispetto delle regole, stimola la collaborazione, riduce le disuguaglianze. Ed è anche un potente fattore di prevenzione sanitaria: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inattività fisica è uno dei principali fattori di rischio per malattie croniche come diabete e problemi cardiovascolari. Garantire spazi sportivi accessibili significa investire in salute pubblica.

Oltre l’entusiasmo, per costruire città sportive e inclusive
Guardando alle vittorie di oggi, dobbiamo chiederci che cosa resterà domani. Il rischio è che l’onda di entusiasmo si dissolva se non viene sostenuta da un’infrastruttura sociale capace di renderla permanente. Lo sport deve smettere di essere percepito come lusso o intrattenimento e diventare un diritto quotidiano, una pratica alla portata di chiunque.
L’Italia che trionfa sui podi internazionali deve diventare l’Italia che vince anche nei suoi quartieri. Bambini che possono giocare senza dover attraversare la città, adolescenti che trovano luoghi sicuri per allenarsi, adulti che hanno la possibilità di mantenersi in forma all’aperto, anziani che possono muoversi in spazi pensati anche per le loro esigenze: è questa la vera legacy che le Olimpiadi dovrebbero lasciare. Non solo ricordi di imprese memorabili, ma un Paese più giusto, più sano e più coeso.
Diritto allo sport
Il diritto allo sport non è una bandiera da sventolare solo nei momenti di gloria. È un impegno quotidiano, un dovere civico e istituzionale. Le vittorie di oggi devono diventare la base su cui costruire città in cui tutti, davvero tutti, possano correre, saltare, giocare, allenarsi.
Solo così il successo dei nostri campioni diventerà patrimonio condiviso, capace di trasformare non solo lo sport, ma la società intera.
Per approfondire:
Milano Cortina 2026, Progetti di legacy attivi e aree di impatto territoriale
The European House - Ambrosetti, Rapporto Osservatorio Valore Sport 2025
Brand for the City, Lo Sport Urbanism come cura delle persone e della società, 16/04/2024
Brand for the City, La Legacy Olimpica non va data per scontata. Va costruita, 23/01/2025
Quando le auto scompaiono. Il paradosso dell’evaporazione del traffico che migliora la vita di tutti
Per oltre mezzo secolo le città sono cresciute seguendo una regola non scritta ma potente: costruire più strade e più parcheggi avrebbe reso la viabilità più scorrevole. Questo principio, consolidatosi tra gli anni Cinquanta e Settanta, ha plasmato lo sviluppo urbano in Europa e in Italia. Si trattava di una risposta immediata al boom della motorizzazione di massa, un fenomeno che ha dato alle automobili un ruolo dominante nell’organizzazione degli spazi urbani. Oggi, però, i dati raccontano una realtà molto diversa. L’espansione della rete stradale non ha ridotto la congestione, anzi l’ha aumentata. Il risultato è che molte città vivono intrappolate in un paradosso: più strade portano a più auto e, inevitabilmente, a più traffico.
L’alternativa è un cambio di paradigma che ha già trovato conferme teoriche e pratiche: ridurre lo spazio destinato alle auto non significa paralizzare la città, ma incentivare forme diverse di mobilità e, in modo sorprendente, ridurre la congestione. È il fenomeno noto come "evaporazione del traffico", un concetto che ribalta l’idea stessa di pianificazione stradale.

La prova scientifica sul traffico
Il concetto di evaporazione del traffico è stato reso noto a livello internazionale dallo studio “Disappearing traffic? The story so far”, pubblicato nel 2001 su Municipal Engineer. I ricercatori hanno osservato che, quando strade o corsie vengono sottratte al traffico automobilistico, gli automobilisti non si limitano a spostarsi altrove, ma cambiano radicalmente comportamento. Alcuni modificano il percorso, altri rinviano lo spostamento, altri ancora lo cancellano del tutto o scelgono un mezzo alternativo. Il risultato complessivo è una riduzione effettiva del traffico, spesso superiore alle previsioni. «Le previsioni sul traffico sono spesso inutilmente allarmistiche e si possono verificare significative riduzioni dei livelli complessivi di congestione», si legge nello studio.
Una ricerca dell’Università di Barcellona, pubblicata nel 2020, ha analizzato vent’anni di dati di 545 città europee, arrivando a una conclusione netta: l’espansione delle carreggiate non risolve la congestione, ma la peggiora. Al contrario, le città che hanno introdotto pedaggi urbani, zone a traffico limitato o investimenti robusti nel trasporto pubblico hanno registrato un calo significativo della congestione.

Adattamenti comportamentali nelle città
Il fenomeno non è soltanto ingegneristico ma profondamente sociale. Il sociologo svizzero Vincent Kaufmann, con il Politecnico di Losanna e la società Transitec, ha dimostrato come le persone reagiscano in modi diversi di fronte a una riduzione dello spazio per le auto: non solo modificando il percorso, ma ripensando la necessità stessa del viaggio. È in questo insieme di micro-decisioni quotidiane che il traffico evapora. La riduzione dello spazio induce scelte più razionali: rinunciare a spostamenti superflui, privilegiare il trasporto pubblico, riscoprire la bicicletta o il cammino.
In Italia questo tema è particolarmente rilevante. Secondo l’ACI nel 2024 il nostro Paese ha il più alto tasso di motorizzazione d’Europa, arrivando a sfiorare i 41,3 milioni di auto circolanti (701 auto ogni 1000 abitanti). Ridurre la dipendenza dall’auto non è solo un obiettivo ambientale ma una necessità sociale ed economica, capace di migliorare la qualità della vita quotidiana e restituire spazi pubblici più sicuri.
Grandi casi internazionali
New York - Pedonalizzazione di Times Square
Gli esempi dal mondo dimostrano che il fenomeno non è teorico ma concreto. La pedonalizzazione di Times Square a New York nel 2009 è diventata un caso di studio globale: gli incidenti stradali nell’area sono diminuiti del 15% e gli infortuni tra i pedoni del 40%. Non solo, la vivibilità e l’attrattività commerciale dell’area sono aumentate, dimostrando che ridurre lo spazio alle auto genera benefici diffusi.
Gand - Circulation Plan
A Gand, in Belgio, il Circulation Plan del 2017 ha rivoluzionato il sistema viario, eliminando il traffico di attraversamento nel centro storico. I risultati sono stati immediati: meno auto, più biciclette, più sicurezza e persino più clienti nei negozi locali.
Bruxelles - Good Move
Bruxelles, con il piano Good Move e l’introduzione della Città 30, ha registrato una riduzione del traffico motorizzato del 25% e un incremento del 36% della mobilità ciclabile in un solo anno, con un calo delle vittime stradali.
Pontevedra - Vision Zero
In Spagna, Pontevedra ha dimostrato come una città possa trasformarsi in modo radicale. Pedonalizzando oltre 1,3 milioni di metri quadri, il traffico quotidiano nel centro è passato da 80.000 a 7.000 veicoli. I benefici si sono riflessi in una maggiore sicurezza e in un centro più vivo, con un modello di “Vision Zero” che ha eliminato le vittime della strada.
Parigi - Senna e boulevard ciclabili
A Parigi, la chiusura della riva destra della Senna e la trasformazione di Rue de Rivoli in boulevard ciclabile hanno rappresentato interventi iconici. I dati di Airparif hanno mostrato un calo significativo di inquinanti e rumore nelle zone interessate, pur con un aumento dei flussi su alcune arterie perimetrali. Questo dimostra che il fenomeno funziona, ma richiede una pianificazione su scala metropolitana.
Oslo - Car-free Livability
Oslo, con il programma Car-free Livability, ha eliminato migliaia di parcheggi e potenziato il trasporto pubblico, arrivando nel 2019 a registrare zero morti tra pedoni e ciclisti, un traguardo storico.

Esperienze italiane
In Italia i casi non mancano.
Milano - Area C e B
Milano è stata pioniera con Area C e Area B, due forme di congestion pricing che hanno ridotto sensibilmente il traffico e migliorato la qualità dell’aria, stimolando l’uso del trasporto pubblico. Su alcune dorsali ciclabili come corso Buenos Aires si sono registrati incrementi notevoli di passaggi in bici e cali del traffico automobilistico.
Bologna - T-Days e città a 30
Bologna, con i T-Days, ha trasformato il centro storico in uno spazio pedonale che ha cambiato l’abitudine dei cittadini, e con l’introduzione della Città 30 ha reso la sicurezza stradale un obiettivo primario. Roma sta progressivamente liberando i Fori Imperiali dal traffico privato, restituendo ai cittadini e ai turisti un itinerario archeologico unico al mondo.
Pesaro - Bicipolitana
Pesaro, con la sua Bicipolitana di oltre 100 km, ha creato una rete ciclabile che facilita gli spostamenti quotidiani e scolastici, riducendo la pressione automobilistica.
Questi casi dimostrano che l’evaporazione del traffico non è un’astrazione, ma un processo concreto che dipende dalla capacità delle città di investire in alternative.
Condizioni e benefici
L’evaporazione del traffico non si produce automaticamente. Funziona solo se è accompagnata da un pacchetto coerente di misure: trasporto pubblico affidabile, reti ciclabili sicure e continue, pedonalità diffusa, gestione della sosta e pricing mirato. Dove queste condizioni non esistono, il rischio è che il traffico si sposti altrove senza ridursi davvero. È il caso della chiusura della riva della Senna a Parigi, che ha migliorato localmente aria e vivibilità ma ha anche spostato parte dei flussi sulle arterie limitrofe.
Quando però il disegno è organico, i benefici sono molteplici. Per chi continua a usare l’auto, le strade risultano più scorrevoli e sicure, con tempi di percorrenza più stabili. Per chi si muove a piedi o in bici, gli spazi diventano più sicuri e accessibili. Per la collettività, significa meno inquinamento, meno rumore, più salute e più spazi pubblici. Per l’economia locale, come dimostrano Ghent e Milano, i centri diventano più attrattivi, con un impatto positivo sulle attività di prossimità.
In conclusione, progettare le città per far scorrere veicoli significa attrarre sempre più auto. Progettarle per far muovere persone significa ridurre la congestione, aumentare la sicurezza e migliorare la qualità della vita.
L’evaporazione del traffico non è magia, è la conseguenza logica di un riequilibrio degli spazi urbani.
Per approfondire:
Cairns, Atkins, Goodwin, Disappearing traffic? The story so far, Municipal Engineer
Gent's Traffic Circulation Plan (Belgium), EU Urban Mobility Observatory, 19 Ottobre 2017
The Car-free Livability Programme, Oslo kommune
Re-Thinking Mobility: Contemporary Sociology, Vincent Kaufmann, Routledge, 2002
Les paradoxes de la mobilité, Vincent Kaufmann, Presses Polytechniques et Universitaires Romandes, Losanna, 2008
Annuario Statistico 2025: tutti i numeri delle auto in Italia, ACI, 8 Maggio 2025
Dalla città ostile alla città che include. Perché il design dello spazio pubblico conta più di quanto pensiamo
C’è una differenza sostanziale tra progettare per scoraggiare e progettare per accogliere. Negli ultimi anni il termine “design ostile” è diventato il modo più diretto per descrivere scelte di arredo e dettagli costruttivi che rendono difficile sostare, sdraiarsi, giocare, incontrarsi. Braccioli centrali sulle panchine, superfici inclinate, corrimani interrotti, illuminazione che evita la permanenza: non sono semplici dettagli estetici, ma strumenti che orientano i comportamenti e riducono la fruibilità dello spazio comune. All’opposto, la città inclusiva traduce i bisogni reali – riposo, attesa, gioco, relazione – in soluzioni di micro-design e regole d’uso che ampliano le possibilità di tutti, soprattutto di bambini, anziani e persone con disabilità.
I “segnali” del design ostile sono spesso sottili, e proprio per questo efficaci: sedute spezzate da divisori che trasformano la panchina in un parcheggio a tempo, “leaning bars” alle fermate che invitano a non sedersi davvero, assenza deliberata di sedute in lunghi tratti di strada. Il caso più citato a livello internazionale è la Camden Bench, progettata per scoraggiare una serie di usi indesiderati, dallo skate al deposito di oggetti, fino al sonno; una seduta-monolite che sembra neutra ma che di fatto orienta i comportamenti. Questa panchina londinese è diventata un “oggetto anti-oggetti” emblema stesso di un approccio difensivo alla città.

Esempi in Italia
Anche in Italia i casi non mancano e, anzi, aiutano a capire che il tema non è astratto.
Verona
A Verona, dopo anni di polemiche, l’amministrazione ha rimosso progressivamente i braccioli “anti-bivacco” introdotti in passato, con un atto simbolico che ha rimesso al centro la funzione sociale delle panchine.
Vicenza
Nello stesso periodo, a Vicenza si è acceso lil dibattito opposto per la scelta di installarne di nuovi, a dimostrazione di quanto le scelte di arredo siano in realtà scelte politiche sul diritto alla città.
Genova
Anche Genova, qualche anno fa, ha vissuto un acceso confronto sull’introduzione di divisori “anti-clochard”. Non si tratta di dettagli, ci indicano a chi appartiene lo spazio urbano, chi può fermarsi e per quanto tempo.
Esiste però un’altra traiettoria, diametralmente opposta, che lavora per trasformare lo spazio pubblico in un’infrastruttura di inclusione. In Italia questo si traduce in norme e strumenti tecnici che aiutano a progettare per la pluralità dei corpi e dei sensi.
PEBA Regione Lombardia e UICI
I Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA) della Regione Lombardia, con il “principio dei sensi multipli”, offrono un quadro pratico per passare dall’accessibilità minimale all’usabilità reale, mentre il manuale “La città del presente” dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti traduce in indicazioni concrete la prospettiva di chi si muove con ausili e orientamento tattile. L’inclusione inizia quando pendenze, contrasti cromatici, corridoi liberi dagli ostacoli e segnaletiche tattili diventano standard e non eccezioni.
Milano - Linee guida
Milano negli ultimi anni ha affiancato a questo approccio normativo un lavoro progettuale e operativo sullo spazio pubblico. Le “Linee guida di progettazione dello spazio pubblico” fissano un lessico condiviso per sedute, ombreggiamenti, sosta e attraversamenti, mentre il programma “Piazze Aperte” ha testato con l’urbanistica tattica una trasformazione rapida e reversibile; più superfici pedonali, sedute diffuse, fioriere, tavoli da gioco, attraversamenti rallentati. Non è cosmetica, è un modo per misurare sicurezza percepita, uso intergenerazionale e micro-socialità di quartiere, prima di consolidare gli interventi.

Esperienze internazionali
All’estero alcuni casi mostrano cosa significa progettare la città come ecosistema che accoglie.
Vienna - Gender Mainstream
A Vienna, il gender mainstreaming è diventato politica urbana da oltre vent’anni, con manuali, progetti pilota e interventi che vanno dall’illuminazione dei percorsi alla qualità delle soste, dalla larghezza dei marciapiedi all’organizzazione dei tempi di quartiere; l’obiettivo non è “progettare per le donne”, ma usare la lente di genere per costruire spazi più sicuri, leggibili e confortevoli per tutti.
Barcellona - Superillas
Barcellona ha reso strutturale un disegno di prossimità con le Superillas, riconsegnando strada e tempo alle persone: meno traffico di attraversamento, più spazi di relazione, sedute e ombra, attenzione alla sicurezza e all’accessibilità, con risultati misurabili sulla qualità dell’aria e sulla vita di quartiere. Non è un semplice “arredo”, ma una riorganizzazione spaziale che rende la sosta un diritto e non un’eccezione.
Copenaghen - Superkilen
Copenaghen, con Superkilen, ha trasformato un’area multiculturale in un catalogo vivente di oggetti urbani portati dalle comunità che la abitano: attrezzature, sedute, giochi e segni grafici provenienti da decine di Paesi. L’idea di fondo è ribaltare l’ostilità in familiarità, facendo sì che chi abita il quartiere riconosca nello spazio pubblico tracce della propria storia. La seduta, qui, non divide, invita.

Qual è la differenza
La differenza tra città ostile e città inclusiva si gioca su un cambio di sguardo. Si passa dall’idea di contenere problemi a quella di progettare opportunità. Il design ostile sposta solo le fragilità altrove e peggiora la vivibilità complessiva; il design inclusivo costruisce comfort e sicurezza a partire dai gesti quotidiani, con sedute continue e a diverse altezze, appoggi per chi non può sedersi a lungo, ombra naturale, superfici antisdrucciolo, percorsi tattili continui e privi di ostacoli. Quando queste soluzioni sono accompagnate da cornici programmatiche come i PEBA e da linee guida operative chiare, diventano standard replicabili e non eccezioni virtuose.
Nodo culturale
C’è poi un nodo culturale perché ogni elemento di arredo comunica un messaggio. La seduta con divisori dice “stai, ma poco”; la mancanza di sedute dice “non fermarti”; la seduta ampia all’ombra, con schienale e braccioli laterali, dice “qui si può conversare, riposare, aspettare”. Le città che funzionano meglio sono quelle che allineano il messaggio con l’intenzione politica di includere, misurando gli effetti nel tempo. Per questo le esperienze di Vienna e Barcellona, insieme ai programmi tattici milanesi, sono utili. Ci mostrano infatti che una scelta di dettaglio può spostare indicatori di sicurezza percepita, comfort e partecipazione, specie per bambini, donne, anziani e persone con disabilità.
Il dibattito internazionale ricorda anche che la “neutralità” non esiste. La Camden Bench e gli spikes londinesi sono “soluzioni” tecnicamente eleganti ma socialmente escludenti: se funzionano nel loro intento, lo fanno riducendo l’accesso al bene comune. L’alternativa non è l’anarchia d’uso, ma una progettazione che orienta i comportamenti desiderati premiando la sosta di qualità, la prossimità e la cura reciproca. È un ripensamento che vale per il marciapiede di quartiere come per una grande piazza.
L'arredo urbano è infrastruttura sociale
In definitiva, l’arredo urbano non è decorazione ma infrastruttura sociale. Ogni panchina, fioriera, pergolato o attraversamento è un piccolo atto costituzionale sul diritto alla città. Se l’obiettivo è una città che include — e non che seleziona — allora i progetti devono nascere da metriche di accessibilità, sicurezza e benessere e da processi di ascolto delle comunità. La buona notizia è che strumenti, manuali e casi studio già esistono, sta a solo alla scelta di professionisti e amministratori farli diventare la regola.
Per approfondire:
"L’architettura ostile", Il Post, 04 febbraio 2018
Roman Mars, Kurt Kahlstedt, The 99% Invisible City: A Field Guide to the Hidden World of Everyday Design, Hodder & Stoughton, 2020
Linee guida di Regione Lombardia per la redazione dei PEBA
Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, La città del presente
Gender mainstreaming in Vienna, City of Vienna
Ajuntament de Barcelona, Superilles
Brand for the City “Superkilen: un modello di rigenerazione urbana inclusiva”, 23 ottobre 2021
Ascoltare meglio per costruire città più vivibili
L’ascolto non è solo un gesto di cortesia: è la leva che trasforma un intervento edilizio in un progetto urbano legittimato socialmente, capace di generare valore condiviso e ritorno economico stabile. Gli sviluppatori operano dentro un tessuto di relazioni — comitati di quartiere, associazioni sportive e culturali, parrocchie, scuole, reti di commercianti — che rende i contesti sensibili e complessi. Ignorare il tema dell’ascolto significa allungare i tempi autorizzativi, moltiplicare ricorsi e svalutare la qualità d’uso; prenderlo sul serio permette di realizzare opere davvero capaci di valorizzare il contesto di riferimento in una logica win-win, attivando quella che possiamo definire una “licenza sociale ad operare” che rende i processi più fluidi e gli esiti più solidi.

Che cosa si intende per ascolto sociale
L’ascolto è una due diligence sociale che inizia prima dell’acquisizione e prosegue lungo tutto il ciclo di vita del progetto. Significa mappare portatori d’interesse formali e informali, leggere gli usi quotidiani degli spazi, i desideri e i timori, le reti di cura e l’economia di prossimità. Non è marketing, non è una consultazione formale e non si esaurisce in un’assemblea a progetto deciso: richiede metodo, presenza e trasparenza su ciò che si può e non si può fare.
Strumenti utili
Gli esempi non mancano. In diverse città italiane, dai laboratori di quartiere di Bologna alle pratiche di urbanismo tattico sperimentate a Milano e Torino, si è visto come strumenti leggeri e condivisi possano contribuire a ridurre i conflitti e migliorare la qualità degli spazi. Strumenti come i Patti di Collaborazione permettono a cittadini, associazioni e amministrazioni di gestire insieme beni comuni urbani, come spazi pubblici o immobili dismessi. Nel contesto dello sviluppo immobiliare, possono garantire che una parte dei nuovi spazi sia destinata a usi culturali, sociali o temporanei decisi con la comunità, favorendo responsabilità civica e redistribuzione dei benefici urbani.
A Milano, ad esempio, è auspicabile un maggior ascolto dei municipi come portatori di interessi territoriali: in un articolo pubblicato su Gli Stati Generali, l’urbanista Antonella Bruzzese ha ricordato come a Milano i municipi siano stati spesso ignorati o marginalizzati nei processi di trasformazione urbana, con il risultato di impoverire la democrazia locale e di perdere la possibilità di cogliere appieno le risorse iper-locali. Secondo Bruzzese, ripartire dal decentramento e dal ruolo dei municipi è essenziale per ripensare l’urbanistica: non solo come cornice tecnica, ma come strumento per mantenere viva la socialità, custodire le identità locali e rigenerare il capitale spaziale e relazionale dei quartieri.

Dall’ascolto al disegno, cosa cambia davvero
Il risultato, quando il territorio entra davvero nel processo, è visibile nei masterplan: piani terra più permeabili e utili alla comunità, corti e portici pensati per usi condivisi, connessioni pedonali che accorciano i tragitti quotidiani, spazi per sport e gioco libero, alberature e arredi che migliorano il microclima urbano. Scelte che possono sembrare minori, ma che, sommate, incidono sulla vivibilità, sulla sicurezza percepita e persino sulla tenuta economica degli investimenti.
Governance e impatto
Il nodo centrale resta la governance. Tavoli stabili che coinvolgono amministrazioni, sviluppatori, terzo settore, cittadini e scuole si stanno rivelando efficaci quando c’è un facilitatore indipendente capace di tradurre i contributi in decisioni praticabili.
La trasparenza sugli impegni presi, così come sugli indicatori di impatto (fiducia del quartiere, tempi autorizzativi, mix funzionale, performance microclimatiche, impatto economico locale), diventa la condizione per rafforzare la reputazione.

La vera sfida è coinvolgere i giovani
I giovani sono spesso i grandi assenti nei comitati e nei tavoli di pianificazione di quartiere, spazi che restano prevalentemente frequentati da generazioni adulte o anziane. Eppure, è proprio dalla loro voce che le città dovrebbero imparare a guardarsi nel futuro.
Coinvolgere i giovani significa riconoscere che il futuro delle città non è un fatto astratto, ma prende forma nelle energie, nelle visioni e perfino nelle inquietudini delle nuove generazioni. Non basta pensare a spazi a loro destinati: occorre accettare che essi diventino protagonisti di una narrazione urbana in cui possono portare linguaggi, sensibilità e immaginari diversi. Dare loro voce non è quindi un atto di concessione, ma di intelligenza collettiva, perché il loro sguardo anticipa trasformazioni che gli adulti spesso non vedono o non colgono in tempo. Una città che ascolta i giovani diventa più permeabile al cambiamento, più aperta all’imprevisto e più capace di rinnovarsi senza tradire le proprie radici. È in questa prospettiva che la partecipazione giovanile si trasforma da dettaglio accessorio a fondamento di una vera sostenibilità sociale.
Perché conviene a tutti
Un progetto nato dall’ascolto produce vantaggi per tutti.
Sviluppatori
Conviene agli sviluppatori perché aiuta a costruire un consenso allargato durante il processo e di conseguenza a valorizzare la propria reputazione.
Amministrazione
Conviene all’Amministrazione perché i luoghi riqualificati a partire dall’ascolto diventano luoghi che il cittadino fa propri: quando gli abitanti riconoscono parti di sé in un nuovo luogo, tendono a proteggerlo e a farlo vivere.
Cittadini
Conviene ai cittadini perché questo modo virtuoso di riqualificare gli spazi urbani rende le città più vivibili e ricche di senso.
Per approfondire:
Liisa Horelli e Sirkku Wallin, Civic Engagement in Urban Planning and Development, Land 06/09/2024
Giovanni Pivetta, Urbanistica partecipata, la nuova frontiera ambientale, habitami, 3 marzo 2016
Comune di Bologna, Il piano per l’innovazione urbana di Bologna
Labsus, Verso un nuovo modello di urbanistica tattica partecipata, 4 Aprile 2023
Strade chiuse al traffico, aperte alla comunità. Il potere trasformativo delle playstreet
Negli ultimi anni l’Europa ha visto crescere in modo significativo gli esperimenti di trasformazione temporanea dello spazio urbano. Le cosiddette Play Streets o Living Streets nascono con l’idea semplice, ma rivoluzionaria, di chiudere al traffico alcune vie, restituendole ai cittadini per il gioco, la socialità e la mobilità dolce.
Un esempio emblematico è Gent, in Belgio, dove già dal 2016 l’amministrazione ha inserito le living streets nella strategia urbana, riducendo l’uso dell’auto privata e promuovendo mobilità sostenibile. Durante la pandemia, molte città europee hanno accelerato su questo fronte: ciclabili temporanee, spazi pedonali emergenziali, domeniche senz’auto. Questi “street experiment” si configurano come interventi rapidi e a basso costo, ma capaci di incidere profondamente sul rapporto tra mobilità e qualità della vita.
Come accennavamo qualche tempo fa in un nostro articolo, chiudere temporaneamente le strade al traffico diventa un atto politico e culturale, un gesto che ribadisce la priorità dei cittadini rispetto ai veicoli e apre nuove prospettive per la vita comunitaria.

Focus sull’Italia. Streets for Kids e nuove pratiche urbane
In Italia il tema delle Play Street si intreccia con quello delle strade scolastiche e della mobilità attiva per i bambini. La campagna europea Streets for Kids, sostenuta dalla Clean Cities Campaign, ha trovato infatti ampia adesione. Tra il 5 e il 23 maggio 2025 in decine di città, famiglie, insegnanti e genitori hanno chiuso le strade davanti alle scuole, chiedendo più sicurezza e meno traffico.
Accanto a queste mobilitazioni civiche, diverse città hanno intrapreso sperimentazioni significative di urbanismo tattico.
Bologna - Fondazione Innovazione Urbana
A Bologna la Fondazione per l’Innovazione Urbana ha trasformato parcheggi in aree gioco e reso temporaneamente pedonali piazze e vie centrali, con il coinvolgimento diretto di residenti e commercianti, aprendo la strada a possibili soluzioni permanenti, dimostrando che l’urbanismo tattico può essere il primo passo verso un cambiamento duraturo.
Milano - Strade Aperte
A Milano, il programma Strade Aperte , nato durante la pandemia, ha introdotto molti chilometri di ciclabili e sperimentato Play Street nei pressi delle scuole, mentre il progetto Piazze Aperte ha ridisegnato più di 56.000 metri quadrati di spazio pubblico, con arredi urbani leggeri, panchine, fioriere e rastrelliere, restituendo piazze dimenticate agli abitanti.
Bari e Taranto
Anche città come Bari e Taranto hanno cominciato a sperimentare forme di urbanismo tattico legate alla mobilità sostenibile e alla socialità. Uno studio pubblicato su Sustainability ha messo in evidenza come queste esperienze possano diventare strumenti di rigenerazione urbana e sociale, capaci di innescare processi partecipativi e di modificare in profondità l’uso dello spazio pubblico.

Roma - Strade scolastiche artistiche
Anche Roma si sta muovendo in questa direzione. All’interno del programma europeo Streets for Citizens, promosso da Interreg Euro-MED, la capitale partecipa con un progetto pilota che mira a sviluppare modelli replicabili di urbanismo tattico per migliorare la mobilità sostenibile. Roma ha visto inoltre nascere la prima “strada scolastica artistica” della capitale, in via Monte Ruggero, dove un intervento ha unito sicurezza, arte pubblica e inclusione, trasformando l’ingresso della scuola in un luogo colorato e accogliente.
Questi sono tutti esempi che confermano come la Play Street non sia un fenomeno marginale, ma un tassello di un più ampio processo di trasformazione urbana, che coinvolge istituzioni, associazioni e cittadini. Iniziative di questo tipo hanno la capacità di cambiare la percezione collettiva dello spazio urbano, mostrando in concreto come la città possa diventare più vivibile e a misura di persona.
Pianificazione e politiche pubbliche, dai PUMS alle strade complete
Le Play Street si inseriscono in un quadro più ampio di politiche di mobilità sostenibile. In Italia i PUMS – Piani Urbani della Mobilità Sostenibile rappresentano lo strumento di pianificazione che integra trasporto pubblico, ciclabilità e riduzione del traffico automobilistico. Accanto a questi, il concetto di “strada completa”, mutuato dal dibattito internazionale e ormai discusso anche nel contesto italiano, indica un’infrastruttura progettata per essere accessibile a tutti, dai pedoni ai ciclisti, dagli utenti del trasporto pubblico alle persone con ridotta mobilità. Le Play Street e le School Street possono essere viste come piccoli ,ma significativi ,esperimenti che anticipano questo modello, mostrando in scala ridotta cosa significhi immaginare una città più sicura, inclusiva e accessibile.
Come sottolineato in diversi articoli che abbiamo pubblicato, queste non sono soltanto infrastrutture temporanee, ma strumenti culturali che insegnano ad amministratori e cittadini a guardare la mobilità urbana con occhi diversi, più empatici e orientati al bene comune.

Oltre la mobilità: un cambiamento culturale
Se la Play Street è nata per garantire spazi di gioco ai bambini, oggi rappresenta qualcosa di molto più ampio. È un catalizzatore di mobilità attiva, che incoraggia spostamenti a piedi e in bicicletta, riducendo la dipendenza dall’auto privata. È uno strumento di sicurezza stradale, che riduce il rischio di incidenti e protegge gli utenti più vulnerabili. È anche un veicolo di cambiamento culturale, perché modifica la percezione dello spazio urbano: da infrastruttura di scorrimento a luogo di incontro, di comunità, di cura.
Le Play Street mostrano che la strada non è solo un luogo di transito, ma può tornare ad essere spazio di relazione e di vita quotidiana. È in questo cambio di prospettiva che si trova la loro forza: non soltanto un evento temporaneo, ma un’anticipazione concreta di come potrebbero diventare le città del futuro.
Le esperienze europee e italiane confermano che le Play Street sono molto più di un evento per bambini. Sono uno strumento concreto per ripensare la mobilità urbana e per dare forma a città più sicure, inclusive e vivibili. Dalle living street di Gent alle Streets for Kids italiane, passando per i programmi di Milano e Bologna e i progetti di Roma, Bari e Taranto, emerge un messaggio chiaro: le strade appartengono alle persone.
Ripartire da ciò significa restituire respiro all’intera città e costruire un futuro urbano più giusto e sostenibile. Si tratta di una sfida culturale e politica che richiede visione, coraggio e partecipazione, ma che può trasformare in profondità il nostro modo di vivere la città.
Per approfondire:
Streets for Kids di Clean Cities Italia
Anna Maugeri, Urbanismo tattico, trasformare la città in modo inclusivo, Tradimalt, 14/04/2024
Enrica Papa, Streets Experiments per la mobilità sostenibile e la socialità, DiTe, 08/03/2023.
From concrete to green: which trends will shape your city’s future? Interreg Euro-MED
La sfida del clima si vince nei quartieri, il modello C40 GTN
Nel 2022, C40 Cities – la rete che riunisce quasi 100 grandi città impegnate nella lotta alla crisi climatica – ha lanciato il programma Green and Thriving Neighbourhoods (GTN), con il supporto di partner come Urban Partners, Arup, Ramboll, UNEP e UN-Habitat. L’obiettivo era chiaro: dimostrare che la transizione ecologica non passa soltanto da grandi strategie nazionali o piani urbanistici complessivi, ma deve tradursi in interventi concreti nei quartieri, laddove le persone vivono la propria quotidianità.
Nel corso di tre anni, il programma è cresciuto fino a coinvolgere 24 città pilota in tutto il mondo, ognuna impegnata a sperimentare soluzioni locali per ridurre emissioni, migliorare la qualità della vita e rafforzare la resilienza urbana. A giugno 2025, il nuovo report del C40 mostra come i progetti avviati dal 2023 al 2024 stiano già producendo risultati tangibili, offrendo modelli replicabili a scala globale.

Perché partire dal quartiere
Il concetto di quartieri verdi e vivibili, sostenibili si fonda su quattro pilastri fondamentali:
- prossimità e completezza dei servizi, secondo la logica della “città dei 15 minuti”;
- spazi pubblici centrati sulle persone, che riducono la dipendenza dall’auto privata;
- comunità inclusive, con attenzione a equità sociale e accessibilità;
- natura urbana e resilienza climatica, attraverso verde diffuso, soluzioni basate sulla natura e gestione sostenibile delle risorse.
Secondo l’IPCC (Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici), adottare modelli policentrici e a scala di quartiere potrebbe abbattere le emissioni urbane globali fino al 26% entro il 2050, rispetto allo scenario “business as usual”.

Progetti pilota in Italia
Milano - Camp Turroni a Crescenzago
Nel quartiere Crescenzago, a Milano, è nato Camp Turroni, un cortile scolastico trasformato in un’oasi verde e sociale. L’iniziativa, lanciata nel 2024 con il supporto della Fondazione Zurich, ha reso la scuola non solo un luogo di apprendimento ma anche uno spazio comunitario, attrezzato con arredi mobili ombreggianti, aree di gioco e attività culturali.
Il progetto ha combinato soluzioni climatiche (alberi, superfici drenanti, ombra) con attivazione sociale e co-gestione degli spazi. Nel 2025 sono previste nuove azioni: replicare le “scuole-oasi” in altri quartieri, introdurre ombreggiamento nelle “Piazze Aperte” e avviare programmi contro la povertà energetica.
Roma - Tufello e Vigne Nuove
A Roma, il programma GTN si concentra sull’area di Tufello/Vigne Nuove, quartieri popolari con alta densità abitativa. Qui gli interventi puntano a pedonalizzazioni, microforeste urbane e spazi pubblici ridisegnati per favorire mobilità sostenibile e inclusione. Il progetto mette al centro la sicurezza urbana percepita, con particolare attenzione a donne e bambini, e rafforza il ruolo delle scuole come centri civici e di prossimità.

Esperienze internazionali
Il programma GTN è attivo in tutti i continenti e offre esempi innovativi e diversificati:
Parigi - Città a 15 minuti
Dal 2020 la sindaca Anne Hidalgo ha promosso la “città a 15 minuti”, oggi rafforzata dal Piano Urbanistico Bioclimatico 2023, che include cortili scolastici trasformati in oasi verdi aperte al pubblico, oltre 200 “strade scolastiche” pedonalizzate, nuovi hub di quartiere e un ambizioso piano ciclabile da 250 milioni di euro.
Bogotà - Careblocks e Barrios Vitales
Attraverso il programma Careblocks e Barrios Vitales, la capitale sta rigenerando quartieri vulnerabili con approcci integrati che combinano spazi pubblici, servizi sociali, gestione dell’acqua e verde urbano, ponendo grande enfasi sulla partecipazione dei residenti.
Copenaghen - Jernbanebyen
Il progetto Jernbanebyen trasforma un’ex area ferroviaria in un quartiere sostenibile e low-carbon. Prima ancora della costruzione, un edificio è stato riadattato in hub comunitario (Spor10), ospitando associazioni locali e creando coesione sociale sin dall’inizio.
Rio de Janeiro - Corridoi sotenibili
Con il piano dei corridoi sostenibili, la città sta rigenerando assi urbani strategici, combinando infrastrutture verdi, percorsi pedonali e connessioni tra stazioni ferroviarie e parchi, in particolare nel quartiere Oswaldo Cruz.
Dakar - Biscuiterie
Nel quartiere Biscuiterie, il progetto pilota ha introdotto nuove aree verdi, percorsi ciclabili e strategie contro l’isola di calore urbano, con il coinvolgimento attivo della comunità locale.
La sfida dei prossimi anni
Bando globale di innovazione
Nel 2024, il C40 ha lanciato un bando globale di innovazione: a novembre sono stati selezionati tre progetti vincitori, finanziati con 100.000 dollari ciascuno, da realizzare a Buenos Aires, Nairobi e Rio de Janeiro. Si tratta di nuove sperimentazioni pensate per ampliare la rete dei quartieri verdi e fiorenti, dimostrando come questi modelli possano adattarsi a contesti molto diversi.
Guardando avanti, entro la fine del 2025 verranno pubblicati nuovi strumenti di finanziamento e linee guida per le amministrazioni, con l’obiettivo di accelerare la diffusione di questi progetti e consolidarne la replicabilità a livello globale.
Green and Thriving Neighbourhoods
Il programma Green and Thriving Neighbourhoods dimostra che la sostenibilità urbana si costruisce dal basso, strada per strada, scuola per scuola, piazza per piazza. Milano e Roma, insieme alle altre 22 città pilota, stanno tracciando una nuova via: quartieri resilienti, inclusivi e verdi, capaci di affrontare le sfide climatiche e sociali con soluzioni concrete.
Dalla nascita di una visione alla scalabilità globale
Se il 2022 ha rappresentato la nascita di una visione, il 2025 è l’anno in cui questa visione si consolida e si apre alla scalabilità globale, offrendo un modello per tutte le città che vogliono essere davvero sostenibili.
Per approfondire:
Released: C40 Cities report on green and thriving neighbourhoods, Local Action, 9 giugno 2025
Camp Turroni: L'Innovativo Progetto di Quartieri Resilienti a Milano, LSNN.net
Spazi aperti del polo culturale e sportivo del Tufello, Students Reinventing Cities
Una microforesta a vigne Nuove, Roma Today
Lo Sport Urbanism come pratica sociale
In un tempo in cui le città sono chiamate a rispondere a sfide ambientali, sanitarie e sociali sempre più complesse, lo sport si rivela uno strumento inaspettatamente potente per trasformare lo spazio urbano e attivare comunità. Non si parla più solo di grandi eventi o impianti olimpionici, ma di una nuova cultura dello sport quotidiano, accessibile, diffuso, integrato nei tessuti urbani esistenti. È questa la visione alla base dello Sport Urbanism, un approccio che riconosce allo sport un valore sociale, relazionale e rigenerativo.

Quando lo sport rigenera lo spazio
Sempre più amministrazioni, fondazioni e attori privati scelgono di investire in progetti di rigenerazione urbana a fondo sportivo: spazi abbandonati che diventano playground, parcheggi che si trasformano in palestre a cielo aperto, percorsi ciclopedonali che riconnettono quartieri e persone. Come raccontavamo già nell’articolo “Sport per tutti: come lo Sport Urbanism può trasformare le città”, si tratta di un cambio di paradigma: lo sport diventa un diritto di prossimità, uno strumento di coesione, un modo per restituire dignità e centralità agli spazi pubblici.
Questi interventi non sono solo fisici, ma culturali: portano con sé una visione inclusiva dello spazio urbano, dove il movimento è accessibile a tutte le età, dove la socialità spontanea è incoraggiata, dove il gioco diventa infrastruttura civile.

Sport come cura e presidio civico
Lo Sport Urbanism non è solo una questione di attrezzature, ma di relazioni. Lo sport attiva, connette, rigenera: è presidio civico, strumento educativo, occasione di scambio intergenerazionale. Come sottolineavamo nell’articolo “Lo Sport Urbanism come cura delle persone e della società”, pensare lo sport dentro la città significa prendersi cura della salute mentale e fisica delle persone, ma anche del benessere collettivo e della tenuta sociale delle comunità.
In quartieri fragili, in cui la marginalità cresce e gli spazi pubblici si svuotano, l’attività motoria diventa occasione di riappropriazione dello spazio e di costruzione di fiducia. Un campo da basket illuminato, una sessione di yoga in piazza, una camminata collettiva sono piccoli gesti di cura urbana che producono effetti duraturi.

SportCity Day: un esperimento riuscito di urbanismo tattico
Un esempio concreto di come lo sport possa trasformare la città è lo SportCity Day, promosso dalla Fondazione SportCity, che ogni anno coinvolge decine di città italiane in un’azione diffusa di attivazione urbana attraverso il movimento. Strade, parchi, piazze diventano palestre temporanee a cielo aperto, attivando nuove forme di prossimità e riscoperta del territorio. Come raccontato nel documento fornito, questa giornata è molto più di un evento: è un dispositivo di trasformazione culturale, un laboratorio urbano che mostra come anche con risorse minime sia possibile generare un impatto concreto.
Per una nuova agenda urbana del benessere
Pensare alla città a partire dallo sport significa cambiare prospettiva: non più solo infrastrutture da costruire, ma relazioni da attivare. Non solo performance e agonismo, ma accessibilità, inclusione, educazione. Lo Sport Urbanism ci invita a immaginare una città che si muove, che respira, che cura e si prende cura.
Per rendere questo approccio strutturale, serve una visione integrata e una governance condivisa: co-progettazione con i cittadini, manutenzione nel tempo, alleanze tra pubblico, privato e terzo settore. E serve soprattutto un cambio di mentalità: lo sport non è un lusso o un intrattenimento, ma una grammatica urbana per costruire città sane, democratiche e resilienti.
Per approfondire:
Recreation- and sport-led regeneration of urban water infrastructure, Karin Book, frontiers
Sport urbanism, quando lo sport si ingloba con la città, Iris Ippolito, La TEstata Magazine
Fondazione SportCity, SportCity Day 2025
Lo spsrt come infrastuttura urbana diffusa, Emilio Faroldi, Il Giornale dell'Architettura
Dove gioca un bambino respira la città intera
C’è un gesto tanto semplice quanto potente nel cuore di ogni città: un bambino che gioca. Non in uno spazio chiuso o artificiale, ma in un luogo pubblico, vissuto, accessibile, permeabile. Un gesto di presenza, di esplorazione, di appartenenza. Quando un bambino gioca liberamente nella sua città, non è solo lui a respirare. È la città intera che si attiva, si apre, si umanizza. Il gioco diventa così una chiave urbana, uno strumento di lettura e trasformazione profonda del territorio.
Oggi, nelle città contemporanee, questo gesto è spesso ostacolato. La crescita urbana ad alta densità, il traffico, la privatizzazione dello spazio, la paura del rischio e la standardizzazione delle aree gioco hanno reso il gioco all’aperto sempre più raro. Come scrivevamo nell’articolo Il gioco libero dei bambini come cambiamento per le città “le aree urbane moderne sono state progettate con priorità diverse dalla creazione di spazi adatti al gioco dei bambini”. Il risultato è che i bambini sono progressivamente scomparsi dallo spazio pubblico e, con loro, anche la possibilità di immaginare una città a misura di tutti.
Ma qualcosa sta cambiando. Le ricerche internazionali, come la revisione pubblicata su Urban Studies o i recenti studi giapponesi sull’inclusione nei parchi, mostrano che una progettazione intenzionale, sensibile e partecipata degli spazi gioco può diventare leva per rigenerare interi quartieri. Rigenerare non significa solo migliorare l’estetica o la funzionalità di un’area, ma innescare nuove relazioni tra le persone, far emergere energie comunitarie, restituire spazio ai diritti fondamentali – primo fra tutti, quello al gioco.

Il diritto al gioco è un diritto urbano
Il gioco non è un lusso. È una necessità biologica, una forma primaria di conoscenza e di relazione. Un’area gioco ben progettata non serve solo i bambini. Diventa punto di incontro, di attraversamento, di sosta anche per adolescenti, genitori, educatori, anziani. Per questo oggi si parla di spazi multigenerazionali: luoghi capaci di tenere insieme corpi e bisogni diversi, dove il tempo non è scandito dall’efficienza ma dalla relazione. Uno spazio che accoglie un nonno che osserva, una madre che legge, un’adolescente che si allena, un bambino che esplora non è solo un parco: è un bene comune attivo.

Inclusività e co-progettazione
L’inclusività, però, non è solo una questione architettonica. È anche culturale, sensoriale, narrativa. Come raccontavamo in Rendere le città più inclusive per i bambini, occorre superare la logica dei “luoghi preposti”, aprendo la città a “libertà di movimento, di gioco o svago”, in ogni spazio possibile. L’esempio del parco inclusivo progettato a Nonoichi, in Giappone, mostra come il coinvolgimento attivo di bambini – anche con disabilità – possa generare ambienti realmente accessibili, non solo in senso normativo ma anche emotivo. L’inclusione, in questo senso, è un processo di ascolto profondo e continuo, che non si esaurisce nella posa di una rampa o di una pavimentazione gommata.
Anche alcune esperienze italiane dimostrano l’efficacia della co-progettazione. In città come Trento, Palermo, Milano, associazioni e famiglie si sono attivate per trasformare piccoli spazi residuali in luoghi accoglienti, coinvolgendo direttamente i bambini in laboratori di ascolto, disegno, costruzione. Il risultato non è solo estetico, ma identitario. E infatti lo spazio diventa riconosciuto, rispettato, difeso.

Multigenerazionalità e prossimità sociale
Ripensare i parchi gioco in chiave multigenerazionale significa restituire senso alla prossimità. Lo spazio gioco smette di essere un recinto per l’infanzia e diventa una piazza vissuta, una soglia tra età diverse, una possibilità di incontro tra differenze. Non servono grandi strutture: bastano sedute comode, ombra, accessi visibili, materiali naturali, suolo da esplorare.
Quando lo spazio gioco accoglie più generazioni, anche la sicurezza aumenta. Non serve sorvegliare ossessivamente: bastano occhi diversi, usi complementari, tempi sfalsati. In una piazza viva, il gioco è più libero, ma anche più protetto. Ed è in queste situazioni che bambini e adulti possono tornare a sentirsi parte della stessa comunità urbana.
Le imprese come attori urbani responsabili
A fianco dell’azione pubblica e comunitaria, un ruolo sempre più centrale è quello delle imprese. Non più semplici sponsor, ma attori urbani responsabili. Il modello del Brand Urbanism, che promuoviamo da sempre, propone alle aziende di investire nella rigenerazione degli spazi pubblici come forma di restituzione e alleanza con il territorio. Sempre in Rendere le città più inclusive per i bambini scrivevamo infatti: “l’urbanistica tattica e i progetti finanziati dalle aziende, insieme al coinvolgimento della comunità, possono essere elementi chiave nel creare una città più inclusiva per i bambini”.
Questo approccio produce valore per tutti. Le imprese guadagnano in reputazione, relazioni, riconoscimento. Le comunità ottengono luoghi curati, progetti educativi, occasioni di confronto. Le amministrazioni possono contare su risorse e competenze aggiuntive. Insieme, questi attori possono costruire interventi ad alto impatto civico e sociale.

Spazi resilienti al clima e alle disuguaglianze
L’urgenza climatica impone di progettare spazi gioco più resilienti. Le ondate di calore, l’inquinamento, la scarsità d’acqua rendono insostenibili molte delle aree gioco tradizionali. Serve una nuova generazione di playground: ombreggiati, permeabili, con suolo vivo, con elementi naturali che stimolino i sensi e rafforzino il legame tra bambini e natura.
Ma la resilienza non è solo ambientale: è anche sociale. Un parco gioco che accoglie la diversità, che riduce le disuguaglianze, che stimola la partecipazione diventa un presidio contro l’isolamento, la povertà educativa, l’esclusione. Il progetto della strada scolastica in via della Rondine, realizzato grazie al contributo di Carrefour, è emblematico: un semplice intervento di chiusura temporanea ha generato spazio per il gioco, la socialità, la cura, mostrando come anche piccole azioni possano cambiare profondamente la percezione e l’uso dello spazio pubblico.
Rigenerare la città a partire dai suoi cittadini più piccoli
Rigenerare uno spazio gioco, quindi, non significa solo posare una nuova altalena. Significa attivare energie, risvegliare relazioni, riscrivere narrazioni urbane. È un processo che coinvolge tutti: istituzioni che sanno ascoltare, comunità che vogliono partecipare, imprese che scelgono di prendersi cura, professionisti capaci di trasformare bisogni in luoghi.
In conclusione, se vogliamo che le nostre città siano davvero inclusive, sane, democratiche, dobbiamo imparare a guardarle dal basso verso l’alto. All’altezza degli occhi di un bambino. Dove c’è un bambino che gioca, c’è una comunità che si incontra, c’è una rete sociale che si riattiva, c’è una città che si prende cura di sé.
Ecco perché, oggi più che mai, rigenerare uno spazio gioco significa rigenerare il senso civico, il senso del possibile, il senso del futuro.
Perché sì, è vero: dove gioca un bambino, respira la città intera!
Per approfondire:
How to Design an Inclusive Playground, Play N Play Desing, 14 agosto 2024
How do kids have fun? Inside the state of child’s play in 2024, Anna North, Vox, 12 Settembre 2024
‘Urban Playground’ makes the case for child-friendly cities, Child in the City, Tim Gill
Guida alla progettazione del parco giochi inclusivo, F. Casola - E. Gaiatto, Architettura Inclusiva
Progettazione urbana sensibile per città empatiche e adattive
In un tempo di crisi ecologica, trasformazioni climatiche, invecchiamento demografico e crescente disuguaglianza, la città torna a essere molto più di un agglomerato urbano. Diventa infatti un organismo vivo, in costante mutamento, abitato da reti umane, emozioni, tensioni, desideri. La progettazione urbana sensibile nasce proprio da questa consapevolezza, che lo spazio non è mai neutro, e che ogni gesto progettuale contribuisce a plasmare le relazioni sociali e la qualità della vita.
Questa visione supera la logica funzionalista della pianificazione tradizionale, per restituire allo spazio urbano una dimensione relazionale e simbolica. Rigenerare, in quest’ottica, non significa semplicemente ristrutturare o ripulire. Significa creare spazi capaci di ascoltare, accogliere e adattarsi, costruendo città empatiche.

La rigenerazione come processo relazionale
Troppo spesso, nella narrazione pubblica, la rigenerazione urbana è associata a edifici restaurati, piazze ripavimentate, facciate colorate. Ma, come già citavamo nell’articolo Il ruolo dell’architettura empatica nella rigenerazione urbana, restituire forma a un luogo non basta a renderlo vivo. È necessario lavorare sulla dimensione invisibile, quella delle emozioni, dei ricordi, dei bisogni profondi.
L’architettura empatica interviene proprio in questa zona grigia del progetto urbano. Traduce infatti le fragilità in potenzialità, agisce sui legami sociali, facilita incontri, genera fiducia. La rigenerazione, in questa prospettiva, è innanzitutto una ricostruzione di senso e relazioni, non solo di volumi.

La progettazione come atto politico e culturale
Progettare in modo sensibile non è un semplice esercizio tecnico. È un atto politico. Significa ridistribuire potere, aprire spazi di partecipazione, riconoscere competenze diffuse, includere visioni differenti. In questo senso, il progettista diventa facilitatore di processi, piuttosto che autore assoluto.
La città empatica nasce dal confronto tra sapere tecnico e vissuto locale, tra visione d’insieme e dettagli quotidiani. È progettata non per, ma con le comunità. Un cambio di paradigma profondo, che restituisce centralità alla cittadinanza come motore di trasformazione.

Micro-interventi, grandi trasformazioni
In molte città europee, da Londra a Torino, si sperimentano interventi leggeri e temporanei capaci di generare effetti trasformativi profondi. Progetti come T-Factor dimostrano che anche un piccolo spazio dimenticato – un parcheggio, un marciapiede abbandonato – può diventare occasione di attivazione sociale se trasformato in modo collaborativo: con arte, giardini condivisi, performance, giochi, laboratori.
È la logica della cosiddetta agopuntura urbana. Pochi interventi mirati, in punti strategici, possono liberare energie latenti e riattivare circuiti di relazione, fiducia e creatività. E, soprattutto, mettono in moto processi culturali duraturi.
Narrazione, identità e spazio urbano
La rigenerazione sensibile ha anche una forte componente narrativa. Rimettere mano a uno spazio pubblico significa spesso rimettere in discussione la storia che lo ha generato, i significati collettivi che vi si proiettano. Murales partecipativi, installazioni temporanee, pratiche di autocostruzione diventano gesti simbolici, capaci di risignificare luoghi e attivare nuove forme di identità condivisa.
La narrazione urbana – se accompagnata da processi partecipativi autentici – diventa così strumento di coesione, di ricomposizione, di visione collettiva. Anche il linguaggio del progetto diventa più sensibile: si parla di gentilezza urbana, di spinta leggera, di inviti invece che comandi.

Le città adattive vanno oltre la resilienza
La progettazione urbana sensibile si lega profondamente al concetto di adattività. In un mondo instabile, le città non devono solo resistere agli shock (ambientali, sanitari, economici), ma devono anche saperli trasformare in occasioni di crescita.
Città adattive sono quelle che cambiano insieme ai propri abitanti, che si rinnovano attraverso processi inclusivi, che imparano a leggere i segnali del presente. Strumenti come il City Adaptability Index aiutano a misurare questa capacità trasformativa: valutano parametri come inclusione sociale, salute, qualità dell’aria, governance partecipata. Ma più dei dati, contano le pratiche: luoghi dove si sperimenta, si sbaglia, si ascolta, si impara.
Nuove alleanze per la città del futuro
Perché questo cambiamento sia possibile, è necessario che anche le amministrazioni si evolvano. Servono istituzioni aperte, capaci di facilitare, non solo di controllare. Serve una politica urbana che accetti il confronto con le comunità e che favorisca processi orizzontali, corali, creativi.
La città sensibile è frutto di una alleanza tra saperi, tecnici, narrativi, sociali e artistici. È una costruzione collettiva che nasce dalla collaborazione tra cittadini, progettisti, attivisti, artigiani, amministratori. Nessuno, da solo, può immaginare il futuro.
In definitiva, la progettazione urbana sensibile ci invita a una nuova cultura della città. Una cultura della cura, dell’ascolto, della presenza. Una città che rallenta, che guarda negli occhi, che ti chiede “come stai?”. Una città che si prende cura dei suoi margini, dei suoi abitanti fragili, delle sue ferite.
Parlare di progettazione sensibile non è utopia. È indicare una direzione concreta e necessaria. Significa credere che ogni spazio urbano può essere un luogo di relazioni, bellezza e trasformazione. Significa costruire città non solo più efficienti, ma più giuste, accoglienti, vive.
Per approfondire:
ConVivere Bologna - Fondazione Innovazione Urbana
Giocare la città, la gamification civica come motore di rigenerazione urbana e attivazione sociale
Immaginate una città dove l’impegno civico non è più vissuto come un dovere gravoso, ma come un’avventura collettiva, una sfida motivante che stimola la partecipazione e rafforza il senso di appartenenza. Un luogo in cui migliorare il quartiere non passa solo attraverso delibere e cantieri, ma anche grazie a missioni condivise, narrazioni coinvolgenti, piccoli gesti che, come in un gioco, generano impatto. Questa visione non è una semplice utopia urbana: è una possibilità concreta, resa oggi accessibile grazie alla gamification civica, ovvero l'applicazione consapevole delle logiche di gioco a contesti urbani, sociali e partecipativi.
Il gioco – da sempre strumento di apprendimento, esplorazione e socializzazione – diventa così un alleato della trasformazione urbana, capace di connettere le persone agli spazi, ai valori collettivi e alle istituzioni, rompendo il muro dell’indifferenza e facilitando il coinvolgimento. L’obiettivo è quello di stimolare comportamenti virtuosi, attivare energie latenti, facilitare la rigenerazione di luoghi e relazioni. In altre parole, trasformare le città attraverso il gioco.

La città come spazio ludico e collettivo ovvero giocare per rigenerare - Gamification civica
La rigenerazione urbana, se intesa nel suo significato più pieno, non si limita alla riqualificazione materiale degli spazi. È un processo complesso, che riguarda la cura del territorio e delle relazioni. Rinnovare un parco, una piazza o un edificio è importante, ma senza l’attivazione delle persone quei luoghi rischiano di rimanere “non-luoghi”, scenografie vuote. La gamification civica, con la sua capacità di coinvolgere anche chi normalmente resta ai margini della partecipazione, è un potente motore di questa attivazione.
Con dinamiche di gioco – premi, sfide, narrazioni, ranking, esplorazioni – si riesce ad abbattere barriere culturali, linguistiche, generazionali. Il gioco parla un linguaggio universale e crea connessioni emotive. Può avvicinare giovani e anziani, cittadini digitali e cittadini periferici, residenti e nuovi abitanti, costruendo ponti laddove spesso ci sono silenzi o disconnessioni.
La città diventa così un terreno di gioco condiviso, dove ogni gesto individuale – raccogliere un rifiuto, scoprire una storia dimenticata, risolvere un enigma urbano – si intreccia in una trama collettiva di rigenerazione e consapevolezza.

Quando il gioco cambia lo spazio e le persone, alcuni esempi che ispirano
In Italia stanno emergendo sempre più progetti che mostrano il potenziale concreto della gamification per la rigenerazione urbana.
High School Game e Games per l'Educazione Civica
High School Game e Games per l’Educazione Civica, ad esempio, coinvolgono gli studenti delle scuole superiori in percorsi formativi “gamificati”, affrontando temi fondamentali come la sostenibilità, la sicurezza stradale, la legalità, i diritti e doveri civici. Attraverso quiz, sfide, giochi di ruolo e storytelling interattivo, i giovani diventano non solo fruitori, ma veri e propri agenti di cambiamento nel proprio territorio.
Garipalli - City Escape
In ambito urbano, esperienze come Garipalli – City Escape trasformano le città in grandi giochi d’avventura: attraverso app, QR code e interazioni digitali, i cittadini riscoprono il patrimonio culturale e si riappropriano degli spazi in modo giocoso ma consapevole. Allo stesso modo, PlayAlghero ha attivato una narrazione ludica che unisce abitanti e turisti, valorizzando il centro storico attraverso esperienze partecipative.
Milano - Cascina 9
A Milano, la realtà di Cascina 9 mostra come la gamification possa essere inserita in un progetto culturale più ampio, diventando catalizzatore per la rigenerazione sociale dei quartieri. Qui il gioco si fa riflessione collettiva, attivazione di reti, occasione di ascolto e scambio tra cittadini, istituzioni, associazioni.
Università di Bologna - Gioco come strumento tecnologico
Non mancano infine progetti in cui il gioco diventa anche strumento tecnologico: come quello dell’Università di Bologna, che attraverso un serious game ha coinvolto i cittadini nel mappare le barriere architettoniche della città, generando dati utili per l’accessibilità urbana. In questo caso, la gamification agisce sia sul piano simbolico che operativo: attiva la cittadinanza e fornisce strumenti concreti per la trasformazione.

Gamification e inclusione, progettare con cura per generare impatto
Perché tutto questo funzioni, è però indispensabile progettare con cura. La gamification civica non può essere una semplice “vernice” che colora temporaneamente l’apatia urbana. Deve essere pensata come un processo partecipato, basato sull’ascolto delle comunità, sui bisogni locali, sulle risorse presenti. Serve co-progettazione, metodo, ascolto, capacità di calibrare il gioco su chi lo vivrà.
Altrimenti il rischio è di produrre esperienze divertenti ma superficiali, poco inclusive, o addirittura frustranti. Per questo sono centrali i principi del co-design e della progettazione partecipata, che permettono di costruire giochi che siano realmente in grado di attivare, trasformare, rigenerare. Come insegna l’approccio internazionale del Play the City, il gioco può essere uno strumento di dialogo urbano, capace di accompagnare anche i processi più complessi di trasformazione territoriale.
Tecnologie emergenti, città che cambiano e nuovi paradigmi
Il futuro della gamification civica si intreccia sempre di più con tecnologie avanzate – realtà aumentata, intelligenza artificiale, IoT – che permettono di creare esperienze urbane immersive e personalizzate. Pensiamo a città dove si può “parlare” con un semaforo o ricevere missioni quotidiane per contribuire al benessere collettivo. O dove le app di quartiere premiano con visibilità o vantaggi chi si prende cura dello spazio comune.
Ma la vera innovazione non è solo tecnologica: è culturale. È la riscoperta del gioco come strumento di cittadinanza attiva, capace di generare senso, appartenenza, fiducia. È il riconoscimento che giocare insieme può essere un gesto politico, creativo, trasformativo.
Anche i piccoli comuni, spesso trascurati dai grandi piani urbani, possono diventare laboratori di innovazione sociale grazie alla gamification. Luoghi dove il gioco non è evasione, ma cura; non distrazione, ma trasformazione.

Rigenerare giocando, attivare partecipando
La gamification civica rappresenta quindi oggi un’opportunità straordinaria per costruire città più inclusive, sostenibili, partecipate. Città in cui rigenerare non significa solo rinnovare, ma riattivare; in cui partecipare non è più un onere, ma un piacere condiviso. Dove ogni cittadino può diventare protagonista, esploratore, narratore, giocatore della propria comunità.
E allora, la domanda non è più “può il gioco trasformare le nostre città?”, ma: siamo pronti a giocare – insieme – per il loro futuro?
Per approfondire:
Progetto Garipalli (City Escape Game a Cagliari)
Gamification urbana. Letture e riscritture ludiche degli spazi cittadini, a cura di Mattia Thibault
“Game e Gamification per la pianificazione urbana” di Fabio Viola, Gameifications.com
Strada scolastica Via della Rondine
Da parcheggio grigio a spazio vivo e colorato: in Via della Rondine nasce un’area pedonale pensata per i bambini, le famiglie e tutto il quartiere. Un luogo che non è più solo passaggio, ma punto d’incontro, gioco e relazione. Questo progetto ha restituito alla comunità uno spazio da vivere ogni giorno, dove la scuola si apre al territorio e le persone tornano protagoniste dello spazio pubblico.
Il progetto
Il progetto, nato su impulso del Comune di Milano con il supporto di Carrefour Italia, si posto come obiettivo di trasformare la strada in una piazza scolastica, che permetta l’uscita in sicurezza degli studenti dell’ICS Narcisi, creando uno spazio vivibile per il gioco e la socialità.
L’area è stata pedonalizzata e valorizzata con una serie di interventi progettati di comune accordo con tutti i soggetti che hanno dimostrato un interesse attivo nella zona. Sono stati posizionati arredi urbani, come panchine e tavoli aggregativi, su cui fare una pausa merenda o aspettare i figli che escono da scuola, e un tavolo da ping pong per giocare e divertirsi. La via è stata resa riconoscibile da una vivace colorazione a terra, che incorpora giochi di strada e invita bambini e famiglie a fermarsi e socializzare. Nuovi arbusti daranno ombra a chi vorrà passare anche le giornata più calde nello spazio rinnovato.
Il muro che corre lungo la via, prima degradato, ha ritrovato nuova vita diventando una galleria d’arte a cielo aperto che la scuola potrà utilizzare per esporre i propri lavori creativi. La prima esposizione è il risultato di un laboratorio artistico, svolto con l’associazione We Run the Streets e alcuni studenti, che si sono dedicati al tema della stagionalità di frutta e verdura con il linguaggio della street art.
L’evoluzione di Via della Rondine può essere considerata un intervento di urbanistica tattica: un’iniziativa rapida e temporanea che trasforma gli spazi urbani con soluzioni semplici, partecipate e a basso costo. Caratterizzati da flessibilità e coinvolgimento della comunità, favoriscono un uso più inclusivo e sostenibile della città.
Un percorso di attivazione partecipato
Il progetto è stato realizzato grazie a un processo condiviso e collaborativo tra amministrazione, associazioni, scuola e privati. Il Patto di Collaborazione, strumento per la gestione condivisa e la cura di beni e spazi pubblici, è stato sottoscritto dal Comune di Milano, Carrefour Italia, ICS Narcisi, Comitato Genitori Scuola Pisa, Sport-X, Kreo ASD e C, Brand for the City e Needle_Agopuntura Urbana.
Nei prossimi mesi, grazie all’impegno preso da tutti i firmatari, la piazza si animerà con feste, laboratori creativi, giochi, attività sportive e iniziative pensate per tutte le età. Il presidio costante è anche un’occasione per i bambini di imparare a prendersi cura del luogo, sentendolo sempre più come loro. Questo progetto non è solo un intervento di rigenerazione urbana. È un modo per creare comunità, crescere insieme e vivere la scuola anche fuori dalle aule.
Strade scolastiche: un trend per città a misura di bambino
Le strade scolastiche sono aree situate in prossimità degli istituti scolastici, chiuse al traffico veicolare in modo temporaneo o permanente per garantire maggiore sicurezza e vivibilità agli studenti e alle loro famiglie. Nate come risposta concreta all’esigenza di città più a misura di bambino, oggi rappresentano un elemento chiave di mobilità sostenibile e di socialità. Camminare, andare in bici o in monopattino diventa più sicuro e piacevole, favorendo autonomia, socialità e salute nei più piccoli. In un contesto urbano complesso come quello milanese, queste trasformazioni rispondono anche alla necessità di ridurre inquinamento e rumore davanti agli edifici scolastici. Le strade scolastiche sono parte integrante del progetto Piazze Aperte per ogni scuola, promosso dal Comune di Milano in collaborazione con associazioni, cittadini, scuole e privati. L’obiettivo è restituire spazio pubblico alle persone, trasformando i luoghi dell’apprendimento in veri centri di comunità. Ad oggi, decine di scuole hanno già beneficiato di queste nuove aree pedonali e colorate. Le strade scolastiche non sono solo misure di sicurezza, ma piccoli laboratori di cittadinanza attiva. Una città più sicura per i bambini è una città migliore per tutti.
Scheda Progetto
Cliente: Carrefour Italia
Periodo di realizzazione: settembre – maggio
Timing di realizzazione: 9 mesi
Tipologia di progetto: Urban Care, Arts & Culture
Attori coinvolti: Carrefour Italia, Comune di Milano, ICS Narcisi, Comitato Genitori Scuola Pisa, Kreo ASD e C, Sport-X, Needle_Agopuntura Urbana
Figure professionali coinvolte: 2 architetti, 1 project manager, 1 addetto alla produzione
Iter realizzativo: Analisi di fattibilità tecnica, progettazione tecnica, predisposizione documentazione per procedura di pedonalizzazione, dialogo con P.A., coordinamento degli stakeholder e stesura patto di collaborazione (procedura amministrativa), gestione budget, direzione lavori, rapporti con i fornitori, coordinamento comunicazione ed evento di inaugurazione
Visibilità: Canali digitali
Con il rewilding urbano la natura torna in città
Il rewilding urbano è una strategia di progettazione ecologica che mira a reintrodurre la natura nelle città, attraverso la creazione di spazi verdi selvatici, la rimozione del cemento e la promozione della biodiversità. Più di una semplice tendenza, il rewilding è un approccio multidisciplinare che coinvolge urbanisti, ecologi, botanici e cittadini per rendere le città più sane, resilienti e vivibili.
Questa visione è in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e si fonda sull’idea che le città debbano evolversi in ecosistemi condivisi tra esseri umani e non umani.

Perché il rewilding urbano è fondamentale oggi
Le città stanno diventando sempre più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico e dell’eccessiva urbanizzazione. Tra i problemi più evidenti ci sono l’aumento delle temperature dovuto all’effetto isola di calore, l’inquinamento atmosferico, la crescente impermeabilizzazione del suolo e la perdita progressiva di biodiversità.
Il rewilding urbano rappresenta una risposta concreta e accessibile a queste criticità. L’introduzione di spazi verdi naturali nelle aree urbanizzate contribuisce ad abbassare le temperature grazie all’ombra degli alberi e alla traspirazione delle piante, migliorando al contempo la qualità dell’aria. La presenza diffusa di vegetazione non ha solo un impatto ambientale: favorisce anche il benessere fisico e mentale dei cittadini, offrendo spazi di quiete, bellezza e socialità.
Inoltre, le aree rinaturalizzate diventano habitat preziosi per insetti impollinatori, uccelli e piccoli mammiferi, contribuendo così a ripristinare ecosistemi urbani più ricchi e vitali. Infine, riportare il suolo alla sua condizione naturale significa restituirgli la capacità di assorbire l’acqua piovana, riducendo il rischio di allagamenti e rendendo le città più resilienti di fronte agli eventi climatici estremi.

Depaving ovvero restituire il suolo alla natura
Come avevamo già evidenziato nell’articolo "Foreste urbane e depaving", il depaving non è solo una pratica ambientale, ma anche un potente strumento di rigenerazione urbana e sociale.
Anche in Italia il depaving – ovvero la rimozione di asfalto e cemento – è già realtà. Nella sola Milano, secondo i dati diffusi in una nota ufficiale del Comune, da ottobre 2021 a oggi sono stati realizzati quasi 340mila metri quadrati di nuove aree verdi. Queste includono parchi attrezzati, giardini e spazi pubblici distribuiti in tutti i municipi. Altri 367mila metri quadrati sono attualmente in progettazione o in fase di realizzazione. Uno dei primi esempi concreti di depaving è stato via Bach, dove la sostituzione del manto stradale con prato e piante ha migliorato il microclima, abbassato la temperatura percepita e creato nuovi spazi di socialità.

Foreste in miniatura, biodiversità massima
Le Tiny Forest, basate sul metodo Miyawaki, sono microforeste urbane ultra-dense che crescono 10 volte più velocemente e ospitano 20 volte più biodiversità rispetto a un impianto tradizionale. Di queste pratiche avevamo già parlato nell’articolo "Piccole foreste in grandi città" con esempi anche internazionali.
Si tratta di progetti pilota, avviati anche in Italia, in cortili scolastici e in spazi residuali, ispirandosi a città come Londra e Utrecht.
Questi ecosistemi in miniatura, spesso grandi quanto un campo da tennis, sono progettati per offrire molteplici benefici ambientali e sociali. La loro fitta vegetazione consente di assorbire efficacemente CO₂, contribuendo alla riduzione dell’inquinamento atmosferico. Allo stesso tempo, forniscono rifugio e nutrimento a impollinatori come api e farfalle, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi urbani.
Ma le Tiny Forest non sono solo riserve verdi. Diventano infatti veri e propri spazi educativi a cielo aperto, dove bambini e studenti possono osservare da vicino i processi naturali e imparare il valore della biodiversità. Infine, grazie alla densità della vegetazione, svolgono un ruolo importante nel mitigare l’effetto isola di calore, contribuendo ad abbassare le temperature nelle aree circostanti.
Monte Stella – QT8: un’oasi urbana rewilded
Nel quartiere QT8, l’area dell’Oasi Naturalistica di Monte Stella è diventata un esempio spontaneo di rewilding urbano. In soli 8.000 m² si contano oltre 239 specie vegetali e 36 specie di uccelli. Un progetto di ricerca internazionale (The Practice of Urban Rewilding, 2023) propone di trasformarla in un prototipo di coabitazione uomo-natura, accessibile per l’educazione ambientale e la ricerca scientifica.

Modelli da seguire nel mondo
Londra - Rewild London Fund
Con un investimento di 28 milioni di sterline, Londra ha creato oltre 365 ettari di nuovi habitat urbani. Tra questi, la Heritage Forest nel cuore di Chelsea dimostra come anche le zone centrali possano ospitare ecosistemi naturali.
Singapore - Biofilia su larga scala
La città-stato asiatica ha riconvertito ex aree industriali in corridoi verdi, zone umide e super-alberi artificiali. Il Parco Bishan, esempio emblematico, ha registrato un aumento del 30% della biodiversità in soli due anni.
New York - High Line
Nata su un’ex linea ferroviaria sopraelevata, la High Line è oggi uno dei simboli del rewilding urbano. Unisce vegetazione spontanea, arte pubblica e accessibilità, trasformando lo spazio in un corridoio ecologico e sociale.
Barcellona - Biodiversità urbana post-lockdown
Dopo il lockdown del 2020, Barcellona ha avviato una strategia strutturata per favorire la biodiversità in città. Ha creato giardini per impollinatori, installato torri-nido per uccelli e pipistrelli e ampliato la rete di spazi verdi e “strade verdi”, integrando natura e mobilità sostenibile.
Germania - “Städte wagen Wildnis”
Francoforte, Hannover e Dessau-Roßlau hanno partecipato al progetto che possiamo tradurre come “Le città osano la natura selvaggia”, lasciando che la vegetazione si sviluppasse liberamente in aree urbane designate. Il risultato è stato un aumento della biodiversità e una maggiore resilienza climatica degli spazi cittadini.

Rewilding come visione di città futura
Il rewilding urbano non è solo ecologia, è cultura, salute, resilienza, comunità. È una strategia per affrontare le tre crisi del nostro tempo – climatica, ecologica e sociale – con uno sguardo innovativo e rigenerativo.
Molte città italiane stanno compiendo i primi passi verso una transizione ecologica urbana più consapevole, avviando iniziative che puntano a reintegrare la natura nel tessuto cittadino. È ora di consolidare questi segnali positivi, trasformandoli in politiche pubbliche strutturali e durature. Serve una visione condivisa che coinvolga amministrazioni locali, scuole, imprese e cittadini in un’alleanza per città più vivibili, resilienti e ricche di biodiversità.
Come ha detto il sindaco di Montréal Valérie Plante “Le città sono piene di grandi iniziative. Dobbiamo lasciare che la natura guidi”.
Per approfondire:
Il rewilding urbano: cosa è e dove si diffonde, TheWayMagazine
8 cities rewilding their urban spaces, World Economic Forum, 18 giugno 2021
Simone Lupino, Depaving e parchi: a Milano 700mila ettari di nuovo verde, Phaseout Magazine
Il Quarto Spazio. Abitare relazioni, coltivare comunità
Negli anni ottanta, il sociologo Ray Oldenburg teorizzava i “terzi luoghi”: bar, biblioteche, circoli — spazi di incontro informali tra casa e lavoro, fondamentali per la vita sociale e il senso di appartenenza. Oggi quei luoghi, che un tempo tenevano insieme le comunità, si stanno sgretolando. Alcuni sono scomparsi, altri sono diventati contenitori vuoti o si sono trasformati in format preconfezionati, privi dell’autenticità che li rendeva vivi.
Nel frattempo, la casa — il “primo luogo” — ha inglobato tutto: l’ufficio, la palestra, la scuola, il bar. Lo abbiamo vissuto in particolare durante la pandemia, ma il processo era già in corso. La sfera pubblica si è contratta, quella privata si è saturata. Il tempo è diventato più rarefatto, il senso di solitudine più diffuso.
Ed è in questa trasformazione che nasce — o meglio, affiora — un nuovo spazio. Un luogo ibrido, relazionale, necessario, che viene chiamato Quarto Spazio.

Un luogo che non è (solo) un luogo
Il Quarto Spazio non ha una forma unica. Non è un tipo di edificio o un format da replicare. È uno spazio relazionale, che prende forma là dove le persone si ritrovano con intenzione per stare insieme, condividere esperienze significative e costruire qualcosa che duri nel tempo. Può nascere ovunque: in un salotto, in un orto urbano, in un parco cittadino, in un sentiero in campagna o in una biblioteca dismessa.
Non nasce per caso, ma nemmeno per business. Nasce dal bisogno di connessione vera, quella che non si basa su performance, like o followers, ma su piccoli gesti quotidiani. È ciò che succede quando un gruppo di persone decide di abitare il tempo e non solo di occuparlo.
Secondo il report Fourth Spaces pubblicato da Eventbrite all’inizio del 2025, il 95% dei giovani tra i 18 e i 35 anni è interessato a trasformare passioni digitali in esperienze reali. Il 73% prevede di partecipare a eventi dal vivo nei prossimi sei mesi. E il 45% cita l’appartenenza e l’identità come motivazioni principali per entrare in una comunità. Non è una moda, ma un cambio profondo di paradigma: non ci interessa più solo dove incontrarci, ma perché e come farlo.

Esperienze che già esistono
In tutta Italia si stanno moltiplicando esperienze che incarnano lo spirito del Quarto Spazio, spesso senza saperlo. A Milano la Casa degli Artisti lavora come luogo di connessioni per favorire lo scambio tra i diversi attori dell’arte, della società e dell’impresa e per stimolare un dialogo sulla sfera pubblica e sullo spazio urbano. A Torino, Viadellafucina16 trasforma un condominio in una galleria diffusa, dove arte e vita quotidiana si fondono. A Bologna, il progetto Kilowatt ha riconvertito i Giardini Margherita in uno spazio ibrido tra coworking, agricoltura urbana e comunità.
Se vogliamo anche le strade scolastiche rappresentano una forma concreta di Quarto Spazio: vie temporaneamente pedonalizzate davanti alle scuole che diventano luoghi di incontro, gioco e relazione tra bambini, genitori, insegnanti e abitanti del quartiere. A Bologna e Milano, queste esperienze hanno trasformato spazi di passaggio in comunità vive, grazie a piccoli eventi, letture, giochi e colazioni condivise. Non si tratta solo di mobilità sostenibile, ma di una nuova ecologia delle relazioni, dove il tempo rallenta, la cura si diffonde e la città si fa più umana.
Ma il Quarto Spazio esiste anche lontano dalle città. In un paesino delle Langhe, una comunità di donne organizza “camminate lente” per conoscersi senza fretta. In Sardegna, un ex fienile è stato trasformato in un centro di educazione all’aperto, dove si cucina, si coltiva e si impara insieme. A Napoli, nei Quartieri Spagnoli, una terrazza condominiale è diventata spazio culturale condiviso tra vicini, teatro e laboratorio di scrittura.
Sono spazi flessibili, mai neutrali, dove la vulnerabilità è possibile, dove si può stare in silenzio, cucinare senza dover intrattenere, meditare insieme, fare ginnastica o costruire un orto. L’obiettivo non è “fare networking” ma nutrire relazioni vere, magari davanti a un pasto condiviso, una storia raccontata attorno a un falò, o una camminata tra i boschi in silenzio.

Ovviamente questo tipo di approccio non è privo di difficoltà. Richiede tempo, pazienza, capacità di ascolto e mediazione. Non sempre tutto fila liscio, emergono conflitti, si manifestano divergenze, si incontrano ostacoli. Ma proprio in questi passaggi, se ben coordinati e portati a buon fine, celano il valore più profondo del processo e cioè che non conta solo il risultato, ma il percorso fatto insieme. È lungo questo cammino che nascono fiducia, connessione, senso di appartenenza.
Un luogo cambia quando le persone iniziano a parlarsi, a riconoscersi, a sentire che possono fare qualcosa insieme. Quando si passa dal “qualcuno dovrebbe occuparsene” al “ci possiamo pensare insieme”. Questo cambio di paradigma è potente e, una volta avviato, può avere effetti duraturi nel tempo.

Tra digitale e fisico: connessioni autentiche
Il Quarto Spazio non rifiuta il digitale, lo integra. La tecnologia può essere un alleato, se usata per organizzare, comunicare, mappare. Ma la vera trasformazione avviene nel passaggio da URL a IRL, da virtuale a reale, come lo chiamano nel report Eventbrite. È lì che accade la magia: quando una passione coltivata online — come l’amore per la cucina vegana, per il disegno, per l’escursionismo, per il giardinaggio — si trasforma in un evento condiviso, un progetto comune, un’amicizia duratura.
Un esempio è il boom di eventi micro-locali: supper club, laboratori di autoproduzione, gruppi di lettura, incontri silenziosi nei parchi. Aumentano anche gli eventi sobri o “alcol-free”, dove ci si incontra non per stordirsi, ma per ascoltarsi davvero. Sempre più persone desiderano esperienze che non siano mordi e fuggi, ma che costruiscano fiducia.
E tutto questo, in fondo, è una nuova ecologia delle relazioni: basata su lentezza, ripetizione, cura. Come scrive qualcuno, il Quarto Spazio non si conquista, si accoglie.
Un'opportunità culturale (e politica)
In un tempo segnato dall’accelerazione, dal consumo e dalla solitudine, il Quarto Spazio rappresenta una forma di resistenza gentile. Non è solo un luogo in cui ci sentiamo bene, è un atto di immaginazione collettiva, una risposta concreta alla frammentazione del vivere contemporaneo.
Non servono grandi fondi per crearlo. Serve solo l’intenzione. E qualcuno con cui iniziare.
Può essere una cena improvvisata con chi vive nel nostro stesso palazzo. Una camminata del sabato mattina con un piccolo gruppo. Una lettura condivisa sul prato. Una serata in terrazza a guardare le stelle e parlare di futuro.
Il Quarto Spazio non è altrove. È qui, tra di noi, ogni volta che scegliamo la presenza invece della distrazione, la cura invece del consumo, la costruzione invece della fuga.
Se vi è mai capitato di sognare una vita più vicina ai vostri amici, fatta di gesti lenti, di progetti condivisi, di silenzi pieni, allora sì, il Quarto Spazio lo conoscete già.
Il Quarto Spazio ci invita proprio a immaginare un altro modo di stare al mondo. E questa immaginazione, oggi più che mai, è un atto politico e poetico insieme.
Per approfondire:
Fourth Spaces, eventbrite report, 01/2025
Mariella Agapiou, Fourth Spaces, Protein,
Ray Oldenburg, The Great Good Place, Berkshire, 2023
Giulia Balestra, The Fourth Place, Medium, 25/08/20
Design sociale e progettazione co-creativa, le città si costruiscono insieme
Viviamo un’epoca in cui la progettazione degli spazi urbani sta cambiando volto. Sempre più spesso, l’idea che i progettisti debbano avere tutte le risposte lascia spazio a un’altra prospettiva, quella che parte dall’ascolto. Quando ci fermiamo ad ascoltare davvero le persone e le comunità che abitano e frequentano i luoghi, succede qualcosa di profondamente diverso. Non nasce semplicemente un progetto urbano, ma prende forma un processo vivo, aperto, collettivo, il cosiddetto design sociale.
Progettare con le persone
Questo approccio, sempre più diffuso in Italia e nel mondo, si basa sull’idea, semplice ma radicale, che le città non si devono progettare per le persone, ma con le persone.

E non si tratta di un banale gioco di parole: è una trasformazione culturale. Dietro ai laboratori di quartiere, ai prototipi costruiti con materiali di recupero, alle assemblee cittadine e alle mappe disegnate insieme, c’è una rivoluzione silenziosa che sta cambiando il modo di intendere lo spazio pubblico.
Il design sociale non si riduce a una questione estetica. Non si tratta di “abbellire” luoghi, ma di attivare relazioni. È un processo che mira a risolvere problemi concreti e, al tempo stesso, a costruire legami tra le persone. Si parte da domande semplici ma essenziali: cosa serve davvero a chi vive qui? Quali sono i bisogni ignorati? Cosa possiamo fare, insieme, per prendercene cura?
Il rammendo urbano
Molti spazi urbani oggi come piazzette vuote, parchi trascurati, sottopassi bui, parlano di abbandono. Eppure, proprio quei luoghi possono diventare occasioni di riscatto, di incontro, di narrazione collettiva. È quello che accade ogni volta che si riunisce, si stimola, un gruppo di cittadini per ripensare un angolo dimenticato del proprio quartiere, non con enormi investimenti o progetti calati dall’alto, ma con progetti semplici, di “rammendo urbano” per citare il Sen. Renzo Piano.

La co-creazione è al cuore di questo processo. Non è solo una metodologia progettuale, è un modo di immaginare insieme il futuro. Significa coinvolgere i residenti, gli studenti, i commercianti, i bambini – chiunque viva e frequenti un luogo – in tutte le fasi del lavoro: dall’analisi dei bisogni alla co-progettazione delle soluzioni, fino all’attivazione sociale. Si tratta di un esercizio di democrazia spaziale, che genera non solo oggetti, ma consapevolezza e responsabilità condivisa.
In diversi luoghi, progetti di questo tipo hanno dato nuova vita a spazi anonimi trasformandoli in luoghi di socialità grazie alla partecipazione attiva della comunità. In molte città europee, gli “urban living labs” rappresentano veri e propri laboratori di sperimentazione, dove cittadini, amministrazioni, soggetti privati e progettisti lavorano insieme per immaginare nuovi modi di abitare lo spazio pubblico.

Un approccio mediato
Ovviamente questo tipo di approccio non è privo di difficoltà. Richiede tempo, pazienza, capacità di ascolto e mediazione. Non sempre tutto fila liscio, emergono conflitti, si manifestano divergenze, si incontrano ostacoli. Ma proprio in questi passaggi, se ben coordinati e portati a buon fine, celano il valore più profondo del processo e cioè che non conta solo il risultato, ma il percorso fatto insieme. È lungo questo cammino che nascono fiducia, connessione, senso di appartenenza.
Un luogo cambia quando le persone iniziano a parlarsi, a riconoscersi, a sentire che possono fare qualcosa insieme. Quando si passa dal “qualcuno dovrebbe occuparsene” al “ci possiamo pensare insieme”. Questo cambio di paradigma è potente e, una volta avviato, può avere effetti duraturi nel tempo.

Immaginare le città del futuro attraverso il design sociale significa costruire contesti più collaborativi, inclusivi, aperti. Non è solo una questione di tecnologia o sostenibilità ambientale. È, prima di tutto, come si accennava, un cambiamento culturale. E in questo contesto tutti gli attori, i cittadini, le amministrazioni, i brand attenti a territorio e comunità - che quindi agiscono come attori sociali - sono fondamentali per la buona riuscita dei progetti. Se vogliamo, non sono tanto le città a dover essere smart, ma le persone. E per esserlo, devono poter agire. Il design sociale è proprio questo, una pratica che restituisce potere alle persone attraverso lo spazio.
Si tratta quindi di un invito a vedere le città non come sistemi chiusi, da gestire in modo centralizzato, ma come organismi vivi, fatti di relazioni, desideri e possibilità.
E forse, la vera innovazione urbana non sarà una nuova tecnologia, ma una nuova capacità di ascolto. Una città, in fondo, è fatta di chi la vive. E ogni progetto che parte da lì, ha già in sé una promessa di trasformazione e una concreta possibilità di riuscita.
Per approfondire:
“Il rammendo delle periferie”, Renzo Piano, Il Sole 24 Ore, 26/01/2014
Sito Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà
“L’utopia dell’appropriazione dello spazio pubblico diventa pragmatica”, Giulia Ricci, Domus
Urbanistica creativa – progettare l’innovazione nelle città, a cura di Roberto Bobbio, Maggioli Editore
La città creativa - Urbanistica, AA.VV., CNAPPC
Binari verso il futuro, come le stazioni possono rigenerare il tessuto urbano
In molte città del mondo, le stazioni ferroviarie stanno smettendo di essere semplici infrastrutture di transito e stanno iniziando a trasformarsi in autentici fulcri di rigenerazione urbana. Spesso collocate in aree strategiche, ma penalizzate da decenni di isolamento infrastrutturale, queste aree rappresentano oggi una grande opportunità per ripensare il rapporto tra mobilità, spazio pubblico e integrazione sociale.
Sono stati sviluppati svariati progetti che vanno in questa direzione. Esempi come quelli di New Rochelle (NY), Parigi, Milano e Vienna dimostrano come sia possibile coniugare rigenerazione urbana e attivazione sociale, facendo delle infrastrutture ferroviarie dei motori per città più eque, accessibili e vivibili. Proviamo a vederli insieme.

Una stazione al centro della trasformazione
Il progetto della stazione di New Rochelle, nello stato di New York, rappresenta uno degli interventi di rigenerazione urbana più significativi dell’area metropolitana a nord della città di New York. New Rochelle, storicamente una città di passaggio e pendolarismo, ha deciso di trasformare la sua stazione ferroviaria e l’area circostante in un nodo strategico per la mobilità, l’abitare e lo sviluppo economico locale.
La stazione è infatti servita sia da Amtrak che dalla Metro-North ed è una delle poche lungo la linea ferroviaria Metro-North a connettere direttamente Manhattan con la regione del Connecticut. Proprio per questo è diventata il “cuore pulsante” di un piano di sviluppo che punta a creare un quartiere con 11.000 nuove unità abitative, di cui il 20% sarà a prezzi accessibili, per evitare fenomeni di gentrificazione estrema. L’area sarà pedonale, ben servita da mezzi pubblici e con un mix di funzioni tra residenze, uffici, spazi commerciali e culturali.
Il progetto ha coinvolto un partenariato pubblico-privato e la riqualificazione non si è limitata solo alla stazione in sé, ma ha riguardato l’intero centro cittadino, con nuovi edifici, spazi pubblici ridefiniti, interventi di arte urbana e un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale.
Un elemento chiave è stato il processo partecipativo, con la comunità locale coinvolta fin dalle prime fasi nella definizione delle priorità del progetto. Questo ha permesso di mantenere un equilibrio tra la crescita urbana e la tutela dell’identità storica (per gli standard statunitensi) della città, che risale al XVII secolo e ha un forte patrimonio culturale.
Il risultato è un modello di rigenerazione replicabile: una piccola città che si reinventa come hub metropolitano, puntando su un’idea di città compatta, dinamica e connessa, capace di attrarre nuove generazioni, investimenti e opportunità lavorative, senza perdere la propria scala umana.

Le stazioni come spazi civici e sociali
Anche Parigi sta investendo nella trasformazione delle sue stazioni. A Gare du Nord e nella nuova stazione di Saint-Denis Pleyel, progettata per i Giochi Olimpici 2024, il focus è sul ruolo delle stazioni come spazi pubblici multifunzionali. Oltre alla mobilità, questi luoghi ospitano servizi, cultura, commercio e verde urbano. Il progetto di Saint-Denis si distingue per l’uso della co-progettazione con i residenti
Saint-Denis rappresenta infatti un’area a vocazione storicamente popolare, con una forte componente multiculturale e un alto tasso di disoccupazione. La zona attorno alla stazione ferroviaria, pur strategica per la mobilità metropolitana, era percepita come degradata e insicura.
Il progetto riguarda la riqualificazione dell’area intorno alla stazione ferroviaria, in vista delle Olimpiadi 2024, è stato sviluppato con attenzione alla sostenibilità sociale e alla permanenza degli abitanti.
Strategie di coinvolgimento sociale hanno visto nella co-progettazione uno degli elementi fondamentali, attraverso atelier partecipativi con abitanti, associazioni e commercianti.
Inoltre, si è fatto ricorso a intervento di urbanismo tattico con sperimentazioni temporanee (arredi urbani, eventi, mercati) per testare usi dello spazio.
Nel progetto è stata prevista fin da subito una presenza territoriale costante con info-point e mediatori culturali nei quartieri. Questo ha permesso di adattare il progetto secondo il feedback della popolazione
Infatti, oltre a obiettivi di rigenerazione architettonica erano stati considerati da subito degli obiettivi sociali imprescindibili quali migliorare la qualità della vita quotidiana (sicurezza, pulizia, accessibilità), rafforzare il senso di appartenenza e fiducia nel cambiamento, prevenire processi di gentrificazione e sostituzione sociale.
Tutto questo nell’ottica di trasformare Saint Denis in un quartiere più connesso, accogliente e vissuto, con una cittadinanza protagonista delle trasformazioni urbane.

Gli scali come motori per quartieri sostenibili
Milano rappresenta un altro caso di rigenerazione ferroviaria su larga scala. I sette scali dismessi della città sono oggetto di un ambizioso piano di riqualificazione che prevede nuovi quartieri, parchi, housing sociale e infrastrutture per la mobilità dolce. Particolarmente emblematico è lo Scalo di Porta Romana, futuro villaggio olimpico e cuore di un nuovo quartiere verde e connesso. Il modello è quello della governance multilivello in cui Comune, FS Sistemi Urbani, operatori privati e comunità locale lavorano insieme su masterplan integrati.
Di particolare interesse il fatto che il Villaggio Olimpico 2026 è stato progettato per essere trasformato dopo i Giochi in studentato e housing sociale, con edifici NZEB (a energia quasi zero) e attenzione alla qualità ambientale.
Verrà creato un grande parco urbano lineare di circa 100.000 m² (oltre il 50% della superficie totale) e verranno integrate le cosiddette infrastrutture verdi e blu (alberi, orti, vasche di raccolta delle acque piovane).
Tutto il progetto è stato pianificato per ridurre l’impatto ambientale attraverso materiali sostenibili, energia rinnovabile, mobilità dolce.
L’idea che il progetto punta a realizzare un quartiere “climate responsive”, capace di quindi rispondere alle sfide ambientali e sociali, mantenendo un equilibrio tra investimenti privati e beni collettivi.

Una stazione smart per un quartiere accessibile
Il progetto della Hauptbahnhof di Vienna, la nuova stazione centrale della capitale austriaca, è molto più di un’infrastruttura ferroviaria: è un grande intervento di trasformazione urbana che ha cambiato radicalmente il volto di un’intera parte della città. Sorta al posto delle precedenti Südbahnhof e Ostbahnhof, la nuova stazione è stata immaginata fin dall'inizio come un nodo strategico del trasporto europeo, ma anche come un’occasione per rigenerare un’area dismessa e ricucire il tessuto urbano, creando un quartiere moderno, sostenibile e socialmente accessibile.
La costruzione della stazione ha permesso di liberare oltre cento ettari di terreno, che sono stati trasformati in un nuovo quartiere residenziale e direzionale (Sonnwendviertel). Intorno all’infrastruttura ferroviaria è nato così un pezzo di città con funzioni miste: migliaia di appartamenti (di cui una parte destinata a edilizia sociale e a prezzi calmierati), uffici, servizi, negozi, scuole, aree verdi e spazi pubblici. Cuore verde dell’intervento è l’Helmut-Zilk-Park, un grande parco lineare che unisce i quartieri, favorisce la biodiversità e offre ai residenti un’oasi di natura e benessere.
Il progetto ha avuto una forte attenzione alla sostenibilità ambientale e alla mobilità integrata. La nuova Hauptbahnhof è facilmente accessibile a piedi o in bicicletta, e perfettamente connessa alla rete dei mezzi pubblici urbani e metropolitani. Gli edifici realizzati seguono alti standard energetici, con uso di fonti rinnovabili, tetti verdi e sistemi di raccolta delle acque piovane. Il quartiere è stato progettato per ridurre al minimo l’uso dell’auto privata, privilegiando trasporti pubblici e dolci.
Anche la dimensione sociale è stata centrale: non si è trattato solo di un progetto immobiliare, ma della costruzione di un nuovo pezzo di città vissuta, con servizi pensati per le famiglie, gli studenti, le fasce vulnerabili e gli anziani. Il quartiere attorno alla Hauptbahnhof oggi è un esempio di urbanistica integrata, dove convivono la funzione infrastrutturale, la residenza, il lavoro e la vita pubblica, in uno spazio accessibile, verde e connesso.
Pratiche condivise
Come si diceva all’inizio le stazioni del XXI secolo non sono più solo luoghi di transito. Diventano sempre più “portali urbani” in cui si concentrano mobilità sostenibile, innovazione sociale e trasformazione dello spazio pubblico. Dagli esempi che abbiamo appena esaminato emergono alcune interessanti pratiche condivise per fissare dei “paletti” sul tema.
La prima è il TOD (Transit-Oriented Development) ovvero un modello urbanistico che promuove lo sviluppo compatto e misto intorno a nodi di trasporto pubblico (es. stazioni ferroviarie, metropolitane). Mira a ridurre l’uso dell’auto, incentivare la mobilità sostenibile e rendere i quartieri più vivibili. Le aree TOD integrano abitazioni, uffici, negozi e servizi di prossimità vicino all’area ferroviaria, favorendo l’inclusione sociale e l’efficienza ambientale.
La seconda è quella di mettere al centro della rigenerazione lo spazio pubblico, piazze, parchi, percorsi ciclabili, pensati come nuovi luoghi di comunità, fondamentali per far “vivere” l’area e non permettere che venga abbandonata dopo i periodi di punta.
La terza e fondamentale pratica è quella di prevedere un housing accessibile, per evitare la gentrificazione e garantire inclusione, perché se no tutti gli sforzi fatti per la rigenerazione diventeranno vani.
In tutto questo la partnership pubblico-privato è ormai un elemento quasi imprescindibile per garantire la fattibilità economica da una parte, ma anche la visione condivisa dall’altra.
Infine, una governance integrata, dove la collaborazione tra enti pubblici, privati e cittadini consente che quelli considerati fino a poco prima dei posti temporanei diventino luoghi fruiti e trasformandosi quindi nella chiave per lo sviluppo di città sostenibili e connesse.
Per approfondire:
New Rochelle Unveils Design Concept for the City’s Transit Center, Westchester, Ryan Noel
Urbanistica. Scalo di Porta Romana, il team guidato da OUTCOMIST con il progetto Parco Romana vince il bando per il masterplan preliminare di rigenerazione urbana, Comune di Milano
Da scalo ferroviario a nuovo brano di città, Fondo Scalo Romana
La gare Saint-Denis-Pleyel, joyau du métro du Grand Paris, du projet à la réalité, Le Monde, Isabelle Regnier
Demolition in regeneration megaprojects: The case of Wien Hauptbahnhof, Geographia Polonica, January 2019, Piotr Kosmowski
Parigi cammina (e pedala) verso un'altra idea di città
Negli ultimi anni Parigi ha trasformato le sue logiche di utilizzo delle aree cittadine e della infrastruttura di trasporto. Ciò è avvenuto con una notevole riqualificazione degli spazi, partendo da una logica di disincentivazione di utilizzo dei mezzi privati inquinanti e dalla promozione di modalità di trasporto alternative e sostenibili.
La capitale francese viene per questo viene considerata una pioniera nella riallocazione e riconfigurazione dello spazio urbano verso altre modalità di fruizione. Ciò che impressiona non è solo questo ruolo, ma anche, e forse soprattutto, la velocità e la portata di questa trasformazione. Parigi prevede infatti di eliminare completamente le emissioni inquinanti entro il 2050, con l’obiettivo anche di ridurre l’impronta di carbonio dell’80% rispetto ai livelli del 2004.
Per capire ciò che sta succedendo a Parigi possiamo analizzare nel dettaglio ciò che è avvenuto partendo dagli ultimi anni per renderci conto di come si stia sviluppando il progetto.
Un progetto ambizioso sviluppato nel tempo
Tra la fine del 2023 e il 2024, per esempio, è stato indetto un referendum cittadino per triplicare le tariffe di sosta per i SUV dei non residenti. Il referendum ha registrato una vittoria del “Sì”, con grande soddisfazione della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, anche se i votanti non sono stati molti. La proposta è però solo una delle azioni parte di un ampio piano approvato dalla sua amministrazione per disincentivare l’utilizzo delle auto.

Il referendum era stato promosso, oltre che da gruppi di attivisti, anche da molti residenti che si erano lamentati per il traffico intenso, la mancanza di spazi verdi e la scarsa sicurezza per i pedoni. Ma questo è stato solo uno dei tanti passi fatti dall’amministrazione parigina. Mese dopo mese, anche sfruttando la spinta delle recenti olimpiadi, Parigi è diventata infatti un esempio che tutti i centri urbani dovrebbero prendere in considerazione. La capitale francese, fino a una dozzina d’anni fa, aveva un approccio alla mobilità piuttosto standard. Nel 2014 però, con la nuova amministrazione, tutto è cambiato e in poco tempo. Da allora sono stati realizzati 1.300 chilometri di nuove piste ciclabili, implementati 45.000 ettari di nuovi parchi e piantati 150.000 nuovi alberi.
Ciò ha portato a una riduzione delle polveri sottili in città di circa il 40%.

L’evoluzione non si ferma
La novità più recente riguarda un altro referendum cittadino, appena concluso, dedicato alla pedonalizzazione di 500 strade della capitale d’oltralpe. L’amministrazione locale, principale promotrice di questa iniziativa popolare, ha infatti intenzione di convertire lo spazio sottratto alle auto in aree naturali e permeabili, fondamentali in ottica di adattamento climatico.
La consultazione non rappresenta un parere vincolante e l’affluenza è stata bassa. Nonostante ciò, la stragrande maggioranza dei votanti si è espressa a favore delle pedonalizzazioni. Ora, al netto delle discussioni sulla rilevanza di questi referendum, a Parigi va riconosciuto il merito di essere andata avanti nella direzione di una città più sostenibile, nonostante le polemiche.

Nelle prossime settimane l’amministrazione definirà quali vie chiudere al traffico e riqualificare come aree verdi. Per riuscirci sarà necessario eliminare migliaia di parcheggi per le auto (si parla di 10-12mila) e pedonalizzare 5-8 strade in ogni quartiere.
Teniamo conto che oggi sono circa 220 le strade di Parigi nelle quali è vietato entrare in auto, su un totale di circa 6.000 vie cittadine. Arrivare a superare, in totale, quota 700 non sarà per nulla semplice, anche perché il “No” al referendum ha vinto in tre arrondissement governati dalla destra, che promette una dura battaglia sul provvedimento. Ma il progetto prosegue nella sua direzione originaria.
Prospettive comuni
Sindaci come Anne Hidalgo a Parigi, ma anche Sadiq Khan a Londra, ci stanno insegnando che per cambiare le città, ridimensionando il ruolo dei mezzi inquinanti privati, bisogna avere sempre più il coraggio di essere impopolari, permettendo alle persone di toccare con mano il cambiamento. Solo così si potrà dare ai centri urbani un reale sviluppo sostenibile e contenere, contemporaneamente, i danni ormai inevitabili indotti dall’adattamento climatico.
Per approfondire:
A Parigi è passato un referendum per vietare le auto in 500 strade, Il Post
Parigi è sempre più ciclable: l’ambizioso e controverso di Hidalgo che ha trasformato la capitale francese, The bottom-up, Veronica Gennari
Effects of the Plan Vélo I and II on vehicular flow in Paris – An Empirical Analysis, arXiv, Elena Natterer
La ciliegina sulla torta del capolavoro di Anne Hidalgo a Parigi, Greenkiesta, Fabrizio Fasanella
Il piano di Parigi per sostituire 60.000 posti auto con nuovi alberi, Lifegate, redazione
Rigenerazione urbana in tempi di crisi, un'opportunità per territori e imprese
In periodi di recessione economica, accentuati da eventi come la pandemia di COVID-19 e le tensioni geopolitiche, gli impatti sono significativi sulla pianificazione urbana e sulle politiche di sviluppo delle città.
Con bilanci municipali ridotti e un aumento delle difficoltà sociali, le città sono chiamate a ripensare le strategie di rigenerazione urbana per garantire inclusione sociale, sostenibilità e resilienza. In questo contesto, le imprese emergono come attori fondamentali, capaci di contribuire non solo con investimenti economici, ma anche con iniziative socialmente responsabili.
Le recessioni comportano inevitabilmente una riduzione dei finanziamenti pubblici, spingendo le amministrazioni a rivalutare le priorità e a esplorare modelli innovativi di investimento. In molte città, progetti infrastrutturali e di riqualificazione possono venir ridimensionati o posticipati, con il rischio di aumentare il degrado urbano.
Tuttavia, queste sfide possono essere trasformate in opportunità attraverso modalità diversificate.
La prima è il partenariato pubblico-privato cioè la collaborazione con investitori privati e il settore non-profit per sostenere progetti di rigenerazione urbana. Un esempio italiano sono i progetti di riqualificazione degli ex scali ferroviari a Milano, che coinvolgono imprese e investitori privati nella creazione di nuovi spazi verdi, residenziali e studentati.
Un’altra modalità è rappresentata dai finanziamenti alternativi. In questo caso possono rappresentare il ricorso a strumenti finanziari innovativi come i green bond e i fondi europei per la coesione. Il Comune di Bologna, ad esempio, ha utilizzato fondi europei per la riqualificazione del quartiere Bolognina, coinvolgendo imprese locali nella realizzazione di infrastrutture sostenibili.
Infine, ci sono i bilanci partecipativi cioè il coinvolgimento attivo della cittadinanza nella definizione delle priorità di spesa per la riqualificazione urbana. Torino e Milano hanno sperimentato modelli di bilancio partecipativo in alcuni quartieri, permettendo ai residenti di contribuire alla definizione delle strategie di rigenerazione.

Rigenerazione urbana e riuso degli spazi
La crisi economica e il cambiamento delle modalità lavorative hanno molto spesso reso obsoleti diversi spazi commerciali e direzionali, offrendo nuove opportunità di trasformazione urbana. Alcune delle strategie già sviluppate in alcuni Comuni, che quindi che possono servire da esempio per tutto il Paese sono la conversione degli uffici in abitazioni, la riqualificazione di aree industriali e la riconversione di spazi pubblici
Molte città stanno infatti riconvertendo edifici dismessi in residenze a prezzi accessibili, rispondendo così alla crescente domanda abitativa. A Roma, il progetto "Re-use" ha permesso di trasformare uffici inutilizzati in alloggi sociali.
Anche ex complessi produttivi possono essere trasformati in hub creativi, spazi culturali o centri di innovazione. Un caso emblematico è Manifattura Tabacchi a Firenze, riconvertita in un polo per la creatività e l'innovazione, grazie all'investimento di imprese locali.
Infine, la riconversione di spazi pubblici rappresenta un trend sempre più in voga che consente di migliorare la qualità della vita urbana attraverso il recupero di piazze, parchi e aree degradate. Il progetto "Piazze Aperte" di Milano ha trasformato aree stradali in spazi pubblici a misura di cittadino, grazie alla collaborazione tra Comune e imprese del settore edilizio.

Sostenibilità e resilienza ambientale
Nonostante le restrizioni di bilancio, molte città stanno inoltre investendo in infrastrutture verdi e soluzioni sostenibili per migliorare la qualità della vita e ridurre l'impatto ambientale. A partire dal Bosco Verticale di Milano, che ha ridefinito il concetto di edilizia sostenibile, tetti green e giardini verticali sono sempre più diffusi dal momento che migliorano la qualità dell’aria e aumentano anche l’isolamento termico. Progetti che puntano a incrementare la copertura arborea e la depavimentazione (rimozione di asfalto in favore di aree verdi) in città stanno diventando una priorità anche in Italia.
Altre modalità sono le strategie di resilienza climatica, come quelle sviluppati a Genova, dove si stanno sviluppando infrastrutture capaci di affrontare eventi climatici estremi, come alluvioni e ondate di calore, con il supporto di aziende del settore energetico e tecnologico

Inclusione sociale e partecipazione comunitaria
Le recessioni tendono anche ad aggravare le disuguaglianze sociali, rendendo essenziale una rigenerazione urbana inclusiva. È necessario, anche in quest’ambito, mettere in gioco delle iniziative chiave in grado di attenuarne gli effetti. Risulta fondamentale, per evitare fenomeni di gentrificazione, garantire soluzioni abitative per le fasce più vulnerabili della popolazione. Napoli, per esempio, ha avviato progetti di edilizia sociale che coinvolgono cooperative e imprese locali.
Come già accennato in un precedente articolo, la creazione di centri di aggregazione e servizi di prossimità serve a rafforzare il tessuto sociale. Un esempio è quanto avvenuto a Torino con il progetto "Casa del Quartiere" che fornisce spazi multifunzionali per le comunità locali.
Infine, lo ribadiamo spesso, ma è un aspetto veramente fondamentale, è necessario adottare processi partecipativi, che coinvolgano i cittadini sul territorio. Se ciò non avviene le politiche attuate non attecchiscono perché vengono vissute come “corpi estranei”. Esempi virtuosi di questo tipo di approccio sono il bilancio partecipativo di Porto Alegre, che ha permesso ai cittadini di contribuire direttamente alle scelte di sviluppo urbano e, in Italia, l’approccio simile adottato a Bologna con il progetto "Collaborare è Bologna".
In tutto questo, le imprese giocano un ruolo sempre più centrale nella rigenerazione urbana, non solo come finanziatori, ma anche come promotori di un cambiamento sostenibile e inclusivo.
La rigenerazione urbana in tempi di recessione richiede infatti un approccio innovativo e multidisciplinare. Le città possono trasformare questa sfida in opportunità sfruttando diversi strumenti e modalità, ma è necessario l’apporto di tutti, amministrazioni pubbliche, cittadini e imprese per contribuire alla creazione di città più vivibili, resilienti e sostenibili per il futuro.
Per approfondire:
Le politiche di rigenerazione urbana, Camera dei Deputati - Servizio Studi
Il ruolo delle imprese sociali e delle organizzazioni del terzo settore nei processi di rigenerazione urbana, Impresa Sociale, Andrea Bernardoni, Massimo Cossignani, Daniele Papi, Antonio Picciotti
Challenges and responses: Economic downturn’s influence on urban policy, planning, and transportation, CityMonitor, Aninda Chakraborty
Rigenerazione urbana tra economia creativa e innovazione sociale, Pandora Rivista, Angelo Laudiero
Rigenerazione urbana in tempi di crisi, Milano produttiva 2022 / 32° Rapporto della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, Matteo Bolocan Goldstein
Ambiti urbani e attivazione sociale, modelli innovativi per la rinascita delle comunità
La rigenerazione urbana è un processo cruciale per la trasformazione e il miglioramento delle città, specialmente nelle aree più svantaggiate. Un aspetto fondamentale di questa trasformazione è l'attivazione sociale, ovvero il coinvolgimento diretto delle comunità locali nella progettazione e gestione degli spazi rigenerati. Esperienze innovative in tutto il mondo dimostrano che questa combinazione può ridurre le disuguaglianze, migliorare la qualità della vita e favorire una crescita sostenibile. Un esempio emblematico di questo approccio è il progetto UTOPIA di Città del Messico, che sta rivoluzionando il concetto stesso di inclusione sociale e riqualificazione urbana.
Città del Messico, il Progetto UTOPIA
Uno dei modelli più interessanti di rigenerazione urbana con attivazione sociale è il progetto UTOPIA (Unidades de Transformación y Organización Para la Inclusión y la Armonía Social) fortemente voluto dal sindaco di Città del Messico, Clara Brugada. Questo programma, che ha visto la luce nel 2019, ha l'obiettivo di trasformare i quartieri periferici di questa enorme metropoli in veri e propri centri urbani, cercando di cancellare decenni di abbandono e disuguaglianze.
Il progetto prevede la creazione di 15 centri polifunzionali, chiamati Utopias, in zone degradate come Iztapalapa, uno dei quartieri più poveri della capitale messicana. Tali spazi offrono servizi culturali, sportivi e sanitari gratuiti. Tra questi ci sono biblioteche, piscine, sale concerti, temazcal (le tradizionali saune azteche) e perfino un planetario. L'idea alla base del progetto è che anche le comunità più svantaggiate abbiano diritto a servizi di alta qualità, normalmente riservati alle classi più abbienti.
L'impatto che il programma UTOPIA ha avuto sulle zone in cui è stato implementato è stato significativo. Ha infatti contribuito alla riduzione del tasso di criminalità a Iztapalapa, con picchi che arrivano al -74% in alcune aree. Ha inoltre migliorato la qualità della vita di migliaia di residenti. Infine, punto di non poco conto, ha favorito lo sviluppo di un forte senso di comunità tra gli abitanti, con una particolare attenzione alle donne e agli anziani, spesso emarginati nelle periferie urbane.

Community Hub, spazi di rigenerazione urbana e sociale
Un'altra strategia di successo per la rigenerazione urbana basata sull'attivazione sociale è rappresentata dai cosiddetti community hub. Questi spazi nascono dalla riqualificazione di edifici abbandonati che vengono restituiti alla cittadinanza come centri di aggregazione, cultura e servizi. Anche in Italia sono stati sviluppati numerosi progetti di community hub, in cui i cittadini partecipano attivamente alla gestione degli spazi, contribuendo alla crescita economica e sociale del territorio (CasciNet a Milano, MareMemoriaViva a Palermo, Cult-Community Hub a Perugia, le Case di Quartiere a Bologna e Torino oppure ViviamoLaq, solo per citarne alcuni).
Un modello analogo è stato implementato in diverse città europee, dove la rigenerazione di vecchi edifici industriali e ferroviari ha dato vita a nuove aree d’interesse urbano. Basti citare su questo la Trans Europe Halles (TEH), una rete internazionale di centri culturali indipendenti. Nata nel 1983, attualmente conta 162 membri e associati in oltre 40 paesi europei. Tali centri sono spesso situati in edifici riqualificati, come ex fabbriche o magazzini, e offrono una vasta gamma di attività culturali e artistiche. Questi interventi si sono rivelati fondamentali per evitare la gentrificazione dei quartieri, garantendo che i benefici della rigenerazione rimanessero accessibili agli abitanti storici dei quartieri stessi, di questo abbiamo parlato anche in un precedente articolo.

Piccoli interventi, grandi cambiamenti
Quella che viene definita come “agopuntura urbana” è una strategia di rigenerazione che prevede interventi mirati in aree specifiche delle città, con l'obiettivo di innescare processi di trasformazione più ampi.
Si tratta di interventi di dimensioni limitate, ma con un’elevata efficacia sulle comunità a patto che la rigenerazione urbana venga integrata con attivazioni sociali costanti sul territorio.
Iniziative di questo tipo possono prevedere la riqualificazione di aree verdi, la creazione di spazi culturali e piazze pedonali. In quest’ultimo caso molte città, tra cui diverse italiane, stanno sperimentando progetti di quello che viene definito “urbanismo tattico”, cioè la trasformazione di spazi pubblici attraverso iniziative temporanee e a basso costo, promosse direttamente dai comuni e/o dai cittadini. Questi interventi, nei quali il binomio pubblico-privato è fondamentale, hanno dimostrato di essere efficaci nel rafforzare il senso di appartenenza e nella creazione di una città più inclusiva.

Il ruolo delle imprese nella rigenerazione urbana
Le imprese e i brand stanno sempre più assumendo un ruolo centrale nei processi di rigenerazione urbana, come attori sociali nelle comunità. Operando a livello locale, le aziende possono facilitare i progetti di riqualificazione e riattivazione degli spazi pubblici, offrendo servizi accessibili e promuovendo l'inclusione sociale. In Italia e in Europa, diversi progetti di rigenerazione urbana sono stati sviluppati grazie alla collaborazione tra pubbliche amministrazioni, privati e imprese dimostrando che un modello partecipativo è la chiave per la sostenibilità a lungo termine.
Da tutto quanto esposto si evince chiaramente che la rigenerazione urbana non può prescindere dall'attivazione sociale. Coinvolgere direttamente le comunità locali nei processi decisionali e operativi garantisce infatti interventi più efficaci, sostenibili e, soprattutto, rispondenti alle reali esigenze del territorio. Progetti come UTOPIA di Città del Messico dimostrano come sia possibile creare un modello di sviluppo urbano inclusivo, capace di ridurre le disuguaglianze e migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Del resto le esperienze dei community hub e i picco interventi di agopuntura urbana confermano come la trasformazione delle città passi necessariamente attraverso il coinvolgimento attivo delle persone. L'urbanistica del futuro non potrà più essere solo una mera questione “tecnica”, ma dovrà sempre più essere partecipativa, capace di costruire città per tutti, a partire dalle periferie.
Per approfondire:
La rigenerazione urbana come occasione di innovazione sociale e progettualità creativa nelle periferie, Gabriella Pultrone
Spazi di rigenerazione urbana e sociale in Italia nel nuovo rapporto Euricse
Living proof that you can spend money on the poor: Utopia comes to Mexico City, Luke Taylor, The Guardian
Rigenerare per valorizzare. La rigenerazione urbana ”gentile” e la riduzione delle diseguaglianze, Carmen Vitale, Rivistaweb
Tactical Urbanism: Creating Long-Term Change in Cities Through Short-Term Interventions, parCitypatory
Il ruolo della luce nei processi di rigenerazione urbana
La luce gioca un ruolo fondamentale nei processi di rigenerazione urbana, influenzando l'estetica degli spazi pubblici, la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini. Un'illuminazione ben progettata può trasformare aree degradate in luoghi accoglienti e sicuri, promuovendo la coesione sociale e riducendo il tasso di criminalità. Negli ultimi anni, molte città stanno sperimentando strategie di illuminazione innovative per migliorare l'accessibilità, valorizzare il patrimonio culturale e rendere gli spazi pubblici più vivibili.
Illuminazione, sicurezza urbana e urbanismo di genere
Studi recenti evidenziano come l'illuminazione stradale sia cruciale per la sicurezza dei pedoni. Secondo il rapporto della AAA Foundation for Traffic Safety, che cita uno studio della National Highway Traffic Safety Administration, gli incidenti mortali tra i pedoni negli Stati Uniti sono aumentati di oltre l'80% dal 2009 al 2022. Lo studio della Fondazione ha rilevato che quasi l'intero aumento delle morti di pedoni dal 2009 si è verificato sulle arterie stradali urbane dopo il tramonto.
Tuttavia, l’aumento della sicurezza urbana legato ad una migliore illuminazione non è soltanto collegato alla sicurezza stradale. Un'illuminazione adeguata funge infatti da deterrente contro le attività criminali e aumenta la percezione di sicurezza per quelle fasce di popolazione più vulnerabili. In passato, infatti, la progettazione urbana ha spesso tenuto poco conto delle esigenze specifiche di alcune persone, in particolare delle donne. L'urbanismo di genere mira a colmare questa lacuna, promuovendo spazi pubblici che rispondano alle necessità di tutti. Un aspetto cruciale in questo contesto è l'illuminazione. Zone buie o mal illuminate rappresentano una delle maggiori preoccupazioni per le donne, aumentando il timore di aggressioni e limitando la loro libertà di movimento. Un contributo importante su questo tema arriva dalla piattaforma Women in Lighting, che evidenzia il ruolo delle donne nella progettazione della luce e promuove un approccio più inclusivo alla progettazione urbana, attivando processi di co-progettazione che tengano conto delle esigenze dell’intera comunità.
Fra i progetti di spicco, che guardano alla luce come uno strumento per la parità di genere, c’è quello realizzato ad Umeå, in Svezia. Come avevamo già scritto in un precedente articolo, il tunnel pedonale e ciclabile "Lev!" è stato progettato con un'attenzione particolare all'inclusività e alla sicurezza, utilizzando illuminazione naturale e installazioni artistiche per creare un ambiente più sicuro e attraente. Il progetto riflette l'importanza di integrare la luce nelle strategie di urbanismo inclusivo, migliorando così la qualità della vita di tutti i cittadini.
Altre iniziative, di diversa portata e con finalità diverse, sono state realizzate, ad esempio, a Londra e Barcellona. Nella capitale inglese, il progetto Urban Eye ha l’intento di rigenerare aree degradate attraverso l'uso di design, illuminazione architettonica e arte pubblica, contribuendo a ridurre la criminalità e a creare un'identità positiva nelle zone coinvolte. Il progetto ha previsto un attento coinvolgimento dei residenti, delle scuole e delle associazioni di zona, stringendo inoltre partnership con importanti brand e aziende municipalizzate. Confermando, ancora una volta, l’importanza della collaborazione fra i diversi attori sociali.
Nella città catalana, invece, è stato installato un sistema intelligente di illuminazione che regola l'intensità della luce in base alla presenza di pedoni e veicoli. Questo approccio non solo migliora la sicurezza, ma riduce anche il consumo energetico, contribuendo ad una maggiore sostenibilità.
Anche New York, Parigi e Melbourne – così come altre numerose città - stanno sperimentando nuovi modelli di illuminazione a LED a basso consumo, con sensori che regolano automaticamente la luce in base alle condizioni ambientali, nell’ambito del programma di Network C40 Reinventing Cities.
Queste iniziative dimostrano come la tecnologia sia un fattore cruciale nei progetti di illuminazione urbana. Una ricerca di Arup ha infatti rilevato che livelli di illuminazione eccessivamente elevati possono, in alcuni casi, aumentare la percezione di insicurezza. Creando zone ad alto contrasto che scoraggiano la libera circolazione delle persone durante le ore notturne, così come disturbare la fauna urbana ed impoverire le città di biodiversità. Da qui l'importanza di un equilibrio tra una luce sufficiente per garantire la sicurezza e un'illuminazione che favorisca una corretta gestione della luce. In questa direzione, la tecnologia LED a basso consumo, con sensori che regolano automaticamente la luce in base alle condizioni ambientali, è un ottimo strumento.
L'illuminazione è quindi un elemento chiave nei processi di rigenerazione urbana. Una progettazione attenta e inclusiva dell'illuminazione pubblica non solo migliora l'estetica degli spazi urbani, ma contribuisce significativamente alla sicurezza e al benessere dei cittadini. Investire in soluzioni di illuminazione efficaci e sostenibili è fondamentale per creare città più vivibili, inclusive e resilienti. Con l'avanzare della tecnologia, la luce diventerà sempre più un mezzo per migliorare la qualità della vita urbana, combinando innovazione, sostenibilità e sicurezza.
Per approfondire:
Perceptions of night-time safety: women and girls - Arup
Pedestrian deaths highest on dark city roads at night: AAA report | Smart Cities Dive
C40 Cities - A global network of mayors taking urgent climate action
Anche l’acqua può diventare uno strumento di rigenerazione urbana
L’acqua ha sempre avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle città, non solo come risorsa essenziale per la vita, ma anche come elemento centrale nella conformazione degli insediamenti urbani. In passato, i corsi d’acqua erano determinanti per il commercio e per la scelta dei luoghi più adatti alla costruzione di città prosperose. Tuttavia, con l’evoluzione dell’urbanistica moderna del recente passato, l’importanza dell’acqua negli spazi urbani è progressivamente diminuita, spesso per ragioni igienico-sanitarie – come avvenuto a Seul con la copertura del torrente Cheonggyecheon – o per esigenze di espansione e riorganizzazione della città.
Oggi, però, si sta assistendo a un’inversione di tendenza: l’acqua torna a essere un elemento chiave nei processi di rigenerazione urbana, seguendo tre principali direttrici. La prima è il ripristino degli ecosistemi acquatici e la creazione di nuovi spazi pubblici sostenibili, che favoriscono la socializzazione e migliorano la qualità della vita urbana. La seconda riguarda l’adozione di strategie per la gestione delle acque piovane, fondamentali per contrastare il rischio di inondazioni, sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico. La terza direttrice è il riuso delle infrastrutture esistenti, con la trasformazione di aree degradate, ex edifici o strutture obsolete in spazi pubblici innovativi che integrano l’acqua in modo intelligente.
Vediamo insieme alcuni esempi che dimostrano come, attraverso progetti di rigenerazione urbana, si cerca di seguire queste tre direttrici, spesso unendole insieme in un'unica soluzione.
Da vecchio centro commerciale ad una nuova piazza-piscina. La Tainan Spring
Nel 1983, il centro commerciale China-Town Mall, nel quartiere di Tainan, fu costruito sopra il vecchio porto vicino al canale di Tainan. Con il declino del commercio al dettaglio fisico, il centro commerciale è diventato obsoleto, influendo negativamente sulla vitalità del centro di Tainan. Il progetto "Tainan Spring" ha trasformato questo spazio in una laguna urbana circondata dalla vegetazione, creando un nuovo spazio pubblico per la città.
La riqualificazione ha comportato la demolizione del centro commerciale, con un'attenzione particolare al riciclo dei materiali, rendendo il progetto un esempio innovativo di economia circolare. Il parcheggio sotterraneo è stato convertito in una piazza pubblica, dominata da una piscina urbana e circondata da piante autoctone. La piscina è progettata per adattarsi alle diverse stagioni: il livello dell'acqua varia in risposta alle stagioni piovose e secche, e durante le giornate calde, nebulizzatori riducono la temperatura locale, come fonte di raffrescamento naturale e contribuendo a ridurre l'uso dell'aria condizionata.
Un aspetto distintivo del progetto è la conservazione di parte della struttura in cemento dell'ex centro commerciale, che emerge dalla laguna come una sorta di foro romano. Questi elementi partecipano a mantenere un legame visivo con la storia del sito. Inoltre, una porzione del secondo livello interrato è stata esposta attraverso un pavimento in vetro, permettendo ai visitatori di comprendere meglio la storia del luogo e apprezzare l'ex centro commerciale come parte integrante della memoria storica di Tainan.
Il progetto "Tainan Spring" rappresenta un esempio significativo di come l'acqua possa essere integrata in progetti urbani per rivitalizzare spazi pubblici, anche in assenza di fiumi o grandi corsi d'acqua. La trasformazione di un'area degradata in una piscina urbana multifunzionale dimostra come l'architettura e il design paesaggistico possano collaborare per creare ambienti sostenibili e a servizio della comunità.
Le “Water Square” di Rotterdam e la futura piazza di Agrate in Brianza
La Water Square Benthemplein di Rotterdam è un innovativo spazio pubblico che combina la gestione sostenibile delle acque piovane con aree ricreative per la comunità. Progettata e completata nel 2013, questa piazza rappresenta una risposta creativa alle sfide poste dalle precipitazioni intense in ambienti urbani densamente popolati.
La piazza è dotata di tre bacini principali destinati alla raccolta dell'acqua piovana. Due bacini poco profondi raccolgono l'acqua durante le piogge leggere, convogliando l'acqua attraverso grandi canali. Un bacino più profondo: entra in funzione durante precipitazioni più intense, accogliendo l'acqua in eccesso e prevenendo potenziali allagamenti.
Quando non piove, questi bacini si trasformano in spazi multifunzionali: campi per sport come basket e calcio, aree per skateboard e zone per eventi culturali. Le superfici dei bacini sono dipinte in diverse tonalità di blu, indicando le zone soggette a inondazione e creando un forte impatto visivo. Il sistema di convogliamento dell'acqua è progettato per essere visibile, rendendo l'acqua un elemento centrale dell'esperienza spaziale.
Il progetto è il risultato di un processo partecipativo che ha coinvolto studenti, insegnanti, membri di una chiesa locale, un teatro giovanile e residenti del quartiere. Attraverso workshop, la comunità ha contribuito a definire gli usi desiderati e l'atmosfera della piazza, assicurando che rispondesse alle esigenze locali.
Di recente, il comune di Agrate in Brianza, in collaborazione con un brand locale, ha presentato un progetto simile – ancora in fase di realizzazione – che servirà a raccogliere l’acqua piovana per riutilizzarla nei ormai troppo frequenti periodi di siccità. Il progetto è direttamente ispirato alla piazza di Rotterdam.
Il parco Honghu, a Shenzen Cina
Il parco Honghu, situato a Shenzhen, in Cina, è stato realizzato dopo l’istituzione della Zona Economica Speciale intorno al 1985. Oggi, il parco svolge un ruolo centrale nella gestione delle problematiche legate all’ambiente acquatico della città. Un elemento chiave del progetto è la costruzione di un impianto di depurazione sotterraneo, progettato per mitigare l’impatto delle acque reflue del fiume Qingshui, reso più critico dal rapido sviluppo urbano della zona. Una volta completato, l’impianto avrà la capacità di trattare e purificare fino a 18 milioni di metri cubi di acque reflue domestiche all’anno. Oltre alla sua funzione ecologica, il parco offre spazi pubblici attrattivi e cerimoniali, ridefinendo il concetto di infrastruttura urbana e migliorando la qualità della vita per i residenti.
Gli esempi analizzati dimostrano come l’acqua stia tornando a essere un elemento chiave nei processi di rigenerazione urbana, non solo come risorsa ecologica ma anche come strumento di progettazione per migliorare la qualità della vita nelle città.
Queste iniziative dimostrano che è possibile combinare sostenibilità, resilienza climatica e riuso delle infrastrutture esistenti, rispondendo alle sfide ambientali contemporanee e offrendo nuove opportunità di socialità e benessere. Ripensare il rapporto tra città e acqua non è solo una necessità pratica, ma anche un’opportunità per creare ambienti urbani più vivibili, innovativi e adattabili ai cambiamenti futuri.
Per approfondire:
Agrate: presentato l'innovativo progetto di una Water Plaza
Vecchie costruzioni, nuove infrastrutture sociali – Brand for the City
Revitalizing Urban Ecosystems: 4 Projects Reconnecting Cities with Their Water Heritage | ArchDaily
Le nuove smart city africane, tra innovazioni e occasioni mancate
L’Africa è il continente a più rapida urbanizzazione nel mondo. Nel 1950, nessuna città sub-sahariana riusciva a raggiungere il milione di abitanti. Oggi, se ne contano 50, e le previsioni sembrano confermare questa tendenza: entro il 2030, la metà della popolazione africana vivrà in città.
Tuttavia, seppur si assiste a imponenti progetti di creazione di nuove città e quartieri, come la smart city Eko Atlantic (vicino a Lagos), la maggior parte della popolazione africana vive ancora in insediamenti informali.

Un contrasto stridente che mette in luce le profonde disuguaglianze che vive il continente. La domanda, che sorge spontanea, è: le smart city africane, come Eko Atlantic e Konza Technopolis – conosciuta anche come la Silicon Savannah, un progetto di smart city che si realizzerà a 64km a sud di Nairobi – riusciranno realmente a ridurre le disuguaglianze, o avranno come effetto quelle di aumentarle?
Apparentemente no, anzi, pare che questi grossi progetti di creazione delle nuove smart city siano deficitari di quegli elementi fondamentali capaci di provare, almeno, a ridurre le disuguaglianze fra la popolazione. Perché, come vedremo poco più avanti, non è attraverso la creazione di distretti ipertecnologici ed enclavi iperconnesse che si risolvono i problemi endemici di un territorio storicamente permeato disuguaglianze sociali. Come scrive Mathias Agbo su City Monitor, se è pure vero che nelle smart city africane la sinergia “tra tecnologia, innovazione e placemaking futuristico ha portato a una governance urbana più efficiente” per la gran parte della popolazione africana le smart city sono diventate oggetto “di critiche”, e vengono percepite come “espedienti” creati dall'onnipresente industria tecnologica “per soddisfare un bisogno simulato: un nuovo mercato per il loro software e hardware”.

La reticenza nei confronti delle città intelligenti, in Africa, è degna di nota perché i suoi sostenitori non hanno ancora dimostrato come queste smart city possano affrontare efficacemente i problemi sociali esistenti. Basti pensare, ad esempio, che secondo UN-Habitat, il 27% della popolazione urbana dell’Africa non ha accesso ad Internet (perlopiù i più anziani) e che il costo di 1 GB di connessione equivale al 7,12% del reddito medio mensile.
Un paradosso che mostra, a tutti gli effetti, come questo modello di smart city è esclusivamente appannaggio di una cerchia ristretta della popolazione: i più, ne sono esclusi.
L’esempio da seguire
La tecnologia, pur essendo un elemento chiave, non deve essere il fine ultimo della smart city, ma uno strumento per supportare processi decisionali inclusivi, ad esempio. Per aumentare l’accessibilità a servizi, istruzione e istruzione. Per migliorare la pulizia così come il trasporto pubblico.
Per essere davvero sostenibili – non solo a livello ambientale, ma anche e soprattutto sociale - le città intelligenti devono favorire la coesione sociale, garantire l’accessibilità e promuovere il benessere collettivo.
Come è successo in America Latina, ad esempio, in alcune città che pure, in passato, erano permeate da disuguaglianze e problemi sociali simili a quelli che si ritrovano nelle città africane.
Medellín, in Colombia, è uno degli esempi più significativi: una città che, dopo decenni di violenza e degrado, ha investito in trasporti pubblici accessibili, permettendo agli abitanti dei quartieri più periferici di raggiungere più facilmente le altre zone della città. In questo modo, si è creata unione, scambio e si è aumentata la sicurezza cittadina. Il programma "escuelas de calidad" e le biblioteche di quartiere ha trasformato proprio quei quartieri storicamente difficili in centri di innovazione e cultura. 
Buenos Aires e Santiago del Cile stanno seguendo un approccio simile, utilizzando la tecnologia per migliorare l’accesso ai servizi pubblici e coinvolgendo i cittadini nella gestione degli spazi urbani. La chiave del successo delle smart city latinoamericane sembra essere la loro capacità di integrare innovazione, sostenibilità, inclusione sociale e, soprattutto partecipazione.
Analizzando i due approcci, emerge un dato chiaro: le smart city latinoamericane hanno saputo cogliere l’opportunità di un’innovazione al servizio della comunità, mentre le esperienze africane sembrano ancora distanti da questo obiettivo. La differenza principale sta nella filosofia di progettazione: mentre in America Latina le città vengono ripensate con un’attenzione alla giustizia sociale e alla partecipazione pubblica, in Africa molte smart city sono concepite come progetti esclusivi, con scarsa attenzione alle reali esigenze della popolazione locale.
La tecnologia da sola non basta per rendere una città più giusta e vivibile. Le smart city possono essere il terreno fertile in cui prosperare sviluppo e inclusione solo se progettate con una visione sociale chiara.
Le città africane potrebbero trarre ispirazione dal modello latino-americano, dove l’innovazione urbana è utilizzata per migliorare la vita di tutti i cittadini, non solo di una minoranza privilegiata.
E l’Italia?
Se la città più smart d’Italia è Milano (secondo City Vision Score), anche il nostro paese – similarmente a quanto succede in Africa - tende a cronicizzare problemi storici, come il divario fra nord e sud del Paese. Tuttavia, ci sono delle felici eccezioni: il City Vision Score ha premiato alcuni comuni virtuosi. Come Cirò Marina, in provincia di Crotone, che attraverso il progetto “spiagge amiche” ha garantito accessibilità alle spiagge a persone con ridotta mobilità. Il premio del City Vision Index Conferma che una città “smart” non è solo una città capace di garantire alti standard tecnologici, ma una città che incorpora accessibilità, inclusione e sostenibilità come driver principali di un cambiamento positivo per tutti.
Per approfondire:
City Vision Score 2024, Milano si conferma la città più smart d’Italia - Il Sole 24 ORE
Assessing the Digital Divide | UN-Habitat
Who really benefits from new cities? - CityMonitor
Arte, sport e rigenerazione urbana. Strumenti concreti per lasciare qualcosa alle comunità
Le sfide sociali e ambientali che stiamo attraversando richiedono risposte innovative, condivise e capaci di lasciare un segno concreto sui territori.
Da una parte, il bisogno delle persone di trovare spazi e luoghi di socializzazione spinge a domandarsi come bisognerebbe intervenire, sulle città, affinché le comunità possano trovare lo spazio necessario a connettersi fra loro. Non è un mistero, infatti, che i bisogni delle persone stanno cambiando, parallelamente ai cambiamenti globali cui assistiamo. Secondo una ricerca di VML, la Future 100 - 2025, le persone cercano più strumenti per la crescita personale (40%), insieme ad occasioni di divertimento e socializzazione (37%), di gioia e amicizia (31%) e di creatività (27%).
Rispondere a queste esigenze non è facile. Eppure, attraverso qualche esempio che riporteremo, è possibile vedere come lo sport, l’arte e la rigenerazione urbana si propongono come strumenti complementari per trasformare le comunità e lasciare un'impronta tangibile sul territorio. Lo sport – oltre ad essere veicolo di salute e benessere – è anche un potente strumento di inclusione sociale. Capace di veicolare valori come la collaborazione e la resilienza: elementi fondamentali per costruire legami solidi fra le persone. Allo stesso modo, l’arte, con la sua capacità di emozionare e di stimolare il pensiero critico, arricchisce il tessuto sociale, favorendo l’espressione dei valori identitari di un determinato luogo, e stimola la narrazione creativa. Rispondendo, di fatto, al crescente bisogno di creatività di cui il dato sopra.

Questa sinergia tra attività fisica e creatività artistica apre a spazi di incontro e di dialogo, stimolando la partecipazione attiva dei cittadini e valorizzando il patrimonio culturale locale. Le iniziative che abbracciano questi ambiti non solo promuovono stili di vita più sani e consapevoli, ma fungono anche da catalizzatori di un cambiamento positivo, capace di rafforzare il senso di appartenenza e solidarietà all’interno delle comunità. In questo contesto, ogni progetto diventa un piccolo laboratorio di sperimentazione sociale, in cui l’energia trasformativa delle idee si traduce in pratiche concrete e inclusive. La rigenerazione urbana, infatti, può rappresentare il ponte che collega l’energia creativa dello sport e dell’arte con un ambiente fisico e strutturale che risponde alle esigenze di benessere, inclusività e sostenibilità. L’integrazione di queste tre dimensioni – l’arte, lo sport e la concretezza della rigenerazione urbana - può diventare la chiave per un rinnovamento concreto e tangibile, capace di restituire alle comunità nuovi luoghi in cui esprimersi, socializzare, creare legami forti e attraverso cui promuovere salute, bellezza e condivisione. Vediamo, attraverso qualche esempio, come l’intersezione di queste tre dimensioni ha impattato positivamente sulle comunità in cui i progetti riportati sono stati realizzati.
Le infrastrutture comunitarie nel progetto Playón Red
Playón de Chacarita è un quartiere di Buenos Aires sviluppato negli anni 2000 su un’area dove sorgevano alcuni binari ferroviari. Il quartiere è tristemente noto per le condizioni di marginalità sociale ed economica, dove la mancanza di spazi pubblici adeguati rappresenta una sfida significativa. Il progetto mira a colmare questa lacuna, fornendo aree di aggregazione sicure e funzionali che favoriscano la coesione sociale e il senso di appartenenza alla comunità, unendo le tre dimensioni di arte, sport e rigenerazione urbana.
Uno degli elementi chiave dell'iniziativa è il coinvolgimento attivo della comunità locale nel processo di progettazione e realizzazione. Attraverso workshop partecipativi e consultazioni pubbliche, gli abitanti hanno potuto esprimere le proprie esigenze e contribuire alla definizione delle funzioni e delle caratteristiche degli spazi realizzati. Questo approccio inclusivo ha permesso di sviluppare soluzioni su misura per le necessità specifiche della comunità di riferimento.
Playón Red ha permesso alla comunità di Playón de Chacarita di ottenere una maggiore sicurezza stradale, attraverso la creazione di aree pedonali, piazze e percorsi accessibili ai nuovi spazi pubblici multifunzionali. Fra questi, particolare importanza è data alle aree sportive e ricreative, sfruttando anche le potenzialità creative dell’arte per preservare la memoria e l’identità locale del luogo. Migliorando, oltretutto, esteticamente l’area. Il benessere dell’area è aumentato non solo grazie ad una maggiore facilità nell’accesso alla pratica sportiva, ma anche attraverso la creazione di aree verdi, l’implementazione di soluzioni sostenibili e funzionali, come il Giardino Guevara: un piccolo parco che funge anche da giardino pluviale, con lo scopo di mitigare le inondazioni. L'iniziativa Playón Red rappresenta un esempio virtuoso di rigenerazione urbana basata sulla partecipazione e sull'integrazione sociale. Oltre a migliorare l'estetica e la funzionalità degli spazi pubblici, il progetto ha contribuito a rafforzare il senso di comunità e a creare nuove opportunità di sviluppo locale. L'approccio adottato evidenzia l'importanza di una progettazione urbana che tenga conto delle esigenze delle fasce più deboli della popolazione, promuovendo modelli di coinvolgimento e inclusività rappresentativi della rigenerazione più positiva.
Il Tianjin 4A Sport Park, un esempio di recupero dell’identità storica
A Tianjin, in Cina il parco pubblico 4A Sport Park, completato nel 2021, integra elementi storici, sportivi, artistici e ambientali nel tentativo di richiamare la storia dell’antica città che sorgeva lì. Il sito del parco era infatti originariamente occupato dall'antica città di Yixing, sorta da una comunità trasferitasi dalla provincia di Jiangsu durante la costruzione del Gran Canale. Sebbene la città storica non esista più, il progetto del parco rende omaggio alla sua eredità utilizzando la pianta urbana originale come palinsesto per un design contemporaneo, contraddistinto dalla presenza di aree sportive, ricreative e funzionali permeate da arte e storia.
Il parco è suddiviso idealmente in quattro quadranti (da qui la nomenclatura 4A), ciascuno con una funzione distintiva. Nel quadrante del cibo, ad esempio, sono presenti aree per mangiare all’aperto e alcune attività per la ristorazione. Il quadrante del labirinto evoca invece le strade tortuose della città antica, con quattro labirinti distinti: quello della terra, dell’acqua, del legno e delle siepi. Questa serie di labirinti vuole essere un’analogia con il processo di apprendimento che avviene durante la crescita: si lavora sempre per trovare la propria strada.
Il quadrante dei giochi presenta aree sportive multifunzionali, caratterizzate da una grande carica estetica grazie alle colorazioni accese e alle curve e sagome non convenzionali.
Il design del parco mira a sensibilizzare i visitatori sulle questioni ambientali attraverso caratteristiche paesaggistiche interattive. Elementi come il "Water Mountain" offrono un'esperienza ludica che insegna la gestione dell'acqua e l'impatto umano sull’ambiente. Questo approccio educativo è progettato per essere intuitivo, permettendo ai bambini di apprendere concetti complessi attraverso il gioco.
Il Tianjin 4Aports Park rappresenta un luogo pubblico capace sia di educare che di accogliere. Fornisce uno spazio ricreativo e sportivo multifunzionale che promuove la consapevolezza ambientale e celebra il patrimonio culturale locale, anche grazie all’arte e alle sue diverse declinazioni storiche, contemporanee e innovative.
Gli esempi riportati dimostrazione che lo sport e l’arte, uniti alla concretezza della rigenerazione urbana, si confermano come modello di miglioramento dello spazio, che porta con sé, inevitabilmente, anche un miglioramento delle condizioni delle comunità coinvolte.
Per approfondire:
Playón Red Public Spaces and Community Infrastructures for Integration / Región Austral | ArchDaily
Tianjin 4A Sports Park / Ballistic Architecture Machine | ArchDaily
Vecchie costruzioni, nuove infrastrutture sociali
Erano 168.000 le auto che ogni giorno attraversavano l’autostrada sopraelevata Cheonggye Expressway che passava proprio nel centro della capitale sudcoreana, Seul. Per quasi 20 anni, per la precisione, dal ’58 al ’76, la sopraelevata in questione, è stata orgoglio nazionale e simbolo del progresso urbano e tecnologico di Seul.
È stata anche l’emblema della rinascita di una città che si affacciava alla modernità, e che abbandonava il degrado e il sovraffollamento dovuti alle conseguenze della guerra di Corea, terminata solo tre anni prima della sua costruzione. Dopo la guerra, infatti, molte persone si stabilirono a Seul in cerca di fortuna, occupando case fatiscenti e di fortuna lungo il fiume Cheonggyecheon. Prima della guerra, e prima ancora di lasciar posto ad un’autostrada, il fiume Cheonggyecheon era un’importante infrastruttura naturale. Per 600 anni ha protetto la città dalle inondazioni e sostenuto il commercio e la vita delle persone. Fino a quando, a partire dal periodo coloniale giapponese (anni ’30) e appunto al suo interramento nei tardi anni ’50, non divenne una discarica, una fogna a cielo aperto, fino a guadagnarsi il nome di “cancro della città”.

Tuttavia, la storia delle città insegna che un cambiamento non è mai definitivo. E nemmeno positivo. O meglio: la sua positività muta al mutare delle esigenze della città stessa. Dei suoi abitanti. Del modo di pensare la città e le sue infrastrutture, naturali o artificiali che siano.
L’interramento del fiume Cheonggyecheon è stato sicuramente un passo importante in un preciso momento storico, in cui il furore post-bellico abbracciava un progresso urbano espansivo e quasi incontrollato, legato ad una concezione dello spazio pubblico auto-centrico ed industriale. Ma, oggi – ed in realtà a Seul già agli inizi degli anni 2000 – il tempo è cambiato ancora. I cambiamenti climatici, le richieste – a volte ascoltate altre volte tristemente meno – verso una maggiore sostenibilità ambientale, verso una maggiore connessione fra persone con la loro socialità e con lo spazio pubblico mutano, ancora una volta, la concezione stessa di città. E con essa, anche le infrastrutture figlie di quel furore sono destinate a cambiare. A volte, tornando anche al passato.
Oggi, dove un tempo sorgeva un’affollata autostrada, e dove prima ancora un rigagnolo d’acqua sporco e trascurato fu dimora delle persone annichilite dalla guerra, in cerca di un nuovo inizio, “impiegati e turisti passeggiano lungo un ruscello alberato nel centro di Seoul, fermandosi sui gradini di pietra che attraversano le sue acque correnti” scrive in un recente articolo del Guardian “Raphael Rashid”.
Il fiume Cheonggyecheon è infatti rinato, attraverso un ambizioso progetto di rigenerazione. Il restauro del corso d’acqua è oggi non solo rifugio tranquillo dai rumori di una metropoli trafficata, ma un corridoio culturale in cui festival e attività ludiche contribuiscono a rinnovare il senso di uno spazio pubblico ritrovato: non più auto-centrico, ma destinato alle persone. E come in passato, il fiume Cheonggyecheon è tornato ad essere una risorsa contro le inondazioni dei sempre più frequenti eventi climatici estremi. Contribuisce a mitigare l’inquinamento atmosferico, mentre le temperature nelle vicinanze del torrente si sono abbassate di 3,6°. La rimozione dell’autostrada ha liberato nuovi percorsi per il vento, la cui circolazione è aumentata considerevolmente. Allo stesso modo, la fauna selvatica è aumentata in modo esponenziale.
Il progetto di riqualificazione del fiume Cheonggyecheon, realizzato nel 2005, non è stato di certo esente da critiche: "inizialmente, tutti pensavano che avrebbe causato un ingorgo", ha detto Park Byung-chul, un residente locale. "Ma la gente si è adattata. Ora nessuno può immaginare un’autostrada qui”.
Quello che si è avviato con la trasformazione del fiume Cheonggyecheon è un cambiamento non banale, che è servito a Seul per iniziare un processo di mutamento che sta trovando nella capitale, ma anche in altre città all’estero, sempre più sostenitori. Un cambiamento di paradigma sia nella pianificazione urbana che nei trasporti: da città auto-centriche si sta passando sempre di più a città che mettono al centro delle loro scelte le persone. Restituendo o creando nuovi spazi di aggregazione.
Cambiamenti contagiosi
Se il cambiamento dell’area di Cheonggyecheon è un progetto ventennale, è servito da apripista verso cambiamenti di Seul che guardano allo stesso orizzonte: la città ha rimosso altre 16 autostrade sopraelevate e altre infrastrutture obsolete, sostituite spesso da spazi pubblici e parchi. È il caso di Seullo, un viadotto trasformato in una foresta.
Anche altre città stanno abbracciando un cambiamento simile: a partire dalla celebre High Line Newyorkese. Realizzata poco dopo il progetto coreano, l’ex linea ferroviaria oggi diventata un parco lineare di inestimabile valore sociale e culturale. Sia Seul che New York dovrebbero forse ringraziare però Portland, fra le prime città a sostituire l’asfalto e una concezione auto-centrica con un parco verde per le persone. Era il 1978: il Governor Rom McCall Waterfront Park veniva realizzato sul lungofiume cittadino, grazie anche e soprattutto al coinvolgimento e al volere dei cittadini, riuniti sotto l’associazione Portland City Club. L’idea di un waterfront al posto di un’autostrada era stata anticipata da un atto di disobbedienza cittadina, quando, qualche anno prima il formarsi del City Club, il The Waterfront for People, un gruppo umoristico di disobbedienza civile, organizzò un picnic sul lembo di terra fra il fiume e la Harbor Drive.
Più recente (2015) è il progetto che ha visto il mutare dell’“autostrada dal nulla al nulla”, 11 corsie di asfalto, realizzate negli anni ’70, in un territorio in cui l’utilizzo dell’auto è culturalmente più basso rispetto altre città del mondo. Ad Utrecht il canale Catharijnesinge è rinato dopo che i cittadini hanno decretato, attraverso un referendum 2002, il volere di far tornare il vecchio corso d’acqua, dopo che su di esso si era appunto realizzata un’infrastruttura poco utilizzata.

Leggermente differenti, ma non meno importanti nell’ottica di recupero e di riutilizzo dello spazio pubblico, sono quei progetti che sfruttano le “zone morte” di infrastrutture che continuano nella loro funzione. A Melbourne “il vero potenziale del corridoio ferroviario più trafficato” recita lo studio di architettura che ha realizzato il progetto, è stato “sbloccato” grazie alla realizzazione di piazzali, piazze pubbliche, spazi di gioco multigenerazionali e percorsi condivisi negli spazi sottostanti l’infrastruttura. Sfruttando le potenzialità del verde urbano e dell’urbanistica tattica, si sono creati 22 ettari di nuovo spazio pubblico, in un’area “con un disperato bisogno di spazi verdi”.
Questi progetti dimostrano che le città non sono “entità immutabili”. Ma organismi urbani che vanno adattati alle esigenze contemporanee: di socialità, di sostenibilità e di buonsenso. A volte, sono necessari grandi progetti e un moderno ritorno al passato. Altre volte, bastano pochi interventi: purché siano realizzati secondo i bisogni e le necessità delle comunità.
Per approfondire:
Utrecht: chiusa una strada, sboccia la natura in città attraverso un canale - Cube Radio
Da Caulfield a Dandenong Railway & Linear Park | ASPECT Studios
Tom McCall Waterfront Park - Wikipedia
Trasformare un viadotto in una foresta: Seoullo 7017 Skygarden – Brand for the City
Motorway removed to bring back the original water – BICYCLE DUTCH
La Legacy Olimpica non va data per scontata. Va costruita.
I Giochi Olimpici non sono un gioco.
Sappiamo che la battuta può sembrare forzata. Ma realizzare una manifestazione Olimpica è una sfida complessa, che coinvolge atleti, organizzatori, sponsor, stampa, territori, comunità: e la lista potrebbe allungarsi di molto. Una sfida, dicevamo, perché, se guardiamo alla storia più o meno recente dei Giochi Olimpici e Paralimpici (in cui comprendiamo, ovviamente, tutte le tipologie di edizioni, invernali e giovanili) ci rendiamo conto che già da prima dello svolgersi della manifestazione, fino alla sua fine, si assiste spesso alla creazione di una frattura che raggiunge a volte dimensioni non indifferenti. Fra ammiratori e detrattori, per esempio. Oppure nel rapporto dei costi preventivati e quelli effettivi. O ancora, soprattutto nel post evento. La frattura che può crearsi è fra le promesse di effetti positivi per territori e comunità e gli effettivi risultati. È l’eredità dei Giochi per le persone, un’eredità positiva, capace di creare reale impatto e valore diffuso e che lo stesso CIO (Comitato Olimpico Internazionale) definisce Legacy Olimpica.

Si tratta, dunque, di capire in che modo sia possibile organizzare e condurre una manifestazione di tale portata (che, appunto, non è un gioco), riuscendo a ridurre al minimo quelle fratture che storicamente hanno contraddistinto le Olimpiadi. In che modo si possa creare una Legacy Olimpica che abbia a cuore il miglioramento dei territori, premettendo che non esiste una ricetta preconfezionata esente da critiche.
Attraverso qualche esempio delle edizioni passate, cerchiamo quindi di capire quali sono i fattori che contribuiscono a diminuire questa frattura, fra eredità promessa ed effettivo miglioramento di un territorio. Dotando quindi le comunità coinvolte di un valore, materiale e immateriale, positivo e a lungo termine.
Le Olimpiadi e la pratica sportiva
Fra i principali valori costitutivi delle Olimpiadi c’è sicuramente quello di diffondere la pratica e la cultura sportiva, non soltanto fra atleti professionisti, ma anche e soprattutto fra i più giovani e fra soggetti svantaggiati. A questo proposito, una forte Legacy Olimpica dovrebbe essere in grado di lasciare, sulle comunità e sul territorio in cui si è svolta la manifestazione, una cultura dello sport che sopravviva e che si “propaghi” anche, e soprattutto, al finire dell’evento. Magari allargando anche i suoi confini territoriali. Come successo, ad esempio, a seguito delle Olimpiadi Invernali di PyeongChang 2018 (Corea del Sud). In occasione di quell’edizione Olimpica, è nata la PyeongChang 2018 Foundation Legacy. Il programma New Horizons, lanciato dalla Fondazione, sostiene gli atleti di paesi con limitate opportunità negli sport invernali, favorendo legami più stretti tra la Repubblica di Corea e queste nazioni. Grazie al supporto della Legacy Foundation e dello Stato di Gangwon (sede delle Olimpiadi Giovanili Invernali 2024, sempre in Corea), sono stati organizzati campi di allenamento pre-stagionali in vista dei Giochi Olimpici Giovanili.
Il Programma Dream, avviato nel 2004 durante la candidatura della Corea del Sud per i Giochi Olimpici Invernali, ogni anno invita giovani da Paesi senza infrastrutture per gli sport invernali a scoprire queste discipline e la cultura coreana. Grazie a questi programmi, la giovane thailandese Agnese Campeol e il giovane tunisino Jonathan Lourimi hanno vinto entrambi l’argento nelle gare di monobob. Pur provenendo da Paesi in cui sono assenti gli sport invernali (per ovvi motivi climatici). Per quanto riguarda invece i giovani coreani, sono stati 10.000 gli studenti coinvolti in prima persona nella pratica degli sport invernali, mentre 50.000 sono stati invitati ad assistere alle edizioni giovanili di Gangwon.
Rimanendo in Corea, nell’ormai lontano 1988, è stato fondato il Korea Sports Promotion Foundation (KSPO) come programma di legacy per le Olimpiadi (estive) di Seul. Mandato originale del KSPO era quello di gestire gli impianti sportivi che erano stati costruiti appositamente per le Olimpiadi del 1988. Oggi, il KSPO gestisce ancora quelle infrastrutture, che sono ora a completa disposizione della popolazione e della comunità: fruibili non soltanto da atleti professionisti, ma da qualsiasi cittadino coreano. Come rilasciato in un’intervista per il TheKoreaTimes, nel 2020, Cho Jae-kee ha affermato: “Quando la manager del CIO è stata in visita a Seoul (nel gennaio 2019), è rimasta stupita dall'arena olimpica di ginnastica e dallo stadio di scherma utilizzati come palcoscenici per spettacoli K-pop. Inoltre, ha visto donne anziane nuotare nella piscina che veniva utilizzata durante le Olimpiadi e trampolini che venivano abbassati a 1,5 metri per i non atleti e ha continuato “Abbiamo trasformato con successo gli sport d'élite in sport per tutti".

Tuttavia, è importante sottolineare che la Legacy Olimpica non si costruisce da sé, col semplice avvenire della manifestazione, ma è un percorso condiviso che sì, parte dalle Olimpiadi, ma che ha poi bisogno dello sforzo di cittadini, comunità, amministrazioni, sponsor, della loro collaborazione e della condivisione di obiettivi comuni. Come dire, “l’eredità non si costruisce da sé”: è il titolo di un pezzo della BCC uscito nel 2013, che analizzava come, all’avvicinarsi dell’anniversario dei Giochi di Londra tenuti appena un anno prima, la pratica sportiva dei giovani inglesi nelle scuole stava visibilmente calando, con gravi conseguenze sulla loro salute. Un promemoria, diceva il giornalista Dan Roan, del fatto che l’eredità olimpica non può essere data per scontata.
Quello della pratica sportiva è un problema attuale invece per l’Italia: dalle ricerche dell’Osservatorio Valore Sport, l’Italia viene definita “Repubblica del Divano”. Infatti, siamo più inclini a guardare lo sport che a praticarlo, scendendo ai margini delle classifiche OCSE per pratica sportiva. Sempre la ricerca attribuisce i disastrosi risultati alla difficoltà di accesso alla pratica sportiva: mancano impianti gratuiti, di facile o libero accesso. In vista delle Olimpiadi di Milano Cortina, sarà curioso capire se la manifestazione, e la costruzione della sua Legacy, saranno capaci di invertire questa tendenza. Ovviamente, è ancora molto presto per parlare, tuttavia, alcuni programmi lanciati dalla Fondazione Milano-Cortina (l’ente preposto all’organizzazione dei Giochi) fanno ben sperare: l’Education Programme che vuole motivare i giovani verso una maggiore pratica sportiva, attraverso la diffusione dei valori olimpici, ha già coinvolto 800 mila giovani nel progetto.
Un’altra soluzione, che potrebbe vedere la collaborazione di sponsor, amministrazioni, Fondazione e privati, potrebbe essere quella di andare a recuperare quei piccoli impianti sportivi degradati (secondo le ricerche già citate, non sono pochi) per renderli riutilizzabili a favore delle comunità. O l’erogazione di contributi per l’educazione e la pratica sportiva.
Qualcosa di simile, insomma, con quanto successo a Parigi: la Legacy Olimpica di Parigi 2024 si è tradotta in iniziative concrete per avvicinare la popolazione allo sport, con risultati significativi sul piano sociale. Più di 1.122 impianti sportivi gratuiti (+71% rispetto al decennio precedente) hanno ospitato programmi di educazione e coinvolgimento, tra cui il Paris Sport Dimanches, che ha offerto attività settimanali gratuite in 19 località e percorsi dedicati. Sono stati inoltre promossi progetti inclusivi per le persone con disabilità e per favorire la partecipazione delle donne alla vita sportiva. “Un’eredità che, alla fine, impatta direttamente sulle persone” ha affermato Marie Barsacq, direttrice dell’Impatto e dell’Eredità di Parigi 2024.
Attenzione ai White Elephants
Che è l’equivalente inglese delle nostre “cattedrali nel deserto”. Grandi eventi come le Olimpiadi hanno bisogno di grandi impianti sportivi, di trasporti, a volte di interi quartieri. Se Parigi è riuscita ad imprimere un cambiamento nella mobilità (prediligendo la bicicletta, ad esempio), a terminare importanti linee metropolitane e a riutilizzare il 95% di edifici preesistenti per le passate Olimpiadi Estive, lo stesso non si può dire dell’esperienza Olimpica di Atene 2004 (Stadio del canottaggio di Schinias) o di Rio de Janeiro (stadio Aquatico Olimpico) 2016 con infrastrutture abbandonate e vuote.
È anche vero – ma difficile – che quegli edifici, in futuro, potranno trovare la via verso una riqualificazione funzionale. Di certo, non è un bel biglietto da visita quando si parla di Legacy Olimpica. Tuttavia, si tratta di dinamiche complesse che vedono nell’abbandono errori di programmazione o di lungimiranza difficili da imputare ad un solo responsabile. Ciò che però dovrebbe essere chiaro è che la Legacy Olimpica, materiale o immateriale che sia, va costruita, e non data per scontata. Programmazione, sì, ma anche e soprattutto ascolto: dei residenti – a maggior ragione quando si tratta di opere infrastrutturali – delle comunità, dei loro problemi e delle loro necessità. Costruire una buona Legacy Olimpica non è un gioco, appunto, ma un lavoro faticoso e necessario, che va condotto col massimo grado di collaborazione fra tutte le figure coinvolte.
Per approfondire:
Lo Sport Urbanism come cura delle persone e della società – Brand for the City
School sport: Olympic legacy cannot be taken for granted - BBC Sport
Paris 2024 - Building the legacy of the games
Curare le città per ridurre lo stress di chi le vive
“Il diritto alla città non è solo un diritto individuale di accedere alle risorse urbane: è un diritto di cambiare noi stessi cambiando la città” scriveva nel 2008 David Harvey. Con questa – apparentemente - semplice frase, l’autore di The Right to the City esprime un concetto che probabilmente oggi è più recepibile. I bisogni delle persone e dell’ambiente stanno cambiando, così come le città: tanti centri urbani hanno intrapreso azioni più o meno virtuose in tutti i continenti. Basti pensare a Barcellona, Singapore, Vienna, Parigi, Medellìn di cui abbiamo già abbondantemente scritto. Tuttavia, siamo ancora lontani dal percepire le nostre città veramente a misura d’uomo, donna, bambini e anziani. Già, ognuna delle categorie elencate dovrebbe avere gli stessi diritti garantiti nel loro rapporto con la città. Eppure, non è ancora così.

Ne è prova quanto emerso dalle considerazioni del dottor Vivek H. Murthy, Surgeon General degli Stati Uniti (il principale portavoce in materia di salute pubblica della Federazione). Come riportato dal New York Times: “Il rapporto del Surgeon General ha rilevato che nell'ultimo decennio, i genitori hanno riferito di aver sperimentato alti livelli di stress rispetto ad altri adulti”: tanto da spingerlo a definire la genitorialità “una crisi sanitaria pubblica”. Ma qual è il collegamento fra le città, i loro cambiamenti e le dichiarazioni del dottor Vivek? Quello che manca nelle dichiarazioni di Vivek, secondo quanto riportato da un articolo di Alexandra Lange su Bloomberg City Lab, è stato appunto il non esplorare o considerare che le città, per come sono costituite, sono uno dei principali motivi di questo “stress genitoriale”. I motivi sono semplici: le città costringono i genitori a fare i conti con trasporti e strade che limitano la mobilità libera dei bambini, città che non offrono percorsi pedonali o ciclabili sicuri per raggiungere le scuole, spazi pubblici inadatti o pericolosi per i più piccoli. Tutti questi fattori contribuiscono ad aumentare le risorse (temporali ma anche economiche) necessarie “per essere un genitore”, perché spesso, un bambino in città, tante cose non può farle da solo.
Uno psicologo clinico, Darby Saxbe, ha parlato di “underparenting”, ovvero, di un cambiamento strutturale che non riguarda esclusivamente misure a sostegno economico per i genitori, ma un cambiamento che riguarda l’intera società e, quindi, anche le città: di ricostruire, continua, “la nostra tolleranza per i bambini negli spazi pubblici” creando “ambienti sicuri in cui i bambini poco sorvegliati possano vagare liberamente”.
Fortunatamente, alcune città stanno rispondendo con ottime iniziative capaci di garantire ai bambini un maggior grado di libertà, e a permettere ai genitori di diminuire lo stress legato agli ostacoli urbani che impediscono ai loro figli di imparare cos’è l’indipendenza. Fattore chiave nella crescita di ognuno.

Da temporaneo a permanente: Paseo Park a New York
La richiesta di ambienti a cui si riferisce Saxbe è aumentata particolarmente durante la pandemia, ed il motivo è più che ovvio: le persone, schiacciate in casa fra lavoro (e scuola) a distanza e l’impossibilità di uscire (bambini compresi) hanno acuito i problemi delle famiglie. Alcune soluzioni a questi problemi, durante la pandemia, sono state pensate in modo temporaneo e oggi non hanno lasciato quasi nessuna traccia. Tuttavia, il Paseo Park, nel quartiere Queens di New York è riuscito a diventare permanente dopo la prima sperimentazione temporanea avvenuta proprio durante la pandemia. Si tratta di un parco lineare di più di 2km che, come recita il sito dell’associazione che si occupa del parco, nasce “da un bisogno collettivo di uno spazio di ritrovo sicuro e di connessione con la comunità”. Il parco si è rivelato un ottimo luogo per la sicurezza e il gioco dei bambini. Tanto da spingere le persone ad insistere per la sua permanenza, “felici di non dover inviare messaggi per fare piani, pagare attività dopo la scuola o combattere contro le auto quando – i bambini – imparano ad andare in bicicletta” scrive Bloomberg. Pur non esente da contestazioni, il parco si è rivelato ottimo nel garantire maggiore sicurezza stradale, non soltanto per i bambini: gli incidenti nell’area sono diminuiti del 41%, estendendo - come era prevedibile – i vantaggi all’intero quartiere. La presidente dell’Alliance for Paseo Park, Luz Maria Mercado ha dichiarato “sono cresciuta senza spazi verdi. Quando ero bambina, andavo in giro per il quartiere e guardavo attraverso i cancelli i giardini privati. Adesso penso ai bambini come me, bambini a basso reddito, che sono ora in grado di avere lo spazio che io non avevo". Come dire: il diritto ad una maggiore e più facile accessibilità ad aree verdi, sicure, di svago non deve per forza essere legato al reddito...

Il fenomeno delle strade scolastiche
La possibilità per i bambini di recarsi autonomamente a scuola è ostacolata, quasi sempre, dai pericoli stradali a cui siamo tutti esposti quotidianamente, ancor maggiori per i più giovani. Le strade scolastiche vogliono ovviare a questo problema, rendendo sicuro il tragitto casa-scuola: oltre ad una maggiore sicurezza, questa pratica alleggerisce il carico di responsabilità dei genitori, che così possono avvicinarsi all’ “underparenting” ipotizzato dal dottor Saxbe. E accresce il diritto dei più giovani ad una maggiore sicurezza e indipendenza.
Le strade scolastiche sono aree/percorsi in cui il traffico automobilistico è vietato per favorire la mobilità libera durante il tragitto casa scuola dei bambini. Negli ultimi anni, molte città europee (e non solo) stanno abbracciando questa pratica, supportate dalla volontà delle comunità locali: i benefici, infatti, non sono solo appannaggio di giovani e giovanissimi, ma di tutti. Le strade scolastiche sono di fatto percorsi pedonali che spesso aggiungono verde dove prima non c’era. Contribuiscono ad abbassare le emissioni (per circolazione automobilistica ridotta o annullata) e a limitare il rumore dei quartieri. Segnali stradali e percorsi vengono spesso “disegnati” con pratiche tipiche dell’urbanistica tattica, rendendo le strade più identitarie e piacevoli alla vista. La città di Grand, in Belgio, ha cominciato ad esplorare queste soluzioni già nel 2012. A Londra, l’azienda pubblica Trasport for London ha lanciato il programma Stars che coinvolge le scuole nella loro realizzazione. A Barcellona nasce il movimento dal basso “Revuelta Escolar” - che sta già “contagiando” le altre città spagnole - composto da diverse associazioni, genitori ed enti di quartiere, diventando ben presto una forma di protesta contro l’inquinamento, il rumore del traffico e i pericoli per il tragitto casa - scuola dei ragazzi. In Francia, a Parigi, le strade scolastiche sono al centro di un grande programma di cambiamento della metropoli, che mette al primo posto le comunità, il verde urbano e nuove forme di mobilità. In Italia, il dipartimento di urbanistica dell’Università degli Studi di Parma ha aderito al “Gruppo d’iniziativa Strade Scolastiche” (GRISS) nato nel 2023. Anche Milano sta puntando sulle strade scolastiche e Brand for the City ha contribuito alla realizzazione il progetto “A scuola ci andiamo da soli” che, attraverso l’urbanistica tattica promuove l’autonomia di movimento dei bambini grazie anche a una rete di supporto composta dalla comunità di quell’area.
Ci sarebbero ancora tanti esempi da riportare, tuttavia, riprendendo ancora una volta la citazione di Harvey, il diritto alla città è un diritto collettivo: presuppone però un cambiamento. In noi stessi e nelle città che viviamo.
La strada è quella giusta, ma c’è ancora tanto lavoro da fare: per questo, la collaborazione è un punto cruciale nel migliorare le nostre città per tutti, genitori e bambini compresi.
Per approfondire:
A scuola ci andiamo da soli – Brand for the City
Per ambienti scolastici sicuri e pacificati! Unisciti alla #RevueltaEscolar!
Cosa dà vita a una Strada Scolastica? - Clean Cities - Italy
Opinion | Helicopter Parents Should Ignore Their Children More Often - The New York Times
Today’s Parents: ‘Exhausted, Burned Out and Perpetually Behind’ - The New York Times
Money for Something: DOT Starts $89M Paseo Park Redesign Outreach - Streetsblog New York City
To Ease Parenting Burdens, We Need Better Housing and Street Designs, Too - Bloomberg
Le periferie come laboratorio d’innovazione
“La periferia è una fabbrica di idee, è la città del futuro” secondo Renzo Piano.
Tuttavia, le periferie, in un esercizio di certo non corretto di generalizzazione, sono spesso luoghi marginali delle grandi metropoli in cui si concentrano disuguaglianze e problemi sociali. Banlieue, favelas, slums, bidonville sono solo alcuni dei “soprannomi” che, nel mondo, descrivono le periferie e accostano, attraverso appunto l’assegnazione di questi nomi, le situazioni di degrado sociale che purtroppo spesso vivono. Sono tanti i motivi che hanno provocato il susseguirsi delle problematiche più diffuse: a volte è un’errata pianificazione urbanistica e sociale dettata da un espansionismo urbano incontrollato, altre volte sono scelte del passato – e del presente - che ricadono su più generazioni. Ma, seguendo le parole in apertura di questo pezzo, pronunciate dal celebre architetto, le “città del futuro” sono quelle città – o porzioni, come appunto le periferie – in cui i problemi fungono da motore per un cambiamento positivo. Soluzioni, a volte nate da piccoli interventi, altre volte frutto di più ampi progetti che hanno il protezionale di poter ispirare e fungere da esempio per rendere più vivibili le nostre città. In entrambi i casi, c’è una particolarità che accomuna i progetti che riescono ad impattare positivamente sulle periferie: la creazione di spazi per le persone e la loro socialità. Spazi che non solo forniscono l’accesso a opportunità spesso difficili da trovare nel contesto marginale della periferia (ad esempio l’accesso ai servizi), ma che favoriscono legami comunitari, fungendo da hub essenziali per l’organizzazione sociale e gli sforzi, collettivi, verso la costruzione di luoghi più inclusivi. Come si vedrà dagli esempi riportati, è grazie all’attivazione sociale e al coinvolgimento delle persone che le vivono, che le periferie possono diventare “fabbriche di idee” e “città del futuro”. Attraverso strutture urbane comunitarie che lavorano come motori chiave della sostenibilità urbana, offrendo servizi accessibili, promuovendo connessioni sociali e responsabilizzando le comunità.
Gli hub comunitari delle Favelas dell'America Latina
Quando si parla di periferie nel mondo, il collegamento più immediato è probabilmente con le favelas sudamericane. Luoghi in cui, purtroppo e storicamente, criminalità e degrado si insinuano fra baracche, povertà ed esclusione sociale. Ma è proprio dal Sud America che arrivano alcuni degli esempi più significativi di come, la creazione di più o meno grandi hub comunitari riescono ad impattare in modo positivo e duraturo sulla vita in periferia. Quasi a ricordare, come già accennato, che è dove ci sono i problemi che spesso nascono le soluzioni più efficaci. Anche nelle favelas.
Hub e centri comunitari posti nelle favelas sono progettati per soddisfare le esigenze locali e rispondere alla carenza di servizi: dall’istruzione alla sanità, dall’amministrazione allo sport passando per cultura e tempo libero e creando, grazie al coinvolgimento diretto delle persone, le basi per una maggiore sicurezza e comunanza, spesso antidoto efficace contro la violenza e contro azioni criminose.
Ne è un esempio il centro di sviluppo infantile Jaime Renteria, nella città colombiana di Cali, posto nel quartiere periferico di Siloé. L’origine informale del quartiere nasce dagli insediamenti delle famiglie di minatori di carbone quando la pratica di estrazione era diffusa. Lo sviluppo dell’insediamento ha occupato densamente pendii ad alto rischio e di difficile accesso, partecipando alla marginalità dell’area e lasciando poche aree verdi pubbliche. In questo contesto, il centro per lo sviluppo dell’infanzia Jaime Renteria, chiamato anche “Culla dei Campioni” mostra come l’educazione (in questo caso dei bambini) è un atto costruttivo che va condotto insieme al resto della comunità. Il centro ha infatti ricostruito immaterialmente la fiducia e il senso di appartenenza della gente di Siloé, che l’ha rinominato “Culla dei Campioni” in quanto il quartiere è l’unico della Colombia a detenere due medaglie olimpiche, vinte da due atleti che hanno passato l’infanzia giocando fra i vicoli e le strade intricate del quartiere. Il centro Jaime Renteria riprende architettonicamente questi concetti. Per proteggere i bambini che frequentano il centro le aule sono state poste ad un’altezza sicura. Una rampa rossa dinamizza il parco giochi interno, segue i percorsi e crea un unico ambiente fra i tunnel, le scale e i passaggi organici fra le case. Una copertura verticale, realizzata in calcestruzzo, ha una duplice funzione: quella di proteggere dal sole ma anche dai proiettili vaganti, in un’area purtroppo spesso attanagliata dagli scontri fra bande rivali. Il centro Jaime Renteria, tuttavia, non è esclusivamente pensato per i bambini. Fornisce infatti nuovi spazi di contatto sociale, di sostengo alla vita comunitaria, collegando le persone, anche adulte, attraverso uno spazio pubblico inclusivo.
Diverso il progetto che ha dato vita a Il Faro di Mapasingue (El Faro de Mapasingue) in Ecuador. Il quartiere, anche qui, sorge in una posizione isolata dai servizi e dal resto della città, composto da diversi insediamenti irregolari che lasciano poco spazio a luoghi pubblici. Una casa abbandonata all’interno del quartiere è diventato un centro comunitario, nato come progetto temporaneo durante l’epidemia di covid per rispondere alle mutate esigenze della popolazione. L’esperienza del covid ha spinto l’amministrazione, in collaborazione con un gruppo di architetti e alcuni gruppi associativi, a lanciare un progetto pilota della durata di cinque mesi in cui la progettazione partecipata è stato il punto cardine. È così che il progetto di riqualificazione della casa comune diventa un “faro” per la comunità: un luogo che accompagna le famiglie del quartiere attraverso attività culturali ed educative. Di giorno, le aperture della casa creano un collegamento con l’esterno; di notte, invece, la sua luminosità si proietta all’esterno, sulle scale dei vicoli stretti, creando sicurezza e dinamismo nel quartiere. Attualmente, Il Faro di Mapasingue funge da spazio di integrazione sicuro per 250 famiglie e 150 bambini, che utilizzano lo spazio come area per la lettura, la ricreazione e diverse attività di gioco.
Non solo America Latina
Le periferie sono laboratori d’innovazione urbana non soltanto in America Latina. Anche in Europa, in Nord America e in Asia le periferie rappresentano luoghi in cui la rigenerazione urbana e l’innovazione, unite all’attivazione sociale e al coinvolgimento delle comunità propongono soluzioni inedite a problemi di lunga durata. Ne è un esempio il programma City – Repair di Portland (Oregon) un progetto in prima linea nella creazione di luoghi, attraverso la pratica del placemaking, e piccoli progetti sperimentali: dai murales alla creazione di piccoli giardini, City – Repair facilita la creazione di luoghi artistici ed ecologici, attraverso progetti che mirano all’interconnessione delle comunità e dell’ambiente. Sempre a Portland, l’associazione Depave combatte la cooling poverty nei quartieri più vulnerabili attraverso il depaving.
A Toronto, sotto una vecchia linea ferroviaria in disuso stanno nascendo dei parchi pubblici e degli spazi multifunzionali che hanno l’obiettivo di rivitalizzare un’area sottoposta a situazioni di degrado. Il progetto The Bentway è già attivo da parecchi anni ed è il risultato di una collaborazione pubblico privato, confermando che spesso, le soluzioni ai problemi nascono dalla collaborazione e dalla sinergia fra diversi attori.
Alcuni dei celebri Superblock di Barcellona sorgono proprio nei quartieri periferici della città catalana, garantendo l’accesso a tutti i servizi essenziali a pochi minuti a piedi.
In Cina il progetto CAPC (Community Art Creative Project), nell’area di Cheng Du Shi, ha permesso di rivitalizzare un vecchio capannone per biciclette abbandonato in uno spazio pubblico vivace, che incoraggia il coinvolgimento della comunità. Combattendo l’abbandono e la marginalità che queste aree affrontano a causa della rapida urbanizzazione.
Le parole di Renzo Piano, unite agli esempi riportati, dimostrano che le aree marginali delle città sono spesso i luoghi in cui l’innovazione, guidata dalla collaborazione e il coinvolgimento delle comunità, della loro attivazione e del rispetto della loro identità permette la creazione di progetti di rigenerazione urbana innovativi, che possono rappresentare un punto di partenza e di ispirazione nell’attuare azioni concrete capaci di migliorare le nostre città.
Per approfondire:
Toronto's shared space - The Bentway
A--D - The lighthouse of Mapasingue | El Faro de Mapasingue
Donde nacen las estrellas |CDI Cuna de campeones de Espacio Colectivo Arquitectos
CACP Designing / YIIIE Architetti | Arch Daily
Una nuova idea di città, l'esempio di Copenhagen
“Che aspetto ha una città percorribile a piedi? Che aspetto hanno le strade? Cosa piace provare alle persone mentre camminano?”. Queste, sono solo alcune delle domande che si sono posti gli urbanisti della società di consulenza che si è occupata della realizzazione e della riqualificazione di un quartiere di Copenaghen: Nordhavn.
Il quartiere sorge su una penisola di 2 km quadrati a nord est del centro della capitale danese: un ex polo industriale nell’area portuale della città. Oggi, grazie alla popolarità di Copenaghen e all’aumentare dei suoi abitanti, la città ha deciso di riqualificare queste aree portuali e industriali, creando alloggi per 40.000 persone e altrettanti posti di lavoro nei prossimi 40anni. Al momento, Nordhavn ospita 6.000 persone.

A prima vista, la storia di Nordhavn è simile a quella di tanti nuovi quartieri sorti dalle rovine di aree industriali in disuso: le città si espandono, cercando nuovi posti capaci di rispondere all’aumentare della popolazione, mentre le aree industriali – ormai in disuso – vengono trasformate in nuovi quartieri. La particolarità del nuovo quartiere, tuttavia, sta nella sua progettazione e in quello che incarna. Nordhavn è uno dei pochi quartieri che può fregiarsi del titolo di “città dei 5 minuti” o, meglio, quartiere dei 5 minuti: un concetto che nasce addirittura prima della più celebre città dei 15 minuti, e che si basa nel garantire tutti i servizi e i luoghi essenziali come scuole, asili, bar, infrastrutture sociali, negozi e uffici a soli 5 minuti di percorrenza a piedi. Il vantaggio di dover realizzare, quasi ex novo, un quartiere sta nel potere della progettazione: se si progetta tenendo a mente prima i bisogni delle persone – rispetto, ad esempio, a quelli delle auto – allora ci sono alte probabilità che quel quartiere riesca a garantire una buona vivibilità ai suoi abitanti. Nordvahn segue quella che è la tendenza intrapresa da Copenaghen nell’ormai lontano 2005, ovvero, quella di essere una città sostenibile, ad emissioni 0. Se per l’intera città non si è ancora raggiunto l’obiettivo – le emissioni, dal 2005, sono comunque calate del 75% - Nordvahn è invece un quartiere completamente ad emissioni 0. Aspetto cruciale di questo risultato è sicuramente l’assenza – o quasi – di automobili: il quartiere si basa su una rete di trasporto pubblico efficiente: due stazioni della metropolitana permettono di raggiugere facilmente il centro di Copenaghen e altre due stazioni sono in attesa di essere aperte. Le strade sono delle ampie piste ciclabili e non è raro, in un quartiere così, muoversi a piedi: anzi, è parte integrante dell’esperienza di vivere a Nordhavn. Anche gli edifici del quartiere sono stati realizzati secondo elevati standard di sostenibilità, spesso adattando vecchi edifici con nuovi materiali come, ad esempio, le Portland Towers: due vecchi silos utilizzati in precedenza come deposito per lo stoccaggio di grano e cemento. Oggi convertiti in uffici. Tuttavia, non è soltanto la sostenibilità ambientale a rendere Nordhavn un modello di quartiere a 5 minuti. Ma è soprattutto la sua “sostenibilità sociale” come l’ha definita Anne Skovbro, amministratrice delegata dell’autorità portuale di Copenaghen. “Come esseri umani, ci nutriamo dell'idea di avere un contatto con altre persone" spiega Skobvro. La socialità del quartiere e l’attivazione sociale sono state colonne portanti nel design del processo di riqualificazione dell’area. Oltre alla rete di trasporti, a piccoli parchi e ai luoghi di cultura, a Nordhavan c’è stato un attento lavoro di progettazione persino nella scelta degli acquirenti dei terreni e degli spazi, cercando di prediligere attività che incentivassero il piccolo commercio. Sul tetto di un parcheggio multipiano è stato realizzato un parco giochi in cui i bambini giocano insieme a professionisti che fanno jogging, creando anche momenti di socialità intergenerazionale. Il fatto di sorgere su una penisola ha poi dei chiari vantaggi: l’acqua bagna il quartiere su tre lati, e ci sono alcune spiagge balneabili. È inoltre presente uno nuovo spazio multifunzionale, Nordhus, gestito da una fondazione senza scopo di lucro. L’obiettivo di Nordhus è quello di creare qualcosa che desse senso di appartenenza all’area: eventi, pranzi e cene a prezzi accessibili o, semplicemente, uno spazio dove ritrovarsi.

Tuttavia, non mancano le criticità: modelli come Nordahvn possono sembrare delle enclavi chiuse, ristrette, appannaggio esclusivamente di chi le vive, di chi può permettersi di viverle. Non siamo lontani da definire questo rischio gentrificazione: i negozi e le boutique presenti nel quartiere hanno prezzi spesso alti, così come gli alloggi. La scuola presente è una scuola privata con una retta alta, che non tutti gli abitanti possono permettersi: così, alcuni bambini sono costretti a fare i pendolari verso altre scuole. Tuttavia, Nordahvn è ancora in fase di sviluppo: c’è in progetto la creazione di una scuola pubblica gestita dallo Stato, che dovrebbe sorgere proprio accanto a quella già presente. Inoltre, se da un lato c’è il rischio che Nordahvn diventi una “gabbia dorata”, secondo la stessa Skovbro, in realtà, l’edilizia sociale è stata al centro della progettazione del quartiere: Copenaghen vuole garantire il 30% di edilizia sociale in tutta la città. Nordhavn è ancora al 20% ma la percentuale dovrebbe crescere ulteriormente. Difatti, lo sviluppo di Nordhavn è fermo al solo il 25% del progetto iniziale. Manca ancora molto: ad esempio, un grande parco pubblico, che nascerà all’interno della Fabbrica del Tunnel, un enorme complesso industriale dove venivano realizzati i tunnel sottomarini che collegano Copenaghen con Malmo. Riuscire a garantire una sorta di apertura all’esterno del quartiere è la sfida che l’amministrazione deve vincere, cercando di bilanciare tutti gli elementi necessari per integrare il quartiere al resto della città, e a garantire a tutte le persone, indipendentemente dalla loro disponibilità economica, a vivere quartieri come Nordhavn.
Una città per le persone
Se Nordhavn è un recente quartiere che, per certi versi, racchiude gli elementi che vogliono rendere Copenaghen il modello di una città diversa, incentrata sulle persone (e seppure, ancora, presenta delle forti criticità), la capitale danese in questi anni si è resa protagonista di alcuni cambiamenti, più piccoli e granulari, che la pongono spesso in cima alle classifiche di vivibilità.
Copenaghen, ormai da anni infatti, sta reinventando con successo e in modo anche fantasioso e anticonvenzionale le sue infrastrutture e lo spazio pubblico, permettendo ai cittadini di vivere un luogo non solo più sostenibile, ma anche più sicuro e a “misura d’uomo”.
Questi cambiamenti fanno parte del più ampio programma Metropolis for People. L’obiettivo è quello di creare una “vita urbana variegata” in cui tutti, indipendentemente dall’età, dallo status sociale, dalle condizioni economiche o qualsiasi altra differenza siano in grado di partecipare a questa vita urbana.
L’esempio più celebre di questa trasformazione è forse CopenHill. Un luogo in cui, giovani e meno giovani, sciano scendendo lungo il pendio che avvolge l’inceneritore di rifiuti, reindirizzandone l’utilizzo a favore dei cittadini. Si tratta di una soluzione originale per rendere piacevole un’infrastruttura necessaria ma, effettivamente, non gradevole alla vista. La presenza della centrale elettrica di cui fa parte l’inceneritore non era stata accolta con piacere dai residenti. Il suo “camuffamento” e trasformazione in una infrastruttura in cui tutti possono praticare sport non solo trasforma l’inceneritore in un luogo piacevole ma, secondo il suo ideatore, “nel fondamento della vita sociale della città”. I benefici di questa trovata non si limitano al lato estetico ma hanno anche un impatto diretto sulla salute delle persone. Incentivando bambini e adulti a praticare sport, si migliora la loro salute psicofisica e si creano momenti di inclusione e socialità solitamente distanti da ciò che può offrire un inceneritore.

Fra i progetti più noti della città non si può non nominare il parco di Superkilen, con le sue altalene giganti e installazioni che hanno, inoltre, reso l’area – un tempo nota per episodi di violenza e degrado – più sicura (ne abbiamo parlato qui). D’altronde, la stessa Anne Skovbro ha affermato che “un quartiere più sociale è un quartiere più sicuro”.
Anche la piazza centrale di Israel Plads, prima un parcheggio senz’anima, è stata oggetto di un intervento di rigenerazione urbana che ha dotato la piazza di un campo da basket, con un design vivace e grandi trampolini che invitano le persone a saltare sui giochi d’acqua presenti. La popolarità di questi progetti, inoltre, stimola una cultura di valorizzazione dello spazio pubblico che sta diventando endemica nella capitale danese, creando “nuove idee di ciò che la città può essere”.
Le trasformazioni vissute da Copenaghen, e ancora in atto, dimostrano che il cambiamento verso una città più sostenibile, vivibile e che metta al centro l’attivazione sociale dei suoi abitanti è possibile: attraverso la collaborazione, l’ascolto e un attento lavoro di progettazione. Perché non sono solo i grandi progetti come Nordhavn – non privi, tra l’altro, di criticità - a cambiare il volto di una città. A volte, basta trasformare con un po’ di pragmatismo e fantasia quello che già c’è.
Per approfondire:
A metropolis for people Visions And goals for urban life in Copenhagen 2015 – Academia Edu
Playful urbanism: How Copenhagen is reinventing public spaces – POLITICO
The five-minute city: inside Denmark’s revolutionary neighbourhood | Denmark | The Guardian
La trasformazione di Singapore in città della natura: comunità, cultura e longevità
Singapore, la città stato del Sud Est Asiatico, sta vivendo profondi cambiamenti che ne stanno migliorando in meglio la vivibilità.
Sotto la spinta propulsiva dell’Agenda 2030, Singapore sta puntando sulla qualità della vita dei suoi abitanti, attraverso, ad esempio, un maggiore accesso ad aree verdi e promuovendo uno stile di vita sano, basato sullo sport e l’attività fisica. Ad oggi, Singapore è l’unica area urbana del pianeta ad essere una delle 6 Zone Blu. Il termine, coniato dal giornalista del National Geographic Dan Buettner, identifica quelle aree geografiche in cui si riscontra una maggiore longevità fra le persone, grazie (nella maggior parte dei casi) a corretti stili di vita: se per le aree rurali e isolate valgono le tradizioni centenarie e stili di vita radicati nella cultura di quell’area, per Singapore il discorso è diverso. Si tratta di un cambiamento radicale delle abitudini, attraverso politiche sociali attente e il cambiamento – quasi radicale – della stessa città.
Di recente, la città-Stato ha annunciato un grosso progetto di trasformazione urbana espansiva, che mira a rivoluzionare il “Corridoio Nord Sud”, ovvero, la principale strada della città-stato.
Un nuovo progetto di trasformazione urbana
Il progetto nasce da un approccio collaborativo e di co-progettazione con le comunità coinvolte. L’obiettivo è integrare il trasporto pubblico, la mobilità attiva e gli spazi, incentrati sulla comunità, e un corridoio verde lungo ben 21,5km. La priorità è data alla connessione sociale e alla mobilità attiva, a testimonianza dell’importanza degli stili di vita che hanno permesso a Singapore di essere tra le città più longeve. Il progetto del corridoio Nord Sud è stato concettualmente definito come una “riserva di vita”. Sarà suddiviso in quattro sezioni: il segmento “Comunità industriale”, il “Ciclo Ecologico”, il “Corridoio per il Benessere delle persone” e il segmento “Patrimonio Culturale”. Ogni sezione o, appunto, segmento, servirà ad arricchire diversi aspetti della vita urbana, promuovendo al contempo la promozione dell’attività industriale al sostegno del benessere, puntando sull’accessibilità degli spazi pubblici gratuiti.
Le infrastrutture verdi che sorgeranno lungo il corridoio serviranno a collegare i vari quartieri e distretti storici, attraverso una rete di nuovi percorsi pedonali e ciclabili intervallati da ampie zone verdi, ricche di biodiversità. Gli spazi infrastrutturali precedentemente sottoutilizzati diverranno dei veri e propri “hub ecologici”.
Il Corridoio Nord Sud di Singapore non è soltanto un’infrastruttura (in futuro più verde), ma è anche, e soprattutto, una costante nelle vite delle persone della città.
Come scrive una persona che lavora per lo studio architettonico che si è aggiudicato la gara per il rifacimento del corridoio: “Con 10 di noi in un minuscolo appartamento, il corridoio comune è diventato un'estensione della nostra casa, dove abbiamo riso, pianto e costruito un senso di comunità nella nostra nazione da poco indipendente. Questa esperienza ha plasmato la mia comprensione di come gli spazi condivisi possano favorire connessioni profonde, anche negli ambienti urbani più densi. Non stiamo solo ridisegnando una strada; stiamo creando uno spazio vitale che diventerà un modello per la mobilità futura e la vita urbana, in grado di ispirare trasformazioni simili nelle città di tutto il mondo”.
Le altre iniziative
La trasformazione del Corridoio Nord-Sud di Singapore, tuttavia, non è l’unico progetto in programma nel rendere Singapore capitale green.
Tanti progetti sono già stati realizzati, e sono ascrivibili alla più grande iniziativa del Green Plan 2030 della città.
Lanciato nel 2021, il Green Plan di Singapore è guidato da cinque ministeri, e si fonda su quattro principali pillar:
-
Energy Reset
Massimizzazione dell’energia solare, inclusi progetti innovativi come il sistema fotovoltaico galleggiante da 60 megawatt a Tengeh Reservoir.
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Sustainable Living
:Potenziamento della mobilità sostenibile, con nuove infrastrutture ferroviarie e ciclabili.
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Green Economy
Decarbonizzazione dell’industria per migliorare l’impronta ambientale.
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Resilient City
Misure per affrontare l’impatto dei cambiamenti climatici, cruciale per un’isola esposta all’innalzamento del mare ed esposta a frequenti mareggiate.
Il proseguimento del piano ha permesso a Singapore di aggiudicarsi il titolo di Città Giardino dell’Asia: un risultato che ha un peso specifico soprattutto per una città che, in passato, ha avuto una storia ambientale travagliata. Nel recente passato, infatti, Singapore aveva perso oltre il 90% delle sue foreste a causa delle coltivazioni intensive di pepe e gambir, una pianta utilizzata per la tintura dei tessuti. Le coltivazioni avevano addirittura provocato il cambiamento del micro-clima e prosciugato le riserve idriche.
Tuttavia, il cambiamento di Singapore non deriva soltanto dall’installazione di nuove infrastrutture verdi o nella realizzazione di parchi e aree pubbliche, ma anche e soprattutto attraverso un attento lavoro di ascolto e coinvolgimento delle comunità, come dimostrato dal più recente progetto sul Corridoio Nord Sud.

La qualità di una città è la qualità della vita dei suoi abitanti
Un altro progetto che ha permesso a Singapore di cambiare la qualità della vita dei suoi abitanti è rappresentato dal Recreation Master Plan. Un progetto che conferma l’attenta pianificazione urbana, sostenibile e inclusiva, della città stato e che dimostra come interventi di rigenerazione urbana possono davvero migliorare il profilo di una città. Il programma punta a migliorare la salute e il benessere dei cittadini attraverso attività ricreative e interventi innovativi, che spaziano dalla costruzione di grandi infrastrutture come porti e stadi, alla riqualificazione di spazi sottoutilizzati, tra cui cavalcavia e aree marginali. Al centro del progetto c’è una visione olistica che integra arte, tradizioni e sport come elementi chiave per la creazione di comunità più coese. Il Recreation Master Plan non si limita a promuovere lo sport e la mobilità dolce: mira anche a trasformare gli spazi urbani in luoghi accessibili a tutti, indipendentemente dalle capacità economiche o fisiche. L’obiettivo è ridurre il traffico automobilistico, favorendo percorsi pedonali e ciclabili che rimangano fruibili anche in caso di condizioni meteo avverse. Il progetto, in un certo senso, sembra aver anticipato, nelle intenzioni, quello relativo al corridoio nord-sud.
Il piano prevede l’aggiunta di nuove aree verdi e il riutilizzo di spazi urbani per creare parchi multifunzionali e reti pedonali che migliorano la vivibilità e l’inclusione sociale. I primi effetti del piano sono già visibili. Quartieri caratterizzati da forti disuguaglianze socioeconomiche stanno vedendo una trasformazione significativa: gli spazi pubblici diventano luoghi di incontro libero, contribuendo a combattere la solitudine e a rafforzare il senso di comunità. L’assenza di barriere economiche nell’accesso a queste aree favorisce una partecipazione inclusiva e trasversale. E migliora la qualità della vita: negli anni ’90, solo l’8% dei singaporiani praticava sport regolarmente; oggi, il 54% della popolazione svolge attività fisica almeno una volta a settimana, e il 26% arriva a tre volte. Questo cambiamento riflette non solo un miglioramento della salute fisica, ma anche un salto culturale che ha reso il movimento e la socialità elementi centrali della vita cittadina.
Singapore dimostra che un cambiamento delle città più vicino alle persone, alla loro salute e alla qualità della vita, mantenendo comunque tradizioni e cultura, è possibile.
E nasce da un attento lavoro di programmazione, collaborazione e ascolto delle comunità.
Per approfondire:
Henning Larsen-Led Team Unveils Master Plan for Singapore’s North-South Corridor Urban Transformation | ArchDaily
Singapore Green Plan 2030 - The Plan
North–South Corridor, Singapore - Wikipedia
North-South Corridor | Henning Larsen
Il potere trasformativo dell'attivazione sociale per una rigenerazione urbana efficace
Troppo spesso si è portati a pensare che gli interventi di rigenerazione urbana abbiano a che fare, esclusivamente, con progettualità architettoniche o interventi strutturali. E che la loro durata temporale si esaurisca semplicemente alla fine dei lavori fisici o, se vogliamo ampliarne la portata, dalla progettazione alla messa a terra del progetto. E, per numerosi progetti, in effetti tutto questo corrisponde al vero.
Tuttavia, spesso le città e i quartieri – che per ovvi motivi sono il terreno fertile della rigenerazione – hanno aspetti temporali, burocratici e sociali diversi da quelli immaginati in un progetto di riqualificazione.
Capita sempre più spesso, infatti, che porzioni di città, quartieri o zone dormienti, si trovino a vivere in un limbo fra l’attesa di un’opera e la sua realizzazione. In questi casi, è l’attivazione sociale, ovvero, il coinvolgimento in attività – anche temporanee – delle persone che vivono quel quartiere o quella porzione di città a tracciare la direzione futura e la riuscita del progetto che verrà. Non si tratta, infatti, soltanto di tappare un “buco” temporale, ma di restituire alle persone uno spazio sociale in attesa della sua trasformazione, e soprattutto, di tracciare anche un esempio di come quel posto potrà essere.
Dal Regno Unito arrivano due esempi di “meanwhile spaces” che – al pari delle “meanwhile cities” di cui avevamo già scritto - puntano sull’attivazione dello spazio pubblico attraverso le comunità, che possono tracciare la base per progetti di rigenerazione urbana ben fatti.
Pop Brixton
Lanciato nel 2015, Pop Brixton rappresenta un progetto pioneristico di Meanwhile Spaces, nel sud di Londra. Nato come progetto temporaneo dalla collaborazione di un’impresa sociale e il consiglio locale, Pop Brixton è luogo e casa di start-up locali, piccole imprese e progetti
comunitari di attivazione sociale. Lo spazio sorge su una pista di pattinaggio in disuso, confermando così che la riattivazione di luoghi inutilizzati della città, se condotta con la collaborazione delle persone, può diventare il centro di una nuova socialità.
Per costruire questo luogo, sono stati ri-utilizzati 55 container, che ospitano oggi negozi, ristoranti, chiostri di street food ed eventi di vario genere. Il progetto è oggi riconosciuto a livello internazionale per l’impatto sociale che ha generato, e per l’architettura non convenzionale con cui è composto. Gli spazi temporanei e a prezzi accessibili di Pop Brixton hanno permesso la creazione di 250 posti di lavoro: in un’area dove prima mancava qualsiasi attività lavorativa e di intrattenimento oggi sono presenti attività che operano nel campo della ristorazione, dell’istruzione, del cinema e della salute mentale. Oggi Pop Brixton è una zona viva della città di Londra, che attira un milione di visitatori l’anno e incarna a pieno il rilancio dell’economia locale, guidata da un attento e coinvolgimento della comunità.

Peckham Levels
Sempre nella zona sud di Londra si trova un parcheggio di sette piani abbandonato che è diventato il centro del progetto di attivazione sociale temporaneo Peckham Levels. Fra i vari piani del parcheggio hanno così preso vita co-working, ristoranti, negozi, spazi comunitari. Creando un vivace luogo in un sito una volta vuoto e dismesso. Sulla pagina web di Peckham Levels, si legge che il progetto nasce per “creare cultura”, un luogo di incontro per le arti, l’impresa e l’azione comunitaria.
Il programma degli eventi che si tengono presso l’ex parcheggio prevede musica, danza, teatro, commedia e arti visive, dando priorità ai lavori e agli artisti del quartiere su cui sorge l’ex parcheggio. Incentivando così la cultura locale e permettendo un maggiore coinvolgimento della comunità.
Al pari di Pop Brixton, anche a Peckham Levels sorgono imprese locali, organizzazioni comunitarie, studi di artisti e sedi di piccole aziende che possono godere degli affitti agevolati possibili grazie alla collaborazione dell’amministrazione londinese. L’obiettivo di Peckham Levels è quello di contribuire a creare un quartiere in cui è facilitato l’accesso alle arti innovative, in cui trovano posto imprese locali e uno spazio affidabile e sicuro per la vita comunitaria, il lavoro, lo studio o anche, semplicemente, lo svago. L’area antistate all’ex parcheggio è stata infatti, in passato, segnata da episodi di violenza e degrado, drasticamente calati una volta che è partito il progetto.

Un modello sostenibile di rigenerazione urbana, non privo di criticità
I due progetti riportati dimostrano come l’attivazione di spazi e comunità, soprattutto in aree ricche, luoghi inutilizzati o prive di una vita sociale possono, effettivamente, imprimere un impatto positivo sull’area. Le ricadute, positive, riguardano più ambiti. Ad esempio, quello economico: il fiorire di piccole imprese e start-up, che possono godere di affitti agevolati favorisce l’innovazione dell’area e partecipa alla creazione di nuovi posti di lavoro. Allo stesso tempo, i palinsesti ricchi di programmi culturali attirano visitatori anche al di fuori dell’area interessata, aumentando il turismo locale e il flusso economico. I vantaggi economici sono estesi anche all’amministrazione stessa: attraverso forme di gestione collaborative, infatti, le autorità locali possono valorizzare aree ed edifici inutilizzati investendo poche risorse. C’è poi l’aspetto sociale. Il senso di comunità viene rafforzato, trasformando quelli che prima erano luoghi trascurati in centri di aggregazione e cultura. Inoltre, l’attivazione sociale nei progetti di meanwhile spaces permette una maggiore diffusione della creatività, ma anche dello spirito collaborativo delle persone, ad esempio, grazie anche alla realizzazione di workshop, eventi e attività artistiche. Ultimo, ma non meno importante, c’è l’aspetto urbano. Luoghi disabitati e fatiscenti riprendono vita, a volte, attraverso investimenti minimi, puntando su estetica e funzionalità. Da questo punto di vista, i meanwhile spaces sono ottimi strumenti per condurre iniziative di rigenerazione urbana attenta non soltanto all’aspetto prettamente urbano ma anche e soprattutto a quello sociale ed economico.
Tuttavia, non mancano alcune criticità.
La natura a breve termine di questi progetti, ad esempio, può creare incertezza soprattutto per le attività economiche e le piccole imprese, che potrebbero perdere il loro posto una volta che la temporaneità delle iniziative si concluderà verso qualcosa di più definitivo. Sta alla lungimiranza di tutti gli stakeholders garantire che il cambiamento avvenga tenendo ben presente le necessità di chi opera nei quartieri. Allo stesso modo, il potere trasformativo dei meanwhile spaces, specie quando riescono a rivitalizzare aree trascurate, può portare alla creazione di fenomeni di gentrificazione. Infatti, l’arrivo di nuovi visitatori, imprese e investimenti potrebbe avere come effetto quello di un aumento generale dei prezzi, sia per quanto riguarda le abitazioni sia per il costo della vita. Rischiando, in questo caso, di andare a danneggiare direttamente le comunità che hanno beneficiato degli effetti a breve termine. Anche qui, è importante soppesare con lungimiranza e redistribuire in modo equo. Soprattutto nei confronti delle comunità locali, che vanno sempre ascoltate e a cui va garantito l’accesso alle opportunità che un progetto temporaneo di queste tipologie può garantire.
Per concludere, è chiaro che progetti temporanei come i due riportati, sono un promettente strumento di rigenerazione urbana, capaci non soltanto di cambiare in modo positivo una porzione fisica dello spazio pubblico, ma attivando direttamente le comunità locali in percorsi e attività con evidenti ricadute positive. Bisogna, però, sempre tenere a mente le necessità e i bisogni delle persone: perché è nel loro benessere che va ricercato il successo, quando si parla di rigenerazione urbana.
Per approfondire:
Ephemeral Architectures: Engaging Communities through Temporary Structures | ArchDaily
Peckham Levels | Culture for the Here and Now
Passato e futuro delle città: il ruolo dell’ascolto
“Gli spazi pubblici scompaiono se non si investe in essi”.
Era il 1932 quando Fritz Schumacher pronunciò questa frase. Urbanista, architetto e funzionario edile, fu direttore dell’edilizia della città di Amburgo e pioniere dell’idea di città verde che oggi, in tempi ben più moderni di quando operò, sono diventate una necessità.
Per Schumacher, le città – nello specifico Amburgo – dovevano seguire uno sviluppo che riuscisse a coniugare l’espansionismo urbano con la qualità degli spazi verdi e degli spazi pubblici. In particolare, secondo quanto riportato dal sito della città di Amburgo, l’idea di città di Schumacher seguiva quello che viene definito “Concetto Assiale”: la città venne suddivisa in diversi assi residenziali e spazi verdi interassiali rappresentati da aree sportive e parchi.

La disposizione delle aree verdi e residenziali di Amburgo ha resistito anche dopo la Seconda guerra mondiale e le successive opere di ricostruzione, tanto che la famosa GrünesNetzHamburg (Rete Verde di Amburgo) resiste ormai da 100 anni.
Ma come ha fatto un modello di città così vecchio – ma allo stesso tempo innovativo – a resistere sia alle spinte urbanistiche dettate dalla ricostruzione del dopoguerra sia alle tendenze di cementificazione ed espansionismo più recenti? Nel 2018, una minaccia (di certo non la prima) al “modello città verde di Amburgo” venne dalla necessità di costruire, ogni anno, 10.000 appartamenti nella zona del porto: un progetto che avrebbe privato la città di una grossa porzione della sua “rete verde”. Tuttavia, grazie alle spinte provenienti da diversi cittadini, si è riusciti a coniugare la necessità di nuovi alloggi con la preservazione della natura di Amburgo e della sua biodiversità urbana.
L’accordo e il potere della collaborazione
Dopo la raccolta di 23.000 firme, principalmente ad opera di gruppi ambientalisti e a difesa della biodiversità, è stata trovata la soluzione. Un accordo fra cittadini e autorità ha stabilito di proteggere la superficie di Amburgo del 30%: il 10% come riserve naturali intoccabili, e il 20% con uno stato di conservazione meno rigido ma comunque stringente. Qualsiasi lavoro di espansionismo urbano, dunque, dovrà tenere a mente queste percentuali. L’accordo ha cominciato a mostrare i propri risultati: un’analisi condotta nell’estate di quest’anno (2024) ha dimostrato un aumento della copertura verde rispetto ai livelli misurati nel 2019.
Inoltre, l’accordo voluto dai cittadini ha previsto anche un coinvolgimento attivo dei brand e delle aziende che operano e che hanno sede ad Amburgo: la conservazione e la tutela delle aree verdi, infatti, passa anche dai terreni di proprietà delle aziende. L’accordo prevede inoltre che per ogni costruzione che, inevitabilmente, priva di una parte di verde la città, questa sarà integrata in un nuovo punto di Amburgo.
Queste soluzioni hanno permesso ad Amburgo di avere oggi più alloggi a prezzi accessibili, ma allo stesso tempo di rendere le aree verdi preesistenti – e quelle nuove – un servizio ecologico per i cittadini. Tanto che più volte, la città è stata insignita di premi, come quello di Capitale verde d’Europa.
Ovviamente, anche Amburgo ha delle aree fortemente cementificate, specialmente nell’area antistante al porto che – tuttavia – recupera attraverso un intelligente gestione delle risorse idriche: il fiume Elbe è circondato da piste ciclabili e sono presenti numerose spiagge fluviali, che rendono il percorso del fiume un prezioso presidio pubblico e che hanno anticipato un'altra tendenza recente: quella della balneabilità dei fiumi cittadini e il loro riconoscimento come infrastruttura verde e comunitaria. A questo proposito, avevamo già scritto un articolo sulla trasformazione dei fiumi, da vie d’acqua a snodi sociali, che potete recuperare qui. La strategia di Amburgo di collegare il suo passato con il presente, attraverso l’ascolto dei cittadini, passa anche attraverso il recupero di vecchi edifici inutilizzati. Ne è un chiaro esempio un ex bunker della seconda guerra mondiale. Un’imponente costruzione di cemento, è stato trasformata, grazie ad un’opera di rigenerazione urbana, in un centro culturale. Nell’estate del 2024 è stato anche inaugurato il tetto verde della struttura ospita oggi 23.000 piante, trasformando uno scomodo edificio, ricordo della guerra, in un parco pubblico di libero accesso per tutta la cittadinanza.
Non solo Amburgo
Come dimostrato dall’esempio di Amburgo, ogni città ha una storia che partecipa a determinarne il profilo urbano. Tradizioni, cultura, fattori locali e contestuali determinano, in gran parte dei casi, scelte urbanistiche diverse. In questo senso, l’ascolto delle comunità diventa un driver necessario nella scelta degli interventi da realizzare: in questa direzione, ed in alcuni casi, viene in aiuto la tecnologia, strumento capace di “democratizzare” le priorità ascoltando i cittadini. L’avvento delle tecnologie in ambito smart city permette oggi l’utilizzo di strumenti, dati e variabili che semplificano l’ascolto e la partecipazione dei cittadini. Permettendo modalità di co-progettazione inedite e di identificazione delle priorità d’intervento in modo intelligente.
L’esempio viene da Salt Lake City, nello Utah. La città ha impiegato strumenti di ascolto innovativi per cambiare la disposizione delle strade. Se in passato, infatti, le strade delle grandi città americane sono state progettate in tre principali conformazioni (arteria principale, collettori e strade locali) considerando esclusivamente il passaggio delle auto, l’obiettivo di Salt Lake City è stato quello di modificare questa concezione di organizzazione stradale attraverso la collaborazione dei cittadini. Le nuove tipologie di strade del centro storico della città, grazie ad un’indagine condotta attraverso gli strumenti tipici di una smart city, pone adesso l’attenzione su mobilità pedonale e ciclabile, prestando particolare attenzione alle aree verdi e ai requisiti di sostenibilità stabiliti di concerto con i cittadini. Lo stesso concetto di strada muta: da infrastruttura deputata alla sola attività di spostamento e adesso si abbraccia un più ampio concetto di strada come luogo di attività sociale.
Anche le città latino-americane hanno trovato, nella tecnologia, gli strumenti necessari per migliorare aspetti cruciali della vita urbana: mobilità, gestione dei rifiuti ed efficienza accompagno l’importante lavoro sugli spazi pubblici condotto da Medellìn, Bogotà e Città del Messico. Cruciale, tuttavia, resta l’ascolto dei cittadini: la tecnologia è solo uno strumento che ne facilita l’esecuzione.
A Barcellona, si stanno sfruttando le caratteristiche urbane del passato per migliorare i quartieri: il programma dei Superblocks, di cui tanto si è parlato, sfrutta la tipica conformazione in blocchi delle città catalana, isolando porzioni di quartieri al traffico automobilistico e creando delle nuove aree pedonali in cui spazio pubblico, aree verdi e urbanistica tattica creano nuovi ambienti di socializzazione, sposando il concetto di città dei 15 minuti.

Un’altra città che, traendo ispirazione dal passato e dall’ascolto dei cittadini, sta ristabilendo nuovi standard urbani nel presente è Pontevedra: già negli anni ’90 la limitazione alla circolazione delle auto nel centro storico, unita ad un lungimirante piano di “rinverdimento” delle aree pubbliche ha permesso alla città di attrarre nuovi residenti, spinti a spostarsi nella città galiziana grazie alla maggiore qualità della vita. Il cambiamento, inusuale per gli anni ‘90, è avvenuto grazie al coraggio dell’amministrazione e alla sua capacità di ascolto dei cittadini. Che, prima dei cambiamenti che resero Pontevedra quella che è oggi, apparivano “stanchi e stressati”, a tal punto da abbandonare la città. Oggi, Pontevedra è un modello imitato da città ben più grandi.
Gli esempi riportati dimostrano come è attraverso l’ascolto della componente sociale di una città, custode di tradizioni e identità, che, investendo sugli spazi deputati proprio a questa componente – ovvero lo spazio pubblico – è possibile migliorare le nostre città. E a volte, basta guardare indietro, con l’obiettivo di migliorare l’oggi.
Per approfondire:
Can citizens design their own streets? – Tomorrow.City
Hamburg’s Year as European Green Capital
A Car-Free Streets Trailblazer for Pedestrians in Spain: Ask a Mayor - Bloomberg
Barcelona Superblock | Barcelona City Council
From War Relic to Mixed-Use: Plans to Build a “Green Mountain” Atop a Bunker in Hamburg | ArchDaily
Parco Colonnetti - Torino
La piastra sportiva polivalente del Parco Colonnetti, riqualificata da Agos, con l’obiettivo di offrire al quartiere e alla città uno spazio sportivo attraente, sicuro e vivace immerso nel verde.
Il progetto è stato sviluppato attraverso un Patto di Collaborazione siglato da Circoscrizione 2 della Città di Torino, Fondazione della Comunità di Mirafiori, CUS Torino e Brand for the City.
L’opera di valorizzazione dell’area
La rigenerazione della piastra premette oggi di poter svolgere più sport al Parco Colonnetti: basket, picklball, hockey su pista. Attraverso la collaborazione e la competenza degli istruttori del CUS Torino, persone di tutte le età possono così svolgere attività fisica in sicurezza ed immersi nel verde dell’area. Inoltre, sono state riverniciate le sedute delle tribune e posizionate nuove alberature.
L’installazione di un totem musicale permette la possibilità di creare piccoli concerti, speech o semplicemente accompagnare la pratica sportiva attraverso la musica.
Brand Urbanism: il partenariato pubblico-privato che migliora le città
Le città contemporanee hanno di fronte a sé numerose sfide che necessitano di risposte tempestive. Il cambiamento climatico è causa del progressivo innalzamento delle temperature medie nelle grandi metropoli, con gli effetti ben conosciuti delle isole di calore. Inoltre, i sempre più frequenti eventi climatici estremi impongono un ripensamento strutturale e concettuale degli agglomerati urbani, che necessitano di soluzioni tempestive in grado di fronteggiare, ad esempio, le alluvioni. In questo senso, il modello delle città spugna può essere una soluzione.
Parallelamente, si assiste ad un incremento costante di popolazione che, secondo recenti stime, porterà il 68% della popolazione mondiale a vivere proprio nelle grandi città. Oltre alla necessità di rispondere alla sempre crescente domanda di alloggi, ci sono ricadute anche sulla sfera sociale di una città: secondo la ricerca “The Future 100: 2024” di VML le persone sentono il bisogno di riconnettersi con gli altri, con la comunità, di provare emozioni e di creare legami sociali. Per questo servono spazi pubblici destinati all’interazione. Nel frattempo, i cambiamenti sociali all’interno delle comunità di cittadini mutano a una velocità ben diversa delle infrastrutture e della conformazione di una metropoli. Ciò che era funzionale ad un’idea di città del passato, oggi, è obsoleto.
Da queste – e molte altre – considerazioni nasce la necessità di trovare risposte tempestive e funzionali, per provare (e riuscire) a rendere le città luoghi in grado di rispondere agli incessanti mutamenti che la società vive. La soluzione è forse un modello collaborativo, non privo di complessità, che intende rispondere in modo tempestivo alle diverse necessità. Un modello in cui le competenze, le risorse e – in alcuni casi – l’innovazione tipica del settore privato si unisce con le responsabilità di gestione ed efficientamento del territorio tipici del settore pubblico. Per provare a capire in che modo l’intervento del settore privato e la sua collaborazione con il pubblico riescano a cambiare in meglio le città, riportiamo qualche esempio di Partenariato Pubblico Privato (PPP). Sebbene questo tipo di partenariato possa – di fatto – toccare più ambiti, è consuetudine, quando questa modalità agisce direttamente suoi luoghi delle città, definirlo Brand Urbanism. Le modalità in cui si esprime questo tipo di collaborazione sono varie e sfaccettate: si passa da grandi progetti di rigenerazione urbana ad interventi più piccoli. Tuttavia, si tratta sempre di bilanciare le necessità commerciali del settore privato con il miglioramento degli spazi pubblici e, quindi, sociali tipicamente di competenza del settore pubblico.

Il Miyashita Park di Shibuya City, in Giappone
Le città giapponesi si contraddistinguono per uno sviluppo urbano molto denso e saturo. Spesso, le strutture e i servizi pubblici si sviluppano in modo che più funzioni si realizzino nello stesso territorio: spazi pubblici e spazi commerciali si trovano a convivere nella stessa “porzione urbana”, e la necessità di creare più aree verdi spinge alla commistione e alla ibridizzazione dei luoghi. Il Miyashita Park fa proprio questo: crea un luogo ibrido in cui le necessità commerciali di un hotel, di ristoranti e altre attività si sviluppano intorno ad un parco pubblico urbano multilivello, gratuito e di libero accesso per tutti. Il progetto, nato da una formula di PPP, mira a riqualificare una vecchia area soggetta a rischio sismico. L’area precedente era composta esclusivamente da un parco che sorgeva sopra un parcheggio pubblico e costeggiava una trafficata linea ferroviaria. La necessità di messa in sicurezza dell’area ha permesso di riqualificare il parco, che si sviluppa oggi su più piani. La rigenerazione del parco ha seguito quella che viene definita “architettura pedonale”, la struttura – un percorso lungo 330 metri - è infatti facilmente raggiungibile da qualsiasi punto dell’area circostante e lo spazio pubblico risulta quindi altamente connesso all’interno del quartiere, con percorsi di circolazione pianificati appositamente per condurre, in modo naturale, il “traffico pedonale” nell’area.
L'integrazione di un hotel in un parco pubblico è una novità per il Giappone ed è stata possibile grazie alla progettazione del parco su più piani. Il valore che la realizzazione del parco su più piani apporta, sia per la comunità che per gli ospiti dell’hotel (e la diversità di persone che si incontrano nell’area) è stato reso possibile solo grazie alla formula del PPP.
The Bentway, Toronto
A Toronto, la rivitalizzazione delle zone sottoutilizzate trova nel progetto Bentways Islands la sua massima espressione. Il progetto, in forma sperimentale, era nato nel 2018 dall’associazione The Bentway con l’obiettivo di rivitalizzare un’area sottostante alla Gardiner Express Way. Per il 2025 è in programma la sua espansione, creando appunto delle isole di spazio pubblico che seguano il percorso della superstrada. Le richieste, i suggerimenti e le intenzioni delle comunità locali che hanno sperimentato il progetto pilota saranno integrate nella progettazione delle altre “isole”. Il progetto, che integra spazio pubblico, piste ciclabili, negozi di vendita al dettaglio e aree verdi multifunzionali è stato realizzato grazie ad un mix di risorse pubbliche e private e al coinvolgimento dell’omonima associazione. E ha creato, attraverso il riuso intelligente dello spazio occupato da un’infrastruttura nevralgica per la città, un miglioramento della connettività urbana e del coinvolgimento delle comunità.

Altre modalità di collaborazione Pubblico-Privato
Come accennato in precedenza, le modalità con cui realizzare progetti di partenariato pubblico privato sono molteplici. Si passa da interventi su larga scala a piccoli e nucleari progetti a favore delle comunità. Per citare due estremi della stessa modalità: il Visa Market Support Center di San Francisco è frutto di un partenariato pubblico privato che ha creato un nuovo quartiere in cui, la sede di Visa e altri spazi commerciali, assicurano agli investitori rendimenti a lungo termine. Mentre l’area circostante, composta da parchi pubblici, spazi culturali e alloggi accessibili servono le comunità. Le celebri Superillas di Barcellona, realizzate anch’esse attraverso il mix di competenze e risorse pubbliche e private, stanno rivoluzionando il concetto di quartiere, di spazio pubblico e di gestione del territorio a favore di una maggiore socialità per le persone, di maggiori spazi verdi e di gestione del traffico con l’utilizzo intelligente dell’urbanistica tattica. In scala più piccola, il progetto Parchi Agos Green&Smart mira a riqualificare spazi pubblici in stato di degrado per fornire alle comunità spazi verdi in cui praticare sport, attività culturali e artistiche grazie alla collaborazione fra il brand, associazioni locali e amministrazioni: ovvero, grazie al Brand Urbanism.

Alcune considerazioni
Gli esempi riportati dimostrano che formule di Brand Urbanism e di PPP sono innovative e funzionali nel rendere le città più inclusive e capaci di rispondere alle sfide contemporanee.
La varietà dei progetti realizzabili secondo questa formula dimostra inoltre flessibilità e adattabilità: alcune formule di PPP prevedono non soltanto l’intervento del privato nell’assicurare le risorse necessarie, ma anche nel mantenimento del progetto sul lungo periodo. In qualsiasi caso, però, è necessario un attento lavoro di bilanciamento degli interessi della sfera pubblica e della sfera privata. Il rischio è che gli interessi di una o dell’altra sfera vadano a “sovrastare” gli obiettivi originali del progetto, con evidenti ricadute sui cittadini. La capacità di ascoltare le richieste dei due settori, così come quelle delle comunità su cui ricadranno gli interventi, è uno step necessario e fondamentale: una figura terza, in questo caso, può essere preziosa nell’intermediazione e nel bilanciamento delle due parti. Brand for the City, attraverso la formula di Brand Urbanism che porta avanti ormai da anni, fa proprio questo: mettere in connessione le aziende con comunità e territori, al fine di realizzare progetti di rigenerazione urbana capaci di rispondere alle esigenze di tutti gli attori coinvolti.
Per approfondire:
Miyashita Park / Takenaka Corporation + Nikken Sekkei | ArchDaily
Architecture Collaborations: What are Public-Private-Partnerships? | ArchDaily
Visa's Market Support Center / Henning Larsen | ArchDaily
La sostenibilità è un percorso necessario per le città
“Muoviamo le persone con ottimismo, con la promessa che queste misure audaci non solo ci lasceranno con strade più resistenti ai cambiamenti climatici, ma una città più bella nel complesso".
A pronunciare queste parole è Jakob Dunkl, co-fondatore di un famoso studio di architetti di base a Vienna. Non è un caso che proprio da Vienna partano alcune delle più importanti riflessioni sulla necessità di cambiare, in modo anche radicale, l’idea di città del futuro. La città austriaca, come avevamo già scritto in passato, è all’avanguardia in diversi ambiti: dal creare una città più inclusiva per le donne, a temi come la mobilità dolce, l’housing sociale e svariate politiche che riguardano il verde urbano.
Tuttavia, la difficoltà di attuare queste “misure audaci”, come le definisce Dunkl, sta proprio nella capacità di coinvolgere e far accettare ai cittadini cambiamenti che, in alcuni casi, non sono immediatamente percepiti come necessari o positivi da una parte della cittadinanza. Un esempio fra tutti riguarda proprio la mobilità: a Parigi, la rivoluzione della mobilità incentrata sulla bicicletta ha trovato molti sostenitori, ma ha anche scatenato parecchie critiche. Lo stesso è successo a Bologna, quando sono state annunciate le manovre per rendere il borgo emiliano una delle città a 30km/h. Eppure, i risultati, anche se è ancora presto per una valutazione complessiva, sono positivi.
Le città, che dovranno accogliere sempre più persone in futuro secondo le stime, sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2 e si trovano a dover affrontare una serie di problemi – di accessibilità, di resilienza verso gli effetti del cambiamento climatico, di alloggi e di problemi sociali – a cui devono corrispondere azioni, appunto, audaci. La domanda sorge quindi spontanea: come si convincono i cittadini ad accettare queste manovre?
Sempre da Vienna e, come vedremo più avanti, anche da altre città, arrivano alcune soluzioni. Fra tutti, “lavorare sul coinvolgimento dei cittadini” sembra la strada da percorrere, secondo Jürgen Czernohorszky, consigliere esecutivo per il clima e della città austriaca. Così come è necessario “iniziare a raccontare le storie giuste”, afferma Berthold Kren, CEO di un importante brand internazionale. Le “storie” a cui si riferisce Kren, tuttavia, non sono semplici racconti, ma prove di azioni concrete che la sinergia fra brand, amministrazioni e cittadini, deve e può compiere. In particolare, secondo l’ultimo rapporto del Trust Barometer 2024, i brand sono ancora le istituzioni presso cui la maggior parte dei cittadini pone la propria fiducia. È fondamentale quindi che prendano posizione, ascoltino consumatori/cittadini e avviino un dialogo attivo con le amministrazioni affinché le trasformazioni necessarie siano accettate e partecipate da parte dei cittadini.
Vale la pena citare alcuni esempi che dimostrano casi di successo in cui, sia per via di una graduale implementazione sia perché derivanti dal “coraggio” di amministrazioni e brand, si è riusciti ad ottenere un miglioramento della vita e della città stessa. Spesso, direttamente grazie alla partecipazione dei cittadini.
L’esempio di Vienna, fra passato e futuro
Il Gleis 21 di Vienna è un progetto di Co-Housing realizzato nel centro della città e sede dell’omonima associazione.
La progettazione dell’edificio ha seguito il modello partecipativo che ha incluso i futuri residenti. Strutturalmente, l’edificio è stato concepito come una casa compatta a energia 0, e la costruzione ibrida in legno è stata realizzata in modo da ridurre al minino l’uso di risorse. La particolarità del progetto, tuttavia, “risiede” al piano terra: si tratta infatti di una parte dell’edificio letteralmente aperta, in modo da creare un collegamento fra la via pedonale (la Bloch Bauer Promenade) e il vicino parco. Il piano terra dell’edificio si configura quindi come un’estensione dello spazio urbano, in cui si svolgono eventi ed è presente una libreria all’aperto. Il luogo si configura quindi non solo come il piano terra di un edificio residenziale, ma anche e soprattutto come luogo d’interazione sociale. Andando in parte a colmare due dei più grandi problemi delle città moderne: la solitudine e la mancanza di alloggi. Sia le aree comuni che alcune unità abitative sono infatti progettate in modo partecipativo per risolvere attivamente questi problemi. Una soluzione che trae ispirazione direttamente dal passato.
Infatti, se il Gleis 21 rappresenta una novità per quanto riguarda l’approccio partecipativo, in realtà già dal dopoguerra il modello di edilizia sociale di Vienna si è dimostrato diverso e decisamente migliore rispetto a quello delle altre metropoli europee. La mentalità con cui furono costruiti gli alloggi di edilizia sociale seguiva un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario. Gli edifici erano stati progettati per essere indistinguibili dagli edifici privati (in termini di estetica), prestando particolare attenzione a integrarli nel tessuto della città. Già allora, la realizzazione di cortili aperti eliminava la divisione fra spazio pubblico e giardini interni, erano presenti biblioteche e asili che non servivano soltanto a chi viveva quei luoghi, ma ad una comunità più ampia e aperta. Questo ha permesso a Vienna di non soffrire di alcuni dei tipici problemi delle altre città. La realizzazione di edilizia sociale (nata per rispondere alla crescente domanda di alloggi) nelle altre città d’Europa è stata infatti condotta creando spesso edifici alti (seguendo le tendenze urbanistiche di Le Corbusier) attraverso prefabbricati, che risultavano spesso poco integrati con quartieri esistenti, portando frequentemente al problema di creazione di “ghetti”.
Vienna ha trovato in passato una soluzione a problemi che potremmo definire moderni. Tuttavia, non è stato semplice. La classe media austriaca del dopoguerra era fortemente contraria alla realizzazione di questo tipo di edifici di residenze sociali. Il coraggio dell’amministrazione e dei costruttori invece, è riuscito a realizzare un modello che oggi viene studiato da altre città come Barcellona e Lione.
La risposta di Milano alle nuove necessità
Tornando in Italia, Milano – con l’annuncio del nuovo Piano di Governo del Territorio – sta cercando di porre rimedio ad alcuni dei principali problemi di attualità. Il nuovo PGT mira a rendere la città più vivibile a partire proprio dalla necessità di alloggi a prezzi accessibili in vista dell’incremento della popolazione. Mentre gli attuali residenti della città meneghina sono stati chiamati a rispondere e partecipare attraverso la realizzazione di un nuovo strumento chiamato Atlante dei quartieri, che intende mappare interventi prioritari di rigenerazione urbana nei vari municipi di Milano.
Fra i progetti già presentati, spicca una maggiore sensibilità a migliorare l’accessibilità dei luoghi pubblici. A incrementare le piste ciclabili e a rendere la città più verde. Tutti interventi in linea con le rinnovate necessità delle metropoli. Seppure qualche critica stia già arrivando (il nuovo PGT sarà operativo dall’anno prossimo), il nuovo modello di Milano è un importante passo verso una maggiore sostenibilità ambientale della città. Ed il fatto di confrontarsi con la popolazione rende il processo sicuramente più attento ai bisogni reali delle persone.
Altri esempi dal mondo
Gli esempi in cui, sia per un’azione coraggiosa da parte dell’amministrazione di una città, sia per l’intervento e il contributo di un brand, sia per il coinvolgimento dei cittadini nella progettazione sono, fortunatamente, molti.
Pontevedra
Basti pensare, ad esempio, al modello di Pontevedra come città pedonale. La città nel lontano 1990 aveva già cominciato a limitare l’uso dell’automobile in centro, puntando sulla mobilità dolce che ha permesso alla piccola cittadina di incrementare la sua popolazione grazie alla migliore qualità della vita.
Santiago del Cile
A Santiago del Cile, un importante brand si è reso partecipe della realizzazione temporanea di una zona pedonale in una via una volta molto trafficata. Seppure quella zona rappresentasse un’arteria fondamentale per il traffico di Santiago, una volta riaperta i cittadini hanno riconosciuto l’importanza e la bellezza dell’intervento e hanno chiesto al Governo di mantenere l’area pedonale.
Parigi
Allo stesso modo, Parigi ha reso uno delle sue più importanti piazze, Place de la Republique, un’oasi verde, attraverso un approccio singolare: nel 2010 sono cominciati i primi workshop che hanno coinvolto i cittadini che vivono nell’area. Liberata dal traffico automobilistico, ora la piazza ospita oltre 150 alberi e uno spazio urbano multiuso. E partecipa a combattere il sempre più grave problema delle isole di calore.
Il problema di far accettare alcuni cambiamenti ai cittadini risiede nel fatto che molte persone hanno una “cecità emotiva verso quella che è vista come una sfida a lungo termine” ha affermato Masha Smirnova, che fa parta di Eurocities (la rete di oltre 200 delle più grandi città europee). È compito quindi degli stakeholder cittadini trovare il modo giusto per spiegare in che modo le politiche verdi sono per il bene comune, così come garantire spazi ricreativi e luoghi di socialità. Per riprendere ancora una frase già utilizzata, è ora di “iniziare a raccontare le storie giuste” e rendere la sostenibilità “di moda”.
Per approfondire:
Gleis 21: Zero-energy Co-housing Project – urbanNext
Come sta andando la “città 30” a Bologna - Il Post
Forum Rigenerazione Urbana - Comune di Milano
2024 Edelman Trust Barometer Global Report
Living Cities: Equal access to Pride — Picnic on the bridge — Truly ‘social’ housing – POLITICO
Anne Hidalgo’s sack of Paris – POLITICO
The city that pioneered Europe’s car-free future – POLITICO
How Vienna took the stigma out of social housing – POLITICO
How Vienna took the stigma out of social housing – POLITICO
Il ruolo dell’architettura empatica nella rigenerazione urbana
L’architettura è un potente strumento capace di plasmare l’ambiente fisico di una città, o di una sua porzione. L’architetta statunitense Denise Scott Brown disse che: “l’architettura non può costringere le persone a connettersi; può solo pianificare i punti di attraversamento, rimuovere le barriere e rendere i luoghi di incontro utili e attraenti”. Il potere dell’architettura non è soltanto funzionale all’abbellimento, all’efficientamento o alla costruzione fisica di edifici e strutture, ma nasconde in sé il potere di creare relazioni, appunto nella sua capacità di costruire “luoghi di incontro”. È da queste premesse che nasce quella che è stata definita architettura empatica: ovvero, la capacità di architetti e progettisti di pianificare un intervento strutturale tenendo conto delle necessità di chi, quegli interventi, li attraverserà, li vivrà. Ed è questa funzione empatica dell’architettura ad essere un prerequisito fondamentale nei processi di rigenerazione urbana che tengono conto delle persone. L’architettura, e la rigenerazione urbana, hanno il potenziale per preparare il terreno per incontri casuali e interazioni sociali, di alimentare la costruzione o il rafforzamento di comunità influenzando direttamente il tessuto sociale dell’ambiente su cui agiscono.
Per farlo, però, è necessaria una fase preliminare di ascolto: ascolto che prevede non soltanto un elenco di necessità da raccogliere, ma una loro profonda comprensione, con l’obiettivo di creare interventi strutturali non soltanto estetici o funzionali, ma capaci di elevare la dignità, l’accessibilità, l’identità e la socialità delle persone. Un approccio alla rigenerazione urbana e all’architettura non soltanto partecipativo, ma collaborativo: attraverso l’interazione, il dialogo e la comprensione. Creando così luoghi capaci sì di soddisfare requisiti pratici delle comunità, ma promuovendo al contempo un senso di identità, di proprietà e favorendo una connessione più profonda tra gli individui e il loro ambiente.
Vediamo alcuni esempi in cui l’empatia è alla base della realizzazione di progetti di architettura empatica e di rigenerazione urbana.
I Maggie’s Centres: l’architettura empatica per la salute delle persone
Realizzati in diverse città britanniche, i Maggie’s Centres sono stati realizzati da alcuni fra i più famosi architetti mondiali. Si tratta di ambienti di supporto e di accoglienza per pazienti oncologici e le loro famiglie. Gli architetti, prima della loro realizzazione, si sono confrontanti col personale sanitario e con i pazienti per comprendere appieno come la realizzazione di questi ambienti potesse avere effetto sul benessere dei pazienti. I centri sono stati quindi realizzati in un’ottica domestica e non istituzionale, come può essere quella di un ospedale convenzionale, attraverso l’impiego di luce naturale e giardini. I centri sono accessibili a tutti, indipendentemente dalle capacità fisiche o dallo status economico, garantendo che lo spazio possa contribuire alla guarigione e alla dignità umana, aldilà delle proprie possibilità economiche.

Tapis Rouge, Haiti. La rigenerazione urbana come empowerment di identità
Tapis rouge è un progetto di spazio pubblico realizzato nel quartiere Carrefour-Feuilles, ad Haiti, un quartiere molto povero che ha subito ingenti danni dopo il tragico terremoto del 2010. All’interno del programma LAMIKA (che in haitiano significa “una vita migliore nel mio quartiere”) che ha l’obiettivo di realizzare spazi multiuso capaci di promuovere la coesione sociale.
Il progetto è stato realizzato attraverso un approccio collaborativo, dove le comunità sono state poste al centro del processo di progettazione, e in cui l’ascolto empatico ha permesso la realizzazione di uno spazio pubblico capace di fornire, ai residenti, un senso di proprietà, di identità e di orgoglio. Strutturalmente, il Tapis Rouge è un anfiteatro all’aperto destinato all’aggregazione del quartiere. Gli anelli concentrici definiscono le aree all’interno della piazza, in cui si trovano anche attrezzi per l’esercizio fisico. Costeggiano l’anfiteatro una serie di sedute e alcuni giardini.
Il muro che perimetra l’area è stato trasformato, grazie alla collaborazione della comunità, attraverso murales e disegni realizzati da artisti locali.
La realizzazione partecipata dell’anfiteatro ha permesso di ridurre la criminalità dell’area, grazie al senso di comunità che, attraverso l’ascolto degli abitanti, si è riusciti a realizzare.
Depaving contro la cooling poverty
La rigenerazione urbana non è soltanto aggiungere qualcosa a livello architettonico: spesso, anche togliere ha effetti positivi sulle comunità. L’esempio più immediato è quello del depaving, in cui si “toglie” cemento e asfalto per favorire la ricrescita naturale del terreno. Ma cosa ha in comune il depaving con la rigenerazione urbana e con l’architettura empatica? Uno studio condotto dall’Associazione Depave, in collaborazione con la NASA, riguardante il problema delle isole di calore nella città di Portland, in Oregon, ha dimostrato che le aree della città che maggiormente soffrivano il fenomeno erano le aree più densamente popolate e i quartieri più poveri. Un fatto che rientra nel più ampio fenomeno di cooling poverty. Attraverso gli interventi di depaving e il coinvolgimento di migliaia di volontari, Depave è riuscita ad abbassare la temperatura dei quartieri più marginalizzati con ottimi risultati, confermati dalle successive analisi condotta dalla NASA.
Le opere di depaving non hanno soltanto permesso un maggior rinfrescamento delle aree ed una vista più piacevole, ma si identificano anche come un potente strumento di giustizia climatica. A favore di quelle comunità più svantaggiate, che da anni chiedevano soluzioni ad un problema in continua crescita. L’opera di Depave conferma quindi che attraverso l’ascolto e l’immedesimazione empatica nelle problematiche degli abitanti, si può davvero partecipare al miglioramento delle loro condizioni.
Il programma Territorial Empathy dell’architetta Zarith Pineda
Territorial Empathy è un programma di ricerca che intende porre le persone al centro delle città, attraverso un ripensamento degli approcci tradizionali alla pianificazione. Il programma mira ad utilizzare l’architettura e il design per rendere le città più inclusive.
Si tratta di uno delle poche organizzazioni no-profit di design a New York specializzato in “giustizia spaziale negli spazi urbani” secondo la sua fondatrice.
Fra i vari progetti spicca l’orto comunitario nel South Bronx, H.earth, in fase di realizzazione.
Si tratta di un progetto di rigenerazione di un vecchio orto comunitario che serviva a rifornire il quartiere e una cucina di mutuo soccorso per i membri della comunità in difficoltà. L’orto, prima dell’inizio dei lavori, era composto da aiuole, pannelli solari malfunzionanti, barili per la raccolta dell’acqua piovana.
Il nuovo orto comunitario del progetto di Territorial Empathy prevede l’incorporazione dei precedenti elementi. Al centro del giardino ci sarà un focolare, posto all’interno di una struttura a padiglione: lo spazio servirà ai membri della comunità (principalmente latino-americana) per cucinare e per coinvolgere altre persone in percorsi culturali attraverso il cibo.
I barili per l’acqua piovana saranno sostituiti da un sistema di raccolta posizionato sul tetto, che servirà inoltre ad irrigare l’orto e le nuove aiuole. Il progetto ha svariati riferimenti alla cultura latina, e si configura come centro comunitario e di sostentamento per la comunità, aumentando inoltre il grado di sicurezza alimentare, criticamente basso nel sud del Bronx. Nonché un potente strumento identitario, attraverso appunto il valore culturale del cibo.
Gli esempi riportati – anche se non esaustivi – dimostrano che la consapevolezza nell’ascolto delle necessità delle persone è un elemento chiave nel migliorare città, quartieri, strade o parchi. L’approccio empatico alla rigenerazione urbana può davvero cambiare il modo di vivere le nostre città. Per riuscirci, però, è necessario un percorso collaborativo e la capacità di saper ascoltare bisogni e necessità.
Per approfondire:
Arch Daily – The Architecture of Social Interaction
Arch Daily - How Maggie’s Centres Help Cancer Patients Find Strength from Within
Arch Daily - Designing with Empathy: Architecture for Social Equity
SicuraMente - Flusso
«Flusso» è un viaggio nel mondo marino. Il tema principale che si vuole esplorare, a partire dalle suggestioni offerte dal lavoro degli studenti, è infatti quello del mare con le sue creature. Lo spazio dell’opera è tutto dedicato alla vastità di questo meraviglioso e fragile mondo. Un mondo da scoprire e conoscere, senza dimenticare lo stupore che può suscitare.
La protagonista del murales è la Megattera, meraviglioso cetaceo che ancora oggi viene cacciato in alcuni Paesi. Insieme a lei, ruotano varie specie di pesci, delle mante, uno squalo, una tartaruga e un orso polare. Tutte queste creature sono minacciate, come ben noto, dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici. Per questo motivo, l’artista ritiene importante che la loro condizione sia conosciuta sin dalla tenera età.
Sono poche le persone che possono incontrare questi animali in natura. Anche per questo, forse, l’empatia verso di loro rimane a un livello superficiale, non potendo farne esperienza diretta. Sono proprio i più piccoli, però, che manifestano una sensibilità spiccata e spesso insegnano e portano consapevolezza agli adulti.
La vita sulla terra è imprescindibile da quella marina e tutti dobbiamo impegnarci a proteggerla. «Flusso» è un omaggio al nostro Pianeta, alla biodiversità che lo contraddistingue e un piccolo promemoria dell’impegno che tutti possiamo e dobbiamo mettere nella difesa dei mari e delle loro creature.
Scheda Progetto:
Cliente: Helvetia Assicurazioni Italia
Periodo di realizzazione: Maggio – Settembre
Timing di realizzazione: 5 mesi
Tipologia di progetto: Urban Art
Attori coinvolti: Helvetia Assicurazioni Italia, Comune di Cesano Boscone, Scuola primaria “Monaca”, urban artist Rame 13
Figure professionali coinvolte: 1 architetto, 1 project manager, 1 addetto alla produzione
Iter realizzativo: Analisi di fattibilità tecnica, curatela, rilievi tecnici, dialogo con P.A., gestione budget, rapporti con i fornitori, coordinamento comunicazioni
Visibilità: Canali digitali
Cesate d'Autore - Largo Scalabrini
Largo Scalabrini è oggetto di un cantiere per la realizzazione di un parcheggio interrato di 3 piani, in fase di realizzazione da circa un anno e che terminerà i lavori (ufficialmente) a fine 2024.
ll progetto ha previsto anche la realizzazione di aree nelle quali sono esposte, a rotazione, riproduzioni delle opere realizzate dagli artisti ai quali sono intitolate le vie del territorio circostante, con l’obiettivo di far conoscere agli abitanti chi realmente siano stati quei “nomi” sulle targhe delle vie in cui abitano. Il coinvolgimento dell’Associazione WAU! Milano ha permesso di personalizzare i percorsi a terra, dipingendo le parti pedonali intorno al cantiere e fornendo così percorsi sicuri e gradevoli alla comunità di Largo Scalabrini. L’area interessata dai lavori, è diventata quindi un vero e proprio museo a cielo aperto. Il Municipio 6 ha infatti coinvolto il Centro Guide Milano per accompagnare ragazze e ragazzi delle scuole primarie e secondarie, in delle visite guidate, che hanno l’obiettivo di trasmettere la genesi dei quadri e la vita degli artisti che li hanno realizzati. Le visite guidate si svolgono il giovedì, ma le opere sono ovviamente visitabili tutti i giorni, 24 ore su 24.
SCHEDA PROGETTO
Cliente: Verde&Box, Giuppi
Periodo di realizzazione: giugno-settembre 2024
Timing di realizzazione: 4 mesi
Tipologia di progetto:arte urbana
Attori coinvolti: Municipio 6 – Comune di Milano, Rivista Città, fotografo Maurizio Gjivovich, associazione WAU!
Figure professionali coinvolte: 1 architetto, 1 grafico, 1 project manager, 1 responsabile produzione
Iter realizzativo: ideazione progetto, rilievi tecnici, coordinamento artistico e grafico, dialogo con P.A, gestione budget, rapporti con fornitori
Visibilità: stampa locale, canali digitali
Città a misura di persona: dal modello Pontevedra alle nuove strategie di pedonalizzazione
Nel panorama contemporaneo delle città europee, si sta assistendo – in alcuni, fortunati, casi – verso la tendenza ad una maggiore pedonalizzazione dei centri urbani e di alcune porzioni cittadine. La tendenza è guidata principalmente come risposta alle sfide ambientali: meno auto in circolazione significa ridurre inquinamento acustico e atmosferico, e permette di aumentare il grado di sicurezza degli abitanti, soprattutto quelli più vulnerabili come i bambini. Ma c’è di più: meno auto nei centri delle città significa meno parcheggi, e quindi più spazio per le persone. La pedonalizzazione porta con sé il vantaggio di riconnettere le persone con lo spazio pubblico che, una volta liberato dall’ingombrante presenza delle auto, può essere rigenerato attraverso, ad esempio, maggiore verde urbano. O attraverso l’arte. In più, limitare la circolazione delle auto impone scelte di trasporto alternative, dall’utilizzo della bicicletta al necessario efficientamento del trasporto pubblico urbano.
Seppure inquadrata come una tendenza recente, che ben si sposa con l’ancora più recente concetto di città dei 15 minuti, c’è almeno un caso in Europa, in cui la spinta alla pedonalizzazione è stata anticipata con lungimiranza: tanto da far d’esempio a città ben più grandi e complesse che oggi, con differenti strategie, si stanno dirigendo verso questa direzione.
Scopriamo quali attraverso alcuni esempi.
L’esempio di Pontevedra, città pedonale
Pontevedra è una città galiziana di 85.000 abitanti e una sfilza di premi di cui vantarsi: l’UN-Habitat Award nel 2014, l'Intermodes Award nel 2013 e l'Active Design Award nel 2015, Smart Mobility nel 2015 e nel 2016, solo per citarne alcuni. Ma come mai, una cittadina relativamente piccola coma Pontevedra ha ricevuto così tanti premi?
Per capirlo bisogna fare un salto nel passato di parecchi anni, quando Pontevedra era una città “triste e stressata” – come l’ha definita Xosé Cesar Mosquera, politico della cittadina galiziana – tanto che il tasso demografico cominciava a calare e gli abitanti preferivano trasferirsi in luoghi più tranquilli e vivibili.
La causa principale di questo malessere era dovuta al crescente traffico automobilistico che intasava l’intero centro storico.
Da queste considerazioni, dal 1999, comincia la trasformazione di Pontevedra. Una città che decide di abbandonare l’uso esclusivo dell’auto, abbattendo il tasso di emissioni di CO2 di oltre il 70%. Nel 2016 la polizia municipale di Pontevedra non ha emesso nessuna multa. La città, inoltre, ha attirato 12.000 nuovi abitanti grazie alla sua rinnovata qualità nella vita. Dal 1999, degli 80.000 veicoli presenti, ne sono rimasti solo 7.000. Sono risultati impensabili se si guarda al presente delle nostre città, eppure, Pontevedra c’è riuscita in tempi non sospetti: come?
Partendo dall’assunto che “possedere un’auto non ti dà il diritto di occupare lo spazio pubblico” la città galiziana ha avviato negli anni ’90 una serie di trasformazioni infrastrutturali, ma soprattutto “culturali” per abbattere il traffico automobilistico, soprattutto nel centro storico, anticipando di parecchi anni le ultime tendenze in termini di mobilità, spazio pubblico, abbattimento dell’inquinamento e qualità della vita dei proprio abitanti.
Il primo passo è stato quello di pedonalizzare l’intero centro storico, eliminando 500 posti auto. Gradualmente l’infrastruttura urbana è mutata adattandosi alla nuova mentalità: i marciapiedi sono stati allargati, è stata potenziata la mobilità pubblica, trasformando 1,3 milioni di metri quadri di città in uno grande spazio pedonale.
Ciò non vuol dire eliminare le auto o impedire il raggiungimento della città: la circolazione automobilistica è permessa nell’anello esterno della città, e le auto possono chiaramente accedere al centro per emergenze o per necessità, sostando al massimo 15 minuti. 15 minuti è anche il tempo necessario a raggiungere a piedi il centro storico, partendo dai parcheggi gratuiti che si trovano all’esterno.

È evidente come, ben prima della teoria della città dei 15 minuti di Carlos Moreno, nata nel 2016 e solo nel 2021 cominciata ad essere adottata da alcuni centri urbani, Pontevedra e la sua amministrazione abbiano intuito i vantaggi di una città capace di assicurare, a poca distanza percorribile a piedi, i servizi essenziali. Infatti, non è soltanto nella qualità dell’aria, nell’abbattimento dell’inquinamento acustico, degli incidenti e delle morti che la rivoluzione urbanistica di Pontevedra ha migliorato la qualità della vita delle persone. Ad esempio, Elena Herroro, che si è trasferita da Madrid a Pontevedra, sostiene che "tutto qui è abbastanza vicino", e continua "ho il medico quasi dietro casa mia, anche l'ospedale è vicino, ho diversi supermercati proprio sotto il mio appartamento. Quindi nulla di essenziale è lontano". Il commercio locale gode di questa nuova conformazione cittadina, tanto che Victor Riobò, proprietario di un negozio in centro, afferma: "La gente esce a passeggiare per la città e questo è un grande vantaggio per le aziende locali, che ottengono più vendite”.
Le iniziative di Pontevedra sono anche smart: attraverso l’app Metrominuto infatti, i residenti hanno a disposizione una mappa dei percorsi pedonali che fornisce i tempi di percorrenza, ad esempio, per i principali monumenti della città e incoraggia a sperimentare i vantaggi della camminata.
È chiaro che trasformazioni di questo tipo, così radicali, sono più facili da attuare in cittadine relativamente piccole come Pontevedra, ma cosa succede quando si parla di città dalle dimensioni più grandi? I cambiamenti nella viabilità delle città vanno pensati per essere adattati alla conformazione, allo stile e alla cultura e tradizioni delle città che le intraprendono.
Vediamo insieme qualche esempio di città che sta abbracciando il modello Pontevedra, e che non a caso coincide anche con il più recente modello della città dei 15 minuti.
Il centro di Oslo: meno parcheggi, più biciclette
La strategia di Oslo per rendere il centro della capitale più vivibile non ha interrotto la circolazione del traffico, ma ha diminuito la quantità di parcheggi disponibili nel centro città. 700 parcheggi sono stati trasformarti in spazi verdi e piste ciclabili, in modo da incentivare la mobilità alternativa e scoraggiare l’utilizzo dell’automobile. Parallelamente, è stato potenziato il trasporto pubblico e ridotta la velocità del transito auto nel centro storico. I risultati sono ottimistici, alla luce delle 0 morti causate da incidenti stradali registrate nel 2019 dopo due anni di sperimentazione. Non sono mancate le critiche da parte della cittadinanza, come spesso accade nel cambiamento delle abitudini dei cittadini. Tuttavia, secondo Arild Hermstad, dell’amministrazione di Oslo: “quando inizia effettivamente a succedere e le persone vedono che funziona, allora nessuno vuole reintrodurre le auto su queste strade. Quindi penso che sempre più persone stiano vedendo che questo è in realtà un bene per la città”.
Altro tassello importante per una maggiore sicurezza ed una migliore vivibilità della città: la guida è vietata nelle vicinanze delle scuole. L’obiettivo di Oslo è di superare le 100 strade scolastiche.
Parigi: dalle strade scolastiche al Plan Velo
Il tema delle strade scolastiche e della loro sicurezza sta diventando centrale in molte città Europee. Così come Oslo, anche Parigi è intenzionata a ridurre drasticamente il traffico nella propria città, a partire proprio dalle vicinanze delle scuole.
Parigi ha già realizzato 188 delle 300 “strade scolastiche” in programma entro il 2026, progetto che rientra nella più ampia strategia di rendere la capitale francese a tutti gli effetti una Città dei 15 minuti. La reinvenzione degli spazi adiacenti alle scuole punta ad aumentare le aree verdi, a migliorare la viabilità e ridurre l’inquinamento sia acustico che ambientale. Per quanto riguarda invece il resto della città, Parigi sta fortemente incentivando l’utilizzo della bicicletta e potenziando il sistema di trasporto pubblico. Rientra in queste iniziative il Plan Velo, il piano per rendere Parigi una capitale ciclabile: dal 2022 al 2023 il numero di ciclisti a Parigi è raddoppiato, e sta contagiando anche le città vicine.
Per quanto riguarda le strade scolastiche, invece, il programma consiste in due fasi distinte: la prima, di sperimentazione, consiste nella chiusura temporanea del traffico, in modo da poter valutare l’impatto sul traffico e sui residenti. La seconda fase, successiva all’eventuale successo della prima, consiste nella realizzazione definitiva di strade scolastiche, attraverso la pedonalizzazione e creazione di spazi verdi. Anche in questo caso, non sono mancate le critiche iniziali. Tuttavia, dopo un periodo di “assestamento” molti finiscono per apprezzare questo tipo di cambiamenti.
Qual è la migliora strategia cittadina per diventare tutti Pontevedra?
Le due capitali e la cittadina galiziana differiscono in molte cose: dimensioni, cultura, tradizioni, conformazione, architettura e scelte urbanistiche. Tuttavia, tutte e tre stanno puntando, con successo, alla riduzione del traffico automobilistico per arrivare a quella serie di benefici conseguenti. L’abbattimento dell’inquinamento acustico e atmosferico, l’aumento di zone green, il potenziamento del trasporto pubblico, o privato su bicicletta, la sicurezza stradale. Le strategie per arrivare a questi benefici sono diverse per ogni città, ma gli obiettivi sono gli stessi.
Se Barcellona, altra città che sta puntando sull’urbanismo tattico e sulla riduzione del traffico per aumentare la vivibilità dello spazio pubblico, può vantare sulla facilità di “isolare” i quartieri in “blocchi” (i famosi superilla) e deviare il traffico al loro esterno – per via della sua peculiare conformazione – Parigi ha utilizzato la via della sperimentazione e della successiva valutazione. Almeno per le sue “strade scolastiche”.
Sperimentare significa mettere alla prova sia la funzionalità di un progetto che l’accettazione da parte della cittadinanza. In più, una città potrebbe trovare la via per migliorare il proprio spazio pubblico e renderlo più vivibile alle comunità che lo attraverso a piedi attraverso interventi temporanei, appunto sperimentali, che possano tuttavia cambiare la percezione delle persone e spingerle a desiderare qualcosa di diverso.
L’esempio più immediato è quello di Paseo Bandera: un’arteria centrale di Santiago del Cile, vittima dell’incessante traffico e rumore, e che oggi è un museo a cielo aperto ed una zona pedonale che è diventata anche meta turistica. Da progetto temporaneo di urbanismo tattico, scaturito dalla pedonalizzazione temporanea della strada per via dei lavori di rifacimento della metropolitana, oggi è un punto di rifermento nel centro di Santiago. E questo grazie al volere dei cittadini cileni che hanno spinto il ministero nel rendere, definitivamente pedonale, quella strada. Questo dimostra che ogni città, col giusto grado di ascolto, sperimentazione e “fantasia”, può trovare la strategia migliore per cambiare in meglio il suo spazio pubblico a favore delle persone.
Per approfondire:
How the city of Pontevedra became a pioneer in pedestrianizing its streets – Tomorrow.City
How Helsinki and Oslo cut pedestrian deaths to zero | World news | The Guardian
How are smart cities reducing air pollution? – Tomorrow.City
Pontevedra, Spain, wins the first EU urban road safety award – ETSC
The car-free future of cities: story from Oslo | Mayors of Europe
A Parigi nascono 168 "strade scolastiche" (ecodallecitta.it)
Il gioco libero dei bambini come cambiamento per le città
Nella società contemporanea, il gioco libero dei bambini sta diventando sempre più raro, soprattutto nelle aree urbane. Le città, con la loro crescente urbanizzazione e densità demografica, spesso non riescono a garantire spazi adeguati dove i bambini possano esplorare, sperimentare e sviluppare capacità attraverso il gioco spontaneo.
Le aree urbane moderne sono state progettate con priorità diverse dalla creazione di spazi adatti al gioco dei bambini. Il traffico intenso e la mancanza di aree verdi riducono significativamente le opportunità per i bambini di giocare liberamente all'aperto. A questo proposito, avevamo già scritto un articolo su come rendere le città più ospitali per i bambini.
La percezione di insicurezza e il timore di incidenti spingono molti genitori a limitare ulteriormente l'autonomia dei propri figli, confinandoli in spazi chiusi e controllati. Relegando spesso le attività ludiche di fronte a display e dispositivi elettronici. O spingendo alla creazione di spazi e luoghi per il gioco standardizzati, in cui il “rischio” è limitato, ma anche le opportunità di esplorazione e sperimentazione dei bambini sono appiattite. Quando si ha la fortuna di poter accedere facilmente ad un parco giochi, questi – per via dell’iper-protezione contemporanea – risultano standardizzati, con gli stessi scivoli, le stesse altalene, gli stessi cavallini a molla. Tanto che Tim Gill, ricercatore sull’infanzia e autore di Urban Playground esorta: “smettetela di fissare l’asticella al livello del genitore più ansioso. Se lo fate, avrete la garanzia di produrre parchi giochi noiosi”.
Il gioco libero, in particolare quello che implica una certa dose di “rischio controllato”, è fondamentale per lo sviluppo cognitivo, emotivo e fisico dei bambini. Secondo uno studio dell'Alliance for Childhood, il coinvolgimento in attività ludiche che comportano sfide e piccoli rischi aiuta i bambini a sviluppare autonomia, capacità di problem-solving e collaborazione con altri bambini. Queste esperienze permettono ai bambini di conoscere i propri limiti, prendere decisioni indipendenti e acquisire fiducia, in sé stessi e negli altri. Della stessa opinione è Catherine Tamis-LeMonda, professoressa di psicologia applicata alla New York University, “quasi tutto l'apprendimento che avviene nei primi anni di vita avviene nel contesto dell'esplorazione dell'ambiente”. La standardizzazione delle aree gioco o degli spazi urbani riservati ai più giovani, priva i bambini di quell’ingrediente esperienziale dell’esplorazione, della sperimentazione e dello stimolo nell’imparare ad autogestirsi, anche sbagliando.
Fortunatamente, attraverso la creatività della rigenerazione urbana, dell’urbanismo tattico e del coinvolgimento degli stessi bambini nella progettazione delle aree in cui, si spera, dovranno passare molto del loro tempo libero, sono nate soluzioni innovative che rimettono al centro le esplorazioni, la capacità di imparare dai propri errori correndo rischi – controllati – e trovando le soluzioni più creative. Vediamo insieme alcuni esempi.
Gli "Adventure Playgrounds
Gli "Adventure Playgrounds", o parchi giochi avventura, sono luoghi progettati dai bambini per i bambini, in una logica di coinvolgimento e partecipazione dal basso che ne promuove la collaborazione. I bambini sono stimolati a creare, attraverso materiali di riuso, i propri spazi: in un ambiente aperto che stimola creatività, esplorazione e libertà. L’ambiente aperto unisce al gioco anche un certo grado di rischio, che aiuta così i bambini ad autoregolarsi e a gestire diverse situazioni. In ogni caso, all’interno di questi parchi – che hanno preso il via inizialmente in Europa, e di cui, a New York, se conta ad oggi uno solo – è presente del personale specializzato che valuta attentamente il grado di rischio, cercando di interferire minimamente con le attività dei bambini, senza trascurare la loro sicurezza la loro sicurezza.

Organizzazioni come Play Bradford nel Regno Unito, Kolle 37 in Germania e The Yard a New York sono esempi di come questi spazi possano essere implementati con successo nelle città. I parchi avventura forniscono ai bambini l'opportunità di esplorare, creare e interagire socialmente in modi che i parchi giochi tradizionali non permettono. Promuovono infatti non solo lo sviluppo individuale dei bambini ma anche la coesione comunitaria, coinvolgendo spesso genitori e volontari nella gestione e manutenzione degli spazi.
Il ruolo della rigenerazione urbana
Il tessuto urbano di una città può trasformarsi in occasioni di gioco non soltanto attraverso la creazione di parchi giochi delimitati. Attraverso la rigenerazione urbana e l’urbanismo tattico, infatti, è possibile trasformare lo spazio pubblico in un luogo di gioco sicuro e libero. E cambiare il profilo delle città.
Ne è un esempio l’istallazione realizzata a Londra. Il quartiere del business londinese si è trasformato in un urban playground attraverso la semplice installazione di due moduli in legno, in cui si intersecano varie forme e “pezzi”. Ogni pezzo ha una forma distintiva che invita a sedersi, giocare senza restrizioni o esplorare. Non ci sono regole fisse né una storia da seguire: il design è pensato per incoraggiare il gioco libero e creativo, all'interno di una struttura flessibile.
A Bratislava, l’amministrazione sta conducendo un percorso di cambiamento che mette al centro il benessere dei bambini nello spazio pubblico. Come? Attraverso la creazione di aree delimitate per la mobilità sicura dei bambini, piste ciclabili separate dal traffico in cui anche i ragazzi possono spostarsi liberamente e al sicuro. La rigenerazione di una piazza, attraverso il recupero di una fontana che era stata abbandonata da 25 anni, ha cambiato il profilo di quella porzione di spazio pubblico. Adesso la piazza, che prima era “un punto cieco sulla mappa di Bratislava” è diventata un luogo di ritrovo per adulti, e un luogo di svago per i bambini, attratti dai giochi d’acqua che crea la nuova fontana. Sono stati inoltre installati giochi e attrezzature ludiche all’ombra degli alberi recentemente piantati. Il cambiamento di Bratislava passa anche dalle scuole: le strade e i cortili adiacenti agli istituti sono stati ampliati e resi sicuri dal traffico. In questo modo, bambini e genitori possono godere di un nuovo spazio in cui socializzare e giocare.
Sono piccole azioni, che dimostrano però che, attraverso la realizzazione di una città a misura di bambino (e del loro gioco) i vantaggi vengono ampliati a tutta la popolazione. Favorendo inoltre quei processi di intergenerazionalità che sono fondamentali per lo sviluppo dei bambini.
A Beirut, il programma CatalyticAction, nato nel 2014, mira a creare un senso di comunità, sicurezza e appartenenza soprattutto per i bambini, nell’ottica di considerare lo spazio pubblico come qualcosa di più di un semplice ambiente fisico. Partito con un progetto pilota attraverso la realizzazione di un parco giochi, realizzato attraverso un’attività di co-progettazione con gli stessi bambini, oggi il progetto ha realizzato numerose iniziative.
Dopo la tragica esplosione del porto nel 2020, CatalyticAction ha lavorato con bambini, giovani e le comunità per attivare un lavoro di recupero inclusivo degli spazi pubblici del quartiere Karantina, mettendo al centro dell’azione l’ascolto delle comunità coinvolte e la co-progettazione. Un ruolo fondamentale è stato svolto dal coinvolgimento delle giovani ragazze del quartiere (dai 10 anni in su), con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’uguaglianza di genere e sui diritti delle ragazze. Grazie al lavoro è stato possibile realizzare un murales, due interventi stradali e alcune aree di gioco e multisport. I lavori di rigenerazione sono stati poi seguiti da una fase di attivazione comunitaria in cui le stesse ragazze, dopo aver organizzato un tour del quartiere per presentare il loro progetto, hanno realizzato attività di ballo, incontri pubblici, attività ludiche e culturali.
Oggi, quei luoghi sono frequentati da una moltitudine di persone di diversa età, genere e background socioculturale. Una dimostrazione delle potenzialità della rigenerazione urbana, quando questa è condotta attraverso il coinvolgimento della comunità e perché no, dal gioco.
Creare città che possano permettere il gioco libero e spensierato dei bambini, coinvolgendoli, significa permettere, ai più giovani, di sviluppare non solo la capacità di autogestirsi, ma di prendersi cura di qui luoghi che, oltre a migliorare le loro occasioni di gioco, migliorano la vita di tutte le persone che li circondano.
Per approfondire:
Unstructured Play Results in Cognitive Benefits - The Atlantic
Urban Thinkscape: Using the city as an agent of change
Taking Playtime Seriously - The New York Times
The Rise of the Adventure Playgrounds - Bloomberg
The Overprotected Kid - The Atlantic
ASP Kolle 37 - Über uns - Unser Konzept
Kids Need Room for Risky Play. Enter the Adventure Playground - Bloomberg
Bratislava Pushes Child-Friendly Design to Tame Sprawl, Boost Livability - Bloomberg
Urban Playground / McCloy + Muchemwa | ArchDaily
Le smart cities latinoamericane incorporano empatia, inclusività e sostenibilità nel loro DNA
Le città latinoamericane, conosciute troppo spesso per la loro travagliata storia, segnata dalla violenza degli anni ’90, stanno oggi attraversando una trasformazione positiva che si protrae ormai da oltre un decennio. La rapida urbanizzazione e il complesso contesto socioeconomico della regione sudamericana ha richiesto e richiede tuttora un approccio distintivo, capace di privilegiare la componente sociale nell’attuazione dei processi di sviluppo urbano. Di questo approccio, e dei cambiamenti urbani che hanno avviato le città del Sud America, avevamo già trattato in un precedente articolo, che potete recuperare qui.
Non sono solo cambiamenti architettonici a cambiare in meglio le città latinoamericane: la loro rinascita passa anche e soprattutto per la trasformazione in vere e proprie Smart City, in cui l’utilizzo dell’Internet of Things (IoT), la raccolta e l’analisi dei dati (Big Data) e il ricorso ad algoritmi predittivi (AI) sta rivoluzionando molti settori fondamentali: ad esempio, dalla gestione degli eventi climatici al controllo del traffico. Dalla sicurezza contro i crimini alla gestione intelligente dei rifiuti e delle risorse.
Le grandi metropoli del Sud America guardano dunque al futuro attraverso la loro innata capacità di valorizzare l’ascolto e la partecipazione comunitaria: “le città intelligenti di domani saranno quelle che non solo integreranno la tecnologia nelle loro infrastrutture, ma incorporeranno anche l'empatia, l'inclusività e la sostenibilità nel loro stesso DNA. L'America Latina, con la sua miscela unica di sfide e opportunità, si trova alle soglie di questa entusiasmante frontiera, pronta a ridefinire il significato di città "intelligente" si recita nell’ultima pagina del paper “A blueprint for urban trasformation in Latin America” uscito nel febbraio del 2024 per conto dell’Institute of the Americas.
Vediamo insieme, più nel dettaglio, i cambiamenti nel percorso a città intelligenti che stanno vivendo alcuni grandi centri urbani del Sud America.
Medellín, Colombia
Una delle città sudamericane che più è riuscita a risollevarsi dopo una travagliata storia di violenza e povertà, Medellín, ha fatto dell’unione fra i quartieri e le comunità la chiave per un miglioramento della propria sfera urbana. L’innovativa funivia, che permette di percorrere la distanza fra i Barrios più periferici al centro in soli 20 minuti (contro le due ore che si impiegavano prima) ha permesso di collegare le diverse comunità fra loro, aumentando gli scambi e la socialità e, soprattutto, interrompendo quell’isolamento dei barrios storicamente più poveri. La funivia si inserisce in una più grande “rivoluzione smart” del sistema di trasporto della città colombiana. Il Sistema Integrado de Movilidad de Medellín (SIMM), prevede l’integrazione di diversi sistemi di mobilità, come il Metroplus, un sistema di trasporto rapido di autobus e un servizio di bike sharing. L’obiettivo del SIMM è quello di garantire un sistema efficiente e di gestire il flusso stradale in modo tempestivo e accurato. Il CITRA (Centro Integrado de Trafico y Trasporte) raccoglie dati sui trasporti pubblici, rivela gli incidenti stradali: attraverso la sincronizzazione di questi dati e permette al governo e ai cittadini di reperire informazioni in tempo reale capaci di fornire soluzioni di mobilità alternative efficaci e più sostenibili dal punto di vista energetico.
All’interno del programma Medellìn Ciudad Inteligente, spicca il progetto “Buen Comienzo” che assiste le future mamme delle zone più povere della città attraverso la tecnologia. Le famiglie possono ottenere informazioni mediche online attraverso l’accesso a 150 aree pubbliche che offrono pc e internet gratuiti. L’accesso ad internet, tuttavia, non sostituisce le interazioni e l’assistenza di persona: il programma, infatti, promuove anche lo sviluppo inclusivo e la formazione dei bambini fino ai 5 anni di età, attraverso diverse modalità di assistenza che rispondono a svariate esigenze.
I vantaggi dell’implementazione di una smart city si evidenziano anche nella gestione idrica della città: l’utilizzo di una serie di sensori monitora costantemente il flusso e qualità dell’acqua del sistema idrico di Medellín. Questo approccio permette di migliorare la sicurezza dell’acqua e di rispondere tempestivamente alle emergenze.
Nel 2016, Medellín è stata insignita del premio Lee Kuan Yew World City Prize, premio che riconosce e celebra gli sforzi nel promuovere l’innovazione della gestione e nello sviluppo urbano sostenibile. Nel 2024, il premio è stato vinto da città del Messico.
Santiago del Cile, Cile
Definita la città più intelligente del Sud America, il programma Smart City Santiago ha rivoluzionato i trasporti e la gestione governativa attraverso l’utilizzo dell’IoT e dell’intelligenza artificiale.
Santiago del Cile ha rinnovato la propria mobilità cittadina realizzando una flotta di autobus interamente elettrica, riducendo i costi di funzionamento del 70%. Il processo, è stato possibile grazie all’integrazione di sistemi di ricarica diffusi in tutta la città, creati attraverso importanti partnership pubblico privato. I risultati sono a vantaggio delle comunità, grazie alla importante riduzione dell’inquinamento acustico e atmosferico. Completano il sistema di mobilità di Santiago sistemi di tariffe automatiche dei pedaggi e servizi di bikesharing. Il programma di mobilità pulita, unita al monitoraggio in tempo reale del traffico, ha permesso alla città di fare un grosso passo avanti in termini di decarbonizzazione e sicurezza. Secondo uno studio pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2017, si stima che Santiago del Cile potrà prevenire, entro il 2030, ben 1379 morti imputabili ad incidenti stradali o alle complicanze derivanti dall’inquinamento atmosferico.
Sul fronte dei servizi ai cittadini, Santiago ha puntato sulla digitalizzazione delle procedure burocratiche: ClaveUnica è la piattaforma di identità digitale per l’accesso a tutti i servizi governativi, Estado CeroFilas mira a snellire digitalmente le transazioni, puntando a raggiungere l’80% di transazioni online. Anche all’interno della gestione governativa, attraverso Estato CeroPapel si mira a digitalizzare il 50% dei registri governativi e trasferire tutte le comunicazioni intragovernative online. Va da sé, che questi programmi necessitano anche di una maggiore sicurezza informatica, motivo per cui è stata definita una politica nazionale di cybersecurity, rafforzando e formando il personale informatico.
L’impiego di un sistema intelligente di monitoraggio delle malattie e il potenziamento della telemedicina forniscono uno strumento efficiente nella gestione sanitaria.
Rio de Janeiro, Brasile
Anche la capitale del Brasile si sta muovendo verso un modello di città in cui tecnologia e partecipazione civica si integrano per promuovere un ambiente urbano più efficiente e dinamico.
Pilastro del programma di Rio de Janeiro nel diventare una smart city è il Rio Operations Center (COR), un sistema integrato di gestione urbana che consente il monitoraggio in tempo reale e una risposta tempestiva a un'ampia gamma di eventi. Dalle problematiche del traffico alle emergenze ambientali. Grazie a un'infrastruttura avanzata che unisce il monitoraggio delle risorse, previsioni meteorologiche di precisione e un coinvolgimento attivo dei cittadini attraverso centri di servizi e applicazioni web. Rio ha così implementato un modello di gestione urbana completo e basato sui dati, a disposizione della sicurezza dei cittadini.
Sul lato dell’efficientamento energetico, Rio de Janeiro ha siglato una partnership pubblico privata che ha permesso di ammodernare ed efficientare la propria rete di illuminazione pubblica, attraverso la sostituzione di 450.000 lampioni stradali con lampadine a LED ad alta efficienza e la gestione remota dell’illuminazione.
Le altre città
Sempre in Brasile, Curitiba si distingue per la sua pianificazione urbana sostenibile: alle pedonalizzazioni del centro storico si unisce il sistema di trasporto pubblico RIT (Rede Integrada de Transporte), utilizzato da ben l’85% della popolazione. Gli edifici sono integrati nella natura e soluzioni innovative come facciate e tetti verdi, uniti a programmi di educazione ambientale migliorano la sostenibilità e l’impronta carbonica della città. La città di Curitiba si conferma smart anche nella prevenzione delle inondazioni, attraverso un sistema di parchi per il miglioramento del drenaggio urbano.
A Barranquilla, in Colombia, il 93% dei residenti vive a meno di otto minuti a piedi da uno spazio verde urbano, è l’effetto dell’iniziativa Todos al Parque che ha permesso anche di aumentare l’occupazione locale e ridurre i tassi di criminalità, grazie al rinnovato senso di socialità all’interno delle aree verdi. La città colombiana si distingue anche per il “Laboratorio de Ciudad” un programma didattico che invita ed educa i cittadini ad utilizzare e interagire con l’ambiente urbano iperconnesso e digitale.
Anche Bogotá mira a posizionarsi come città intelligente a livello globale attraverso un piano pluriennale che promuove l'uso di big data, della tecnologia e dell'innovazione nella gestione dei servizi per i cittadini.
Progettare e realizzare una città intelligente non significa soltanto dotare un agglomerato urbano di una connessione e alcuni dispositivi. Né tantomeno di copiare le soluzioni adottate da altre città – ad esempio europee o nordamericane. Realizzare una smart city significa conoscere le tendenze urbane e digitali globali, per poter poi agire efficientemente in modo locale. L’intelligenza collettiva che scaturisce dall’ascolto e dalla conoscenza delle comunità che vivono un determinato ambiente urbano è il primo passo per la realizzazione di una smart city funzionale. Anche perché, in definitiva, “sono gli abitanti a definire l’intelligenza di una città” e non qualche dispositivo.
Per approfondire:
Americans Quaterly - Medellín, The Smart City - Americas Quarterly
Econsult Solution - La Santiago di domani: lezioni per i mercati emergenti
European Comminsion, Intelligent Cities Challenge - Medellín
Darmakaba - These 5 Latin American Cities Are Embracing A Smart Future
White&Case - A bright future: Smart cities in Latin America | White & Case LLP
Institute of the Americas - Smart Cities: a Blueprint for Urban Transformation in Latin America
Tomorrow City - The momentum of smart cities in Latin America
La diffusione della cultura come stimolo alla socialità
La lettura è stata spesso considerata un’attività individuale. Con l’avvento dell’era digitale, in cui la solitudine – ricercata o casuale – sembra essere a portata di tutti, il ruolo delle biblioteche sta mutando. Spazi di lettura meno canonici e istituzionali stanno invadendo gli spazi urbani, e si stanno trasformando non soltanto in luoghi comunitari, in cui la diffusione della cultura si unisce alla riappropriazione dello spazio pubblico ed a una maggiore inclusività fra le persone.
Seppur in passato centri di lettura, librerie e biblioteche hanno rappresentato importanti centri culturali e di scambio fra diversi scrittori – si prendano, ad esempio la Shakespeare and Company di Parigi o la City Lights di San Francisco – si trattava di realtà frequentante da una stretta cerchia di professionisti o intellettuali.
Oggi, attraverso interventi di rigenerazione urbana, sia che si tratti di piccoli interventi di agopuntura urbana o di grandi progetti infrastrutturali, la diffusione della cultura sta assumendo un ruolo fondamentale nelle attività comunitarie di inclusione, partecipazione e di una nuova fruizione dello spazio pubblico sociale.
Attraverso alcuni esempi, ripercorriamo questa trasformazione sociale delle biblioteche passando da piccoli e grandi progetti che hanno però in comune lo stesso obiettivo: aprire l’accesso alla cultura, in questo caso alla lettura, a tutta la popolazione. E creare un rinnovato senso di socialità.
Le micro biblioteche in città
In città sempre più urbanizzate e standardizzate, in cui si acuiscono le disuguaglianze e in cui si manifestano sempre più spesso situazioni di esclusione sociale, si intravede una nuova tendenza di riappropriazione dello spazio pubblico. Che vede nella creazione di piccole, talvolta piccolissime biblioteche, uno strumento capace di creare spazi comunitari informali, in cui persone di qualsiasi estrazione sociale o età vengono stimolate alla lettura.
Ne è un esempio la Biblioteca Giardino Migranti, creata nel 2010 nel parco di Levinski a Tel Aviv, un parco frequentato per lo più da giovani lavoratori migranti.
La struttura della biblioteca è volutamente aperta, senza guardie né pareti (se non quella su cui si reggono i libri) per trasmettere il senso di apertura. Il progetto vede nel diritto al libro un diritto umano fondamentale e una possibilità di fuga dal malessere quotidiano. E funge da centro culturale e comunitario per persone spesso ai margini della società, in cui trovano un luogo non soltanto sicuro, ma che da loro gli strumenti necessari – attraverso la libertà di accedere alla cultura – di integrarsi ed emanciparsi.
Sulla stessa linea si inserisce la biblioteca Story Pod, a nord di Toronto. La biblioteca nasce come hub di scambio per i libri e per rinvigorire socialmente la città di Newmarket. Il progetto nasce come mezzo per creare un vivace centro di aggregazione. La struttura, semplice, che si apre al pubblico come la pagina di un libro incoraggia i passanti ad entrare. Quando la notte le porte vengono chiuse, luci a led ad alta efficienza, alimentante da pannelli solari nascosti sul tetto, creano una sorta di lampada che illumina l’area e permette la creazione di piccoli eventi culturali o mercatini per lo scambio di libri.
Riappropriazione culturale dello spazio pubblico

Il progetto CW Lane reading Space si configura come un progetto sperimentale di riutilizzo dello spazio pubblico, mettendo in discussione i limiti e le regole della gestione della gestione urbana che ha caratterizzato storicamente Hong Kong.
L’obiettivo del progetto è quello di riconnettere le persone attraverso interventi architettonici temporanei, in un contesto urbano affollato come quello di Hong Kong, in cui, la configurazione urbanistica verticale limita gli spazi di socializzazione aperti e pubblici, soprattutto nelle aree centrali e più antiche della città. Aree che spesso sono state realizzate attraverso una progettazione rigida e limitata, top-down, che non facilita l’interazione sociale né incoraggia attività comunitarie e di socializzazione.
Da queste premesse, la realizzazione di una piccola biblioteca di scambio come CW Lane tende a rispondere tempestivamente, attraverso un intervento architettonico a basso costo, temporaneo e funzionale.
La diffusione della cultura come elemento di connessione fra le persone si realizza attraverso la disposizione di più di 350 titoli legati a vari argomenti, dalla filosofia alla storia, fino ai libri per bambini, in modo da rendere l’iniziativa di carattere intergenerazionale e inclusivo.
Architettura sociale, emancipazione culturale

Quando si tratta della realizzazione di grandi infrastrutture si è soliti pensare a progetti a favore del centro città o della zona più in espansione di un agglomerato urbano. Ma, fra i progetti di riqualificazione che hanno coinvolto Medellín negli ultimi anni, e che sono stati definiti di “architettura sociale”, quello di porre al centro dei barrios più poveri un’avanguardistica biblioteca ha suscitato lo stupore di molti osservatori.
Tuttavia, la mossa si è rivelata più che azzeccata. La Biblioteca de España sorge sulle colline tristemente note per l’ondata di violenza che ha investito la città negli anni ’80 e ’90 e che sono contrassegnati per la forte povertà della loro popolazione.
Il progetto della Biblioteca de España non è solo un capolavoro architettonico, ma è, soprattutto, un capolavoro sociale: la sua iconicità, oltre a rendere la zona più attrattiva ed esteticamente piacevole, indentificandosi anche come un’opportunità d’orgoglio per gli abitanti, ha avuto un grande effetto positivo sulle persone dei quartieri limitrofi. I collegamenti attraverso funivia permettono a tutta la popolazione di Medellin di raggiungere il luogo, che si configura oggi come pilastro della rinascita cultura e sociale della città colombiana, diventando uno spazio di inclusone sociale, di incontro e di accesso libero alla cultura, vero scudo sociale contro la violenza.
Gli esempi riportati dimostrano che la diffusione di cultura – di tutte le arti, non solo della lettura – può essere uno strumento potente per l’emancipazione delle comunità. Un driver capace di promuovere nuovi modelli di socializzazione, di inclusione e di partecipazione. E di come le stesse città possano cambiare in meglio, attraverso piccoli o grandi interventi, quando alla rigenerazione urbana si unisce la diffusione di cultura. Creando nuovi spazi comunitari, e migliorando le funzioni sociali dello spazio pubblico.
Per approfondire:
Arch Daily - Reading as a Social Act : 15 Micro-Libraries in Urban and Rural Settings
Arch Daily - Biblioteca España / Giancarlo Mazzanti
UrbanNext - CWLane Reading Space – urbanNext
Cosa resterà delle Olimpiadi di Parigi?
Cosa resterà delle Olimpiadi di Parigi?
La realizzazione di imponenti eventi come le Olimpiadi, provocano spesso mutamenti importanti sull’assetto e sulla conformazione delle città. La corsa alla realizzazione di infrastrutture maestose, spesso non prive di feroci critiche, ha contraddistinto praticamente qualsiasi edizione. Da una parte, c’è chi denuncia le ingenti quantità di risorse utilizzate per la realizzazione di tali opere, che spesso finiscono per diventare famose “cattedrali nel deserto” o “white elephant”, in inglese. Dall’altra parte, c’è l’orgoglio di chi realizza strutture all’avanguardia: tanto che, nelle edizioni dei Giochi dal 1928 al 1948, era stata addirittura creata una categoria olimpionica, alquanto inusuale, per i padiglioni delle varie nazioni, con tanto di medagliere.
I Giochi che hanno preso il via recentemente a Parigi, si contraddistinguono per inserirsi in un periodo storico complesso, in cui la necessità di adottare soluzioni concretamente efficaci e sostenibili contro un riscaldamento globale, che non accenna a rallentare, hanno imposto una programmazione capace di rispondere alla sempre più crescente domanda di sostenibilità, declinata su più livelli.
Bene, quindi, sapere che il 95% degli edifici che serviranno per lo svolgersi della manifestazione sono preesistenti e che la città si sia impegnata a ridurre del 50% l’impatto di emissioni di carbonio. E ciò sia nella realizzazione delle infrastrutture necessarie che nello svolgimento intero della manifestazione.
Ma, al di là degli edifici e della grandezza delle manifestazioni, le Olimpiadi riusciranno nel tentativo di lasciare alle comunità parigine un’eredità tangibile e positiva?
La “Paris Social Charter”
In previsione della preparazione alla realizzazione degli interventi necessari allo svolgersi dei Giochi Olimpici, già nel 2018 l’amministrazione parigina aveva sottoscritto la Paris Social Charter, un documento che, anche se non vincolate, che rappresenta comunque un esempio di co-progettazione con il tessuto economico e sociale della città. Sottoscritto dal Comune, centri sindacali e confederazioni di lavoratori, il documento aveva (e ha) l’obiettivo di “lasciare una forte eredità sociale [...] nell'ambito di un approccio umano e di sviluppo sostenibile”.
La “carta sociale” stabilisce 16 impegni che mirano a garantire qualità nell’occupazione e nelle condizioni di lavoro nella realizzazione degli interventi per le Olimpiadi.
Fino a questa edizione dei Giochi Olimpici, nessun Paese ospitante aveva mai reso formale, attraverso la stesura di un documento, il proprio impegno nel rendere l’evento sostenibile sia in termini socioeconomici che ambientali. Il che rappresenta sicuramente un precedente positivo, con la speranza che anche nel futuro la realizzazione di eventi di tale portata nasca proprio da un approccio collaborativo e formalizzato.
Dati alla mano, il risultato dell’adozione della Paris Social Charter è stato positivo: l’ente pubblico incaricato della supervisione riporta che 4.000 persone fra neet, disoccupati di lunga data e giovani provenienti da situazioni socioeconomiche svantaggiate che hanno beneficiato di programmi di inserimento professionale.
Non sono mancate, purtroppo, situazioni di criticità, come ad esempio, irregolarità dei lavoratori fra alcuni subappaltatori. Tuttavia, l’esempio della Paris Social Charter dimostra che la co-progettazione e la collaborazione, l’ascolto delle comunità diventa imprescindibile per riuscire a creare una legacy concreta per il tessuto sociale di una città. Se non per Parigi, per il futuro dei Giochi.
L’impatto su Seine-Saint-Denis e l’educazione sportiva
Secondo Marie Barsacq, direttrice dell’Impatto e dell’Eredità di Parigi 2024: “Abbiamo costruito la legacy di Parigi 2024 in un modo unico, diverso dalle altre edizioni dei Giochi. Questa si concentra meno sull'eredità tangibile, come le infrastrutture sportive, e più sull'impatto sociale, economico e societario di un territorio. Per questo motivo abbiamo attuato diversi programmi legati all'eredità immateriale: incoraggiare i francesi a essere più attivi, cambiare la percezione della disabilità e creare opportunità economiche per le imprese, comprese le piccole e medie imprese e quelle dell'economia sociale e solidale. Si tratta di un impatto specifico per le aree di Seine-Saint-Denis e Parigi, le città ospitanti. Questo era ed è il nostro obiettivo principale. È un'eredità che, alla fine, impatta direttamente sulle persone.
Se si era intravisto già con la stesura del Paris Social Charter, è con le iniziative, sia concrete sia, appunto, intangibili realizzate per l’area di Seine-Saint-Denis che l’eredità di questa edizione delle Olimpiadi si fa più presente.
A nord di Parigi, il dipartimento di Seine-Saint-Denis, – in cui sorge il Villaggio Olimpico e Paralimpico – che più beneficerà degli investimenti che rimarranno nel post Olimpiadi. Gli edifici destinati ad ospitare gli atleti, si trasformeranno in nuove abitazioni permanenti e a prezzi accessibili. La trasformazione prevede anche la realizzazione di sette ettari di aree verdi e parchi a tutela della biodiversità urbana. Il mutamento di destinazione del Villaggio Olimpico prevede anche la realizzazione di nuovi servizi per le comunità: come asili, scuole e distretti a uso misto. L’area, inoltre, sarà resiliente agli effetti del cambiamento climatico grazie all’ottimizzazione dei flussi d’aria e a reti che sfruttano l’energia geotermica. Le trasformazioni che investiranno l’area sono inoltre in linea con il Piano Urbano Bioclimatico di Parigi, che mira alla riduzione delle emissioni, rendendo prioritari interventi di tutela della biodiversità. A questo proposito, è prevista la realizzazione di 300 nuovi ettari di spazi verdi entro il 2040.
Sul piano sociale e più immediato, invece, la legacy delle Olimpiadi di Parigi si misura con l’effettivo sforzo nel realizzare iniziative concrete di avvicinamento allo sport per la popolazione. In oltre 1.122 impianti sportivi gratuiti (+71% rispetto al decennio precedente) si stanno svolgendo programmi di educazione e di coinvolgimento allo sport, come la Paris Sport Dimanches che offre sessioni settimanali di sport gratuite in 19 diverse località e percorsi sportivi. Fra le iniziative sportive, si segnalano anche percorsi di inclusività per persone con disabilità e per la partecipazione femminile. A dimostrazione che, se si apre alla partecipazione diffusa di tutta la popolazione, lo sport può rappresentare un forte collettore sociale capace di promuovere inclusività.
Un nuovo, duraturo, modello di mobilità

Per quanto riguarda la mobilità cittadina, oltre al potenziamento delle linee metropolitane, Parigi intende sfruttare lo slancio delle Olimpiadi per rendere la città una capitale del ciclismo, al pari di Amsterdam. Il Bike Plan, iniziato nel 2021 e che terminerà nel 2026, ha diversi obiettivi. Vuole creare un numero adeguato di piste ciclabili per fare in modo che la maggior parte dei tragitti in bicicletta, superiori a un chilometro, possa avvenire su percorsi dedicati. Un altro obiettivo è migliorare l'integrazione delle reti ciclabili nell'intera area metropolitana. Particolare attenzione sarà rivolta alle "porte" di Parigi, cioè gli incroci trafficati, a più corsie, dove il traffico entra in città dal Boulevard Périphérique (la “tangenziale” parigina), con l'intento di renderli più sicuri e accessibili per i ciclisti provenienti dalla periferia. Inoltre, sarà più facile trovare spazi dove parcheggiare le biciclette. La città prevede di installare 30.000 nuovi archi metallici per legare le bici – di cui 1.000 dedicati alle bici da carico – oltre a 50.000 posti sicuri e sorvegliati.
Lo slancio dei Giochi Olimpici sta spingendo sempre più gli arrondissement, anche i più tradizionalmente incentrati sulla mobilità in auto, a convertirsi in zone ciclabili sicure. Questa trasformazione è stata possibile anche grazie al coinvolgimento attivo di associazioni come Paris en Selle, che da anni si occupa di sensibilizzare la cittadinanza e di promuovere uno stile di mobilità dolce ed ecologico. Tanto che, in occasione dei Giochi, hanno riempito la città di cartelli che recitano “During the Olympic and Paralympic Games, prioritize cycling” realizzando anche una mappa, non ufficiale, dei percorsi ciclabili che i turisti possono percorrere per spostarsi lungo la capitale in sicurezza.
La promessa della balneabilità della Senna

Sull’importanza di rendere in fiumi balneabili nelle città Europee, avevamo dedicato un intero articolo. Parigi ha investito un’ingente quantità di risorse nel tentativo di rendere, dopo oltre un secolo, la Senna nuovamente balneabile. Seppure le gare previste continuano ad essere rimandate o posticipate a causa di livelli di inquinamento non compatibili, resta la concreta speranza che la Senna possa diventare definitivamente balneabile nel prossimo futuro.
I fiumi balneabili rappresentano, infatti, un importante fattore di resilienza contro le sempre più frequenti ondate di calore. Liberano opportunità di arricchimento dello spazio pubblico urbano, trasformando le sponde in spiagge libere. Ben venga quindi, che le Olimpiadi siano servite ad intraprendere un lavoro di pulizia che, seppur dispendioso e incompleto, renderà la Senna, nuovamente, una “infrastruttura” naturale imprescindibile per la salute della popolazione parigina.
È ancora presto per dire se e come le Olimpiadi riusciranno effettivamente a lasciare vantaggi tangibili nel futuro a medio-lungo periodo di Parigi. È innegabile, tuttavia, che eventi come le Olimpiadi, se programmati con una visione di medio-lungo termine e attraverso l’ascolto e il coinvolgimento delle comunità, possano “costruire” un’eredità concreta (tangibile o intangibile) per le città e per i loro abitanti.
Per approfondire:
Arch Daily - Is Paris Ready for the Olympics? Exploring the City-Wide Implications of Hosting Global Events
Planetizen - Going For the Gold: When Town Planning Was an Olympic Competition
CIO - Less, better and for longer: Five ways Paris 2024 is delivering more sustainable Games
Reed Smith - Paris adopts new town planning regulation called ‘PLU bioclimatic’
Bloomberg - Inside the New Plan to Make Paris ‘100% Cyclable’
Da vie d'acqua a snodi sociali: la seconda vita dei fiumi
[4 minuti di lettura]
I fiumi che attraverso le nostre città hanno sempre avuto un ruolo cruciale. Oltre ad essere vie percorribili per il commercio e la navigazione, in passato hanno anche garantito momenti di svago e socializzazione in ambito urbano. Nella prima età industriale, ad esempio, le estati lungo il Tamigi e la Senna erano contraddistinte dalla presenza di numerosi nuotatori e pescatori. Attività che erano perfettamente integrate con lo stile di vita urbano che le due città europee, Parigi e Londra, cominciavano a sperimentare.
Tuttavia, fu proprio il governo francese, nel 1923 a bandire ufficialmente il nuoto lungo le rive cittadine della Senna. La crescente urbanizzazione e industrializzazione delle metropoli europee (ma anche di quelle extraeuropee) ha reso infatti, col passare del tempo, i fiumi delle aree urbane inaccessibili alle persone.
I grandi corsi d’acqua che attraversano le città sono diventati spesso un contenitore per le acquee reflue, con tanto di rischio per la salute pubblica. Secondo uno studio di qualche anno fa, riportato dal Guardian, centinaia di fiumi in tutto il mondo registravano un preoccupante livello di inquinamento antibiotico. A questo va aggiunta la presenza di sostanza tossiche che hanno progressivamente distrutto gli ecosistemi fluviali. L’urbanizzazione e il crescente consumo di suolo nelle città, inoltre, ha deviato, incanalato e modificato il naturale corso dei fiumi, rendendo spesso le stesse città vulnerabili alle inondazioni.
Agire sulla pulizia e il miglioramento dei fiumi urbani, secondo l’European Centre for River Restoration, significa rendere le nostre città più sicure, sostenibili, e inclusive. Migliorare i corsi d’acqua che attraversano i centri urbani, infatti, può risultare un importante fattore contro gli effetti dei cambiamenti climatici. I fiumi possono contenere le inondazioni e prevenire i danni derivanti dagli eventi climatici estremi, così come abbassare le temperature e combattere le ondate di calore che investono le città. Ripulire i fiumi dagli agenti inquinanti e dalle acque reflue significa anche ridare vita ad ecosistemi ed habitat migliorare la biodiversità. Inoltre, le rive dei fiumi che bagnano i centri cittadini possono diventare luoghi di socializzazione, inclusione e di placemaking.
Alcune città europee hanno dimostrato che è possibile agire sui fiumi per migliorare la vita delle persone su più livelli. Altre, stanno cominciando a muoversi in questa direzione.
Vediamole insieme.
Il fiume Isar a Monaco di Baviera
Negli anni 2000, la città di Monaco di Baviera aveva avviato un importante progetto per riqualificare il fiume Isar, con l’obiettivo principale di espandere le pianure alluvionali – ovvero, quegli spazi in cui far defluire l’acqua in caso di ingrossamento del fiume – e accogliere le acque che fluiscono dallo scioglimento delle nevi. Il progetto mirava quindi a ridurre il rischio di alluvioni, ma parallelamente, a migliorare la flora e la fauna del fiume. Oggi, grazie a quel progetto, l’Isar non è soltanto un fiume (pulito), ma una “infrastruttura verde” capace di migliorare la vita a tutti i cittadini. Che trovano ristoro durante le giornate più calde, che socializzano sulle spiagge urbane. Un fiume che è anche simbolo di inclusione, magari per quelle persone che non possono permettersi una casa con spazi verdi. Ad un giornalista del New York Times, un bagnante urbano di Monaco ha detto: “Non ho un balcone, non ho un giardino, ma ho l’Isar”.
Basilea, Berna, Zurigo
Può una città senza mare avere la più alta densità di stabilimenti balneari al mondo? Sì, se quella città si chiama Zurigo, e sì perché la Svizzera, a partire dagli anni ’80, si è impegnata a rendere i fiumi (e i laghi) delle sue principali città balneabili, puliti e sostenibili. Lungo le rive del fiume Limmat si svolgono concerti, tornei di beach volley e tuffi.
A Basilea invece, la gente attraversa la città lasciandosi trascinare dalla corrente del Reno, o si riposa lungo le spiagge in cui la corrente è meno forte. Lo stesso accade sulle acque dell’Aar, a Berna: i pendolari galleggiano con zaini impermeabili per andare al lavoro.
Progetti di riqualificazione fluviale in ambito urbano
Altre metropoli europee si stanno invece attivando per rendere i loro fiumi più puliti, sostenibili e sicuri. A Berlino, il progetto di rigenerazione urbana Flussbad Berlin ha l’obiettivo di rendere balneabile il canale della Sprea, lungo l’Isola dei Musei. Il fulcro della cultura berlinese. A Londra, il progetto Thames Tideway intende ripulire il Tamigi e renderne una parte balneabile. A Parigi, i grandi progetti avviati con l’arrivo delle Olimpiadi prevedono l’ambizioso Piano di Nuoto. Un progetto per rendere – dopo oltre un secolo – la Senna balneabile e ospitare alcuni eventi olimpici. Il progetto di pulizia della Senna si sta rivelando più difficile del previsto. Tuttavia, se la città riuscisse nell'intento, la balneabilità della Senna diventerebbe uno degli elementi di legacy più significativi per la città.
I fiumi come attivatori sociali
Come si è già visto, migliorare la qualità delle acquee dei fiumi urbani porta vantaggi tangibili sulla qualità della vita delle persone. Oltre che migliorare la biodiversità e rappresentare un elemento di contenimento contro gli effetti del cambiamento climatico, le spiagge fluviali possono diventare un presidio di socialità, di inclusione e di benessere urbano. Elena Granata include le spiagge urbane nella sua definizione di “zone della felicità dello spazio aperto”. Riportando, fra gli altri, gli esempi delle spiagge libere di Graz, Vienna, Praga, Utrecht. Città che, insieme alle altre, hanno saputo rendere le spiagge dei fiumi che le attraversano luoghi che uniscono, e non spazi che dividono.
L’augurio, è che anche in Italia si possa cominciare a pensare ai fiumi come possibili elementi di attivazione sociale, come oasi contro le ondate di calore e come un’opportunità per migliorare il profilo urbano delle nostre città. Senza tralasciare le opportunità di contenimento contro le alluvioni.
Per approfondire:
Urban Waterways Reborn: European Cities Leading the Change in River Restoration and Revitalization – ArchDaily
City swimming, Swiss-style: a ride down the Rhine in Basel – The Guardian
Restoring European rivers and lakes in cities improves quality of life – European Environment Agency
World's rivers 'awash with dangerous levels of antibiotics' - The Guardian
Spiagge Urbane, Fare il bagno nel fiume in pieno centro non è mai stato così cool – Linkiesta
Sotto l’asfalto c’è la spiaggia – The Map Report
Let Them Swim – The New York Times
La rigenerazione urbana e lo sport stanno cambiando le città del futuro
Nell’immaginario collettivo, le città del futuro sono città in cui la tecnologia plasmerà ogni aspetto della vita urbana. Seppure sia vero che la pervasività della tecnologia è sempre più evidente, e che il ricorso ad algoritmi e intelligenza artificiale può portare a inedite capacità di gestione – ad esempio del traffico, o nella progettazione e programmazione urbana – è anche vero che la cura del pianeta e delle persone sta assumendo un ruolo chiave.
Uscendo infatti dall’immaginario, ed entrando nella realtà, le città del futuro (e del presente) stanno sempre di più puntando su una maggiore sostenibilità ambientale e sociale. L’aumento di spazi verdi, percorsi pedonali e ciclabili e nuovi luoghi di interazione nello spazio pubblico stanno plasmando il nuovo ambiente urbano. Fra questi, lo sport e l’aumento delle infrastrutture ad esso collegate stanno assumendo un ruolo centrale.
Perché lo sport
Secondo un saggio a firma di Maria Pilar Vettori e Marta Cognigni, del Politecnico di Milano, “la pratica sportiva si pone come importante strumento di rigenerazione, la cui valenza integrativa riesce ad attivare nuovi usi e significati degli spazi”. Lo sport, infatti, rappresenta uno dei principali motori di sviluppo di una società sana dal punto di vista della salute – sia fisica che mentale – ma racchiude in sé anche “potenzialità di qualificazione funzionale e spaziale”. La rigenerazione urbana declinata sottoforma di realizzazione di spazi destinati allo sport, infatti, va ad agire su tutti quei luoghi sottoutilizzati o degradati per andare a creare nuovi spazi destinati alla pratica sportiva.
Come spesso accade, in queste dinamiche di riappropriazione dello spazio pubblico, gli abitanti non si configurano soltanto come utenti finali, ma sono coinvolti, attivamente, nella pianificazione e nella realizzazione di questi interventi, in un’ottica di partecipazione e di co-progettazione. Questo allargamento alla partecipazione di diversi attori, sta cambiando anche il modo in cui lo sport, e gli spazi ad essi collegati, vengono concepiti e realizzati. “La multifunzionalità e l’inclusività rappresentano i principali driver di programmazione e progettazione di un elemento al centro delle strategie di rigenerazione urbana in termini di qualità degli spazi e salute delle persone” scrivono ancora le studiose del Politecnico di Milano. Attraverso lo sport e la rigenerazione urbana si creano luoghi multifunzionali in cui è possibile praticare più discipline sportive, quindi luoghi più inclusivi, che favoriscono l’intergenerazionalità, ad esempio. La pratica sportiva diventa quindi meno orientata alla competizione e più informale. Lo sport viene praticato all’esterno, in modo gratuito, diventando una nuova modalità di fruizione dello spazio pubblico e un nuovo modo di vivere la città e il tempo libero. Quello che abbiamo definito, in un nostro precedente articolo, “Sport Urbanism”, favorisce quindi il realizzarsi di una città più aperta, inclusiva e più in salute: non solo aumenta il benessere psico fisico delle persone – grazie ad una maggiore accessibilità allo sport – ma lo spazio pubblico cambia conformazione: più verde, più spazio per (tutte) le persone e per la mobilità dolce.
Alcune città stanno già adottando programmi e soluzioni di pianificazione che inseriscono la pratica sportiva e la fruizione del tempo libero come una priorità. Vediamo insieme quali.
L’esempio di Singapore
Singapore ha da poco lanciato il suo programma Recreation Master Plan, un piano che si pone l’obiettivo di garantire la salute degli abitanti attraverso attività ricreative. Il programma prevede interventi sia su larga scala che progetti più piccoli: dalla creazione, quindi, di grandi infrastrutture (come porti e stadi) alla realizzazione di parchi multifunzionali. A questo proposito, si andrà ad agire sugli spazi sottoutilizzati, come ad esempio i cavalcavia. Alla base del progetto c’è una componente fortemente culturale, in quanto arti e tradizioni saranno parte integrante delle iniziative. Il programma è in linea con la strategia di una pianificazione urbana che metta al centro una visione olistica e sostenibile della città. Infatti, il riuso e la progettazione in ottica sportiva degli spazi sottoutilizzati di Singapore saranno accompagnati dall’incorporazione di nuovi spazi verdi, con la creazione di nuove reti pedonali che favoriscano la mobilità dolce per tutte le persone, indipendentemente dalla loro capacità di mobilità. I percorsi sono progettati per affievolire il traffico automobilistico e per garantire la mobilità (dolce) anche in caso di eventi metereologici avversi.
I risultati si stanno già vedendo: la trasformazione dello spazio pubblico in aree comuni di libero accesso – soprattutto in porzioni di città segnate da grandi differenze socioeconomiche dei suoi abitanti - sta cambiando le abitudini dei cittadini. Le persone si incontrano liberamente e combattono la solitudine attraverso un rinnovato senso di inclusività, in quanto non ci sono ostacoli, ad esempio di tipo economico, nella fruizione di quegli spazi.
Inoltre, Singapore è diventata l’unica zona blu urbana al mondo. Le zone blu sono zone in cui l’aspettativa di vita è più alta della media: di solito, sono zone rurali e lontane dagli ambienti prettamente urbani. Singapore, grazie al suo programma che mette al centro lo sport e il movimento, è riuscita ad invertire questo trend: negli anni ’90, a Singapore, solo l’8% della popolazione praticava regolarmente sport. Oggi, il 54% pratica sport almeno una volta alla settimana, il 26% tre.
In Europa
Anche in Europa, fortunatamente, si sta assistendo a questo progressivo cambiamento.
Il programma Re-Gen di Urbact è un network di città europee che vede la partecipazione di Milano, Verona, Daugavpils, Vila Do Conde, Pula, Kapodistriaki, Dobrich e Lezha. L’ obiettivo è di sostenere uno sviluppo urbano sostenibile attraverso l’inclusione sociale, grazie al coinvolgimento degli adolescenti fra i 10 e i 18 anni, nella trasformazione di aree pubbliche abbandonate in poli sportivi urbani. Attraverso interventi di urbanistica tattica, di aumento del verde urbano e dell’architettura di genere.
Vale la pena citare anche gli esempi del Merida Youth Facotry (a Merida, appunto), o lo Skate Park Jardin, a Barcellona: parchi che non comprendono solo la disciplina dello skate, ma altre discipline meno mainstream, come, ad esempio, il parkour. La Water Square di Benthemplein, a Rotterdam, è la sintesi di multifunzionalità: oltre ad essere uno spazio in cui poter praticare diverse discipline sportive, ed essere una piazza in cui trascorrere il tempo libero, la Water Square è una vasca di contenimento per le acque refluee, capace di mitigare gli effetti delle frequenti alluvioni.
Sono molti i progetti che potrebbero essere citati: ma di più, sono quelli che potrebbero essere realizzati. Soprattutto in Italia, maglia nera fra i paesi OCSE a garantire un adeguato accesso alla pratica sportiva.
Brand for the City, a questo proposito, ha lanciato l’iniziativa “Lo Sport che Connette”. La prima iniziativa di sport urbanism diffuso: una chiamata a tutti quei brand, associazioni e cittadini che, attraverso la rigenerazione urbana, vogliano realizzare – o migliorare – nuovi parchi sportivi all’aperto, gratuiti ed accessibili a tutta la cittadinanza.
Per approfondire:
Maria Vittoria Pilar, Marta Cognini – Techne - Space, Sport, Society. The practice of sport in the design of contemporary public space
Comune di Milano - Politiche giovanili. Largo allo sport nel quartiere San Siro, allo studio un progetto per attivare ragazzi e ragazze nello spazio pubblico
Tomorrow City - HOW LEISURE AND SPORTS ARE SHAPING URBANISM: THE CASE OF SINGAPORE
Fortune Well - The longevity secrets of Singapore, the 6th blue zone city where people are living the longest, happiest lives
Brand for the City - Lo sport che connette
I limiti stimolano creatività: il potere della rigenerazione urbana
Si è troppo spesso portati a pensare che interventi capaci di apportare sostanziali vantaggi sulle comunità, sui quartieri, sulle strade siano progetti a cui destinare ingenti quantità di risorse. Economiche, ma anche temporali, di spazio e di materiali. Tuttavia, la rigenerazione urbana, minuta e granulare, come avevamo già accennato in un precedente articolo, se condotta attraverso metodi ed un uso sapiente, creativo e concreto anche di poche risorse, è in grado di raggiungere quello che, in fondo, è il suo primario obiettivo. Ovvero, di apportare un contributo positivo al benessere delle comunità.
L’unica, vera, risorsa che non può mancare, è forse quella “immaginaria”, di visione. Riuscire ad immaginare percorsi partecipati, trovare la formula più adatta a concretizzare questa partecipazione e, chiaramente, quello di riuscire a creare interventi capaci di migliorare lo spazio pubblico così come la percezione comunitaria di un luogo, la sua identità. E questa, la rigenerazione urbana, strumento a volte capace di fare tanto, con poco.

La rigenerazione urbana è capace di ridare vitalità a quei piccoli luoghi interstiziali che si annidano nelle nostre città. Di cambiare, addirittura, la veste di una parte di città attraverso piccoli interventi scaturiti da percorsi in cui non è l’ingente disponibilità di risorse il fattore chiave per la concretezza del progetto: ma la capacità, appunto, di immaginare e realizzare.
La ”rigenerazione dei limiti”, potremmo definirla, porta in sé il privilegio della sperimentazione, della capacità di reinventarsi e di immaginare fuori degli schemi, per riuscire a creare qualcosa di tangibile, a vantaggio di tutti.
Alcuni esempi che riportiamo, aiutano a capire come l’immaginazione, unita al pragmatismo del riuso ecologico di materiali e spazi, può innescare cambiamenti dello spazio urbano capaci di promuovere attivazione e senso di socialità fra le persone.
Seul Urban Pinball Machine
Siamo abituati a vedere i flipper all’interno di bar, o attraverso il display di un pc, ma cosa succede quando si installa un flipper sul tetto di un museo? È successo a Seoul, Corea del Sud. Nato come un progetto temporaneo, che intendeva rianimare la città dopo le restrizioni dovute alla pandemia, il Seul Urban Pinball è un parco/piazza realizzato sul tetto della Seoul Hall of Architecture & Urbansim, progettato per far rivivere il contesto rubano storico del quartiere più antico della città. Il progetto sperimentale, nato come occasione per realizzare nuovi spazi pubblici senza la necessità di costruire con ingenti risorse e grandi progetti architettonici, sfrutta la pendenza per il moto della “pallina”, che in questo caso, è ben più grossa di quella a cui siamo normalmente abituati quando si parla di flipper. La palla rimbalza fra i vari “ostacoli”. Chi avvia la pallina diventa così l’esecutore del gioco, mentre le altre persone presenti diventano spettatori di un’occasione di partecipazione che crea quasi una dinamica teatrale, gli spettatori possono anche intervenire durante il gioco, sedersi, spostarsi all’interno del “palcoscenico” e creando una dinamica di “gioco urbano collettivo”.
Escadinhas Footpaths: i sentieri di Matosinhos
Una rete di sentieri pedonali collega il quartiere collinare di Monte Xisto, a Matosinhos, in Portogallo, con il fiume Leça. Si tratta di un progetto di rigenerazione urbana che si è posto l’obiettivo di dimostrare che, con poco, è possibile apportare vantaggi e soluzioni innovative di recupero anche nei quartieri più nascosti e trascurati delle città. Il progetto è stato realizzato attraverso modalità di co-partecipazione con gli abitanti del luogo, coinvolti nelle lavorazioni. Gli spazi, fra i giardini pubblici e i terreni privati, sono stati dotati di panchine e le scalinate, una volta colorate e recuperate, sono diventati così anche luoghi di riposo e sosta, e non solo dispositivi di attraversamento. Un vecchio rudere che costeggiava la scalinata è stato recuperato diventando così una sorta di salotto naturale, immerso nel verde del sito. Il percorso che unisce il quartiere Matosinhos al fiume Leça è diventato non solo un luogo di passaggio, ma anche e soprattutto un luogo di socializzazione, di comunità. Dimostrando, che anche un po’ di colore, qualche seduta e l’immaginazione è possibile creare “percorsi” di attivazione sociale capaci di migliorare la vita delle persone e i loro quartieri.
One Green Mile, Bombay India

Il Senapati Bapat Marg è un cavalcavia che fa parte di una serie di strade principali, nel cuore della metropoli indiana di Bombay. Se la parte superiore è attraversata dalle auto, la parta inferiore risultava, come spesso accade per questo tipo di infrastrutture, inutilizzata. Da qui, l’idea di realizzare un parco urbano sotto il cavalcavia. La parte più trasformativa del One Green Mile consiste in uno spazio comunitario che vuole rispondere alla mancanza di aree verdi e di sosta del sito.
Il design include strisce blu che hanno l’obiettivo di creare un’identità visiva coesa e un’esperienza spaziale urbana, unite a piccole colline per fornire tridimensionalità allo spazio. Spazio che è diviso in tre sezioni, o stanze: lounge, una palestra attrezzata, un’area salotto ombreggiata che può anche essere utilizzata come sala lettura o per spettacoli. Il verde è un elemento fondamentale per il progetto. Oltre a mitigare gli effetti dell’inquinamento acustico e dell’aria, ha un importante effetto nel rinfrescamento dell’area e, inoltre, arricchisce uno spazio prima esclusivamente fatto di cemento, di biodiversità urbana.
Il progetto dell’area ha anche un’altra, fondamentale, funzione: migliora i collegamenti per ciclisti e pedoni, e quindi per le persone. Strisce pedonali luminose, inoltre, migliorano la segnalazione e favoriscono, oltretutto, la sicurezza del luogo. Il One Green Mile dimostra che, con poco, è possibile fare molto. In grosse città come Bombay, in cui il traffico è una costante e le grandi infrastrutture stradali spesso, hanno l’effetto di dividere le comunità – passando letteralmente sopra i quartieri – saper sfruttare gli spazi lasciati vuoti da tali infrastrutture significa riunire, riconnettere le comunità: “e se ci aspettassimo che le autostrade restituiscano qualcosa ai luoghi che attraversano? Un cavalcavia può fornire un po' d'ombra in una città calda e crea una piccola area di terreno che non può essere sviluppata con edifici alti. Non è un'idea così folle trasformarlo in uno spazio pubblico". Ha affermato Stefan de Koning, dello studio architettonico MVRDV, che ha curato il progetto.
Gli esempi riportati, dimostrano che cambiare volto, colore, funzione e fruibilità delle città è possibile. Ed è possibile attraverso due fondamentali ed irrinunciabili risorse: la creatività e l’ascolto. Per il resto, la rigenerazione e l’agopuntura urbana posso fare davvero tanto, a volte, con pochissimo.
Per approfondire:
Arch Daily - Community Growth Through Architecture: Maximizing Limited Resources for Positive Impact
Escadinhas Footpaths - EUMiesAward
La rigenerazione urbana è anche urbanismo di genere
In passato, l’espansione urbana e la conformazione delle città europee, si è basata sulle necessità di uno specifico target sociale, lasciando indietro grosse fette di popolazione. Oggi, la presa di coscienza verso una maggiore inclusività per diverse fasce della popolazione costringe ad un ripensamento nella conformazione delle nostre città e dei suoi servizi.
Abbiamo già scritto, in passato, di come una città debba essere in grado di rispondere alle esigenze sia della popolazione più anziana, sia di quella più giovane. Anche le donne e le bambine necessitano di un urbanismo capace di rispondere ai loro specifici bisogni. Tuttavia, non si tratta di cambiare le città secondo un “target” specifico (donna, bambini, anziani, uomini), ma secondo una visione più ampia ed inclusiva. Le città del passato sono costruite secondo «un format, a un'abitudine nel modo di concepire le strutture urbane, a un'inerzia del pensiero, a un limite della visione propria di chi è al comando.” secondo Elena Granata, autrice de “Il senso delle donne per la città”. Oggi, invece, è necessaria una visione interstiziale capace di garantire a tutte le persone le condizioni migliori per potersi spostare e vivere liberamente nella propria città.
E per farlo, è necessario prima capire le criticità da affrontare. Attraverso l’ascolto.
Gli ambiti su cui agire e alcuni esempi
Sono molteplici gli ambiti di intervento su cui è possibile agire per rendere una città, un quartiere e più in generale lo spazio pubblico, capace di rispondere alle necessità della popolazione femminile.
Uno fra questi è l’illuminazione. Zone buie o mal illuminate rappresentano una delle maggiori preoccupazioni per le donne, aumentando i timori per aggressioni e violenze. Arup riporta che, negli Stati Uniti, la riduzione dei costi condotta attraverso la diminuzione dell’illuminazione è coincisa con un aumento delle molestie e della violenza nei confronti delle donne. Per ovviare a questo problema, secondo la scrittrice Leslie Kern, sarebbe opportuno trovare un equilibrio sulle zone in cui poter spegnere l’illuminazione, attraverso la consultazione di quei gruppi sociali che potrebbero essere colpiti negativamente da queste decisioni. Così come l’impiego di sensori di movimento o l’illuminazione a led a basso consumo. In questa direzione, stanno facendo bene le città di Vienna e Umea, in Svezia. Nella capitale austriaca, sono più di 60 i progetti di rigenerazione che coinvolgono, direttamente nella progettazione, donne e ragazze: “hanno ridisegnato parchi, attraversamenti pedonali, allargato marciapiedi e riattivato aree che magari erano completamente devitalizzate”. Perché, ovviamente, non è solo questione di luce. Marciapiedi, attraversamenti pedonali ben segnalati sono fondamentali, soprattutto per quelle donne – ma anche per anziani, bambini o per chi si trova in una condizione di mobilità ridotta – con passeggini o bambini al seguito. Anche la socialità fa da scudo contro il pericolo di violenze, rendere un quartiere o una strada più viva e vivace, significa anche renderla più sicura per tutte e tutti. Nasce da questo presupposto Lev!, il tunnel di Umea, un passaggio pedonale e ciclabile lungo 80 metri. Il design è stato realizzato per favorire l’inclusività e la sicurezza. Gli angoli smussati assicurano visibilità, così come l’illuminazione naturale. Mentre le opere d’arte e le installazioni partecipano a rendere il luogo un’attrazione turistica, rendendolo vivo e frequentato.
Un altro tema cruciale, verso una maggiore inclusività delle donne, è rappresentato dalla mobilità. La ricerca di Arup riporta che uno studio condotto su 28 città globali rileva che le donne hanno il 10% in più di probabilità di sentirsi insicure in metropolitana, il 6% sugli autobus. Analogamente nelle stazioni. Per ovviare a questo problema, a Quito, in Ecuador, gli operatori del trasporto pubblico hanno realizzato in vetro trasparente i corridoi che collegano le aree d’attesa ai mezzi pubblici. Così come a Las Vegas, la commissione regionale del Nevada ha installato e aggiornato i sistemi di illuminazione in circa 1400 fermate. Aumentando il grado di sicurezza delle donne.
Le iniziative in Italia
Anche l’Italia, seppur in ritardo, si sta muovendo verso la creazione di progetti che mirano ad aumentare il sentimento di sicurezza per le donne e, di conseguenza, per tutte le fasce di popolazione che possano sentirsi escluse o insicure. E la chiave è sempre l’ascolto.
L’iniziativa “Spatium Urbis” promossa dalla Commissione Pari Opportunità del comune di Roma intende raccogliere punti di vista sulla città che possano cambiare lo spazio urbano in un’ottica di genere. «Una città delle donne è un vantaggio per la collettività intera, in termini di luoghi ad accessibilità sicura, vivibilità e convivenza democratica». L’iniziativa romana trae diretta ispirazione dall’esempio di Milano. Sex and the City è un’associazione di promozione sociale che osserva la città da un punto di vista di genere, realizzando progetti – sia teorici che pratici – in un’ottica di co-progettazione e di ascolto, sotto la lente della giustizia femminile. Nel 2024 hanno pubblicato “Libere, non coraggiose. Le donne e la paura nello spazio pubblico”, una ricerca capace di dimostrare il ruolo della pianificazione urbana nell’affrontare la paura delle donne che attraversano la città. Sempre da Sex and the City nasce la ricerca Milano Gender Atlas, commissionata da Milano Urban Center. Il lavoro si propone di “decostruire lo spazio urbano contemporaneo milanese attraverso lenti di osservazione specifiche che consentano di leggere le risposte offerte alle esigenze delle donne e delle minoranze di genere”.
Il cambiamento delle città, verso una maggiore capacità di rispondere alle necessità delle donne – e, così facendo, di tutte le persone - non può che avvenire secondo una «pianificazione dell’ascolto, del coinvolgimento degli abitanti, di una razionalità incrementale che procede per luoghi e progetti”. E questo, è il significato più alto di rigenerazione urbana, condotta attraverso la lente dei bisogni di tutte le persone che vivono la città, i suoi quartieri e le sue strade. Rigenerazione urbana che può essere condotta anche in scala minuta, attraverso piccoli interventi “tattici”, così come alcune donne hanno già fatto: «escluse dalla pianificazione urbanistica si sono dedicate alla scala minuta, granulare, del design dell’abitare e della vita quotidiana, progettando spazi di prossimità e di benessere». Un po’ come Jane Jacobs, che ha fatto dell’osservazione delle “questioni semplici e comuni”, dei quartieri, delle strade e dei parchi, il metodo per “un’educazione urbana e una progettazione incentrata sulle esigenze della comunità”. Ed è questo metodo che va incentivato, per rendere le nostre città capaci di rispondere ai bisogni di tutte le persone.
Per approfondire:
Brand for the City - Città della Longevità: un processo evolutivo dello spazio urbano
Brand for the City - Rendere le città più inclusive per i bambini
Elena Granata – Il senso delle donne per la città, Einaudi
Arup - Cities Alive: Designing cities that work for women
Economiacircolare.com – Città femministe come nuovi mondi urbani e naturali. Intervista a Leslie Kern
Il Fatto Quotidiano - “La paura nello spazio pubblico esclude le donne e le limita. Dobbiamo cambiare le città (dalle luci alla gestione della notte): ecco come”
Smart City Sweden - Umeå builds for everyone and attracts gender equality tourism
Comune di Roma - "Spatium urbis", indagine per uno spazio pubblico vivibile e sicuro
Doppiozero – La città delle donne
Elle Decor – Jane Jacobs, l’attivista americana che ha cambiato il modo di guardare le città
Lo sport che connette: la prima iniziativa nazionale di Sport Urbanism diffuso
Brand for the City, società dedicata all’ideazione, progettazione e realizzazione di progetti di Brand Urbanism e Fondazione SportCity – think tank indipendente che mira a stimolare un cambiamento culturale nella visione dello sport italiano, attraverso progetti sportivi in ambito urbano - lanciano l’iniziativa “Lo Sport che connette”: la prima iniziativa nazionale di rigenerazione urbana a tema sport.
Il progetto ha l’obiettivo di promuovere la riqualificazione urbana di spazi pubblici all’aperto da destinare alla pratica sportiva, libera e gratuita, a beneficio di tutti i cittadini e alle persone di ogni età: come primo passo Brand for the City e Fondazione SportCity inizieranno da oggi un lavoro di mappatura nazionale dei luoghi, spazi e impianti sportivi all’aperto che (con il benestare delle pubbliche amministrazioni locali) potrebbero essere oggetto di rigenerazione.
Il secondo passo sarà quello di rilanciare un invito alla partecipazione ad aziende e brand che, avendo a cuore i propri territori e comunità, volessero adottare un progetto specifico di Sport Urbanism: come fatto da Agos che – attiva nello Sport Urbanism dal 2021 – nel prossimo settembre inaugurerà a Torino il suo settimo spazio sportivo rigenerato nell’ambito del suo progetto Parchi Agos Green & Smart.
L’iniziativa nasce dal presupposto che il diritto allo sport è sancito dall'articolo 33 della Costituzione a cui sono stati aggiunti i seguenti commi: “La Repubblica riconosce e favorisce il diritto allo svolgimento dell'attività sportiva e ricreativa”. Ciò nonostante, gli ultimi studi e ricerche vedono l’Italia tra gli ultimi paesi OCSE per disponibilità di spazi sportivi gratuiti:
- Secondo i dati dell’Osservatorio Valore Sport (del febbraio 2024) redatto da The European House Ambrosetti, l’offerta sportiva di un territorio è una delle principali determinanti per poter favorire la pratica sportiva dei propri cittadini di ogni età: ma in Italia - tra gli impianti sportivi presenti e attivi sul territorio che risultano essere il 22% in meno della media europea - il 44% risulta obsoleto perché costruito negli anni ’70 e ’80 e l’8% (nel Mezzogiorno fino al 20%) non sono effettivamente utilizzabili.
- Il rapporto dell’Osservatorio evidenzia anche la sedentarietà dei bambini, rispetto a cui l’Italia si posiziona come peggior Paese OCSE, con un tasso del 94,5% di bambini tra 11-15 anni che non raggiungono un adeguato livello di attività fisica (rispetto a una media OCSE dell’86,3%).
Il fatto che il nostro paese sia fra gli ultimi Paesi in Europa a garantire un adeguato grado di accessibilità ad impianti sportivi all’aperto gratuiti non ha solo ricadute negative sulla salute pubblica (il costo sanitario della sedentarietà equivale a 4,5 miliardi), ma anche sulle opportunità e sugli spazi (non digitali) di socializzazione di cui le giovani generazioni hanno molto bisogno: gli effetti negativi della crisi pandemica sulla capacità dei nostri giovani di connettersi e relazionarsi empaticamente (non solo in via digitale) sono sotto gli occhi di tutti e rigenerare spazi e luoghi da dedicare allo sport, come strumento di valore per favorire la relazione, la socializzazione e la “ri-connessione” tra individui, gruppi e comunità in tutti i quartieri d’Italia, è un’opportunità alla quale non si può rinunciare.
Per Claudio Bertona, CEO di Brand for the City “è tempo di dare la possibilità di tornare a giocare e fare sport all’aperto, sapendo di trovare, magari sotto casa, luoghi accoglienti e sicuri, in cui riconnettersi con la propria comunità”.
“Quando associazioni, enti o fondazioni si uniscono al privato per realizzare qualcosa di utile, se non addirittura necessario, per il benessere dei cittadini, la sfida è vinta in partenza. L'iniziativa che abbiamo lanciato insieme a Brand for the City è semplice quanto innovativa”afferma Fabio Pagliara presidente di Fondazione SportCity, mentre per il campione olimpico e oggi allenatore di salto in lungo Fabrizio Donato “insieme, istituzioni, aziende e sportivi possono fare la differenza”.
Brand for the City e Fondazione SportCity sono aperti ad accogliere qualsiasi manifestazione d’interesse da parte di brand e aziende interessate all’iniziativa.
Per approfondire:
Brand for the City nasce nel 2021, con la volontà di rendere possibile il dialogo tra il mondo dell’impresa e quello della rigenerazione urbana e dell'attivazione sociale. L’obiettivo è di trasformare gli ambiti urbani da spazi che dividono in luoghi che uniscono.
Fondazione SportCity opera in svariati ambiti per promuovere benessere e socialità attraverso lo sport. Dalla ricerca, alla promozione e sviluppo di partnership e alleanze sportive, fino all’organizzazione di eventi. È sua l’idea di promuovere la “Repubblica del Movimento”.
Foreste urbane, biodiversità e uno scudo contro le isole del calore. I vantaggi del depaving
«Sembra di liberare il suolo», ingabbiato com’è, dopo i furiosi anni di urbanizzazione, da cemento e asfalto.
A pronunciare questa frase è stata Katherine Rose, in un’estate in cui lei e altre 50 persone hanno rimosso quasi 2000 mq di cemento dal terreno di una chiesa di Portland, Oregon. Ed è proprio dalla città americana, vittima di un progressivo innalzamento delle temperature, che nasce, nel 2008, l’associazione Depave, di cui Katherine Rose ricopre il ruolo di communication and engagement coordinator.
Nata come associazione volontaria, sul sito di Depave si legge che l’associazione vuole “immaginare una città sostenibile come un luogo in cui le persone e la fauna selvatica coesistono e prosperano tra aria pulita, acqua pulita, robuste foreste urbane, agricoltura locale e comunità sane”.
La tecnica per raggiungere questi risultati è la depavimentazione (o depaving, da qui il nome dell’associazione) ovvero, il processo per cui si eliminano cemento e asfalto per favorire il suolo naturale e la ricrescita della vegetazione con tutti i vantaggi che ciò comporta. Un movimento, quello della depavimentazione che si sta espandendo sempre di più in varie città del mondo.
Un processo dai risultati concreti
Liberare, per usare l’espressione di Rose, porzioni dello spazio urbano da cemento e asfalto per favorire il suolo naturale ha effetti positivi e concreti su più aspetti. Dalla salute e benessere delle persone, alla “funzionalità” e resilienza della città.
Il terreno naturale è un ecosistema vivo, in cui può prosperare la vegetazione. All’interno di una città, maggiore vegetazione significa ridurre gli effetti – sempre più pesanti – delle isole di calore. Le piante sono infatti capaci di assorbire calore, mentre asfalto e cemento partecipano sensibilmente all’aumento delle temperature. La depavimentazione è quindi un ottimo strumento di difesa contro le ondate di calore, i cui risultati sono concreti e misurabili.
Uno studio della NASA, che ha avviato una collaborazione proprio con l’associazione Depave, ha dimostrato l’impatto della tecnica sulla città di Portland. I risultati sono sorprendenti: quattro siti su sei in cui l’associazione ha condotto lavori di depavimentazione hanno mostrato una sensibile diminuzione delle temperature superficiali, raggiungendo, in un caso, una diminuzione della temperatura media di oltre 7°F.
Per diretta conseguenza dell’abbassamento della temperatura, si assiste anche ad un abbassamento delle emissioni di carbonio. Città naturalmente più fresche, infatti, hanno bisogno di meno energia per essere raffreddate artificialmente, quindi una riduzione dei consumi, ad esempio, dei condizionatori. Inoltre, le piante e gli spazi verdi fungono da pozzi di assorbimento della CO2: si riduce così l’inquinamento atmosferico e si aumentano i benefici per la salute delle persone, soprattutto per quanto riguarda le malattie respiratorie. Le attività di depavimentazione possono inoltre favorire la socializzazione e il benessere psicologico delle comunità. Come insegna l’associazione Depave, spesso i lavori sono condotti da volontari e persone che si auto-organizzano collettivamente. Tuttavia giardini, parchi e verde urbano hanno un effetto positivo sull’umore delle persone anche se queste non sono coinvolte nella loro realizzazione. Un'oasi verde può facilmente diventare un luogo di socializzazione, ed anche esteticamente partecipa a migliorare l’ambiente circostante.
Depavimentare, inoltre, ha un diretto effetto sulla salute della biodiversità, sul suo aumento e sulla sua ricchezza. Nel West End a Londra, sono stimate tra le 20 e le 40 coppie nidificanti di codirosso spazzacamino. Un uccello selvatico che ha sta ri-popolando una delle zone più trafficate di Londra, senza che sia stato reintrodotto dall’uomo. Grazie ad interventi di depavimentazione e lo sviluppo di corridoi verdi ravvicinati (ad esempio, fra un parco, una zona verde e un tetto piantumato), l’uccello è tornato a vivere un territorio su cui era sparito naturalmente.
Ultimo, ma non meno importante, dei vantaggi prodotti dalla depavimentazione è quello di rappresentare un importante scudo contro gli effetti del cambiamento climatico. Il già citato effetto sul calore non è infatti l’unica conseguenza positiva che l’eliminazione di cemento e asfalto porta con sé. La pavimentazione dura ha il difetto di essere impermeabile, mentre il suolo naturale, grazie alla sua capacità di assorbire l’acqua, può rendere le città “spugnose” e prevenire gli effetti delle inondazioni provocate dalle piogge estreme che sempre più spesso si verificano.
Un movimento in crescita
Da quando Depave ha iniziato la sua attività nel 2018, sono tante le città e i cittadini che stanno, fortunatamente, adottando la depavimentazione come tecnica per migliorare lo spazio urbano.
In Canada, Depave Paradise trae diretta ispirazione dai colleghi di Portland e i suoi progetti hanno già liberato da asfalto e cemento 16.385 mq di territorio. Il programma dell’amministrazione londinese, “De-pave your garden” invita i cittadini a “rinverdire” i loro patio, per rendere Londra più verde, salubre, capace di resistere alle alluvioni, fresca e accogliente per le specie selvatiche.
A Parigi invece, un ambizioso progetto sta rendendo Place de Catalogne una foresta urbana di grandi dimensioni. Sono già stati piantumati 470 alberi. Il calcestruzzo, si legge, “ha lasciato posto a 4.000 mq di foresta” . Lovanio, in Belgio, stima che la rimozione di 6800 metri quadri di cemento ha consentito l’infiltrazione di 1,7 milioni di litri d’acqua, proteggendo la città sia dalle piogge intense che dalla siccità.
Anche Milano sta avviando sperimentazioni e soluzioni che prevedono la depavimetnazione, per contrastare gli effetti del cambiamento climatico e migliorare lo spazio urbano della città. Il Piano Arie e Clima prevede numerosi interventi di sperimentazione e progetti pilota, attraverso una mappatura di possibili luoghi in cui agire attraverso depavimentazione, individuando circa 249.000 metri quadri su cui potenzialmente intervenire.
La depavimentazione è una tecnica relativamente semplice, ma sicuramente efficace, e che consente alle città di rinascere nel loro profilo “verde”. In modo da resistere così alle conseguenze del surriscaldamento e di migliorare la vita non soltanto dei cittadini, ma anche di flora e fauna.
Per approfondire:
The cities stripping out concrete for earth and plants - BBC
Portland Urban Development - NASA
How do you bring wildlife back to the city? - BBC
The 'spongy' cities of the future - BBC
De-pave your garden - London Assembly
Une forêt urbaine prend vie place de Catalogne - Paris
La rivincita della natura sugli spazi di cemento - La Svolta
Piano Aria e Clima - Comune di Milano
L’importanza dello spazio pubblico, motore di socialità
Immaginate di essere il sindaco di una piccola cittadina e di disporre una carta (o un’ordinanza) che vuole limitare l’utilizzo dello smartphone in quattro luoghi dello spazio pubblico. Sembra un’esagerazione, ma in realtà è successo: a Seine-Port, piccolo comune francese di quasi 2.000 abitanti. E non si tratta di “una legge” liberticida, anzi: è stata proprio la popolazione, attraverso un referendum indetto dallo stesso sindaco, a rendere concreto il volere della maggioranza degli abitanti. Sono quattro i luoghi «nello spazio pubblico in cui abbiamo limitato l'uso degli smartphone, che ci sembrano rispondere a problemi di vita sociale e di sicurezza per i bambini: davanti alle scuole, i genitori degli studenti devono parlare tra loro e i bambini devono vedere i bambini parlare tra loro, mi sembra essenziale» sono le parole del sindaco.
Il provvedimento è ovviamente più simbolico che effettivo, e non prevede nessuna sanzione. Quello su cui però vale la pena riflettere è come si è arrivati a questo punto. Alla necessità – seppur simbolica – di legiferare per favorire l’interazione sociale. Di certo la colpa non è esclusivamente dei dispositivi. C’è un crescente bisogno di comunità, accentuato sicuramente dopo l’esperienza – per molti traumatica – dei lockdown. E su cui studi e ricerche sembrano concordare.
Il bisogno di Comunità
Durante il lungo soggiorno negli Stati Uniti, Alexis de Toqueville non poté fare a meno di notare una peculiarità degli abitanti americani del diciannovesimo secolo: la loro capacità naturale di socializzare e di creare associazioni: «di mille tipi diversi... religioso, morale, serio, futile, molto generico e molto limitato, immensamente grande e molto minuto». Tuttavia, questa capacità sembra essersi arrestata progressivamente. Secondo un recente articolo de The Atlantic, dal 2003 al 2022, gli uomini americani hanno ridotto le loro ore di socializzazione del 30%, e si sale al 35% per le persone che non hanno una famiglia. E non basta la socializzazione digitale anzi, per certi versi ne è anche la causa. “La solitudine moderna si maschera da iperconnetività” scrive Rosie Spinks. Il bisogno di comunità continua a crescere, infatti, anche se si dispone di migliaia di “amici digitali”. Secondo VML, nel report Future 100, globalmente il 71% delle persone sostiene che la solitudine è un’epidemia, ed è necessario trovare delle soluzioni. Come?
Ci sono varie esperienze e sperimentazioni che stanno provando ad invertire il trend negativo. Esperienze che provengono dall’associazionismo, dal modo di ri-pensare la città e le funzioni dello spazio pubblico, così come dai brand che, sempre secondo la ricerca di VML, possono contribuire per il 20% a creare un senso di community.
Il ruolo della rigenerazione urbana per le comunità
La rigenerazione urbana può essere un potente vettore di socialità e di stimolo nella creazione o nell’ampliamento della comunità. Dagli interventi più grandi a semplici, piccoli interventi di rammendo urbano è possibile creare le condizioni di maggiore scambio per le persone, di abbattere le disuguaglianze. Di unire. A Medellìn, ad esempio, l’imponente “Biblioteca de España” sorge nel Barrio della città colombiana più segnato storicamente da violenza e degrado sociale. La biblioteca rientra nel più ampio progetto di architettura sociale voluto dall’amministrazione, nel tentativo – riuscito – di cambiare la storia della città. La Biblioteca di Spagna è diventato il simbolo della trasformazione sociale e urbana di Medellìn, guidato da un rinnovato senso di comunità, di libero accesso alla cultura e di scambio fra le persone. Oggi anche gli abitanti di quello che è ancora uno dei quartieri più poveri dell’intera Colombia possono accedere, liberamente, alla libreria e alla cultura che essa contiene.
Diversamente, a Parigi, il percorso della sua trasformazione in città dei 15 minuti parta anche dall’importanza della socializzazione vicino le scuole. Il progetto di creazione di 300 strade scolastiche – di cui già quasi 200 realizzate - sta cambiando radicalmente l’approccio dell’”andare a scuola”. Non solo per la sicurezza stradale dei bambini, ma di tutta la popolazione. Anziani, genitori e gli stessi bambini hanno così l’opportunità di vivere un tragitto, grazie alla pedonalizzazione e agli espedienti di urbanistica tattica che permettono una rinnovata fruizione dello spazio urbano adiacente agli istituti scolastici. E vivere significa anche, e soprattutto, socializzare: attraverso il gioco, attraverso il sentirsi al sicuro o banalmente, lo scambio di qualche battuta. 
La rigenerazione urbana può intervenire anche nel recupero urbano di spazi dedicati allo sport o nella loro nuova creazione: d’altronde lo sport è, da sempre, veicolo di socialità e di comunità. Un esempio è il progetto Parchi Agos, che attraverso la rigenerazione di 7 parchi lungo tutta Italia e il coinvolgimento attivo delle associazioni del luogo, conduce eventi di socializzazione e sport all'aria aperta. La rigenerazione dei parchi, inoltre, assicura alle città nuovi spazi verdi e dimostra che l’impegno dei brand è possibile ed auspicabile.
Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Tuttavia, una riflessione dello scrittore Jeremy Williams fa capire quanto, anche un piccolo intervento di cura urbana e di rigenerazione possa essere un’importante opportunità di creazione di socialità.
Williams, in questo suo pezzo, spiega perché, almeno fino al lockdown, non aveva ceduto alle richieste di un trampolino elastico da giardino provenienti da sua figlia: «guardando fuori dalla finestra della camera da letto di mia figlia, posso vedere un totale di sette diversi trampolini nei giardini sul retro. Quasi tutte le famiglie con bambini ne hanno uno […] Nel frattempo, il parco giochi dietro l'angolo cade a pezzi silenziosamente. Di solito è vuoto quando ci andiamo. Quando le altalene si sono rotte anni fa, il consiglio ha tolto il telaio piuttosto che sostituirle.»
Forse, se quelle altalene fossero state riparate o sostituite, i bambini del vicinato di Williams avrebbero potuto giocare insieme, fuori dalla solitudine dei loro rispettivi giardini.
Per approfondire:
The Atlantic - Why Americans Suddenly Stopped Hanging Out
Rosie Spinks – The friendship problem
AV - Spain Library Park, Medellín
Rivista Studio – Esiterà mai una città dei 15 minuti?
Streetfilms – Paris School Streets: safe for children, safe for everyone
The Earthbound Report – Every child on their own trampoline
La rigenerazione urbana e l’attivazione sociale come scudo contro la gentrificazione
Sul termine “rigenerazione urbana” spesso si posa un alone di incomprensioni che non ne permette la visione limpida del suo significato. Complice un vuoto sia giuridico che linguistico, almeno in Italia, tale da non circoscriverne in modo univoco cosa voglia dire, e fare, “rigenerazione” urbana.
La Treccani sostiene che la rigenerazione urbana va intesa più come una pratica multidisciplinare, che non è fatta «semplicemente di mattoni e malta. Il suo obiettivo è il benessere fisico, sociale ed economico di un territorio; è la qualità della vita negli ambiti insediativi interessati». Tanto che negli anni, la rigenerazione urbana – con i suoi molteplici significati inglobati - “ridisegna i suoi modelli di intervento» e punta al miglioramento delle condizioni ambientali, culturali e sociali attraverso «livelli di partecipazione da parte degli abitanti e forme innovative di partenariato pubblico e privato.”
Troppo spesso, la rigenerazione urbana è stata accostata al fenomeno della gentrificazione. Fenomeno che, attraverso la riqualificazione fisica di quartieri, aree urbane e porzioni di città, pur, a volte, imprimendo un cambiamento positivo sul piano estetico/strutturale lo stesso cambiamento non avviene sul piano sociale. La gentrificazione, infatti, esclude dal suo intervento le classi meno abbienti, spesso producendo un effetto di esclusione, di marginalizzazione e di allontanamento dei vecchi abitanti verso l’esterno della nuova area riqualificata. Questo avviene, principalmente, a causa di interventi calati dall’alto, senza che ci sia stato preventivamente un lavoro di ascolto delle necessità degli abitanti, delle comunità.
La rigenerazione urbana, se condotta attraverso un ascolto attento delle necessità e dei bisogni della popolazione, è in grado di migliorare lo spazio pubblico includendo, non escludendo. Di trasformare in meglio un’area ascoltando prima e agendo poi in modo da valorizzare le differenze di culture e le possibilità di accesso degli abitanti. O di porre rimedio, attraverso interventi interstiziali di urbanistica tattica, ai danni della gentrificazione già in atto.
Attraverso quattro esempi differenti riportati, vediamo come la rigenerazione urbana e l’attivazione delle comunità su cui l’intervento agisce, può essere un rimedio agli effetti della gentrificazione, o come può prevenirne il realizzarsi.
Lo spazio pubblico in Cina
Le grandi città della Cina hanno vissuto un importante espansione urbana e di riqualificazione di aree, oggi diventati luoghi commerciali o residenziali. Gli effetti di questa gentrificazione non hanno “soltanto” provocato un allontanamento delle comunità meno abbienti, ma hanno anche ridotto drasticamente i luoghi per la vita urbana: strada e piazze non sono più luoghi per la socializzazione e l’interazione, ma porzioni di spazio urbano di “passaggio” fra un negozio e l’altro. Per rispondere alla necessità di ritornare al concetto di spazio pubblico come luogo di incontro e socialità, interventi di rigenerazione urbana stanno provando ad arginare gli effetti della gentrificazione. Ad esempio, nel quartiere commerciale di Shangai, Zhabei Qu, un’azienda ha commissionato un intervento volto alla creazione di uno spazio per la socializzazione. Un luogo in cui le persone di tutte le età possono giocare, praticare sport o semplicemente sedersi a riposare.
Il Red Planet è un’installazione, un intervento di urbanistica tattica che restituisce al quartiere una nuova porzione di spazio pubblico. L’area di Red Planet include un campo da basket, un parco giochi, una piattaforma per l’arrampicata, uno scivolo, alcune sedute. Il colore rosso aumenta l’attrattività dell’installazione, che è diventata un’area di ritrovo non solo per i fruitori dell’area commerciale, ma anche per i residenti di un quartiere estremamente “povero” di spazi all’aperto gratuiti e liberamente fruibili.
Sempre a Shangai, ad Anfu Road, Urban Bloom si configura come un esperimento, nel rispondere alle esigenze di spazio urbano delle persone, nell’intersezione di grattacieli e cemento. Urban Bloom sorge in un’area precedentemente designata come parcheggio, oggi è invece un giardino urbano che risponde alla crescente necessità di spazi verdi, in una megalopoli sempre più fitta. Il parco gioca sul concetto di naturale e artificiale, ed è costruito attraverso materiali artificiali (ma sostenibili) che possono assumere diverse conformazioni spaziali. In poco tempo, il giardino urbano di Urban Bloom è diventato il luogo di lezioni, di teatro all’aperto, di incontri casuali o, semplicemente, di pace.
Underline, Miami
Se gli interventi precedenti miravano a rispondere ai bisogni dei cittadini in quartieri in cui la gentrificazione ha già impresso i suoi effetti, il parco lineare Underline, a Miami, sta conducendo un lavoro opposto. Il parco sorge sotto il sistema di treni sopraelevati della città americana. Si tratta di un progetto definito come la “spina dorsale civica e sociale” della città. I creatori di Underline si sono impegnati nell’imprimere al progetto un carattere di co-creazione, attraverso incontri trimestrali con gli abitanti e la realizzazione di partnership con le associazioni locali. Per progettare un parco che non sia soltanto una “vetrina” verso una maggiore attrattività del quartiere, ma che sia invece capace di rispondere alle necessità, ai bisogni, e che rispetti le differenti culture degli abitanti che quel quartiere lo vivono già. Il team di Underline è ben conscio del rischio – come spesso accade con questi tipi di interventi - di una “gentrificazione verde”. A questo proposito, il completamento del progetto viaggia di pari passo con un lavoro di collaborazione e impegno – con tutti gli attori coinvolti nell’area - nello stringere accordi in modo da riuscire a mantenere stabili i prezzi delle abitazioni e dei servizi. Senza subire quindi, quell’impennata tale da escludere chi già vive quel luogo.
Il Parco Ferroviario di Philadelphia
A Philadelphia, un ambizioso progetto, cominciato nel 2018, consiste nella creazione di un lungo parco ricreativo, sfruttando lo spazio lasciato vuoto dall’abbandono di una linea ferroviaria sopraelevata. Il progetto Rail Park, seppur molto simile ad Underline, è peculiare per via del luogo su cui ricade. Infatti, la vecchia infrastruttura ferroviaria rappresentava quasi un confine divisorio fra due quartieri, e due comunità: Chinatown e Callowhill. Oltre a rendere fruibile l’area dismessa, il progetto mira anche ad unire due comunità una volta divisa dalla conformazione urbana. Comunità, quelle di Chiantown e Callowhill, che sono state attivamente coinvolte nella progettazione, in modo che la realizzazione del parco celebrasse le loro differenti culture e identità. L’organizzazione non-profit Friends of the Rail Park sta conducendo, parallelamente, un importante lavoro per contrastare il rischio di gentrificazione e le pressioni di spostamento, e preservare il patrimonio abitativo a prezzi accessibili, garantendo agli abitanti di lunga data e alle imprese circostanti di beneficiare equamente dei vantaggi che il parco apporterà sull’area.
La rigenerazione urbana può essere un potente strumento per arginare i rischi di gentrificazione, o per mitigarne gli effetti già in corso. Tuttavia, la sua efficacia è legata indissolubilmente all’attivazione e al coinvolgimento delle comunità, ovvero da chi più subisce gli effetti del processo di gentrificazione.
Come visto dagli esempi riportati, attraverso la collaborazione fra comunità, associazioni non profit ed aziende private, è possibile imprimere alle aree urbane funzioni d’inclusività, di trasformarle in luoghi che uniscono e non in spazi che dividono.
A questo proposito, Brand for the City ha lanciato una nuova iniziativa.
Re-Places è una open call, libera e gratuita, che ha l’obiettivo di facilitare l'incontro tra il Terzo Settore, le Comunità e le Imprese Private. Al fine di re-immaginare gli spazi che frequentiamo. Per trasformarli in luoghi più sostenibili, più equi, vivibili e accoglienti. E per ridare nuova vita ai contesti urbani in cui viviamo. Per scoprire di più su Re.Places, visita il sito web: www.re-places.com
Per approfondire:
La rigenerazione urbana sostenibile - Treccani
The Challenges and Opportunities of Urban Regeneration in Gentrified Areas of China - Arch Daily
Urban Bloom / AIM Architecture + URBAN MATTERS - Arch Daily
The High Line Effect: Transforming Abandoned Infrastructure in the United States - Arch Daily
L’importanza del colore nei processi di rigenerazione urbana - Brand for the City
Re.Places - Dai nuova vita ai luoghi che ami
Community-Oriented: il ruolo centrale della comunità nel miglioramento delle città latinoamericane
Durante una lunga permanenza in Sudamerica, il cantautore Lucio Battisti rimase colpito dalla capacità “di stare insieme” delle persone sudamericane. Tanto da dedicare, a quella forma di comunanza e socialità, un interno album. Appunto, Anima Latina.
Più recentemente, alcuni urbanisti statunitensi stanno prendendo come esempio la capacità delle comunità latinoamericane nel riuscire ad imprimere cambiamenti duraturi e positivi alle proprie città. Mettendo al centro il ruolo della socialità, creando connessioni e luoghi in cui l’inclusione partecipa a migliorare le città – storicamente percorse da episodi di violenza e disagio – in tutti i lori principali aspetti.
Lucia Nogales, ricercatrice e urbanista, nonché ex direttrice del progetto “Ocupa tu Calle” ha affermato: «Quello che ho scoperto in America Latina e ciò che manca qui (in Europa, ndr) è il senso della comunità, la comunità non è un'idea romantica, ma un concetto necessario per “ripensare come funziona la democrazia”».
E per ripensare il ruolo e le funzioni della città, si potrebbe aggiungere.
Attraverso gli esempi di tre grandi città sudamericane, Medellín, Bogotà e Città del Messico, ripercorriamo – in parte – alcuni dei progetti community-oriented che hanno permesso di trasformare queste città. Luoghi storicamente permeati da violenza e instabilità economico politica.
Seppure non tutti i problemi di queste metropoli siano stati risolti, è innegabile che alcuni dei progetti qui descritti abbiano partecipato a migliorare la qualità della vita delle città. Rendendole al tempo stesso interessanti agli urbanisti nordamericani. Se, infatti, amministrazioni e urbanisti del Nord America guardavano prima a Parigi, Amsterdam o Barcellona come esempi da seguire, adesso sono anche le città sudamericane a rappresentare una fonte d’ispirazione.
Combattere il crimine e le disuguaglianze con le Utopie: Città del Messico
Utopie è un progetto di rigenerazione urbana e sociale nella municipalità di Iztapalapa, Città del Messico. Si tratta del quartiere più numeroso della città, segnato da una lunga storia di violenza e povertà. Le Utopie - sigla la cui traduzione è Unità di Trasformazione e Organizzazione per l’Inclusione e l’Armonia sociale – sono una serie di parchi, centri sociali, hub culturali e strutture sportive in cui la gente del luogo può trovare supporto, svago, socialità o assistenza. I dodici parchi – ovvero quelli finora realizzati – hanno spesso strutture e forme stravaganti, che migliorano anche l’aspetto estetico del quartiere, e che hanno ridato luce a porzioni di tessuto urbano degradato e sottoutilizzato. Ma ciò che conta di più è quello che avviene al loro interno: sport e attività di socializzazione hanno determinato un abbassamento della criminalità, attraverso il coinvolgimento attivo della comunità. Che adesso dispone di luoghi in cui la diffusione della cultura, l’assistenza allo studio, una vasta gamma di servizi sociali e di svago permette una maggiore inclusione delle persone e le allontana da tutte quelle dinamiche criminose che, spesso, si diffondono proprio nella povertà dell’offerta di servizi. Parallelamente al progetto Utopie – che ha vinto anche un importante premio , va menzionato anche il progetto Pilares, che mira alla creazione di più di 200 piccoli centri comunitari. L’acronimo? Centri per l’Innovazione, la libertà, l’Arte, l’Educazione e la Conoscenza. Ovvero centri per le comunità.
La rinascita di Medellín: i parchi biblioteca e l’unione fra comunità

Se negli anni 90’ Medellìn era conosciuta come capitale del crimine, oggi è divenuta meta turistica e simbolo della rinascita delle città sudamericane. Ciò che ha cambiato profondamente la città sono stati i PUI, (Proyectos Urbanos Integrales) progetti che hanno previsto un’attenta pianificazione partecipata. E che sono andati ad intervenire, caso per caso, sui principali punti – sia fisici che sociali – di disagio per la città. Ad esempio, sono stati creati collegamenti fisici fra vari quartieri, soprattutto, fra i Barrio più isolati delle alture e quelli più in periferia. Ciò ha creato le condizioni per una maggiore unione fra le diverse comunità di Medellín, partecipando al miglioramento generale delle condizioni di vita delle persone, come avevamo già accennato in questo articolo. L’importanza della componente sociale e comunitaria è evidente anche nel lavoro di ascolto e partecipazione condotto con le persone. Ad esempio, in alcuni quartieri è emerso che la strada - visto il poco spazio pubblico destinato alle persone – era elemento centrale della rigenerazione, in quanto luogo per l’interazione sociale, l’intrattenimento e la connessione. Le comunità più povere e fragili di Medellín hanno potuto beneficiare della costruzione dei Parchi Biblioteca, centri di comunità e hub sociali che sono stati costruiti nei Barrios più disagiati, partecipando a combattere fenomeni quali l’abbandono scolastico e aumentando la diffusione di cultura. All’interno dei parchi biblioteca persone di tutte le età conversano, prendono lezioni di inglese. Giovani madri, in cerchio, ascoltano i consigli in un’infermiera, come racconta questo articolo di Pacific Standard.
Bogotà: ironia e Ciclovia
Il concetto di città dei 15 minuti è stato interpretato in modo “creativo” da Bogotà. La città ha traslato il concetto adattandolo alle necessità dei caregiver. A Bogotà, infatti, più di 1,2 milioni di donne prestano assistenza a bambini, anziani e a persone con disabilità gratuitamente, dedicando spesso la loro intera vita ad aiutare senza la possibilità, ad esempio, di diplomarsi. Il Care Blocks di Bogotà sorgono quindi vicino alle abitazioni delle caregiver e forniscono servizi gratuiti come istruzione, assistenza sanitaria e lavorativa. Finora hanno permesso a 12.000 donne di ottenere un diploma.
Ma la creatività di Bogotà non si esaurisce qui ma ricade anche sulla mobilità cittadina.
Bogotà è stata tristemente famosa per il suo traffico e l’alta mortalità stradale: così, dal lontano 1974, ogni domenica e giorno festivo, parte della città si trasforma in un laboratorio sociale di mobilità dolce. La Ciclovia di Bogotà, che ha continuato a crescere (nei km di strada dedicata esclusivamente a pedoni e ciclisti) è stata imitata da moltissime altre città come modello di riappropriazione della strada da parte delle comunità. E ancora oggi, sta continuando a rivoluzionare la mobilità della capitale colombiana. Insieme ad altri piccoli interventi, spesso molto ironici, come quando i corrotti agenti di polizia stradale furono sostituiti con dei mimi, che fingevano reazioni di tristezza ogni volta che qualcuno commetteva un’infrazione stradale. Alla fine, la gente cominciò a seguire le indicazioni stradali dei mimi.
Si potrebbero riportare molti altri esempi di come l’anima latina delle comunità sudamericane sia capace di imprimere cambiamenti duraturi nelle città. Esempi come Ocupa tu Calle dimostrano come il coinvolgimento delle persone in interventi di urbanistica tattica sia una chiave nel cambiamento della vita e dei luoghi delle persone. Così come le Community Kitchen in Perù dimostrano che l’unione e la mutualità fra persone della stessa comunità possono rilevarsi strumenti efficaci nel fronteggiare crisi anche gravi.
Il potere di cambiamento delle comunità sudamericane, e la loro influenza sulle trasformazioni urbane ha ispirato anche un libro intitolato Citizen-Led Urbanism in Latin America, che descrive le trasformazioni delle città latine attraverso l’impegno civico delle loro comunità.
Per approfondire:
LIBRARY PARKS FOSTER COMMUNITY IN COLOMBIA - Pacific Standard
Bogotà, Colombia. Health and Wellbeing - Bloomberg Cities Network
The Art of changing City - Antanas Mockus for The New York Times
The Urban Transformation of Medellín: A Case Study - Arch Daily
Also Migrating From Latin America: A Wave of Urban Innovation - Bloomberg City Lab
La concretezza è la comunicazione più efficace: trasformare un rischio percepito in un’opportunità
La sostenibilità è diventata un imperativo globale, capace di trainare cambiamenti nel modo di lavorare, decidere e comunicare delle aziende. Così come nel modo di scegliere ed orientarsi per i consumatori, sempre più decisi a seguire quei brand che dimostrano, attraverso scelte tangibili e un purpose chiaro, una maggiore sensibilità e concretezza verso percorsi di sostenibilità ambientale e sociale.
Tuttavia, c’è un fenomeno che potrebbe rappresentare un elemento di frenata verso la necessaria sensibilizzazione (e concretezza) alla sostenibilità ed è rappresentato dal green hushing ovvero il “silenzio” per paura delle potenziali conseguenze negative.
I dati sul fenomeno
Il green hushing è infatti un fenomeno piuttosto diffuso e si verifica quando le aziende, pur avendo intrapreso percorsi e progetti verso una maggiore sostenibilità, omettono di comunicare i progressi o i risultati delle loro iniziative. In questo modo, il green hushing rappresenta quasi l'opposto del più noto greenwashing, fenomeno tristemente noto – al contrario della controparte silenziosa – in cui le aziende comunicano in modo non veritiero finte azioni e risultati sostenibili.
Il green hushing, invece, nasconde tutti i progressi e le azioni mirate a percorrere un percorso di sostenibilità, creando un vuoto informativo che ostacola la trasparenza e la responsabilità aziendale.
Secondo i dati riportati dall’ultimo rapporto “Net Zero and Beyond” di South Pole – società di consulenza finanziaria - un’azienda su 4 tende a non comunicare le proprie strategie di sostenibilità. Il 70% delle società quotate in borsa, nel campione rappresentativo utilizzato da South Pole per le rivelazioni, ammettono di ricorrere al green hushing. Un dato che appare in evidente contraddizione con quello relativo all’aumento di budget destinato a politiche di riduzione dell’impatto ambientale: un incremento dell’86%. Per quanto riguarda l’Italia, su un 57% di aziende che intraprendono percorsi di sostenibilità, solo il 18% lo comunica all’esterno.
In sostanza, le aziende spendono in e attuano sempre di più percorsi di sostenibilità, ma ne parlano sempre meno.
Perché?
Il principale motivo risiede nei rischi che comunicando i risultati, i percorsi o le azioni mirate verso una maggiore sostenibilità, questi siano valutati insufficienti, o, peggio, non veritieri dai consumatori, dai partner o dagli stakeholder.
Il fenomeno è maggiormente diffuso, infatti, dalle piccole e medie imprese che non hanno le risorse per intraprendere politiche sostenibili su larga scala, o che non sono capaci di creare un team di comunicazione capace di diffondere efficacemente le azioni intraprese. Il green hushing rappresenta anche una forma di prudenza contro il rischio di essere accusati di green washing. In sostanza, è la paura di ripercussioni a frenare le aziende nel comunicare all’esterno i propri progressi in materia di sostenibilità.
Quali rischi e conseguenze derivano dal green hushing?
Il green hushing rappresenta una tendenza negativa perché capace di ostacolare il progresso e la creazione di standard di sostenibilità diffusi. Di ostacolare quelle forme di influenza e “contagio positivo”, per cui le aziende migliorano sempre di più le loro pratiche e il loro lavoro affinché possano raggiungere o superare i risultati dei concorrenti. Inoltre, la mancata comunicazione delle azioni aziendali intraprese per assicurare una maggiore sostenibilità ambientale – o sociale - può intaccare la reputazione e la fiducia da parte dei consumatori.
La comunicazione efficace delle azioni e dei progetti aziendali, in termini di sostenibilità, può essere poi un importante fattore culturale, capace di influenzare positivamente i comportamenti dei consumatori e dipendenti, educare ad una maggiore sostenibilità le persone e creare un substrato sociale più ricettivo verso buone pratiche, verso l’ambiente ma anche verso le altre persone.
In questo caso, il green hushing rappresenta un’occasione persa nel migliorare l’ambiente e la società in cui viviamo.
Concretezza e trasparenza le chiavi per una comunicazione della sostenibilità efficace
La trasparenza è la chiave per evitare che fenomeni come il green hushing possano rallentare o ostacolare la transizione verso la sostenibilità: ambientale, ma anche e soprattutto sociale. Il percorso verso la sostenibilità si compie anche e soprattutto attraverso la concretezza. Deve essere sempre più chiaro che fare è il nuovo comunicare. Le aziende devono essere capaci di dimostrare il loro impegno effettivo verso una società più sana e giusta. E per questo, è necessario coinvolgere le comunità, condurre progetti concreti capaci di lasciare un segno positivo nei territori su cui le attività delle aziende ricadono. Ed in questo, uno strumento imprescindibile è il Brand Urbanism: capace di creare connessioni feconde fra realtà private, amministrazioni e cittadini concretizzando l’impegno verso un futuro – ed un presente – più sostenibile per l’ambiente e le persone.
Perché la concretezza è la comunicazione più efficace e tangibile.
Per approfondire:
La pratica del Green Hushing: fare sostenibilità in silenzio – 3Bee
Troppi rischi, così la sostenibilità perde peso nella comunicazione – Il Sole 24 Ore
What Is Green Hushing? | Is It Worse Than Green Washing? - Luxiders
Net Zero and Beyond – South Pole
La "Meanwhile City": sperimentazione, temporaneità e cambiamento guidati dalle comunità
“I contesti urbani tendono a cambiare più rapidamente delle forme urbane”, scriveva nel suo libro – Cities By Design: The Social Life of Urban Forms – la sociologa Fran Tonkiss. Le città, come l’intera società, sono spesso travolte da trasformazioni o eventi repentini che ne stravolgono le funzioni, le destinazioni o semplicemente il modo di fruire uno spazio.
Spesso, ciò accade ad una velocità tale cui non corrisponde un effettivo cambiamento dello spazio. Si prendano, come esempio, le trasformazioni sociali indotte dalla passata pandemia, da una crisi economica o da un evento estremo: le attività produttive chiudono. Gli uffici si svuotano. I negozi abbassano le saracinesche ed interi quartieri possono sparire: semplicemente perché non ci sono più le persone. Trasformare o rigenerare questi spazi, richiede molto più tempo e, intanto, i bisogni delle comunità sono già cambiati. Cosa succede nel frattempo? O meglio, cosa può succedere, nel frattempo.
Può succedere che le comunità – in attesa di interventi strutturali – possono “progettare” la propria città o il loro spazio urbano. “La città temporanea è lo spazio progettato dall’individuo” affermano Peter Bishop e Lesley Williams nel loro libro (The Temporary City). Cosa è quindi, una città temporanea (Meanwhile City)?
È una città che risponde, attraverso il volere e il potere delle proprie comunità, al vuoto. Una città che sfrutta la creatività dal basso – o la co-creazione - per riempire quello spazio temporale e, allo stesso tempo, urbano, lasciato vuoto dalle lentezze burocratiche, da crisi o semplicemente dalle necessità progettuali. Creando spesso le condizioni per una risposta resiliente all’attesa (di una trasformazione, di una ristrutturazione, di un processo lungo di riorganizzazione di un quartiere).
La Meanwhile City risponde quindi, in modo tempestivo, al mutato contesto urbano. Aprendo anche alla possibilità di influenzare, permanentemente, il futuro di un’area.
Le possibilità di realizzazione e il significato stesso di una Meanwhile city sono molteplici variano a seconda del contesto. Si può trattare di piccoli interventi così come di grandi progetti che si dipanano in un arco temporale molto più lungo e necessitano di una stretta collaborazione fra imprese private, cittadini e amministrazioni.
Spesso, poi, non c’è una direzione precisa per i progetti della “Città temporanea”: si tratta di sperimentazioni, di “semi” che possono poi diventare esempi consolidati o promuovere cambiamenti permanenti.
Vediamone alcuni.
Le Grand Voisins
L’ex ospedale Saint-Vincent-de-Paul, a Parigi, si sviluppava nell’insieme di una ventina di edifici. Chiuso nel 2012, il progetto della città prevede la trasformazione dell’area in un nuovo quartiere. Chiaramente, le tempistiche per una trasformazione di questo tipo sono lunghe. Ed ecco che, nel frattempo, si è insediata (più di) una comunità: Le Grand Voisins è un progetto che, grazie all’apertura da parte dell’Amministrazione – prima proprietaria degli edifici – ha visto l’utilizzo degli spazi da parte di oltre 250 associazioni. L’obiettivo è stato quello di occupare gli spazi vacanti, a cifre molto basse, per animare il futuro quartiere. E trasformare dunque l’area di un ex ospedale in un luogo vivo, sociale e animato. Quando l’area è passata sotto la proprietà privata della società responsabile dell’avvio operativo del progetto di riqualificazione, le associazioni hanno avuto la possibilità di continuare le loro attività, e di stilare un programma che riuscisse a coniugare il proseguimento di attivazione sociale che conducevano con l’inizio dei cantieri. Quello che rimarrà, alla fine dei lavori, sarà un’esperienza comunitaria tangibile e già avvitata. Capace di influenzare gli scenari futuri anche dopo la fine dei lavori.
The Dalston Eastern Curve Garden

Costruito nella primavera del 2010, come intervento temporaneo, il Dalston Eastern Curve Garden sorge nell’affollata area urbana di Dalston, più precisamente nel quartiere di Londra Hockney, lungo un tratto ferroviario abbandonato. Il giardino è stato costruito con l’aiuto di volontari, residenti locali ed è oggi un punto di ritrovo fondamentale per la comunità. Capace di favorire lo scambio intergenerazionale e di allontanare soggetti e situazioni criminose che prima attanagliavano l’area.
Da temporaneo, il giardino ha poi resistito alle numerose minacce di espansionismo urbano che si sono susseguite. Il volere della comunità ha permesso al giardino – che ospita ancora oggi una grande quantità di eventi – di rimanere intatto e di svolgere la sua funzione sociale.
Gli esempi qui riportanti non sono tuttavia esaustivi del concetto di meanwhile city. Altre modalità, ad esempio, in maniera simili a quanto descritto per Parigi, prevedono l’affitto di locali vuoti a prezzi molto bassi, nel tentativo di far rinascere attività produttive in aree dismesse. Altre volte invece, la temporaneità di interventi di urbanistica tattica, possono imprimere cambiamenti in porzioni di città e favorire un impatto duraturo sulla mobilità e la fruizione delle strade. Come successo, ad esempio, a Paseo Bandera.
Ciò che comunque dimostrano gli esempi riportati è che nei processi di rigenerazione urbana, brevi o lunghi che siano, piccoli o grandi che siano, l’ascolto e l’attivazione delle comunità è un aspetto fondamentale. Come visto per Parigi, la creazione di un nuovo quartiere non può non tenere in considerazione i bisogni – espressi tramite una virtuosa sperimentazione – della popolazione coinvolta. Così come l’esempio di Londra e della strada a Santiago del Cile dimostrano che il volere della popolazione, quando ascoltato e assecondato, può portare vantaggi per tutti.
Per approfondire:
Meanwhile Spaces: Temporary Interventions for Lasting Urban Development – Arch Daily
Meanwhile uses in the city – should this be the new normal? – Liz Crump
Can Temporary Urbanism be a Permanent Solution? Urban Spaces in Liquid Times - Megumi Koyama
Saint-Vincent de-Paul – Paris & Métropole Aménagement
Meanwhile Use London/ A Research Report For The Greater London Authority – Arup
Making Space in Dalston – A--D
La Design Week può trasformare in meglio la città oltre la singola settimana?
L’evento più importante di Milano – la Design Week - si è concluso questo fine settimana (21 Aprile). Passata la “sbornia” degli eventi, delle feste notturne più o meno esclusive ed inclusive, la noia delle file per tutto e l’entusiasmo di vedere una città brillare di creatività – a volte sovversiva e capace di innescare riflessioni, altre volte puramente comunicativa e “pubblicitaria” - è tempo di bilancio. Crediamo infatti che una riflessione, sulla falsariga di quella che avevamo fatto due anni fa, su ciò che un evento di tale portata provoca e può provocare sia per noi un esercizio necessario, quantomeno per provare a capire che tipo di meccanismi si innescano – e se si innescano - nel ripensamento e nel cambiamento delle città. Che è, in estrema sintesi, la nostra mission.
Lasciamo quindi ad altri, più competenti, teoremi e calcoli sull’indotto, sull’aumento del numero delle prenotazioni di alloggi e su quanto il loro prezzo sia schizzato alle stelle, in una galassia immobiliare che – ormai anche fuori dai grandi eventi – rischia di implodere in un grande buco nero.
Sul (nostro) concetto di Design e Sostenibilità
La definizione di Design proposta dall’Enciclopedia Treccani pone l’accento anche sulla sfera urbana della materia in esame: […] la progettazione (generalmente a opera di un architetto) mirante a dare ordine e forma a parti di città, ad attrezzature collettive, a parchi pubblici; […].
Il nostro lavoro è quello di facilitare processi di rigenerazione urbana che rendano le nostre città, le periferie, i quartieri, le piazze e i parchi luoghi capaci di unire le persone. È quindi un processo che, oltre alla sfera urbana e prettamente tecnico-architettonica, preveda un attento lavoro di ascolto, coinvolgimento e attivazione delle comunità. Dunque, di design, di progettazione, non puramente tecnica, ma per certi versi anche umana, sociale, comunitaria. Perché non si può fare “city making” senza “city design” così come non si può fare una città senza persone. Non si può rigenerare senza fondamenta sociali. Ecco: quello che ci chiediamo è se questa declinazione di design abbia avuto un ruolo in questa edizione del Salone del Mobile e del Fuori Salone. E se, anche le prossime edizioni, possano fare – e fare di più – in questa direzione.
Secondo alcuni commenti, riportati da Repubblica e dal Fatto Quotidiano, la settimana che si è conclusa è stato un evento al limite della bulimia. La quantità di iniziative e la densità con cui si sono susseguite possono lasciare lo spettatore/visitatore senza il “tempo di sedimentare il senso dei contenuti che propongono”. Il rischio è quello di perdersi nel “traffico” di tutto questo.

Paradossalmente è proprio nel traffico, quello automobilistico invece, che si sono visti degli spiragli di design cittadino capace di lasciare un segno concreto nel futuro della città. Come riporta il Corriere, il sindaco Sala, invitando i cittadini a non utilizzare l’auto a causa dell’elevato traffico ha affermato: “replicheremo l'idea di alcune strade chiuse per la design week come un tratto di via Solferino a Brera e tutta via Tortona. Non so se saranno pedonalizzate in futuro, non in modo immediato, ma sperimentiamo la possibilità di cambiare modo di vivere”. Ecco, è questo tipo di sperimentazioni, di progettazione, di design urbano e sociale – perché l’auto è un fatto sociale, se non altro, un’ideologia sociale - che ci auspichiamo come legacy da un evento di queste dimensioni. “Qualcosa pensato per la Design week può anche diventare permanente” ha continuato Sala. È questo, il design che ci auspichiamo dalla settimana più importante di Milano. E prova anche che la Design Week può lasciare di più, alla città, al suo concludersi.
Stessa cosa vale per i messaggi, più o meno colti dai visitatori, di sostenibilità che le installazioni e le opere disseminate per Milano hanno cercato di trasmettere. La Design Week per essere culturalmente rilevante e creativamente stimolante non potrà mai perdere la propria libertà di progettare e costruire installazioni effimere, bellissime, ma di dubbia funzione.
Tuttavia opere come Linee d’Ombra (non certo l’unica) che spinge a riflettere sulle rinnovate necessità di ombra nelle piazze delle città, per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, ci pongono di fronte ad un’altra domanda. Cosa resterà alla città, alle comunità, del messaggio di quell’opera, una volta che verrà smontata, trasferita, riciclata? Cosa resta oggi della Design Week, aldilà della conta economica, delle opere svanite, dei prezzi alle stelle?

Per noi, è necessaria una evoluzione, nel trasformare l’effimero in effettivo e virtuoso: se l’arte veicola messaggi, gli attori coinvolti nel cambiamento delle città devono essere capaci di tradurli in azione. Se le settimane di Milano sono un’occasione per portare alla luce di una vetrina scintillante messaggi importanti sulla sostenibilità ambientale e sociale, è importante che questi messaggi vengano poi tradotti in concretezza.
Noi di Brand for the City siamo e saremo a fianco di tutti quegli attori - aziende, amministrazioni, think thank, realtà locali - che vorranno provare a lasciare qualcosa di concreto alla città: un'installazione design può legarsi alla valorizzazione di un parco pubblico, un evento circoscritto può essere un test pilota per dare nuova luce e funzione ad un'area sottoutilizzata di un quartiere. Sono spunti, a cui di certo se ne possono aggiungere molti altri. Ma su cui vale la pena porsi delle domande per il futuro.
Per approfondire:
Brand for the City: La Design Week può diventare un modello di rigenerazione sistematica?
Il Sole 24 Ore: Settimana del design: per Milano un indotto da 261 milioni, il 13,7% in più del 2023
Il Sole 24 Ore: Salone del Mobile: hotel sold out e in casa spesa media di 400 euro a notte
La Repubblica: Se Milano diventa vittima delle sue Week: non bastano i grandi numeri, servono progetti per la città
Il Fatto Quotidiano: Design Week nel segno della bulimia: a Milano il pubblico si divide fra entusiasti e perplessi
La Svolta: Design Week: l’ombra è una risorsa sempre più preziosa contro il riscaldamento globale
Slow News: L’ideologia sociale della macchina
Il Corriere della Sera: Milano, l'appello di Sala per il Salone del Mobile e il Fuorisalone: «Lasciate l'auto a casa per non rimanere bloccati nel traffico»
Lo Sport Urbanism come cura delle persone e della società
Può sembrare un’affermazione azzardata, quella contenuta nel titolo. Eppure, dati alla mano, l’Italia è fra gli ultimi Paesi, in Europa, a garantire un adeguato grado di accessibilità ad impianti sportivi gratuiti e all’aperto. Le ricadute, negative, impattano a livello sociale su più aspetti: sull’economia, sulla salute delle persone e su quella della sfera sociale.
Tuttavia, attraverso la rigenerazione urbana è possibile invertire questo trend, e dotare le città di un più ampio grado di accessibilità allo sport. Come? Attraverso la creazione di nuovi spazi pubblici all’aperto, adibiti alla pratica sportiva, accessibili e gratuiti.
È necessario fare prima un esercizio di analisi sull’attuale situazione per capire appieno il ruolo che la rigenerazione urbana, andando ad intervenire direttamente sull’accessibilità allo sport, può migliorare la salute della società.
«Repubblica del divano»
A prima vista, l’Italia potrebbe sembrare un paese sportivo. Soprattutto durante i festeggiamenti e le celebrazioni nazionali in competizioni sportive mainstream. Eppure, pare che questo lato sportivo degli italiani riguardi esclusivamente il tifo, meno la pratica.
Secondo i dati riportati dall’Osservatorio Valore Sport l’Italia è a tutti gli effetti una «Repubblica del divano».
Il Paese primeggia infatti negativamente in sedentarietà, molto più degli altri Paesi europei.
Nella fascia di popolazione adulta, la percentuale di persone che non pratica un adeguato livello di attività fisica è pari al 44,8%. Rendendo l’Italia il quarto Paese peggiore nell’OCSE.
Ancor peggio, il dato relativo alla sedentarietà dei bambini fra gli 11-15 anni. Il 94,5% non pratica abbastanza sport. Facendo precipitare l’Italia come peggior Paese nell’OCSE relativamente a questo dato.
Tutto ciò ha un impatto significativo sulla salute delle persone. La sedentarietà aumenta il rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari, metaboliche, tumorali. Ma anche psicologiche e neurodegenerative. Per via dell’aumento dei fattori di rischio provocati (anche) dalla sedentarietà, la mancata pratica sportiva provoca all’Italia una spesa pubblica in sanità pari 4,5 miliardi di euro, ripartiti fra cause dirette (64%) e indirette (36%). Tanto che nel 2015, Sergio Pecorelli (Presidente di Healthy Foundation dell’AIFA) affermava che «1 euro destinato allo sport produce un risparmio ospedaliero di almeno 5 euro» .
Ad oggi, la situazione non è cambiata di molto.
Serve un cambio di paradigma. O, per dirla con le parole di Fabio Pagliara, Presidente di Fondazione Sportcity – che, attraverso il suo Osservatorio conduce ricerche sul tema in esame – serve una “migrazione”: da «Repubblica del divano» a «Repubblica del Movimento».
Ma come mai gli italiani praticano così poco sport? Oltre a motivi culturali e di predisposizione genetica, un importante fattore è determinato dalla mancanza di impianti sportivi gratuiti ed accessibili. Gli impianti sportivi italiani, infatti, sono poco diffusi, oppure inefficienti e obsoleti. Il rapporto è di 131 impianti ogni 100.000 abitanti: fra questi, la maggior parte è stata costruita 40 anni fa. Perfino le scuole non sono esenti da questo problema: sei edifici scolastici su dieci non dispongono di impianti sportivi adeguati.
Eppure, sempre secondo i dati dell’Osservatorio Valore Sport, un aumento del valore di accessibilità allo sport (indicato dall’Indice Territoriale di Accessibilità allo Sport) è direttamente e inversamente correlato alla percentuale di sedentarietà. All’aumentare di un punto percentuale dell’indice di accessibilità allo sport, il tasso di sedentarietà si abbassa dello 0,5%.
Non solo salute fisica e mentale. La cura “sociale” dello Sport
Se è vero che lo sport è: «un bellissimo farmaco senza controindicazioni» - secondo un’affermazione di Mauro Berruto (Onorevole ed ex Head Coach della nazionale italiana maschile di pallavolo) - capace di contrastare i fattori di rischio delle patologie elencate prima, il suo effetto benefico non si limita soltanto alla salute fisica e mentale degli individui. Lo sport è un attivatore di comunità, inclusione e aggregazione. Sempre secondo Berruto «non c’è attività umana che sia capace di tenere insieme persone non solo accettando, ma valorizzando le differenze di qualsiasi tipo». Tanto che la modifica articolo 33 della Costituzione sancisce che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.
Il ruolo della rigenerazione urbana e dello Sport Urbanism
È necessario dunque investire nella realizzazione e ottimizzazione di impianti sportivi accessibili, all’aperto e gratuiti, ed in questo, entra in gioco la rigenerazione urbana. E la collaborazione fra privati, amministrazioni e associazioni nel creare luoghi accessibili e di comunità in ambito cittadino.
Attraverso la rigenerazione urbana è infatti possibile andare ad intervenire sull’obsolescenza degli impianti già presenti. Migliorandoli ed “attivandoli” attraverso il coinvolgimento delle comunità di quei territori. O di creare nuovi impianti e playground all’aperto in quelle aree delle città che risultano sottoutilizzate, dismesse o inutilizzate. Rendendo dunque quei luoghi nuovamente vivi e accessibili, in cui poter praticare sport ed “esercizi” di comunità liberamente, all’aperto. La realizzazione di nuovi playground ed impianti sportivi permette non soltanto di “curare” la società. Ma, come visto, anche di risparmiare sulla spesa pubblica in sanità. Inoltre, svolgere sport all’aperto permette anche un cambiamento culturale su come si percepisce e si vive l’ambiente circostante. Come affermato, ancora una volta, dall’Onorevole Mauro Berruto: «lo sport aiuta a creare cultura dell’ambiente. Cultura del movimento e cultura dell’ambiente camminano di pari passo».
Per approfondire:
Fondazione Sportcity - Gli italiani e lo Sport
Focus - Salute: Pecorelli, 1 euro investito in sport ne fa risparmiare 5 a ospedali
Euronews - Rapporto Ocse: non facciamo abbastanza sport, rischiamo di ammalarci
La Repubblica - Inclusione e sviluppo, lo sport sconta la carenza di infrastrutture
The European House Ambrosetti - Osservatorio Valore Sport 2024
Città della Longevità: un processo evolutivo dello spazio urbano
Le città sono percepite dalle persone in modo diverso. Salire velocemente le scale di una stazione metropolitana nell’ora di punta può essere un’attività normale per una persona in età lavorativa. Più difficile per una persona anziana, che forse preferirebbe un ascensore. Attraversare una strada trafficata da auto può essere rischioso per una persona anziana. La qualità dell’aria ha un effetto diverso sulle persone in base all’età: l’epidemia di COVID ne è un esempio lampante. Gli attrezzi per l’attività fisica, all’interno di un parco, sono spesso progettati per i bambini o per gli adulti, meno per quelle persone che cominciano a sentire il peso del loro corpo in modo diverso. E poi c’è la solitudine, percepita spesso in modo più evidente dagli anziani.
Le città stanno attraversando un cambiamento demografico determinato non soltanto nel numero dei suoi abitanti ma anche in quello della loro età. Secondo l’Onu, nel 2050 le persone con più di 60 anni raddoppieranno rispetto alle previsioni per il 2030. Agire sulle città per renderle più vivibili e accessibili ad una popolazione che continua a crescere (nella sua età) significa rendere le città più inclusive e più eque. Non soltanto per le persone in terza età, ma per tutti: “nessuna questione è relativa solo alla terza età” ha affermato l’architetto Stefano Boeri.
Rigenerare lo spazio urbano
Agire sullo spazio urbano può migliorare la vita delle persone più anziane e favorirne l’integrazione, l’indipendenza e l’inclusione sociale.
Il verde urbano può migliorare la vita alle persone più anziane, estendendo i vantaggi a tutte le fasce della popolazione. La qualità dell’aria, in prossimità di aree verdi, migliora: garantendo alle persone con fragilità respiratorie una maggiore qualità della vita. Giardini e aree verdi possono anche rappresentare un catalizzatore di socialità e di scambio fra diverse età.
Ad esempio, creando al loro interno percorsi o attrezzando i parchi di strumenti per lo sport accessibili a tutte le età. È il caso dei parchi intergenerazionali, progettati per favorire l’interazione e le attività fra diverse età. Fra questi, spiccano il parco pubblico di Aveiro (Portogallo), della palestra a cielo aperto ad Hyde Park (Londra) o il progetto del parco intergenerazionale di Matera.
Attraverso l’urbanistica tattica si può invece agire sulla qualità dello spazio pubblico, sulla sicurezza stradale e sull’abbassamento dell’inquinamento. Parigi e Barcellona, ad esempio, stanno riuscendo a ricucire il tessuto sociale urbano, favorendo lo scambio sociale fra giovani e anziani nello spazio pubblico proseguendo con la filosofia della città dei 15 minuti. Migliorando, oltretutto, la vita di tutti i cittadini.
Contro la solitudine
Parchi e piazze possono contrastare la solitudine per alcuni momenti. Ma è nella vita di tutti i giorni, quella che si passa magari in casa, che il peso della solitudine si fa più pensate. Il senso di comunità – in crescita, secondo i dati emersi dal Future Trends 2024 di VML – non riguarda soltanto i più giovani, ma anche le persone più anziane. Per questo, un gruppo di donne londinesi, di età fra i 58 e i 94 anni, si sono riunite nell'obiettivo di creare un’esperienza di comunità attraverso la co-abitazione, nel New Ground Cohousing. Secondo le parole delle promotrici “stiamo aprendo la strada affinché altri adulti oltre i 50 anni possano seguirla. Speriamo che abbiano un percorso più semplice del nostro, ora che abbiamo mostrato la via. La comunità di coabitazione per anziani potrebbe arricchire la vita di molti e ridurre le pressioni sui servizi sanitari e assistenziali, se le autorità locali, gli urbanisti, i responsabili delle politiche e i costruttori aiutassero a rimuovere i molti ostacoli posti dalla società”.
Verso una “Città Longeva”
È quindi tempo che le città si configurino come città della longevità, intesa come la creazione di un ambiente urbano accessibile ed inclusivo, in cui la popolazione anziana ne è parte integrante, e non lasciata ai margini. City of Longevity è un’iniziativa globale – che in Italia vede l’adesione di Bergamo e Cremona - che mira a questo obiettivo. Una piattaforma che, anche attraverso un approccio smart di raccolta dati, mira a programmare una città migliore per tutti, con la collaborazione attiva di brand, amministrazioni e cittadini. In approccio definito di co-design in cui, anche le persone più anziane, possano partecipare attivamente al miglioramento della propria città.
Per approfondire:
City of Longevity: a new paradigm for cities in a longevity society
Mauro Saitò Architetti - Parco Intergenerazionale Matera
Happyageing - Invecchiamento, al via il progetto globale “City of longevity
Istat - Una popolazione che invecchia
Il Fatto Quotidiano - Una (grande) casa tutta per loro: a Londra un cohousing per sole donne
Dall’espansione urbana all’espansione sociale: un nuovo modello di città
Le città hanno visto, in passato, un’incessante espansione. Sotto i dettami della crescita si sono creati quartieri e aggiunto palazzi ed edifici. Spesso però, senza prendere in considerazione i bisogni di socialità, di spazio pubblico e di luoghi aggregativi necessari alle comunità di persone. Per dirla con le parole di Renzo Piano: «il nostro secolo ha fatto degenerare la città: questa grande invenzione dell’uomo. Ne ha inquinati i valori positivi, ha alterato la miscela delle funzioni che ne è alla base; la stessa socialità che ne è il carattere distintivo». Come si può dunque, ridare spazio pubblico alle comunità, necessario a determinare la qualità della vita di una città in centri urbani così densamente costruiti?
Prediligendo un modello di espansione sociale rispetto ad un modello di espansione urbana.
Piuttosto «che continuare a farle esplodere, dovremmo completare il tessuto della città. E questa è già un’idea più interessante e accettabile del concetto di una ‘crescita’ senza fine: l’idea della crescita ‘sostenibile’» scrive, ancora, il famoso architetto italiano.
Dunque, è necessario cambiare il paradigma di crescita. Una città non cresce soltanto con nuovi edifici. Ma cresce anche, e soprattutto, se al suo interno si espandono luoghi di aggregazione, se aumenta lo spazio pubblico a favore della socialità ovvero, di quel “carattere distintivo” proprio delle città.
Alcune città, all’apparenza impossibili da “riempire” o “completare”, perché già densissime, sono cresciute nella quantità e nella qualità dei loro spazi pubblici. Hanno provato, nel loro tessuto urbano, che è possibile un nuovo modello di espansione sociale.
Barcellona e i Superilles (o Superblocks)
Barcellona è forse la città più esemplificativa di questo cambiamento. Una città “rigida”, creata da blocchi urbani apparentemente non modificabili nella loro plasticità. Eppure, grazie all’urbanistica tattica e all’agopuntura urbana il programma Superblocks è riuscito nell’intento di ri-creare spazio pubblico senza la necessità di demolire o espandere materialmente il tessuto urbano. Il traffico è stato deviato all’esterno dei (super) blocchi. Mentre al loro interno, adesso, proliferano spazi verdi. Piccoli luoghi verdi, in cui la socialità, e le comunità, si riappropriano dello spazio pubblico. Si tratta di interventi puntuali, poco costosi e “morbidi”, in linea con la filosofia, appunto, dell’urbanistica tattica. Ma che stanno imprimendo nella città un nuovo paradigma. Quello delle creazioni di tanti piccoli nuclei autosufficienti. Questo cambiamento è stato condotto con la partecipazione attiva della cittadinanza, in un esercizio di rigenerazione urbana permeato dalla co-creazione, di cui abbiamo già parlato in un altro articolo.
L'urbanistica sociale di Medellin
Se Barcellona – per via della sua morfologia - ha puntato sulla creazione di tanti piccoli nuclei sociali e cittadini, Medellin ha puntato invece sull’unione. La città colombiana, macchiata da una violenta storia, ha saputo trasformarsi – o rigenerarsi – riducendo drasticamente il suo tasso di violenza attraverso un approccio che è stato definito di “urbanistica sociale”. In alcuni casi si è trattato di interventi più strutturali di quelli all’interno dei blocchi catalani. Agendo sullo spazio fisico della città, potenziando, ad esempio, i collegamenti tramite funivia, Medellin non si è espansa strutturalmente, ma socialmente. Secondo questa direttiva, i quartieri più emarginati sono stati collegati al resto della città. Le stazioni delle funivie che collegano i quartieri sono diventati luoghi di ritrovo. In cui proliferano biblioteche e spazi aggregativi. Avvicinando le diverse comunità, si è abbassato il fenomeno di ghettizzazione che la divisione fra le diverse parti della città provocava. Fenomeno che spesso porta in sé il seme della violenza. Il cambiamento è proseguito con i “Progetti Urbani Integrali”, che hanno trasformato le zone limitrofe al fiume in parchi lineari, creando, ancora, nuove occasioni di “espansione” dello spazio pubblico e della socialità. Sono stati aggiunti impianti sportivi e playground. Inoltre, la mobilità dolce è stata potenziata attraverso opere di urbanistica tattica, migliorando al contempo la qualità dell’aria e il flusso del traffico.
Lo spazio pubblico ad Hong Kong
Se Barcellona ha dovuto espandere i suoi spazi pubblici all’interno dei Superblocchi, mentre Medellin ha dovuto ricucire le fratture sociali e strutturali della città, diverso è il caso di Hong Kong.
Storicamente una città in cui la concezione dello spazio pubblico come luogo di frequentazione e socialità è assente. Una città particolarmente densa e verticale, in cui l’espansionismo urbano del passato ha lasciato parecchi “vuoti” urbani. Attraverso il progetto Nullahplace, un accademico italiano vuole cambiare la concezione dello spazio pubblico della metropoli. Con un intervento che rientra appieno nel contesto dell’urbanistica tattica – per la sua essenza temporanea, a basso costo e di “sfruttamento” positivo degli spazi interstiziali della città – Nullahplace si configura come un progetto pilota. Nella speranza di riuscire a cambiare, in parte, la disfunzione degli spazi pubblici di Hong Kong nelle vecchie aree urbane. Con una strategia che consenta alla comunità di trasformare attivamente il proprio ambiente urbano. Un esercizio di placemaking e di – ancora una volta – espansione sociale nel tessuto urbano preesistente. Un intervento che servirà come apripista per futuri progetti semipermanenti di espansione dello spazio pubblico.
L’urbanistica tattica, anche nella sua temporaneità, è uno strumento efficace per condurre una rigenerazione urbana capace di espandere la qualità della vita di una città. Di condurre un’espansione sociale capace di imprimere effetti duraturi sul futuro delle nostre città.
Per approfondire:
L'attuazione del programma Superblocks a Barcellona: riempire le nostre strade di vita - C40 Cities
Making Places - UrbanNext
Nullahplace, Francesco Rossini
How Barcelona, Medellin, and Rotterdam Have Generated Public Space Where It Seemed Impossible - ArchDaily
Medellin, Colombia - ICLEI, Sustainable Mobility
L'espansione delle città - Enciclopedia Treccani
La simbiosi fra sport e urban art nella rigenerazione urbana e sociale
Quella dell’arte urbana, e dei murales, è una storia longeva. Negli anni ’60, soprattutto negli Stati Uniti, è la condizione precaria dell’esistenza urbana a ispirare una generazione di artisti che farà storia. Keith Haring e Jean-Michel Basquiat renderanno l’urban art a tutti gli effetti una corrente artistica riconosciuta.
Poi gli anni 2000 e l’arrivo dell’urban art in Italia. Milano, Bologna, Roma. L’arte urbana è oggi la cifra stilistica di una cultura pop, capace di veicolare messaggi di valore e di portare colore in quelle periferie e in quei quartieri resi troppo grigi da un progresso urbano guidato più da un cieco espansionismo che da un reale progresso sociale.
L’urban art sta quindi oggi assumendo un ruolo importante anche nei processi di rigenerazione urbana. Tuttavia, spesso non basta la sola opera a rendere un luogo più vivo, vivibile e identitario. Certo, la bellezza fa parte dell’esperienza umana, ben vengano quindi vicoli, quartieri e città diventati oggi musei a cielo aperto – è il caso di Freeman Alley a New York o del più recente caso di Pisa. Ma rigenerare significa anche rendere un luogo più vivo. Creare occasioni di socialità, di scambio. E qui, entra in gioco lo sport.
Il rapporto fra urban art e sport è capace di generare un impatto positivo sui luoghi e sulle comunità.
Il colore può fungere da elemento identitario. Promuovere lo scambio fra arte e comunità, aumentare il senso di appartenenza e di partecipazione. Lo sport invece, oltre ad aumentare salute e benessere svolge un ruolo socio-educativo fondamentale. E risulta essere un forte attivatore sociale. Il valore dello sport è sancito dalla Costituzione italiana, che all’articolo 33 recita: la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell'attività sportiva in tutte le sue forme. Il connubio fra urban art e sport può essere quindi un importante vettore capace di creare occasioni di rigenerazione non soltanto urbana, ma anche e soprattutto sociale.

Alcuni esempi di incontro fra urban art e sport
L’esempio più celebre, e più volte citato, è il campo da basket nel quartiere di Pigalle, a Parigi. Realizzato col contributo di Nike, il campo si incastra fra due palazzi e spicca per i suoi colori accesi. Nella stessa direzione, a Rio de Janeiro un’artista sta trasformando spazi pubblici dedicati allo sport in opere d’arte. L’obiettivo, secondo l’artista intervistato da Arch Daily, è quello di riattivare spazi semiabbandonati, creando, attraverso l’arte, un senso di appartenenza maggiore delle persone, attivando luoghi per il tempo libero e la socialità. In Italia, il progetto Blooming Playground a Torino, realizzato in occasione della fiera d’arte Paratissima 2020, ha colorato un campo da basket all’interno dell’ex Accademia Militare. Sul legame tra arte urbana e sport, il presidente di un’associazione che ha collaborato con la comunità nella realizzazione del progetto ha dichiarato: “nella loro diversità l’arte e lo sport condividono la stessa valenza sociale: entrambi sono in grado di unire le persone e di far provare sentimenti ed emozioni uniche”.
L’intreccio fra urban art e sport, tuttavia, non riguarda soltanto la realizzazione o decorazione di playground. La capacità dell’arte di rendersi portatrice di messaggi e valori è ciò che ha spinto la realizzazione del progetto Nulla Virtus. Un progetto che prevede la realizzazione di 5 murales che intendono trasmettere i valori degli sport invernali. Il tema principale è la sfida quotidiana, delle persone, nel superare i propri limiti: sia nella vita quotidiana così come nella pratica dello sport. Il primo murales realizzato, Limitless, pone inoltre l’attenzione sull’importanza della prevenzione nella lotta alla meningite.
Il ruolo del Brand Urbanism
Gli esempi riportati – ad eccezione di quello di Rio de Janeiro – testimoniano che spesso è grazie al dialogo fra brand, comunità, associazioni e amministrazioni che è possibile realizzare progetti in cui la rigenerazione urbana assume il ruolo che dovrebbe avere. Ovvero, quello di creare luoghi in cui la rinnovata bellezza si sposa con le esigenze di socialità, inclusione e partecipazione delle comunità. In questo caso, attraverso il connubio fra urban art e sport.
Per approfondire:
Alla scoperta di Freeman Alley, il vicolo di New York pieno di street art e gallerie - Artibrune
Inaugurato a Pisa il più esteso museo a cielo aperto dedicato all’arte urbana in Italia - Comune di Pisa
“Blooming Playground”, l’opera di Tellas a Torino - Collateral
Transforming Public Spaces Through Art: An Interview with Antonio Ton - Arch Daily
Nulla Virtus - Smoe Studio
History of Urban Art - Eden Gallery
Bottom-up o top-down? Parliamo di co-creazione
In passato, nello sviluppo urbano delle nostre città, ha prevalso un modello di progettazione dall’alto verso il basso. I quartieri, gli edifici e gli spazi pubblici sono spesso stati progettati senza tener conto delle diversità, della cultura e dei bisogni delle comunità che li vivono.
Un approccio, che trovava in Le Corbusier la sua guida teorica e nella Carta di Atene la rigidità di regole e disposizioni che -in alcuni casi – ha reso le città inospitali e acuito le disuguaglianze al loro interno.
Per certi versi opposto è invece l’approccio dell’antropologa e attivista Jane Jacobs. Jacobs credeva che le città fossero “organiche, spontanee e disordinate”. Prediligendo, concettualmente, una città a misura d’uomo. In cui i nuclei sociali dell’isolato o del quartiere fossero centrali nello sviluppo cittadino. Che le strade tornassero ad essere delle persone, non delle auto. Due approcci, due estremi che tendono ad acuire diverse problematiche.
Un approccio esclusivamente dall’alto, infatti, può annullare il carattere locale delle comunità. Mentre un approccio esclusivamente dal basso può risultare frammentario e inefficace nel generare una città funzionale.
Se è tempo di ri-generare le nostre città, per renderle più vivibili, eque e inclusive, allora bisogna prediligere un approccio che stia al centro dei due estremi.
La co-creazione e i suoi vantaggi
Un approccio sinergico fra top–down e bottom-up può invece permettere la nascita di virtuose collaborazioni fra amministrazioni, imprese private e comunità di cittadini. Che si tratti di grandi interventi strutturali o di piccoli progetti di rigenerazione, la collaborazione fra tutti gli stakeholder cittadini è l’unica via percorribile per migliorare le nostre città.
Questa sinergia si trasforma in co-creazione quando il cittadino viene considerato come portare di conoscenza. Quando viene ascoltato, interrogato e reso partecipe dei cambiamenti che investiranno il luogo in cui vive.
Sono numerosi gli esempi di co-progettazione e dell’utilizzo di un approccio misto nel cercare di rendere le città, oltre che più funzionali, anche più vivibili, sostenibili e in grado di rispondere alle necessità delle persone.
A volte si tratta di grandi progetti che uniscono la dimensione sociale all’ingegneria. È il caso della Multiprogram Ship, un progetto comunitario che si inserisce nel difficile contesto delle favelas di Caracas. L’edificio integra tecnologia e tradizioni locali in un approccio sostenibile. Un risultato diretto del processo partecipato di progettazione. Oggi l’edificio è un luogo di cultura, sport e condivisione che si integra perfettamente nel sistema di mobilità della Favela.
A Londra, il progetto Making Places ha puntato sul coinvolgimento di artisti, cittadini e architetti per rimodellare 20 siti del quartiere Waltham Forest. I luoghi coinvolti nella riprogettazione sono stati parchi, vicoli, muri scuole e biblioteche. L’obiettivo è stato quello di creare interventi a lungo termine che contribuiscano a sostenere l’impegno delle comunità locali nei confronti dei vari paesaggi del quartiere.
Diverso ancora è invece l’esempio di co-creazione degli spazi urbani avvenuto nella città di Jhenaidah, in Bangladesh. Nel corso degli anni l’espansione urbana aveva ridotto progressivamente l’accesso al fiume Nobogonga. Che risultava oltretutto inquinato e pericoloso. Un’organizzazione locale auto-attivata ha deciso di migliorare l’area. Il progetto si è sviluppato attraverso il dialogo fra architetti, amministrazione e comunità. Piccoli e accessibili interventi hanno permesso di trasformare il lungo fiume, migliorare l’area e ripristinare la biodiversità del luogo. Gli architetti hanno ascoltato i bisogni delle fasce più deboli della comunità – come anziani, bambini e disabili – cercando di soddisfare i loro bisogni. Il successo di questo progetto sta proprio nella fase di progettazione e ascolto che ha permesso di rispondere alle necessità della popolazione locale.
Il progetto EnBloc, un complesso residenziale ad Amsterdam, ha coinvolto nella progettazione i futuri residenti. Che hanno potuto definire i propri bisogni sia negli spazi privati che in quella della collettività. Attraverso un sistema di unità di 30 o 50 mq, collegate sia verticalmente che orizzontalmente, si è consentito ai residenti di variare le dimensioni delle case in base alle loro esigenze. Inoltre, il progetto, includendo direttamente i residenti nella progettazione, ha anche aumentato l’armonia sociale del nuovo quartiere: “ti trasferisci da qualche parte dove conosci i tuoi vicini da cinque anni. Questo elemento di co-creazione nel processo di progettazione crea coesione sociale. Per quanto mi riguarda dovrebbe essere obbligatorio nei progetti di nuova costruzione”.
Che si tratti quindi di una costruzione ex novo, di re-immaginare e re-inventare la propria città o i luoghi che si frequentano, il mix fra bottom–up e top-down sta diventando un elemento imprescindibile nel miglioramento – anche sociale e comunitario - delle nostre città.
Agire sugli spazi, sugli edifici, sui quartieri o sulle città significa agire sulle comunità che li vivono. Nell’agire sulle comunità, dunque, è necessario prima di tutto ascoltarle.
Per approfondire:
Co-creation of Urban Spaces by the Nobogonga River
City making doesn’t have to be top down vs bottom up, The Architectural Review
Top-Down and Bottom-Up Urban Planning: A Synergetic Approach Arch-Daily
What Is Co-Creation in Architecture and Urban Planning? Arch -Daily
Participatory Architecture: Community Involvement in Project Development Arch Daily
Nuove oasi urbane. Più socialità e spazi green con i pocket park
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Una risposta tempestiva ed economica alla mancanza di spazi. Un miglioramento sia estetico che sociale delle nostre città. Una soluzione in grado di aumentare la biodiversità cittadina, di creare nuove piccole oasi contro le isole di calore. Si tratta dei pocket park, i giardini tascabili. Piccoli spazi verdi, che – come vedremo negli esempi riportarti in seguito - possono prendere forma da libere iniziative dei cittadini, delle amministrazioni, o di una loro collaborazione, spesso anche con i brand.
La loro particolarità è che le ridotte dimensioni ne permettono l’inserimento in piccoli spazi residuali del tessuto urbano. In linea con i principi dell’urbanistica tattica, si tratta di trasformare tutti quegli spazi sottoutilizzati delle città in nuovi luoghi di socialità e inclusione. Di dotare le metropoli di spazi verdi che – oltre a migliorare la qualità della vita dei cittadini – partecipano a mitigare gli effetti del riscaldamento climatico.
Secondo un articolo del Guardian, che riprende una ricerca del Global Centre for Clean Air Research (GCCAR), diverse tipologie di spazi verdi urbani (dai pocket park ai giardini botanici) hanno tutte in comune quello di partecipare all’abbassamento delle temperature delle strade e dei quartieri, con una media di 5°.
Sono diverse le città che stanno progettando o hanno già implementato l’inserimento di diversi piccoli parchi nel loro tessuto urbano. Qui ne presentiamo tre, con l’auspicio che questa pratica possa trovare spazio in molte altre città.
Londra e il progetto 100 Pocket Parks
È parte del più ampio programma London’s Great Outdoor. L’obiettivo era di rigenerare spazi verdi, alcuni argini del Tamigi, piazze, strade della capitale inglese e il progetto ha previsto anche la realizzazione di 100 pocket parks. I piccoli parchi sono stati realizzati sfruttando aree sottoutilizzate della città. L’obiettivo, raggiunto, è stato quello di migliorare la vivibilità dei quartieri e garantire ai cittadini un facile accesso alle aree verdi. L’attività ha coinvolto 26 quartieri, con la partecipazione attiva di associazioni green e cittadini. Confermando che le migliori iniziative per migliorare le nostre città non possono precludere un coinvolgimento attivo del territorio e di chi lo vive quotidianamente. I parchi hanno permesso ai cittadini di sperimentare un rinnovato senso di comunità, venendo coinvolti attivamente nella manutenzione dei giardini. Inoltre, rappresentano anche uno spazio intimo e comunitario, in cui la gente può rifugiarsi dal caos metropolitano, socializzare, riposare. Prendere una boccata d’aria fresca.
La Bangkok 15 minutes Pocket Parks Initiative
Bangkok ha fuso due dei principali “trend urbani”, ovvero, quello della città dei 15 minuti e quello relativo all’aumento degli spazi green all’interno delle città, creando il programma Bangkok 15 minutes Pocket Parks Initiative.
La città intende dotarsi di 500 nuovi piccoli parchi, raggiungibili dai cittadini nell’arco di 15 minuti, o percorrendo una distanza massima di 800 metri. Cento di questi sono già stati realizzati e i cittadini ne sono entusiasti. Come riporta un articolo del Bangkok Post, i cittadini sono contenti di poter praticare sport o semplicemente di potersi recare in un parco facendo soltanto pochi passi.
Il progetto, in fase di realizzazione, non si basa esclusivamente sulle risorse e l’impegno dell’amministrazione. È stata infatti creata una piattaforma centralizzata (We Park) in cui i cittadini e i brand del settore privato possono prendere parte sia alla progettazione dei pocket park, sia alla loro successiva manutenzione e cura. Secondo l’amministrazione il coinvolgimento del settore privato non è solo auspicabile, ma gradito. Cosa che è già accaduta. Un importante brand della città ha donato un parco alla cittadinanza, mentre altri si stanno attivando per fare lo stesso.
Quello di Bangkok è un esempio di come il brand urbanism, unito alla condivisione e partecipazione della cittadinanza possa davvero migliorare le nostre città.
Le “oasi tattiche” di Atene
La città di Atene ha lanciato il programma “Adotta la tua città”, un’iniziativa che mira a coinvolgere cittadini, brand e associazioni a sostenere, anche economicamente, il miglioramento del profilo urbano della propria città. In quest’ottica, un impulso importante proviene proprio dalla realizzazione dei pocket park. Perché? Perché la realizzazione dei parchi tascabili è veloce, necessita di poche risorse e, come già detto in precedenza, può sfruttare tutti quegli spazi inutilizzati o abbandonati della città. Migliorando così il profilo urbano delle città e la qualità della vita delle persone.
Oltre ai tangibili vantaggi già descritti, secondo gli amministratori di Atene, la realizzazione dei pocket park rappresenta anche un’opportunità in termini di inclusione e sicurezza. Infatti, è stato dimostrato che la realizzazione di questi piccoli parchi ha migliorato la sicurezza della città. La loro frequentazione da parte della cittadinanza rappresenta un presidio di sicurezza e partecipa a far diminuire l’incidenza di crimini. Che, spesso, avvengono in quegli spazi delle città poco vissuti e utilizzati.
L’impatto dei pocket park ha anche dei risvolti positivi in termini di inclusione sociale. È stato riscontrato che le persone – specie quelle più anziane – possono combattere la solitudine frequentando i nuovi spazi verdi nati all’interno della città.
Non mancano le critiche
Il fenomeno dei pocket park, e più in generale la corsa a rendere le nostre città più green ha anche attirato alcune critiche. Fra le tante, c’è quella del mondo accademico. Il sociologo e ricercatore Des Fitzgerald, attraverso il sottotitolo del suo libro The living City, lancia una provocazione: Why cities don’t need to be green to be great? La tesi, condotta dal sociologo, sostiene che la grande corsa verso un’urbanizzazione green rischia di distrarre da questioni più complesse. Come, ad esempio, la disuguaglianza in termini di reddito o l’accesso sostenibile alle abitazioni.
Le critiche sollevate dal sociologo sono del tutto legittime. Il rischio, infatti, è proprio quello di cadere in una sorta di green whashing urbano. Tuttavia, gli interventi, più o meno grandi di riqualificazione urbana, sono effettivamente efficaci solo se vengono condotti attraverso l’ascolto attivo della comunità, del territorio. Relativamente ai pocket park, e agli esempi riportarti, la chiave di volta del successo di queste iniziative sta proprio nel coinvolgimento della cittadinanza. E i risultati sono tangibili.
Problemi strutturali e complessi come le disuguaglianze reddituali o le difficoltà di accesso a soluzioni abitative dignitose, necessitano di interventi a lungo termine.
Tuttavia, piccole risposte tempestive, partecipate e collettive, possono intanto migliorare, in parte, le città e la vita di chi le vive. Ed è per questo che sono da incentivare.
Per approfondire:
For Cities, Going Green Is No Cure-All, Bloomberg
Local 'pocket park' drive is going strong, Bangkok Post
Giardini urbani, Londra sempre più verde con nuovi 100 pocket parks, Green.it
Botanical gardens ‘most effective’ green space at cooling streets in heatwaves, The Guardian
THE ‘POCKET PARKS’ OF ATHENS: GREEN OASES IN THE CITY, Tomorrow City
Nulla Virtus - Limitless
“Limitless” è il primo dei 5 murales previsti per il progetto “Nulla Virtus”, ideato da SMOE Studio.
Il progetto prevede un ciclo di opere che saranno realizzate nella città di Milano (col patrocinio del Municipio 4 e del Municipio 5) e che vede Brand for the City nel ruolo di Advisor. Le opere – compresa quella già realizzata – sono dedicate agli sport invernali con l’intento di creare un percorso che ponga l’attenzione sulla sostenibilità ambientale, sulla perseveranza, in ambito sportivo, nel superare i propri limiti. Ma anche sull’inclusività nello sport. È il caso, questo, di Limitless.
Realizzato da SMOE Studio nella zona dell’ex Scalo di Porta Romana, grazie al supporto non condizionato di Sanofi, il murales si fa carico nel veicolare i valori dello sport e l’importanza della prevenzione nella lotta alla meningite. Raffigura uno sciatore, che indossa un casco su cui sono impressi i colori della Bandiera della Lotta alla Meningite. Un tributo verso il coraggio nell’affrontare imprese ardue, sia nello sport che nella vita quotidiana.
In questo caso, legare i valori dello sport con la necessità di educare alla prevenzione, in termini di lotta alla meningite, ha l’obiettivo di diffondere la conoscenza sul tema, soprattutto per i più giovani.
SCHEDA DI PROGETTO
Cliente: Sanofi
Periodo di realizzazione: anno 2023-2024
Timing di realizzazione: 3 mesi
Tipologia di progetto: arte urbana
Attori coinvolti: SMOE Studio, Municipio 4 e Municipio 5 (Milano) , Assemblea condominiale (Condominio Viale Toscana 9)
Figure professionali coinvolte: 1 artista – 1 project manager – 1 addetto alle relazioni con P.A.
Iter realizzativo: dialogo con P.A, gestione budget, rapporti con fornitori, supporto all’evento di inaugurazione, supporto alla comunicazione
Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali
Da vie d'acqua a snodi sociali: la seconda vita dei fiumi
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I fiumi che attraverso le nostre città hanno sempre avuto un ruolo cruciale. Oltre ad essere vie percorribili per il commercio e la navigazione, in passato hanno anche garantito momenti di svago e socializzazione in ambito urbano. Nella prima età industriale, ad esempio, le estati lungo il Tamigi e la Senna erano contraddistinte dalla presenza di numerosi nuotatori e pescatori. Attività che erano perfetta mente integrate con lo stile di vita urbano che le due città europee, Parigi e Londra, cominciavano a sperimentare.
Tuttavia, fu proprio il governo francese, nel 1923 a bandire ufficialmente il nuoto lungo le rive cittadine della Senna. La crescente urbanizzazione e industrializzazione delle metropoli europee (ma anche di quelle extraeuropee) ha reso infatti, col passare del tempo, i fiumi delle aree urbane inaccessibili alle persone.
I grandi corsi d’acqua che attraversano le città sono diventati spesso un contenitore per le acquee reflue, con tanto di rischio per la salute pubblica. Secondo uno studio di qualche anno fa, riportato dal Guardian, centinaia di fiumi in tutto il mondo registravano un preoccupante livello di inquinamento antibiotico. A questo va aggiunta la presenza di sostanza tossiche che hanno progressivamente distrutto gli ecosistemi fluviali. L’urbanizzazione e il crescente consumo di suolo nelle città, inoltre, ha deviato, incanalato e modificato il naturale corso dei fiumi, rendendo spesso le stesse città vulnerabili alle inondazioni.
Agire sulla pulizia e il miglioramento dei fiumi urbani, secondo l’European Centre for River Restoration, significa rendere le nostre città più sicure, sostenibili, e inclusive. Migliorare i corsi d’acqua che attraversano i centri urbani, infatti, può risultare un importante fattore contro gli effetti dei cambiamenti climatici. I fiumi possono contenere le inondazioni e prevenire i danni derivanti dagli eventi climatici estremi, così come abbassare le temperature e combattere le ondate di calore che investono le città. Ripulire i fiumi dagli agenti inquinanti e dalle acque reflue significa anche ridare vita ad ecosistemi ed habitat migliorare la biodiversità. Inoltre, le rive dei fiumi che bagnano i centri cittadini possono diventare luoghi di socializzazione, inclusione e di placemaking.
Alcune città europee hanno dimostrato che è possibile agire sui fiumi per migliorare la vita delle persone su più livelli. Altre, stanno cominciando a muoversi in questa direzione.
Vediamole insieme.
Il fiume Isar a Monaco di Baviera
Negli anni 2000, la città di Monaco di Baviera aveva avviato un importante progetto per riqualificare il fiume Isar, con l’obiettivo principale di espandere le pianure alluvionali – ovvero, quegli spazi in cui far defluire l’acqua in caso di ingrossamento del fiume – e accogliere le acque che fluiscono dallo scioglimento delle nevi. Il progetto mirava quindi a ridurre il rischio di alluvioni, ma parallelamente, a migliorare la flora e la fauna del fiume. Oggi, grazie a quel progetto, l’Isar non è soltanto un fiume (pulito), ma una “infrastruttura verde” capace di migliorare la vita a tutti i cittadini. Che trovano ristoro durante le giornate più calde, che socializzano sulle spiagge urbane. Un fiume che è anche simbolo di inclusione, magari per quelle persone che non possono permettersi una casa con spazi verdi. Ad un giornalista del New York Times, un bagnante urbano di Monaco ha detto: “Non ho un balcone, non ho un giardino, ma ho l’Isar”.
Basilea, Berna, Zurigo
Può una città senza mare avere la più alta densità di stabilimenti balneari al mondo? Sì, se quella città si chiama Zurigo, e sì perché la Svizzera, a partire dagli anni ’80, si è impegnata a rendere i fiumi (e i laghi) delle sue principali città balneabili, puliti e sostenibili. Lungo le rive del fiume Limmat si svolgono concerti, tornei di beach volley e tuffi.
A Basilea invece, la gente attraversa la città lasciandosi trascinare dalla corrente del Reno, o si riposa lungo le spiagge in cui la corrente è meno forte. Lo stesso accade sulle acque dell’Aar, a Berna: i pendolari galleggiano con zaini impermeabili per andare al lavoro.
Progetti di riqualificazione fluviale in ambito urbano
Altre metropoli europee si stanno invece attivando per rendere i loro fiumi più puliti, sostenibili e sicuri. A Berlino, il progetto di rigenerazione urbana Flussbad Berlin ha l’obiettivo di rendere balneabile il canale della Sprea, lungo l’Isola dei Musei. Il fulcro della cultura berlinese. A Londra, il progetto Thames Tideway intende ripulire il Tamigi e renderne una parte balneabile. A Parigi, i grandi progetti avviati con l’arrivo delle Olimpiadi prevedono l’ambizioso Piano di Nuoto. Un progetto per rendere – dopo oltre un secolo – la Senna balneabile e ospitare alcuni eventi olimpici. Il progetto di pulizia della Senna si sta rivelando più difficile del previsto. Tuttavia, se la città riuscisse nell'intento, la balneabilità della Senna diventerebbe uno degli elementi di legacy più significativi per la città.
I fiumi come attivatori sociali
Come si è già visto, migliorare la qualità delle acquee dei fiumi urbani porta vantaggi tangibili sulla qualità della vita delle persone. Oltre che migliorare la biodiversità e rappresentare un elemento di contenimento contro gli effetti del cambiamento climatico, le spiagge fluviali possono diventare un presidio di socialità, di inclusione e di benessere urbano. Elena Granata include le spiagge urbane nella sua definizione di “zone della felicità dello spazio aperto”. Riportando, fra gli altri, gli esempi delle spiagge libere di Graz, Vienna, Praga, Utrecht. Città che, insieme alle altre, hanno saputo rendere le spiagge dei fiumi che le attraversano luoghi che uniscono, e non spazi che dividono.
L’augurio, è che anche in Italia si possa cominciare a pensare ai fiumi come possibili elementi di attivazione sociale, come oasi contro le ondate di calore e come un’opportunità per migliorare il profilo urbano delle nostre città. Senza tralasciare le opportunità di contenimento contro le alluvioni.
Per approfondire:
Urban Waterways Reborn: European Cities Leading the Change in River Restoration and Revitalization – ArchDaily
City swimming, Swiss-style: a ride down the Rhine in Basel – The Guardian
Restoring European rivers and lakes in cities improves quality of life – European Environment Agency
World's rivers 'awash with dangerous levels of antibiotics' - The Guardian
Spiagge Urbane, Fare il bagno nel fiume in pieno centro non è mai stato così cool – Linkiesta
Sotto l’asfalto c’è la spiaggia – The Map Report
Let Them Swim – The New York Times
Rendere le città più inclusive per i bambini
L’aumento della popolazione previsto nelle grandi città necessità di interventi capaci di garantire inclusività per tutte le fasce della popolazione. A partire dai bambini.
Creare città inclusive per i bambini significa creare città più attrattive per le famiglie. Ma significa anche garantirne ai bambini le loro libertà. Di movimento, di gioco o svago. Non soltanto nei luoghi preposti, come possono essere campetti o cortili delle scuole. Ma anche e soprattutto all’interno del profilo urbano delle nostre città. 
Significa anche tutelarne la sicurezza e la salute, ad esempio, creando più zone pedonali, prediligendo la mobilità dolce e garantendo spazi naturali. Secondo il network Arup, creare città a misura dei bambini porta vantaggi tangibili a tutta la popolazione.
Non sempre è necessario intervenire con grandi progetti. Spesso sono anche piccoli interventi a garantire ai bambini autonomia, sicurezza e salute.
L’urbanistica tattica e i progetti finanziati dalle aziende (Brand Urbanism), insieme al coinvolgimento della comunità possono essere elementi chiave nel creare una città più inclusiva per i bambini.
Ad esempio, è possibile stimolare il gioco con piccoli interventi urbani. Migliorando la socialità e connessione fra persone di tutte le età. O è possibile aumentare l’autonomia e la sicurezza dei bambini, come nel tragitto casa-scuola o all’interno dei quartieri.
Di seguito, riportiamo diversi esempi di come sia possibile migliorare le città, mettendo al primo posto le necessità e le esigenze della popolazione più giovane. Gli esempi scelti si concentrano su tre diversi aspetti che partecipano a migliorare la qualità della vita dei bambini: attraverso il gioco, la sicurezza stradale e la connessione con la natura. In due dei casi riportati si tratta di progetti temporanei o piccoli interventi urbani. Nell’altro, di un più ampio progetto di rigenerazione urbana.
Momenti di gioco: l’Urban Playground di Londra 
Il progetto introduce un elemento di gioco all’interno della città di Londra. Invita le persone a interagire tra loro e con l'ambiente circostante in modi nuovi. Nella realizzazione, gli autori hanno cercato di immaginare Londra da una prospettiva insolita, quella di un bambino. Hanno quindi cercato di infondere un’atmosfera più giocosa negli spazi di un’area commerciale. L’installazione è pensata per essere accessibile a tutti. La disposizione dei pezzi crea diversi tipi di spazio. Ad esempio sedute per gli anziani. I bambini piccoli si sentono naturalmente attratti dall'installazione anche perché ci sono alcuni spazi in cui solo le persone molto piccole possono entrare. Il progetto ha portato ad un maggiore coinvolgimento di famiglie, bambini e di tutta la popolazione in generale. Migliorando l’area commerciale sia in termini di inclusività e momenti di svago, sia in termini economici grazie ad una maggiore attrattività per gli esercizi presenti nell’area.
Più sicurezza stradale con “Crezco con mi barrio”, Bogotà 
Realizzato in una zona della città con un elevato numero di famiglie svantaggiate, il progetto nasce per dotare la comunità di più sicurezza stradale e di spazi per la socialità. L’idea pilota per la realizzazione del progetto? Zone prioritarie per bambini. Il progetto è stato realizzato attraverso interventi di urbanistica tattica, alcuni dei quali rimasti poi definitivi. Sono stati resi sicuri alcuni degli incroci stradali più pericolosi. In un’area sfruttata per il parcheggio delle auto oggi giocano 130 bambini in età prescolare.
Il progetto ha coinvolto l’intera comunità. Sia nella progettazione e nella realizzazione degli interventi strutturali, sia nelle attività culturali e ricreative. Ciò dimostra che pensare a una città – o una sua porzione – a misura di bambino può essere un elemento catalizzante nel coinvolgimento della comunità di tutte le età.
Connettere i bambini con la natura. Il Sanlihe River Ecological Corridor, Qian’an (Cina) 
La natura è diventata parte dei viaggi quotidiani dei bambini lungo il corridoio ecologico del fiume Sanlihe nella città di Qian’an. Un progetto di riqualificazione che ha riguardato un tratto di fiume di 13 km. Prima fortemente inquinato, è stato trasformato in 135 ettari di paesaggio sostenibile e ricco di biodiversità per la comunità. Sono stati rimossi i canali di cemento e creato un sistema di giardini e zone di svago. La soluzione progettuale di maggiore impatto dal punto di vista della fruizione è stata quella di collegare le scuole con le aree residenziali tramite una rete di passerelle, sentieri e piste ciclabili. Il corridoio/parco è ora un luogo popolare di ritrovo per i bambini, che offre un ambiente tranquillo al di fuori dell'orario scolastico sia per il gioco che per lo studio. Gli habitat diversificati e le piante colorate contribuiscono ad aumentare la connessione dei bambini con la natura e a tutelare la loro salute. Un progetto quindi che migliora la vita non solo dei bambini, ma di tutta la cittadinanza.
Ripensare la conformazione delle nostre città per renderle più accoglienti non può non considerare il ruolo della popolazione più giovane. Amministratori, cittadini e brand devono essere capaci di collaborare creativamente verso questo obiettivo. Obiettivo che, come si è visto, è capace di portare vantaggi all’intera popolazione, non solo a quella più giovane.
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Per approfondire:
ARUP – Cities Aive: Designing for urban childhoods
ArchDaily – Urban Playground
Early Years Starter Kit - Engaging the community at neighbourhood level
World-architects.com - A Mother River Recovered: Qian'an Sanlihe Greenway
Da intervento temporaneo a opera d'arte definitiva. La trasformazione di Paseo Bandera
Paseo Bandera è una strada importante per Santiago del Cile. Attraverso questa via, nel cuore della città, è possibile raggiungere alcuni fra i più importanti edifici amministrativi, banche, musei, negozi, ristoranti.
Eppure, per anni Paseo Bandera è stata una via trafficata perlopiù da automobili. Ingolfata e rumorosa. Quasi spogliata dalla sua importanza strategica. La via è stata poi chiusa al traffico per 5 anni, a causa dei lavori per la linea 3 della metropolitana. Diventando un parcheggio e un deposito di materiali per il cantiere.
Da qui, però, nasce l’occasione colta dall’amministrazione. 
La possibilità di pedonalizzare la via attraverso un’opera temporanea di urbanismo tattico per i restanti mesi di lavori.
Oggi, a distanza di anni, quell’intervento è ciò che rende giustizia all’importanza di Paseo Bandera. Una via pedonale, ricca di vita e di colore. Un’isola felice nel centro storico di Santiago del Cile che rappresenta un’attrazione turistica e un luogo di socialità per i residenti. Nonché un esempio fondamentale di come il Brand Urbanism e la sinergia di tutti gli stakeholder delle città possono migliorare il profilo dei centri urbani. Come anche degli interventi, pensati come temporanei, ascoltando il parere delle comunità coinvolte, possono affermarsi come interventi permanenti e – nel loro piccolo – rivoluzionare in meglio il profilo delle città. Migliorare quindi, in definitiva, la vita di chi vive il quartiere: cittadini, commercianti e turisti.
Per capire la portata di queste ultime affermazioni, è necessario però fare un passo indietro, ripercorrendo le fasi del progetto e la sua evoluzione da temporaneo a definitivo.
L’idea e la realizzazione 
Come già accennato, l’idea dell’amministrazione era quella di sfruttare il periodo dei lavori per la linea metropolitana e pedonalizzare temporaneamente Paseo Bandera. Il progetto viene affidato ad uno studio locale, ma la proposta presentata si rivela tuttavia più ambiziosa del previsto, superando le aspettative sia in termini di budget, che di proporzioni e spazio su cui intervenire.
Attraverso il coinvolgimento di un Brand con forte radicamento sul territorio, di artisti locali e progettisti, l’opera è stata realizzata in breve tempo. Le opere, che comprendono murales e installazioni, arredo urbano e spazi verdi, si estendono per 350 metri lineari, per un’area di 3.300 metri quadrati. Ed è il risultato di una collaborazione collettiva fra tutti i soggetti coinvolti. L’intera opera è divisa in tre temi diversi per ogni sezione della strada: Sostenibilità, Lounge e Focus culturale.
Le opere realizzate comprendono riferimenti geografici del Cile, la fauna, la cultura e le tradizioni che lo caratterizzano.
Elementi che partecipano a caratterizzare l’identità della società cilena e di Santiago.
L’impatto e il destino del progetto
Il traboccare di forme e colori, in contrasto con l’architettura della città, ha quasi spiazzato i cittadini. Uno dei progettisti in un’intervista, racconta come gli abitanti di Santiago si sentissero davvero in un posto diverso. Più accogliente e pieno di vita. Più vivibile. 
Come molto spesso capita in questo tipo di progetti, c’è stata una mobilitazione pubblica affinché non si tornasse più alla vecchia Paseo Bandera. A più voci la comunità, gli artisti coinvolti e il Brand che ha partecipato alla realizzazione del progetto hanno chiesto che quell’opera, nata temporanea, rimanesse a beneficio della città e dei cittadini.
Con la fine dei lavori per la linea metropolitana, il ministro dei trasporti ha concesso la definitiva pedonalizzazione di Paseo Bandera.
Oggi la vecchia arteria trafficata e anonima è uno luogo che unisce comunità locale, turisti, e chiunque passi da quella via.
L’esempio dell’evoluzione di Paseo Bandera dimostra come la sinergia fra cittadini, brand e amministrazioni sia una delle chiavi di lettura per rendere il futuro delle città più sostenibili e a misura dei cittadini.
Di come i benefici di un’opera temporanea possano poi ispirare un cambiamento duraturo. E che la creatività può trasformare anche un cantiere – di per sé disturbante – in un’occasione per donare bellezza e socialità.
Per approfondire:
Institute For Public Art – Paseo Bandera/Bandera Avenue
OPSI – Bandera Street Promenade
Web Urbanist - Paseo Bandera: Newly Pedestrianized Street in Chile is One Big Work of Art
CIDEU - Paseo Peatonal Bandera: Urbanismo táctico
Come il Brand Urbanism e il Placemaking possono rendere le nostre città più inclusive e partecipate
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Nelle città contemporanee, il tessuto urbano e la morfologia degli spazi sono in costante evoluzione. Da un lato, la crescita demografica spinge verso una maggiore urbanizzazione ed espansione.
Dall’altro, invece, sempre più frequentemente si assiste all’aumento di spazi sottoutilizzati.
Spazi che, per le persone che vivono le città, ricoprono un ruolo puramente transitorio o di consumo. In cui le occasioni di socialità e interazione sono pressocché nulle. Rendendo quegli stessi spazi privi di identità. L’antropologo francese Marc Augé li ha definiti “non luoghi”.
Nel cercare di rendere una città più inclusiva, accessibile, equa e viva, si possono rendere questi "non luoghi” che dividono, questi spazi anonimi, luoghi che uniscono?
La risposta è sì. Come? Attraverso una pratica chiamata Placemaking. 
Il Placemaking riutilizza i “non luoghi”, residui urbani, restituendoli alla cittadinanza, creando nuove possibilità di interazione e nuove forme di socialità.
Secondo la definizione del PPS (Project For Public Spaces) il Placemaking è un’operazione visionaria, funzionale, inclusiva e adattabile, guidata dalla comunità.
Essendo multidisciplinare, il Placemaking può essere svolto in diversi modi. Ciò che importa, in un intervento di rigenerazione urbana definibile di Placemaking, è la collaborazione attiva fra brand, amministrazioni e cittadini. Ovvero, fra tutti gli attori coinvolti nel cambiamento delle città.
Quando questo accade il Placemaking si evolve nel Brand Urbanism focalizzando ancora di più la propria visione su quella parte dell’attività di rigenerazione urbana che è funzionale all’attivazione e/o riattivazione delle comunità locali.
D’altronde i Brand si occupano principalmente di relazioni (senza le quali un Brand decadrebbe in un Marchio/Logo) e il loro contributo al Placemaking non si deve limitare al fornire risorse economiche. Ma può e deve estendersi nell’ambito della costruzione di relazioni significative. L’unica differenza è che nel caso del Brand Urbanism non si tratta di costruire solo buone relazioni tra il consumatore e il Brand ma relazioni tra pari, tra cittadini e fra tutti quegli stakeholders dai quali dipende il miglioramento della qualità della vita sul territorio di prossimità.
Si può fare Placemaking attraverso opere di grandi dimensioni che prevedono un’attenta progettazione. È il caso del celebre Superkilen, di cui abbiamo già parlato, o dell'High Line Park di New York.
Altre volte invece, è possibile creare luoghi inclusivi anche con piccoli interventi temporanei, a basso costo e di immediata realizzazione.
Utilizzando con creatività gli strumenti dell’urbanistica tattica o dell’agopuntura urbana. Di seguito, qualche esempio di Placemaking realizzato con diverse modalità.

CWLane Reading Space
Una piccola biblioteca modulare realizzata con una serie di gradini e piattaforme, ispirati al paesaggio della città di Hong Kong. CWLane Reading Space è un progetto che mira a rivitalizzare un piccolo spazio pubblico inutilizzato, creando un nuovo punto di ritrovo per la comunità e diffondendo cultura. Non solo quella che si può assimilabile attraverso la lettura, ma anche la cultura del riuso sia dei luoghi che dei libri.
La scelta di puntare sulla creazione di un luogo per la lettura nasce da una discussione condotta attraverso il coinvolgimento della popolazione. Che ha poi partecipato direttamente all’assemblaggio della struttura in legno e donando i libri usati.
Il colore rosso e il motivo geometrico bianco utilizzati per il progetto intendono catturare l'attenzione dei passanti e invitarli a scoprire e utilizzare questo piccolo spazio nascosto.
Il progetto dimostra come è possibile, attraverso la creatività e l’ascolto della cittadinanza, riutilizzare luoghi in disuso per creare nuovi ambienti sociali e inclusivi. Un progetto facilmente replicabile in tante altre città.
La WaterSquare di Benthemplein (Rotterdam) o “Piazza d’acqua”
Da luogo inutilizzato a piazza sociale, nonché strumento per combattere gli effetti del cambiamento climatico.
La “piazza d’acqua” di Benthemplein, a Rotterdam, è stata progettata e realizzata per essere un luogo di socialità. Ma è anche un sistema di raccolta dell’acqua piovana. E combattere gli effetti delle sempre più frequenti “bombe d’acqua”.
Per la realizzazione e la progettazione sono stati effettuati tre incontri con la popolazione del quartiere. Gli abitanti sono stati chiamati in causa nell’immaginare la nuova piazza. La volontà della cittadinanza è stata quella di creare una piazza che fosse anche un luogo di socialità, con tanto verde e spazio per l’interazione sociale.
Il che rende la piazza Benthemplein è uno degli esempi più intelligenti di Placemaking.
La Water Square è composta da tre vasche che raccolgono l'acqua piovana. Due vasche poco profonde che si riempiono durante le precipitazioni, e una terza vasca più profonda che si riempie solo in caso di pioggia costante o violenta. Il bacino centrale, solitamente vuoto, serve come piazza per praticare vari sport, o è stata utilizzata come teatro all’aperto, disponendo anche di gradinate per il pubblico. Quando invece il bacino/piazza si riempie, l’acqua (filtrata) crea un piccolo lago artificiale che aumenta l’attrattività e la bellezza della piazza.
SOS – Seating for Socializing

Qual è il potenziale di un solo metro cubo?
SOS è stato un progetto, una ricerca che mirava a coinvolgere le persone in attività di riattivazione dello spazio pubblico sottoutilizzato. Il progetto si è basato su tre caratteristiche fondamentali. Flessibilità, compattezza e socialità. Una scatola di metallo è piazzata in una piazza, contenente 27 cubi bianchi di polielitene della dimensione di un metro cubo, capaci di illuminarsi nelle ore serali.
Le persone sono state invitate ad interagire con i cubi e a disporli nello spazio come meglio credevano. Se gli adulti hanno utilizzato i cubi semplicemente come seduta, è con l’azione dei bambini che il progetto ha mostrato al meglio il suo potenziale di aggregazione e interazione sociale. I bambini, infatti, con la loro creatività, hanno cominciato utilizzare i cubi non tanto per sedersi, ma per giocare ad impilarli e a creare diverse configurazioni spaziali. I bambini hanno così coinvolto altri passanti (adulti e meno adulti) che si sono fermati ad interagire con questi piccoli elementi urbani e a creare momenti di socialità in una piazza prima inutilizzata. Scattando foto o semplicemente a chiacchierando. Dimostrando che anche un piccolo intervento urbanistico come SOS può sprigionare spontanei momenti di socialità e interazione. Un progetto semplice, facilmente replicabile. Eppure, efficace.
Dagli esempi di placemaking riportati, risulta evidente che non è tanto la dimensione dell’intervento a trasformare spazi che dividono in luoghi che uniscono. La chiave, in questi processi di rigenerazione, è il coinvolgimento attivo delle persone, la partecipazione dal basso. È la capacità di stimolare momenti di interazione, socialità, gioco o semplicemente incontro fra le persone.
Un intervento di Placemaking riuscito deriva dalla capacità di pensare lo spazio non come elemento urbano da riempire, ma come luogo da restituire alle persone che vivono la città o il quartiere. È per questo che amministratori e brand che intendono avviare processi di rigenerazione urbana non possono esimersi dall’ascolto del territorio, delle persone che vivono quei luoghi.
Per approfondire:
Spazio Pubblico – Enciclopedia Treccani
SOS_Socializing for Seating – Research Gate
Placemaker - Elena Granata
CWLane Reading Spaces - UrbaNext
Watersquare Benthemplein – De Urbanisten
What is Placemaking – Project for Public Spaces (PPS)
L’importanza del colore nei processi di rigenerazione urbana
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Rigenerare un quartiere o parte di una città non equivale soltanto a rimettere in funzione qualcosa che non va.
Significa soprattutto ascoltare i cittadini e ridare alla comunità che vive quel territorio identità, gioia e bellezza. L’impiego di materiali sostenibili o di tecniche all’avanguardia è certamente cruciale in un’ottica funzionale dello spazio rigenerato. Ma è nel colore che risiede, invece, la capacità di trasformare un posto in luogo identitario e distintivo.

Attraverso la luce poi (sia essa artificiale o naturale)
le superfici colorate cambiano di tonalità e sfumature. Rendendo così quelli che potrebbero essere dei semplici luoghi statici ambienti dinamici e cangianti.
Gli esempi di progetti di rigenerazione urbana, in cui il colore gioca un ruolo fondamentale, sono molti e le modalità in cui vengono realizzati diverse. A volte la componente artistica, ovvero l’urban art fa da protagonista, altre volte sono soluzioni architettoniche creative a rendere identitario e iconico un luogo.
In alcuni dei progetti di rigenerazione urbana, addirittura, il colore è l’elemento progettuale fondante. Tramite un utilizzo strategico delle cromie si è inciso non solo sull’estetica ma anche, in maniera duratura, sul tessuto sociale del luogo.
Red Ribbon Park
Il parco si trova sulle rive del fiume Tanghe, nella periferia di Qinhuangdao, in Cina. Prima della riqualificazione, l’aerea era una discarica abusiva e di difficile accesso.
Inoltre, con l’espansione urbana e lo sviluppo della città, il corso naturale del fiume sarebbe probabilmente stato affiancato da argini di cemento. Il progetto di riqualificazione è stato condotto dagli architetti di Turenscape attraverso quello che si può definire un intervento minimalista. Il progetto, infatti, consiste nella realizzazione di una lunga struttura in fibra d’acciaio, di colore rosso, affiancato da una passerella (da qui il nome Nastro Rosso). Una soluzione dal forte impatto visivo, ma dal minimo impatto ambientale. La vegetazione e la biodiversità del luogo risultano infatti intatte, ed anzi arricchite con la creazione di quattro giardini permanenti. Il vivido colore rosso della struttura si sposa con i colori naturali del verde e del blu dell’acqua. Di giorno, con la luce naturale. Di notte, con un sistema di illuminazione interno alla struttura.
Che risalta sia il lungo nastro che la vegetazione intorno. Ma l’impatto visivo non è l’unico risultato raggiunto da questo progetto. L’area ha infatti un impatto importante anche sulla sfera sociale della comunità della periferia di Qinhuangdao. Il parco del Nastro Rosso è oggi un luogo in cui la gente si ritrova per pescare, fare jogging, socializzare. Un luogo restituito alla comunità che coniuga bellezza, socialità e natura in un contesto di crescente urbanizzazione della città.
Villa Rosa, Port-au-Prince
Il quartiere di Villa Rosa, a Port Au Prince, era stato pesantemente colpito dal devastante terremoto del 2010. Molte delle case ricostruite erano rimaste incompiute e con materiali grezzi in vista.
Il progetto Haiti Painting, promosso dalla NGO Cordaid, ha coinvolto 20 muratori locali nella messa in sicurezza delle facciate. Successivamente, pittori locali hanno ripreso il concetto di design e i colori degli autobus Tap-Tap, diffusissimi ad Haiti, riportandoli sulle facciate delle case. Durante il progetto sono poi stati effettuati lavori di riparazione su scale, spazi pubblici di socialità e muri di contenimento. Il progetto, oltre a mettere in sicurezza gli elementi urbani, ha permesso alla comunità colpita dal terremoto di partecipare attivamente alla ricostruzione del proprio quartiere. Quegli edifici, oggi, mostrano non solo i colori e le forme tipiche della cultura haitiana, ma simboleggiano anche la forza e la resilienza di una comunità che ha saputo, seppur con molte difficolta, rialzarsi dopo il devastante terremoto del 2010.
I colori dell’arte urbana

Da sempre tripudio di colori e forme, l’arte urbana è stata più volte impiegata come strumento di partecipazione delle comunità e di riqualificazione degli spazi urbani. L’esempio di Favela Painting è emblematico. Il progetto ha portato colore e gioia all’interno di difficili realtà come le favelas di Rio de Janeiro. La comunità locale, oggi, porta avanti il progetto in modo autonomo.
Continuando a migliorare, almeno in parte, lo spazio in cui vivono. Nato da un’idea degli artisti Haas&Hahn (gli stessi contattati da Cordaid nel progetto di Port-au-Prince) Favela Painting si è poi espanso autonomamente e a macchia d’olio in altre realtà urbane. L’obiettivo è sempre lo stesso. Rendere luoghi tristi più gioiosi attraverso l’azione di chi li vive.
Colorare le città non è quindi soltanto un’operazione estetica fine a stessa: è un modo per esprimere identità, gioia e condivisione. Per questo, nella progettazione di azioni di rigenerazione urbana i cittadini, i brand e le amministrazioni devono tener conto dell’importanza rappresentata dal colore e delle sue possibili implicazioni.
Per approfondire:
Turenscape – The Red Ribbon Park
Surfaces International -The urban dimension of colour
Katia Gasparini - Il colore e la rigenerazione urbana
Foto: Turenscape, Favela Painting, Haiti Painting
Largo Balestra, Milano
La rigenerazione di Largo Balestra rappresenta il progetto pilota di Parchi Agos. L’intervento del 2021 ha interessato l’area di Largo Balestra, sia negli spazi verdi sia nella piazza antistante al parco, e il vicino parco di Giambellino Ovest. Un gemellaggio che continua dal 2021 con l’organizzazione di momenti di socialità ed eventi di animazione.
L’iniziativa si è inserita nel patto di collaborazione tra l’Associazione “Fate Largo” e il Comune di Milano, in un caso ben riuscito dell’auspicata collaborazione tra pubblico, privato e Terzo Settore.
La piazza e il piccolo parco adiacente si presentavano come spazi poco vissuti dalla comunità, data la scarsa attrattività e la totale assenza di arredo urbano che ne permettesse una giusta fruizione. Il progetto ha quindi voluto valorizzare queste aree, contribuendo a renderle poli di aggregazione e inclusione sociale.
La rigenerazione green, smart, art e sport del parco
L’intervento ha previsto l’installazione di orti condivisi in cassoni rialzati (e quindi accessibili), grazie alla cooperativa Opera in Fiore, che si occupa anche della manutenzione del verde includendo lavoratori in posizioni svantaggiate. La piazzetta antistante è stata valorizzata tramite l’inserimento di arredi urbani di design, mentre su una superficie in disuso è stata realizzata l’opera di street art “Urban Parks” by KayOne, un trionfo di colore e grafica in omaggio alla giungla contemporanea. In collaborazione con Fondazione SportCity e Kompan sono state collocate delle attrezzature per l’attività sportiva soft, fruibili anche dalla popolazione anziana.
Il parco è stato animato regolarmente da attività curate da WWF, CONI e ABC Progetto Azzurri ASD, mentre nel 2023 si è tenuta una grande festa dedicata al quartiere, che gemellato i due parchi e ha visto la partecipazione di una decina di associazioni sportive, green e art.
Parco Margherita Hack, Padova
Il parco Margherita Hack è stato valorizzato in sinergia con il Comune di Padova per accrescere l’attrattività di un’area frequentata prevalentemente da bambini e famiglie, implementando strutture che favoriscono la frequentazione di un pubblico più ampio. Una nuova area sportiva accessibile circondata dalla bellezza e dai colori della street art, per rimettere al centro socialità e sport.
Gli interventi di valorizzazione
The Future Is Now è l’opera di arte urbana dedicata a Margherita Hack e alle donne nel mondo STEM (science, technology, engineering and mathematics), realizzata dall’artista Rame13 in omaggio alla scienziata fiorentina, con il supporto organizzativo dell’associazione “Le Mille e Una Arcella”.
Per gli amanti dello sport è nata una nuova area fitness comprendente attrezzature e grafiche a terra per allenamenti calisthenics e street workout. Le attrezzature Kompan, permettono lo svolgimento di attività sportiva a giovani, adulti, anziani e persone con disabilità motorie. Per favorire il corretto utilizzo dell’area, gli sportivi possono prendere spunto o ispirarsi ai tutorial presenti nell’app dedicata, a cui si accede grazie a QR code.
Il green è invece ulteriormente valorizzato da arbusti ed alberature intorno alla nuova area fitness. Sono state collocate anche tre sedute per godersi il verde e lo sport in uno spazio gradevole.


















































































