3-30-300: la regola d’oro per città più verdi

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Chi vive in città lo sa: aprire la finestra su un viale alberato è una gioia per gli occhi. Passeggiare in un parco rigenera e permette di respirare lontano dallo smog del traffico. Sarà forse un caso che l’Agenda per lo Sviluppo sostenibile indichi gli “spazi pubblici verdi, inclusivi e accessibili” come uno dei pilastri per comunità sostenibili (SDG 11)? Certamente no. 

Verde urbano: quali sono i trend? 

Il verde urbano assume diverse forme. Per capirci, non parliamo solo di parchi, aiuole, viali alberati. Un trend che da qualche anno si sta facendo strada è quello dei tetti verdi: oasi di vegetazione sui tetti degli edifici, che aggirano il problema di una sempre maggior carenza di superficie disponibile nelle città - con vista panoramica! In aggiunta, si parla anche di orti e frutteti urbani, che svolgono l’ulteriore funzione di approvvigionamento alimentare, seppure in quantità ridotte. 

I benefici del verde urbano. 

Partiamo dalle basi. Piante e vegetazione sono il nostro miglior alleato per la mitigazione ambientale. In città sempre più soggette ad eventi climatici estremi, a bombe d’acqua e di calore, le superfici verdi contribuiscono a contrastare l’impermeabilizzazione delle città, migliorano la qualità dell’aria e moderano la creazione di isole di calore. Benefici per l’ambiente e per la nostra salute, quindi. Non solo. I parchi sono luoghi prediletti per la socialità e il benessere psico-fisico, ad esempio attraverso la pratica dello sport all’aperto. Da ultimo, gli spazi verdi sono piccole oasi di biodiversità, che possono ugualmente diventare aule per l’educazione e la sensibilizzazione ambientale. 

La regola del 3-30-300. 

Per città verdi e vivibili il professore olandese Cecil Konijnendijk della Nature-Based Solutions Initiative propone la regola del 3-30-300. Di cosa si tratta? Semplice, sono i requisiti che ogni cittadino dovrebbe vedere soddisfatti: 

  • 3 alberi visibili dalla propria finestra 
  • 30% della superficie del proprio quartiere coperta da vegetazione 
  • 300 metri come distanza massima tra la propria abitazione e uno spazio verde 

Va da sé che spesso i centri storici non dispongono di molte aree verdi, che sono invece più facilmente fruibili man mano che ci sia allontana verso le periferie. Ma il tema va oltre la superficie disponibile: la distribuzione del verde in città non è (purtroppo) democratica, anzi evidenzia le disuguaglianze. Spesso i quartieri più poveri con alta densità abitativa sono blocchi di cemento, in cui i benefici offerti dal verde vengono completamente persi. È quindi una questione di accessibilità. E gli interventi di forestazione o di rigenerazione urbana non possono prescindere da questo dato di fatto. 

I rischi della forestazione urbana. 

Il rovescio della medaglia è quella che si chiama eco-gentrificazione. Ci sono interventi di rigenerazione urbana su larga scala e calati dall’alto che danno un nuovo volto – più green e attrattivo – a delle aree cittadine. Che tuttavia espellono gradualmente i propri abitanti per la crescita esponenziale del valore immobiliare. Anche in questo caso, un incremento delle disuguaglianze da evitare.  

A che punto siamo? 

Quanti di noi possono dire che la regola del 3-30-300 è rispettata nel luogo in cui viviamo? In Italia, ogni cittadino dispone in media di 33,8 metri quadri di verde urbano. Le città che escono vittoriose sono quelle di piccole-medie dimensioni, in cui una pianificazione più facile permette di mantenere un maggiore equilibrio. Dati meno positivi invece per le grandi città: 17,1 a Roma, 17,8 a Milano, 22,2 a Firenze e 9,2 a Bari. Tuttavia un primato lo abbiamo: con 4580 ettari, il Parco regionale dell'Appia antica di Roma è il parco urbano più grande d'Europa. 

Regole o non regole, una certezza c’è: per migliorare la nostra qualità di vita dobbiamo riallacciare il nostro rapporto simbiotico con la natura. Il futuro sta tutto in questa relazione. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Cecil Konijnendijk, Promoting health and wellbeing through urban forests – Introducing the 3-30-300 rule, IUCN Urban Alliance

Nature-Based Solutions Institute website

Il verde urbano per limitare l’inquinamento nelle città, Openpolis

Giacomo Bagnasco, Bolzano, Trento e Belluno in vetta: le città più green sono a Nord-Est, Sole24Ore

Ecosistema urbano, Sole24Ore

Maria Gelsomino, L’importanza del verde urbano: definizione, funzioni, normativa, Pedago

Photos by Chuttersnap, Pascal Meier, Openpolis

 


Comunicare la sostenibilità non basta più: le aziende devono fare!

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Giovedì 10 novembre 2022 il Parlamento europeo ha approvato la "Corporate Sustainability Reporting Directive" (P9_TA(2022)0380). Questa direttiva ha un'importanza fondamentale perché stabilisce, nei fatti, che i dati aziendali sulla sostenibilità assumono lo stesso valore dei dati finanziari. 

In pratica l'assunto è che "dire e comunicare la sostenibilità" non è più sufficiente: bisogna fare!

L’obiettivo di questa direttiva è infatti di responsabilizzare in modo concreto le imprese sulle attività di comunicazione della sostenibilità: prima di comunicare bisogna agire. Ciò ha come ovvia conseguenza quello di renderle trasparenti agli occhi dei consumatori e limitare il fenomeno del greenwashing. 

Imprese e consumatori. A che punto siamo quando parliamo di sostenibilità? 

Le sfide che ci attendono quando parliamo di sostenibilità e cambiamento climatico sono evidenti. Appena una settimana fa si è conclusa la COP27. Il tema è sempre più caro agli stessi consumatori che d’altra parte però trovano nei supermercati prodotti con claim green dei quali, secondo uno studio Sweep, ben il 42% è ingannevole!

Il mondo delle imprese si sta muovendo. Un documento sottoscritto da grandi realità internazionali definisce un impegno verso una nuova purpose first economy: lo scopo dell’impresa deve essere centrale nel produrre una trasformazione, un cambiamento anche dell'intero sistema. E si tratta di un'evoluzione che dev'essere integrata nella strategia di business e misurata con metriche precise.  

Purtroppo nel 2021 meno di 1 impresa italiana su 3 ha volontariamente pubblicato un suo bilancio di sostenibilità. Quindi questa direttiva va sicuramente nella giusta direzione.

La nuova direttiva. Misurare l’impatto sociale e ambientale. 

Le informazioni non finanziarie che le aziende dovranno divulgare riguardano il loro impatto sociale e ambientale. Un approccio quindi integrato alla sostenibilità, in cui l’ambiente e i rischi ambientali dell’attività d’impresa - in primis relativi al cambiamento climatico – sono solo il punto di partenza. A tutto ciò si aggiungono le necessarie informazioni sulla responsabilità sociale e il trattamento dei dipendenti, il rispetto dei diritti umani, le misure contro la corruzione e la tutela della diversity nelle posizioni dirigenziali. 

L’applicazione di questa direttiva avverrà per scaglioni progressivi. A partire dal 2024 sarò obbligatoria per le multinazionali con più di 500 dipendenti. Per poi passare, nel 2025, alle aziende con oltre 250 dipendenti e/o un fatturato di 40 milioni di euro. Dal 2026, infine, gli obblighi si estenderanno anche alle piccole medie imprese quotate. 

Giusto per avere un ordine di paragone, finora le norme esistenti interessavano poco più di 11 mila aziende. Con questa direttiva si arriverà a coinvolgerne oltre 50 mila, coprendo il 75% del giro d’affari delle imprese europee.

Dal dire al fare. Per fare la differenza non basta raccontarla. 

Si tratta di un passaggio "dal dire al fare" che implica un grande cambiamento di mentalità (e di azione). Le imprese hanno infatti bisogno di approcciare la sostenibilità come elemento fondante della propria identità. Una sostenibilità in grado di tener uniti impresa, persone e territorio, in un’ottica di contaminazione virtuosa tra pubblico e privato. E tutto ciò attraverso azioni concrete e visibili: il modo in cui le aziende rispondono agli interessi dei propri stakeholder diventa parte integrante della stessa trasformazione.

Ciò si dovrà tradurre quindi, anche nella vita di tutti i giorni, in un maggiore impegno verso le questioni ambientali, sociali, di diversità e inclusione. 

Lavorare in accordo con i propri stakeholder territoriali permette infatti di creare valore a lungo termine. Valore per l’impresa ma anche per il territorio, in modo da diventare agenti effettivi di cambiamento. Investire in un sistema di valori e azioni che una comunità riconosce come propri significa essere in sintonia con il territorio. E di conseguenza guadagnare la fiducia di chi lo abita, anche quando "diventa" poi consumatore. 

Ci sono sempre più esempi in questo senso. Imprese che contribuiscono a migliorare la vita di una comunità, intercettando dal basso bisogni e sensibilità e trasformandoli in interventi concreti. Stiamo parlando di aree urbane riqualificate per stare nella natura e creare connessioni, murales che fortificano l’identità di un quartiere o campi sportivi pubblici, accessibili a tutti e luogo di inclusione sociale. 

Brand for the City è nata ben prima di questa direttiva proprio per aiutare le aziende che vogliono intraprendere percorsi di sostenibilità concreti. Concentrandoci nelle città - i luoghi delle grandi sfide che ci attendono - Brand for the City facilita il dialogo tra imprese e attori del territorio per sviluppare progetti di rigenerazione urbana: interventi concreti che si costruiscono con la comunità, immaginando una città più sostenibile, equa e vivibile.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Corporate Sustainability Reporting Directive, Parlamento Europeo

Lisa Kreusch, The Corporate Sustainability Reporting Directive, PlanA

Mauro Bellini, Sustainable reporting: approvate le nuove regole UE sulla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), ESG360

Antonio Mazzuca, CSRD, Corporate Sustainability Reporting Directive: dall’UE obblighi di rendicontazione ambientale e sociale per le imprese, InSic

Giampaolo Colletti, Fabio Grattagliano, Numeri, azioni e performance per schivare l’overdose di Esg, Sole 24 Ore


I Parchi Agos Green&Smart sbarcano a Roma: il nuovo volto di Parco Colasanti

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Dopo Catania e Lucca, è il turno di Roma: sabato 12 novembre è stato inaugurato l’intervento di rigenerazione del parco Donatella Colasanti, nel quartiere di San Paolo. Il terzo momento d’incontro per il 2022 con l’iniziativa Agos Green&Smart. 

Brand for the City è ancora una volta al fianco di Agos per trasformare e riattivare i parchi urbani, seguendo una logica di prossimità e di ascolto dei territori. Il progetto si è sviluppato con l’idea di potenziare l’area come luogo di socialità e bellezza, con un occhio di riguardo ai bambini e alle famiglie della zona. Il dialogo con il Municipio VIII e l’amministrazione comunale ha messo da subito in chiaro quali fossero i desideri della comunità. Su questi si è costruito il progetto, che si articola nelle quattro dimensioni care ad Agos: green, art, smart, sport. 

Green, un giardino mediterraneo colorato e profumato. 

L’elemento verde assume molta importanza nel progetto: non solo garantisce una maggiore fruibilità dell’area ma dà la possibilità di avviare percorsi didattici e di attivazione sociale. Anche per questo la scelta è ricaduta su un giardino mediterraneo. Piante, arbusti ed essenze autoctoni, molti dei quali fanno parte della tradizione italiana in cucina, con una triplice funzione: bellezza, biodiversità e verde urbano, potenzialità educativa.  

La realizzazione e la futura manutenzione dell’area sono in capo a Ridaje, impresa sociale che coinvolge persone senza fissa dimora nella cura del verde, insegnando loro i segreti del mestiere. 

Art, una galleria a cielo aperto sul tema della violenza sulle donne. 

Il parco ha una forte impronta artistica, che unisce il tema della natura a quella della lotta contro la violenza sulle donne. La scelta è stata plasmata dal dialogo con il luogo, dedicato a Donatella Colasanti che per anni ha lottato per la giustizia in seguito al massacro del Circeo. A lei è stato dedicato un ritratto nel parco.  

Lungo la recinzione si sviluppa un racconto di rispetto e cura nei confronti delle donne grazie al lavoro dell’artista poliedrica Violetta Carpino. Quattro pannelli in cui le rose – simbolo delle donne – vengono protette grazie alla gentilezza collettiva ma sono anche fiaccole che ardono di forza propria. 

Sul muretto di ingresso invece è stato realizzato un murale da Paolo “Gojo” Colasanti, artista rinomato nella scena della street art romana: Feronia, dea romana della natura selvaggia e della libertà, circondata dal verde rigoglioso e dalla vivacità degli esseri viventi.  

Smart, scoprire il parco in modo pratico e veloce. 

Che pianta sto guardando? Qual è il significato dietro questa opera d’arte? Per rispondere a queste domande – e rendere la conoscenza accessibile a tutti – sono stati predisposti dei QR code all’interno del parco. Basta inquadrarli per entrare nelle storie dietro le pitture murali – o per scoprire aneddoti e caratteristiche della vegetazione. 

Sport, giochi inclusivi e coinvolgimento del territorio. 

Un grande lavoro è stato fatto per trasformare l’area giochi in uno spazio sicuro e inclusivo. I giochi e del pavimento antitrauma ammalorati sono stati sostituiti, in particolare con giochi di plastica riciclata. Tra questi anche un’altalena a cesto, che grazie alla sua forma può essere utilizzata da tutti. Sempre seguendo questo principio (e per favorire l’aggregazione), nel giardino mediterraneo è stato collocato un grande tavolo in legno inclusivo, che può accomodare anche le carrozzine.  

Un’inaugurazione all’insegna dello sport e della condivisione. 

Le potenzialità dello spazio per un uso sportivo sono state mostrate durante l’inaugurazione. Una serie di associazioni sportive, coordinate da Fondazione SportCity, ha animato la giornata: pallavolo, taekwondo e perfino gli scacchi. Nel mentre si sono svolti anche laboratori di street art e di sensibilizzazione sui temi ambientali rivolti ai bambini. Plastic Free, partner dei Parchi Agos, ha organizzato anche in questo caso una raccolta della plastica della zona circostante, contribuendo a mantenere pulito l’ambiente.  

La partecipazione e l’interesse che cittadini e istituzioni hanno dimostrato è indicativo del valore dell’operazione: un intervento sentito che nasce dall’ascolto del territorio. Come dovrebbe essere ogni progetto di rigenerazione urbana! 

 

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Visita il sito di Parchi Agos Green&Smart

Photos by Roma Periferica


Asphalt Art Initiative: arte su asfalto per strade sicure e spazi rigenerati

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Che l’arte migliori la vita nelle città è ormai considerata cosa certa. L'arte viene infatti sempre più riconosciuta come strategia per creare bellezza, riconoscimento e partecipazione nelle comunità urbane. Non solo. Il trend, ormai decennale, dell’urbanistica tattica dimostra il suo valore anche per la sicurezza e la qualità di fruizione di strade, marciapiedi, piazze e altre aree pubbliche.  

La Asphalt Art Initiative

Per questo la Bloomberg Philanthropies, fondata dall’ex sindaco di New York, ha deciso di finanziare progetti di rigenerazione di strade e spazi pubblici grazie all’arte. Anzi, grazie all’Asphalt Art, come la chiamano, cioè arte sulla pavimentazione stradale. Ogni anno viene indetta una call, l’Asphalt Art Initiative, che nel 2022 ha premiato (e finanziato) le proposte di 19 città europee. 

Per Bloomberg è un modo di “soddisfare la crescente domanda di riprogettazioni urbane su strada nelle città europee unendo ancora di più artisti e cittadini attivi grazie al potere dell’arte pubblica”. 

I benefici dell’asphalt art

Miglioramento della sicurezza dei pedoni. Uno studio dimostra che l’Asphalt Art contribuisce a ridurre del 50% gli incidenti stradali e comportamenti scorretti alla guida. La riprogettazione artistica di un incrocio a Kansas City ha portato alla diminuzione del 45% della velocità media del traffico. E grazie alle geometrie colorate sul marciapiede, a Baltimora si è registrato un aumento del 41% di comportamenti virtuosi dei conducenti a favore dei pedoni. 

Rigenerazione dello spazio pubblico. Glasgow, un “nonluogo” all’ingresso di una stazione ferroviaria è stato reinventato, connettendolo anche alle piste ciclabili e pedonali circostanti. Invece ad Amsterdam è stata creata un’area conviviale vicino al mercato all’aperto di Plein 40-45 plaza: colori brillanti, panchine, fioriere hanno attratto nuovi visitatori e animato il quartiere. 

Coinvolgimento della cittadinanza. I residenti del quartiere Friendship di Pittsburgh hanno partecipato alla riprogettazione urbana: dai workshop per sviluppare i disegni alla pittura del murale. A Saginaw, 29 artisti e quasi 500 residenti si sono riuniti per un “Paint-A-Thon”, un intervento di rigenerazione artistica. Una volta completata l’opera, l’83% dei commercianti della zona ha definito i murales vantaggiosi per le loro attività commerciali. 

Le italiane 

Tre sono le tipologie di interventi previsti dalla Asphalt Art Initiative: incroci e attraversamenti pedonali artistici, opere per la sicurezza dei cittadini, rigenerazione e nuovi spazi pedonali. È in quest’ultima categoria che rientrano le città italiane selezionate. Prato, Firenze e Roma.  

Prato. Il progetto candidato prevede il miglioramento della qualità dello spazio pedonale vicino ai giardini di Via Carlo Marx. 

Firenze. “Parole in Piazza” è il progetto riappropriazione di Piazza Valdelsa. L’obiettivo è di raccontare il vissuto del luogo e le possibilità di interazione generazionale e culturale che offre. “La combinazione tra grafica e urbanistica tattica ha la capacità di interpretare i bisogni della comunità e restituire spazi parlanti, interattivi e inclusivi” - come spiega Maddalena Rossi (Avventura Urbana). È anche per questo che il disegno sarà frutto di un percorso di progettazione partecipata con la comunità locale.  

Roma. La riqualificazione si vuole concentrare su Piazza dei Sanniti, zona tra le più antiche e rappresentative della capitale, creando un’ampia area pedonale che ospiti eventi culturali, sportivi e di uso quotidiano. Il caso è interessante perché i residenti si sono mobilitati e hanno protestato poco dopo l’annuncio. La contrarietà sembra derivare da altre esperienze simili, in cui le zone rigenerate sono state “abbandonate” a loro stesse: poca pulizia e controllo inadeguato hanno finito per amplificare gli effetti della movida notturna.  

Cosa ci insegna questa reazione? Sicuramente l’importanza di integrare la comunità nelle decisioni che riguardano lo spazio pubblico che vivono. I processi di rigenerazione devono essere partecipati sin dalle prime fasi, con un ascolto attento di bisogni e desideri. Ugualmente fondamentale è la cura continuativa dei luoghi. Non basta un intervento strutturale per cambiare l’uso e la frequentazione di uno spazio, né tantomeno per evitarne il degrado dovuto alla mancanza di manutenzione. Rigenerare significa prendersi cura dei luoghi in modo continuativo.  

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Asphalt Art Initiative, Bloomberg Philanthropies website

Maria Rachal, 7 urban asphalt art transformations in 2022: photos, Smartcities Dive

Claudia Foresti, Trasformare le strade con l'arte, Interni Magazine

Rigenerazione urbana di strade e spazi pubblici: Roma, Firenze e Prato tra le 19 città europee vincitrici, Ambient & Ambienti

Deborah Scaggion, Asphalt Art Initiative: Roma, Firenze e Prato tra le città premiate, Snapitaly

Valerio Valeri, Il progetto per pedonalizzare la piazza di San Lorenzo fa infuriare i residenti, Roma Today

Photos by Bloomberg Philanthropies, Jason Alden


In Svezia si ripensa lo spazio urbano con la one-minute city

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Cos’è la one-minute city che la Svezia sta sperimentando? Un modello urbano sperimentale che sta venendo testato a Stoccolma grazie all’iniziativa Street Moves.  In caso di successo è previsto che venga implementata in tutto il Paese entro il 2030. Per una Svezia “salutare, sostenibile e vivace”. 

Basato sull’idea della città dei 15 minuti, il concetto re-immagina lo spazio urbano a un livello iper locale coinvolgendo i cittadini nel decidere come usare e fruire la propria strada o quartiere. Uno schema per ridisegnare ogni strada della nazione insomma. 

 

Città dei 15 minuti o one-minute city?

Proprio quando ci stavamo abituando al concetto della città dei 15 minuti, la Svezia ha iniziato a sperimentare sulla one-minute city. Diversamente dalla prima, l’idea non è soddisfare tutti i propri bisogni come comunità nel raggio di un minuto. Piuttosto, significa dare agli abitanti di un quartiere – o addirittura di una strada – la scelta su come usare lo spazio urbano. Il focus è sullo “spazio appena fuori dalla porta di casa”. Non c’è dunque contraddizione tra queste visioni. 

 

Giochi di incastri

In sintesi, l’idea è di creare uno spazio pubblico aperto a diversi potenziali utilizzi. Come? Costruendo elementi modulari che verranno combinati secondo le scelte e i desideri delle persone. Un metodo estremamente flessibile, in cui la temporaneità dell’intervento permette di evolvere, adattandosi a un panorama urbano in cui i bisogni sono in continuo cambiamento. Un po’ come giocare con i mattoncini Lego e costruire infinite combinazioni. Che forme possono prendere questi blocchi? Uno spazio verde, un luogo di incontro, un’area gioco, un posteggio per le biciclette... 

 

Riappropriasi dello spazio pubblico

Questo tipo di spazi che tolgono superficie ai parcheggi restituendola alla pedonalità sono un trend sempre più diffuso. E la pandemia ha dato un’ulteriore spinta in questa direzione: riconquistare lo spazio urbano e migliorarne la vivibilità anche su piccola scala. Alla funzione di aggregazione sociale si associa la questione mobilità.

Qualche dato interessante: una macchina condivisa tra gli abitanti di una via potrebbe sostituire fino 10 auto private; e ancora, in media una macchina privata passa il 97% della sua “vita” ferma, parcheggiata. Per non parlare delle emissioni. La one-minute city, agendo su strade e aree di sosta, vuole incentivare la mobilità leggera, riducendo le auto circolanti. In cambio l’infrastruttura stradale si adatta su altri tipi di mobilità, come quella in bicicletta, fornendo supporto e sicurezza a chi sceglie questa via. 

 

Coinvolgere chi le città le vive

Il modello della one-minute city è in linea con un’altra direzione attuale, quella del coinvolgimento dei cittadini nella progettazione del proprio spazio di vita. Questo avviene attraverso workshop e confronti tra gli abitanti locali con la collaborazione di progettisti. Dan Hill, urbanista di Vinnova (l’agenzia governativa svedese per l’innovazione), ha un’opinione interessante su questo coinvolgimento. Per lui, scegliere di inserire elementi sociali e verdi negli spazi pubblici contribuisce a nuove forme di democrazia.

 

Un esempio pratico: il parklet 

Il parklet è una delle soluzioni per ridisegnare una strada in modo leggero e flessibile. È un insieme di elementi di arredo urbano modulari – panchine, rastrelliere, aiuole, giochi – che estendono lo spazio del marciapiede. Di solito infatti il parklet “reclama” lo spazio di un parcheggio per offrire un’area pedonale aggiuntiva e multifunzionale. Un luogo innovativo di aggregazione in città in cui lo spazio pubblico è sempre meno.  

 

Il modello della one-minute city rappresenta un tentativo di dare ai cittadini un controllo diretto su ciò che li circonda. Se le urgenze dei nostri tempi - adattabilità climatica, coesione sociale, stato della democrazia – bussano alla nostra porta, forse ha senso reclamare proprio quello spazio per iniziare il cambiamento.  

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Fabiana Re, La one-minute city svedese, dove i parcheggi si trasformano in luoghi di aggregazione, eHabitat

Feargus O'Sullivan, Make Way for the ‘One-Minute City’, Bloomberg

What is the one-minute city concept that Sweden is experimenting with?, Forbes India

Sweden’s ‘Street Moves’ Transforms Parking Spaces Into Meeting Places, Aspire Design & Home

Ian Dickson, Sweden's one-minute city success story, HERE

Cos’è un “Parklet”?, Needle Agopuntura Urbana

Photos by ArkDes, Street Moves, Lundberg Design

 


Il Parco Fluviale a Lucca si rinnova grazie ad Agos e Brand for the City

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Un’altra inaugurazione di successo per i Parchi Agos Green&Smart, promossi da Agos e curati da Brand for the City. Sabato 1 ottobre ha visto il Parco Fluviale del Serchio, a Lucca, animarsi con attività sportive e creative.  

Il Parco Fluviale è una grande area verde vicino alla sponda del fiume, cara ai cittadini ma poco frequentata perché non molto curata. Lo skatepark e l’area circostante, potenzialmente un luogo di socialità, erano in uno stato di degrado. Il progetto elaborato da Brand for the City è quindi stato pensato per restituire alla comunità uno spazio di aggregazione nel verde aggiornato e fruibile. Un luogo in cui fare sport ma anche sostare godendo delle bellezze naturali. 

La riattivazione del parco è in perfetta continuità con il valore che Agos dà alla prossimità: collaborare con un brand con una forte visione e volontà di impatto concreto facilita l’implementazione di un progetto di successo. La riattivazione si concentra su due aree specifiche della zona: quella dello skatepark e quella del percorso jogging “infinito”. 

AREA SKATE E ZONA PIC-NIC. La valorizzazione della pista da skate parte dal ripristino e la stabilizzazione della superficie e delle rampe. Per rendere questi elementi espressivi oltre che funzionali ne è stata prevista la colorazione con grafiche artistiche: un effetto visivo dinamico e colorato che invoglia la frequentazione. Per lo stesso motivo è stata ripristinata l’area relax adiacente, con tavoli e sedute da pic-nic, a cui sono state aggiunte due sedute di grande impatto. Realizzate in cemento, ricordano i ciottoli di fiume, integrandosi perfettamente nell’ambiente fluviale. Per mantenere la vocazione naturalistica dello spazio, sono stati piantati arbusti dalla fioritura colorata ed è in programma la realizzazione di un’opera di land art: una torretta ex cabina elettrica verrà rivestita da radici in un mix tra il naturale e l’antropico.  

AREA JOGGING “INFINITO”. L’attuale percorso è stato potenziato creando esercizi ah hoc accessibili tramite QRcode. I partner Arweb, RunBull , Ustep, coordinati da Fondazione SportCity, hanno messo a disposizione le proprie app per rendere il percorso smart e condiviso tra i runner. 

A raccordare il tutto ci pensano dei cartelli informativi, che danno la possibilità ai cittadini di conoscere ciò che li circonda: dalla flora e fauna locale, all’opera d’arte inserita nel parco e realizzata per la Biennale di Venezia.  

A lato dell’intervento, si porta avanti un progetto di coinvolgimento sociale grazie alle realtà territoriali (scolastiche e sportive), tanto nell’immaginare la nuova area, quanto nel renderla vissuta e favorire pratiche d’uso e di cura. L’inaugurazione è stato il primo passo, che ha visto una partecipazione straordinaria di cittadini e di 16 associazioni sportive. Dal tiro con l’arco ai roller, dalle arti marziali al basket, la partnership con Fondazione SportCity e la relazione con il comitato regionale del Coni è risultata indispensabile. Allo stesso modo quella con il WWF ha permesso ai bambini presenti di cimentarsi in laboratori creativi a tema natura, rafforzando ulteriormente il legame con l’ambiente circostante. Il progetto ha ricevuto anche il sostegno dell'Ufficio Scolastico territoriale di Lucca, che ha diffuso la notizia della nuova fruibilità dell'area tra i suoi studenti.

Perché il progetto resti rilevante nel tempo Agos si occuperà della manutenzione ordinaria degli spazi per i prossimi due anni, dimostrando un reale interesse nella rigenerazione del luogo. Questi interventi sono da intendersi come una prima sperimentazione per aumentare la vivibilità e orientare eventuali interventi futuri: vogliono accendere una scintilla per far conoscere maggiormente l’area, coinvolgere gli abitanti e portare elementi di innovazione nello spazio. 

La prossima inaugurazione si terrà a Roma il 12 novembre 2022 con il nuovo Parco Agos Green&Smart.  

 

https://vimeo.com/758767158

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Brand for the City al Salone della CSR: imprese e territorio insieme per città sostenibili

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Un altro anno al Salone della CSR e dell’innovazione sociale, un altro confronto stimolante. Insieme a Fastweb, P&G e il Comune di Milano, abbiamo dialogato sulle prospettive future per città sostenibili e inclusive. Tutto a partire da buone pratiche messe in atto grazie alla sinergia tra pubblico e privato.

Qual è lo scenario in cui ci muoviamo? Come ha ricordato Massimiliano Pontillo, moderatore e direttore di Eco in città, il futuro è metropolitano. Un esempio: nelle città si consuma il 70% dell’energia e viene prodotto il 69% di CO2 complessiva. È chiaro quindi che le città sono al centro della sfida per un futuro sostenibile. Una sfida che è anche occasione per ripensare la gestione dei beni comuni in un’ottica di inclusione sociale, cittadinanza attiva e sostenibilità. 

Una particolare attenzione investe le aree verdi, fulcro di sostenibilità ambientale e di socialità. Un bisogno crescente, considerando che in Italia ogni giorno vengono sottratti 70 ettari di territorio da rendere suolo urbanizzato. Non è dunque un caso che le best practice presentate si occupino tutte di verde urbano.  

Per molte aziende l’impegno per l’ambiente parte dai processi aziendali, attraverso il controllo della carbon footprint e l’efficientamento di asset e siti tecnologici per ridurre le emissioni. Allo stesso tempo, si sta facendo strada la comprensione della responsabilità che anche i privati hanno come soggetti attivi per una vita urbana sostenibile. Le iniziative concrete sono solitamente motivate dalla prossimità a uffici e luoghi frequentati da dipendenti e clienti.  

Nel caso di Fastweb, Claudia Attanasio (Manager of Environment and Social) conferma l’attenzione a questo principio: le tre città di Milano, Roma e Bari, dove sono presenti gli uffici più grandi, sono state scelte come pilota per il progetto Mosaico Verde. Un’iniziativa di riforestazione urbana e non, con l’obiettivo di rendere fruibili aree prima inaccessibili e di portare un beneficio ambientale: dalla biodiversità alla mitigazione del clima. Il coinvolgimento dei dipendenti nel processo di piantumazione è un esempio di quanto la cultura aziendale possa influire anche nell’educazione alla sostenibilità in generale.  

Dall’altro lato, P&G ha deciso di concentrarsi sull’educazione ambientale dei più piccoli, promuovendo la costruzione di Aule Natura del WWF nei cortili delle scuole. Come ha raccontato Daniela Cappello (Direttore Comunicazione Scientifica e Sostenibilità, è un progetto di riqualificazione ambientale, che trasforma spazi incolti in vitali, ma anche educativo, per formare cittadini consapevoli. 

Tra gli strumenti messi a disposizione dalle amministrazioni per semplificare il coinvolgimento dei privati c’è il patto di collaborazione, su cui il Comune di Milano sta investendo molto. L’assessora Gaia Romani (Servizi civici, Partecipazione e Trasparenza, Politiche del decentramento) ha parlato della flessibilità di tale strumento, che permette a cittadini e comuni di occuparsi dei beni comuni in condivisione, secondo un progetto definito in modo paritario. 

Le opportunità per contribuire, quindi, ci sono. Ciò che frena molte imprese sono però la lunghezza e complessità burocratica, la mancanza di assistenza nella realizzazione, la difficoltà nel rapportarsi con una rete di attori che parla linguaggi molto diversi. È qui che entra in gioco Brand for the City, facilitatore del coinvolgimento delle imprese che vogliono aiutare in progetti che partono dal basso (cittadini, associazioni, comunità). L’ascolto del territorio permette tempi minori di attivazione, partecipazione e un valore maggiore degli interventi, perché costruiti sui bisogni espressi.

La rigenerazione del Giardino dei Desideri in Corvetto (Milano) grazie a Cartoon Network ha seguito questo iter: la società civile (scuola, associazioni, gruppi informali) ha formato un patto di collaborazione con il Comune, esprimendo le proprie necessità. Per questo l’intervento prioritario è stato di mettere in sicurezza il campo da calcio dalla strada adiacente, in modo che i bambini potessero tornare a popolarlo. Su questo si è poi costruito un progetto di valorizzazione artistica del campo da basket, la posa di sedute per chi accompagna i figli a giocare, e la piantumazione di nuove alberature.  

In vista delle sfide che attendono le città è evidente che il lavoro di rete è imprescindibile per mettere a punto soluzioni innovative per il presente e il futuro. E anche per rendere gli spazi urbani vivibili e inclusivi. Prendersi cura dei luoghi significa prendersi cura di sé stessi.  

https://vimeo.com/749995098

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Catania. Un nuovo volto per il Parco Vulcania

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Il 17 settembre è stato inaugurato il secondo parco rigenerato grazie ad Agos, Parco Vulcania a Catania.   

https://vimeo.com/752442140

Dopo l’intervento in Largo Balestra – Giambellino Ovest a Milano prosegue l’impegno di Agos e Brand for the City per dare un nuovo volto ai parchi urbani, all’interno del programma Parchi Agos Green&Smart. Il progetto, strutturato su scala nazionale, riflette la potenzialità (e la responsabilità) dei brand di avere un ruolo attivo nei confronti degli spazi urbani, contribuendo a progetti di sviluppo, il cosiddetto Brand Urbanism. 

Agos ha deciso di portare avanti i valori green e di prossimità, alla base della sua strategia di sostenibilità, anche in questo modo. Si tratta di interventi localizzati e concreti che hanno grande impatto sulle comunità di riferimento locali e sulla sostenibilità dei luoghi. I partner coinvolti dimostrano come il processo si strutturi in sinergia tra soggetti molto diversi: Agos, il Comune di Catania, l’associazione PlasticFree e Fondazione SportCity. 

Il progetto di Catania si compone di diverse anime. Alla base c’è un’attività di ripristino e manutenzione strutturale delle aree di aggregazione. Un intervento imprescindibile per migliorare vivibilità e accessibilità di un parco di quartiere. Il campo da basket è stato risistemato e valorizzato anche con un disegno artistico sul playground stesso. Gli street artist Gummy Gue hanno ripreso le cromie caratteristiche del territorio locale (cielo, mare, terra lavica) in un raffinato mix tra opera d’arte e linee di gioco. La valorizzazione del campo ha consentito di incrementare la bellezza del parco, fornendo anche un’identità distintiva e trasformando lo spazio in luogo.  

Nel contesto del parco, per accrescere la biodiversità sono state piantate nuove alberature autoctone. La scelta ragionata e attenta, svolta insieme ai tecnici del verde del Comune di Catania, è stata operata sia in relazione alle funzioni – ombreggiatura e impollinazione – sia per le caratteristiche specifiche del luogo. Per rendere le informazioni sul verde accessibili a tutti sono stati predisposti dei QRCode che raccontano i tratti distintivi della vegetazione.   

Un intervento di rigenerazione ha davvero valore se è duraturo nel tempo. Per questo la manutenzione dell’area verde da parte di Agos è prevista per i prossimi due anni. Allo stesso modo, l'inaugurazione ha rappresentato solo il primo momento di attivazione del parco. Il campetto è stato animato con attività sportive e le famiglie sono state coinvolte in laboratori di sensibilizzazione sociale e ambientale.  

Il processo che abbiamo curato in Brand for the City è partito con l’identificazione del luogo, lo sviluppo di un documento tecnico di riqualificazione, la definizione di un progetto di sponsorizzazione, la ricerca e il coinvolgimento dei partner. Oltre a ciò abbiamo sviluppato relazioni a tutti i livelli con il Comune di Catania e il territorio. Ovviamente la scelta della rete di attori e il mantenimento delle relazioni in maniera continuativa e professionale contribuisce al successo del progetto. L'elemento chiave di questi progetti è la cooperazione e interrelazione tra istituzioni pubbliche e i brand in quanto soggetti privati. 

Plastic Free, associazione impegnata contro l'inquinamento da plastica, ha collaborato sia tramite laboratori di sensibilizzazione che, operativamente, con una raccolta di plastiche abbandonate nel parco. Allo stesso modo Fondazione SportCity si è impegnata a creare legami con associazioni sportive e a organizzare esibizioni di carattere sportivo per far conoscere e attivare il parco sin dal giorno dell’inaugurazione.   

Catania è la seconda tappa di un percorso che toccherà tutta la penisola, per dare valore ai parchi urbani come luoghi verdi e di socialità. Prossima inaugurazione a Lucca il 1° ottobre 2022 con il nuovo Parco Agos Green&Smart. 

 

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Cos'è una città inclusiva?

[3 minuti di lettura]

 

SDG #11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili 

 

“Inclusivo” è una delle parole più ricorrenti dei nostri giorni. Ma che cosa significa? E, soprattutto, cosa significa rendere una città inclusiva? 

Partiamo dall’inizio. Il nostro modo di vedere e fare esperienza dal mondo è personale. Dipende dalla nostra età, genere, etnia, status socio-economico, orientamento sessuale, religione, disabilità o meno, capacità motoria...  

Il modo in cui questi fattori si intrecciano in noi determina anche il modo in cui facciamo esperienza delle città. Lo spazio pubblico e la sua pianificazione non sono neutri. Se i marciapiedi sono stretti e dissestati, di certo non sono agevoli per persone in carrozzina o per famiglie con i passeggini. Questo esempio intuitivo ci pone una domanda: per chi stiamo costruendo le nostre città? 

Quando si parla di città inclusive si pensa subito alla loro accessibilità, cioè alla presenza o meno di barriere fisiche. Le barriere, però, sono anche invisibili. Pensiamo alla sensazione di paura e insicurezza che provano le donne tornando la sera in zone poco illuminate e pericolose; o all’ansia delle famiglie nel tragitto dei figli tra casa e scuola. Chi agisce nello spazio cittadino – come pianificatore o come utente – dovrebbe sforzarsi di uscire dal proprio punto di vista: il mio modo di usare lo spazio non è l’unico.  

Potrebbe sorgere un’obiezione: le soluzioni concrete sono troppo complesse da attuare in città storiche come quelle italiane. Ecco invece dei casi che dimostrano il contrario. 

La città inglese di Chester è stata eletta come città europea più accessibile 2017 dall’Access City Award. Le mura romane e le viuzze del centro storico sono state rese accessibili con corrimano aggiuntivi e superfici lisce. Il resto della città ha retto il passo, con un flotta di bus agibile da tutti, accesso delle sedie a rotelle nei taxi e bagni pubblici accessibili.  

Anche Gerusalemme ha messo in atto un intervento simile. Il centro storico è stato reso agibile livellando le strade irregolari e installando rampe e corrimano. Sull’accessibilità materiale è stato costruito un servizio per rendere accessibili anche le informazioni: una app, disponibile in otto lingue, che consente di mappare i percorsi. 

La tecnologia, di per sé ampiamente accessibile, può contribuire a uno spazio cittadino alla portata di tutti. Un esempio nostrano è l’app WeGlad che mappa le barriere architettoniche della città (strade, buche e gradini) per favorire la circolazione delle persone in carrozzina. 

Inclusione però è anche garantire l’accesso a luoghi “respingenti” come quelli culturali, che hanno il potenziale di diventare fulcro per la comunità. Come la Public Library di Toronto. La collezione libraria è in varie lingue: un primo passo semplice ma importante per accogliere tutti. Avere accesso a informazioni e risorse non è scontato. Oltre ai servizi consueti, offre supporto ai nuovi arrivati in città: assistenza pratica per ottenere assicurazione sanitaria, patente e altre pratiche burocratiche, corsi di lingua, sostegno nella ricerca di lavoro. 

L’inclusione è una responsabilità di tutti. Chi prende le decisioni ha il dovere di ascoltare e coinvolgere ogni abitante nei processi, in special modo quelle soggettività considerate marginali. Un caso di rigenerazione esemplare è il parco urbano Superkilen a Coopenhagen (che abbiamo raccontato in dettaglio qui). Concepito per rivitalizzare il distretto operaio di Nørrebro, con una scarsa integrazione, è stato realizzato grazie a un coinvolgimento civico “estremo”. L’idea era quella di creare uno spazio che riflettesse la diversità della popolazione locale, coinvolgendoli nella progettazione: i residenti hanno scelto oggetti dei loro Paesi d’origine, da esporre in uno spazio di dialogo multiculturale. 

Quando si rigenera un luogo è importante avere la giusta sensibilità per favorire un ambiente in cui ognuno si senta benvenuto, ascoltato e rispettato. E in cui i bisogni di tutti sono tenuti in considerazione. L'inclusione, infatti, rappresenta anche un grande potenziale per costruire comunità creative, accoglienti e sane. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Niall Patrick Walsh, How Ancient Cities Become Accessible Cities, ArchDaily

Zhixi Zhuang, Building Inclusive Cities Case Study, Cities of Migration

Victor Pineda, Building Inclusive Cites for Everyone: Towards a Responsive World, urbanNext

Helena Degreas, Disabled Are the Cities, Not Their Citizens, ArchDaily

Convegno Vivibilità e accessibilità. La città inclusiva

Costanza Giannelli, La smart city sarà inclusiva?, La Svolta

Irene Ghirotta, La città inclusiva, Mondo Internazionale

Access City Award website

WeGlad website

Photos by Daniel Ali, The Guardian, Shmuel Bar-Am, Toronto Public Library, Forgemind Archimedia


Il gioco per stimolare esplorazione, immaginazione e connessioni nello spazio pubblico

[3 minuti di lettura]

Città” e “gioco”: che immagini ci vengono in mente quando sentiamo queste due parole accostate? Sicuramente quella di un parco giochi nel verde, popolato da bambini e famiglie. O un campetto sportivo in cui si riunisce un gruppo di giovani. Perché invece non portare il gioco fuori dai luoghi preposti? Perché non intenderlo come un modo per connettere le persone tra di loro (e con gli spazi che abitano)? 

Le nostre città sono disegnate come macchine di produttività, in cui le aree di lavoro e di gioco sono separate in modo rigido. Confinate ad un uso infantile, pratiche vitali come il gioco sono raramente integrate nello spazio pubblico e accessibili a tutti. Impulsi umani universali – esplorazione, immaginazione – vengono in questo modo limitati. Del resto il nostro benessere fisico, emotivo e mentale è influenzato dal luogo in cui viviamo e dalle relazioni che lo percorrono. Uno studio basato sui dati dell’app Mappiness rivela che i livelli di felicità sono inferiori in ambienti altamente urbanizzati e asettici. La nostra vita può beneficiare quindi di un approccio leggero e di interazione giocosa con lo spazio che abitiamo. 

Il gioco può essere un primo passo per un coinvolgimento attivo con la città. Implica infatti partecipazione e interagire con lo spazio pubblico è il primo passo per riappropriarsene. Non solo. Le relazioni che si intrecciano in questi luoghi stanno alla base della costruzione di spazi significativi per le comunità. Si tratta quindi di una relazione reciproca: la città come luogo per creare interazioni attraverso il gioco; il gioco per dare significato ai luoghi della città. 

Se le aree preposte al gioco sfumassero nel tessuto urbano, si potrebbero creare ambienti di inclusione, partecipazione intergenerazionale e diversità culturale. Alcune città hanno già da tempo messo in atto interventi che promuovono la creazione di legami e connessioni nella comunità.

1. 21 Swings, Montreal. Una installazione musicale e un esempio di gioco collaborativo. Ventuno altalene compongono un grande strumento musicale: ogni altalena produce le proprie note, ma melodie più complesse si possono comporre solo attraverso la cooperazione.

2. Hello Lamp Post, Bristol. Un progetto che invita i passanti a conversare con gli oggetti che incontrano per strada: un lampione, una cassetta della posta. Le persone vengono incoraggiate a lasciare messaggi, storie, memorie che verranno condivise con gli utenti successivi. Un modo per creare connessioni, ma anche per restituire familiarità agli oggetti nello spazio pubblico. 

Non a caso questo approccio possa favorire un atteggiamento di stupore nei confronti dei luoghi che frequentiamo quotidianamente. È un modo per rompere la monotonia quotidiana nel rapporto con gli spazi. Un paio di esempi di questa modalitò sono:

1. Sidewalk trampolines, Copenhagen. Cinque trampolini inseriti nel marciapiede sorprendono i pedoni lungo il loro tragitto. Innescano interazioni spontanee e giocose, invitando a fermarsi anche solo per fare qualche salto sulla via del lavoro o di casa.

 

2. Playground, Marsiglia. Un segnale stradale e un cestino sono stati convertiti in una cesta da basket. Azioni comuni, come quella di buttare la spazzatura, possono così essere affrontate con spensieratezza e ironia. Qualsiasi spazio può essere reso più gradevole e giocoso.   

 

 

 

Anche in ambito digitale sono stati sviluppati esperimenti innovativi come il bot Twitter autoflâneur. Il profilo genera ogni ora nuove indicazioni che permettono di perdersi nelle città e di farne esperienza in modi sempre diversi. 

È importante tenere a mente questi spunti quando immaginiamo e rigeneriamo spazi pubblici perché questi siano divertentii e stimolanti. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Playable City website

Ankitha Gattupalli, Placemaking through Play: Designing for Urban Enjoyment, ArchDaily

Ira Sanyal, Bringing Play to Public Spaces, Medium

Musical Swings, Daily Tous les Jours

Hello Lamp Post, Pan Studio

Sidewalk trampolines, Trending City

Playground, The Wa

Autoflâneur, Harry Josephine Giles

Photos by: Kyung Roh, Daily tous les jours, Pan Studio, runningwhitehorse, Antoine Rivière


L'altra faccia della sostenibilità: rigenerare per un futuro sostenibile

[3 minuti di lettura]

 

Il 28 luglio abbiamo esaurito le risorse naturali disponibili per l’anno corrente. L’Earth Overshoot Day ci segnala il giorno in cui la richiesta umana supera ciò che la Terra può offrirci, mantenendo l’ecosistema in equilibrio. Insomma, dal 29 luglio siamo in debito. Questo significa che per i prossimi 5 mesi sottrarremo risorse “future”, privandone le prossime generazioni.  

Negli ultimi anni si parla di sostenibilità quotidianamente, e i soggetti più vari vengono chiamati a farsene carico. In Italia, il 69% delle aziende ha previsto un piano di sostenibilità, il 37,8% ha già avviato investimenti green. Tuttavia, visti i dati sconsolanti sul cambiamento climatico, possiamo chiederci: ha ancora senso parlare di sostenibilità nei termini attuali? 

Christian Schmidkonz, professore alla Munich Business School, ritiene che la sostenibilità sia morta. In un articolo provocatorio sostiene che “sostenibilità” significhi per molti impedire il deterioramento della situazione attuale che tuttavia è già grave oltre ogni limite. La prospettiva deve quindi cambiare, da un approccio sostenibile ad un approccio rigenerativo: le aziende non possono più limitarsi ad evitare i danni ambientali ma anche riparare i danni causati dall’attività economica negli ultimi secoli. Patagonia, pioniere tra i brand consapevoli, ha eliminato il termine “sostenibilità” dal suo vocabolario aziendale proprio per distanziarsi da un impegno troppo “di facciata”. 

Tra gli obiettivi più comuni che le aziende si pongono c’è la carbon neutrality. La neutralità di carbonio è uno stato per cui le emissioni nette di anidride carbonica sono pari a zero. Si raggiunge solitamente grazie a interventi di rimozione – nei casi più comuni attraverso la piantumazione di alberi. Per Schmidkonz la neutralità non fa altro che mantenere il disequilibrio odierno. Significa continuare a consumare le risorse di 1.7 Terre ogni anno. Ciò che auspica è dunque il passaggio ad una produzione carbon-negative, che rigeneri ciò di cui l’uomo si è appropriato senza averne diritto. 

Un modello citato ad esempio di questa “imprenditoria moderna” è il motore di ricerca Ecosia. Gran parte dei suoi ricavi pubblicitari viene impiegata per finanziare progetti di piantumazione. Ciò che differenzia questa misura da altre simili è la scala: di media, viene piantato un albero ogni 50 ricerche; in altre parole, gli utenti rimuovono dall’atmosfera 1kg di anidride carbonica con ogni ricerca. A confronto, la CO2 emessa dal funzionamento dei loro server è insignificante. In aggiunta, la scelta di Microsoft come provider è indicativa: entro il 2050 l’azienda ha intenzione di rimuovere tutta l’anidride carbonica mai emessa, dalla sua fondazione ad oggi. 

Possiamo condividere o meno le ragioni di Schmidkonz ma sicuramente possiamo essere concordi sulla necessità di un impegno reale e lungimirante. Va ricordato che la sostenibilità si compone di più dimensioni: a quella ambientale si affianca quella sociale, che assicura un’equa distribuzione del benessere. Le aziende hanno sempre più capacità - e volontà - di azione quando si tratta di migliorare la qualità della vita delle persone. In questi casi, la dimensione è spesso territoriale perché bisogni e desideri mutano di luogo in luogo. Questa scala ridotta non depotenzia gli interventi di rigenerazione o di attivazione sociale, anzi li rende su misura per la comunità di riferimento. Per questo l’impatto può essere davvero significativo, con risvolti positivi nel “qui ed ora” ma con una adattabilità che li rende rilevanti anche nel lungo periodo.  

Che ruolo dunque per i brand, per essere rilevanti in queste due dimensioni? Se è vero che servono sforzi grandi e consistenti per lavorare ad una rigenerazione ambientale, nel caso di una sostenibilità sociale è il caso di dire tante piccole azioni possono produrre un grande cambiamento.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Christian Schmidkonz, Sustainability is Dead, Munich Business School

Overshoot Day website

Caterina Maconi, Imprese italiane e green transition: il 38% ha già fatto investimenti sostenibili, La Repubblica

Il 69 per cento delle aziende italiane ha un piano di sostenibilità, Business Weekly

Ecosia website

Photos by Thomas Richter, Mike Marrah, Kasturi Laxmi Mohit


Come l’agricoltura urbana può contribuire a città più eque e sostenibili

[3 minuti di lettura]

 

Nelle nostre città assistiamo oggi al tentativo di recuperare quella relazione tra uomo e natura che ha dato forma alle comunità urbane delle origini. L’agricoltura urbana si inserisce in questo solco e, allo stesso tempo, suggerisce soluzioni per un futuro sostenibile. I risvolti positivi di questa pratica vanno dalla produzione alimentare, al cambiamento climatico, all’attivazione sociale. 

L’80% del cibo prodotto globalmente è destinato al consumo urbano, in una filiera alimentare sempre più complessa che ha impatti sulla salute nostra e del pianeta: emissioni legate a un trasporto globale, spreco alimentare ancora prima dell’arrivo al consumatore, minore accessibilità economica al cibo fresco per alcuni strati della popolazione (food deserts). Aggiungiamo a questo scenario le nuove tendenze culturali che promuovono stili di vita più sostenibili, contatto con la natura e cibo di prossimità. Capiamo così perché si parli sempre più spesso di agricoltura urbana. 

La pratica di portare coltivazioni più o meno piccole all’interno del tessuto urbano si presenta in diverse forme: 

1. Coltivazione a terra (“ground zero”), spesso in appezzamenti in disuso che vengono riconvertiti. Un esempio è l’iniziativa Urban Farming Ground Zero, a Tokyo, che unisce giovani e contadini anziani più esperti, creando una comunità che ha rivitalizzato campi sparsi in città per coltivare frutta e verdura. 

2. Coltivazione sui tetti degli edifici (“rooftop”), per ovviare alla scarsità di suolo occupabile nelle città. Brooklyn Grange è un progetto longevo che ha messo a coltura 22 ettari sui tetti dei grattaceli di New York. Tra le attività, organizza eventi e programmi educativi, oltre a contribuire all’ecosistema con un apiario urbano. 

3. Agricoltura verticale, la soluzione più flessibile, in grado di creare microclimi indipendentemente dalle condizioni esterne, oltre che efficiente grazie alla componente tecnologica. Uno spunto modulare e “casalingo” è quello proposto da Ikea con Better Shelter, un piccolo orto su una struttura componibile. 

Gli interventi menzionati non devono trarre in inganno: l’urban farming è praticabile su ogni scala, come dimostrano le tante zone nei Comuni italiani adibite ad orti urbani. Basti pensare che nell’area urbana di Milano si contano più di 2300 orti. Interessante anche osservare chi sono i soggetti che prendono in gestioni questi appezzamenti di terra: oltre alle associazioni, tra i cittadini quasi la metà sono over 65; invece stupisce (o forse no) che un coltivatore su quattro sia under 34, a dimostrare l’incontro intergenerazionale che può avvenire in questi luoghi. 

I benefici dell’agricoltura urbana si estendono ben oltre la possibilità di integrare questo tipo di produzione sostenibile in una filiera alimentare più ampia. Innanzitutto le coltivazioni, in quanto verde urbano, sono ottime alleate per la vivibilità climatica nelle città: mantengono temperature più basse, migliorano la qualità dell’aria, aumentano la permeabilità del suolo e ne prevengono l’erosione. 

Sono poi degli incubatori di biodiversità, in grado di creare piccoli ecosistemi naturali in equilibrio con flora e fauna, attraendo gli insetti impollinatori. 

Infine, sono costruiti per loro natura come luoghi di socialità. Prendersi cura di uno spazio condiviso favorisce l’aggregazione e la creazione di un senso di comunità. Specialmente se si tratta di piccoli orti di quartiere. Sono luoghi che forniscono anche occasioni “didattiche” per diventare più consapevoli su tematiche che vanno dalle proprietà delle piante aromatiche al cambiamento climatico. Non è un caso che orti e frutteti rientrino tra le attività di inclusione sociale in cui vengono coinvolti soggetti fragili, che siano persone con disabilità, senza fissa dimora o detenute. 

Per tutti questi motivi, l’inserimento di piccoli orti urbani è un elemento ricorrente nei progetti rigenerazione urbana. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Urban agroforestry and its potential integration into city planning efforts, Sustainable, Secure Food Blog

Urban Farming, riportare l'agricoltura in città, podcast "Città", Will Media

Alice Pomiato, Urban Farming e Urban Gardening: l’agricoltura entra in città, QuiFinanza

Michele Weiss, Urban farming: il futuro possibile delle nostre città, AD Italia

GreenElle, Fattorie urbane: 6 progetti di urban farming per sfamare il mondo, eHabitat

Patrick Lynch, IKEA Lab Releases Open-Source Plans for DIY Spherical Garden, ArchDaily

Paola Buzzini, Come si ottiene gratis un orto da coltivare in città, a Milano e non solo, Vice

Food Unfolded website

Milan Urban Food Policy Pact website

Photos by Il Giornale di Salerno, Pen, Anastasia Cole Plakias, ArchDaily, Jonathan Kemper on Unsplash


L'urbanistica tattica in 5 casi: interventi temporanei per quartieri vivibili

[4 minuti di lettura]

 

L’urbanistica tattica è una pratica rapida e a basso budget per migliorare la vivibilità di un’area urbana. Solitamente si tratta di interventi leggeri e a forte impatto visivo, che vogliono ridefinire il ruolo delle strade e migliorare così la vivibilità di un quartiere.  

Gli interventi più comuni prevedono una componente più strutturale – pedonalizzazione, miglioramento dell’illuminazione, abbattimento di barriere architettoniche – e una componente di arredo – arredi urbani (sedute, stazioni bici), piante, spazi gioco, punti ristoro, interventi artistici (colorazione delle pavimentazioni).

Quali sono le caratteristiche comuni tra le operazioni di urbanistica tattica? 

  • temporaneità, uso di materiali economici, pianificazione rapida, strutture leggere e rimovibili 
  • necessità di poche risorse, che possono provenire anche da strumenti di finanziamento “civici” come il crowd-funding 
  • azione formale, cioè regolata e inserita in percorsi di partecipazione sostenuti dalle istituzionali, o spontanea, cioè connotata come riappropriazione dello spazio pubblico, che parte dall’interesse specifico di un “attore” o comunità  
  • partecipazione dei i cittadini, che produce una riattivazione anche del tessuto sociale 
  • organizzazione di eventi ed attività aggregative negli spazi, per testare gli usi e per generale socialità 

Queste operazioni, per loro natura, hanno impatti a breve termine sulla comunità di riferimento, ma allo stesso tempo possono innescare cambiamenti di lungo termine. Non solo nel tessuto urbano e sociale ma anche come modalità d’intervento alternativa alla prassi di progettazione urbana più consolidata e rigida.

I processi e i luoghi che ne risultano diventano catalizzatori urbani, capaci di riattivare lo spazio pubblico grazie al ruolo attivo dei cittadini che così riscoprono un senso di appartenenza, al luogo e alla comunità. Non bisogna inoltre trascurare la risposta che interventi simili danno alle preoccupazioni o ai desideri di chi abita i luoghi: sensazione di sicurezza per una gestione adeguata della mobilità, accessibilità della città a diverse categorie di persone, possibilità di una vita di prossimità slow e meno inquinante. 

Infine, tra i fattori positivi che attirano verso questa modalità di rigenerazione possiamo menzionare economicità, riproducibilità e temporaneità. Permette di testare soluzioni sperimentali che possono essere convertite in permanenti con cognizione di causa, oltre a rappresentare un modello adattabile alle condizioni fisiche, economiche e sociali di contesti variegati. 

CINQUE CASI PER CINQUE CITTÀ

1. Paris Plages, Parigi (Francia)

Un’operazione urbana che trasforma le rive della Senna in piccole spiagge urbane durante i mesi estivi. La pedonalizzazione permette ai cittadini di riappropriarsi dell’area e garantisce un’alternativa a chi non può recarsi nelle località balneari. Oltre al relax, le “spiagge” offrono attività sportive e culturali rivolte a tutte le età, tra cui una libreria, concerti serali e piscine sospese. In questo caso l’intervento è progettato dalla municipalità di Parigi che ha coinvolto cittadini, associazioni sportive e culturali e attività commerciali. 

2. Esto no es un solar, Saragozza (Spagna) 

Significa “questo non è uno spazio vuoto”. Dal 2009 ad oggi il progetto ha riattivato piccole piazze, giardini e playground, dando una destinazione d’uso temporanea a 28 aree urbane vuote. Questa rete di micro interventi, oltre al basso costo e alto impatto, ha dato un impiego a lavoratori disoccupati, seppur temporaneamente. A proporre i singoli progetti sono stati associazioni, comitati di quartieri, semplici cittadini, artisti e collettivi, in un’ottica partecipata. Da qui deriva la grande varietà degli interventi: giardini, orti urbani, spazi attrezzati per anziani, aree sport e gioco. 

3. Escaleras Oasis Tropical, Medellin (Colombia) 

L’intervento ruota intorno al rifacimento di una scala pedonale fulcro della mobilità del quartiere, diventata nel tempo fatiscente e pericolosa. Il processo si è basato su laboratori informali di co-produzione tra cittadini, artisti e attori locali, guidata dagli studenti di una università berlinese. Il rinnovato spazio di connessione si è arricchito con murales e un giardino pubblico, che rafforzano l’identità locale. Sin da subito il luogo di aggregazione ha generato risonanza sociale e un impatto sulle microeconomie che vi si affacciano. 

4. Dispersione ZERO, Sassari (Italia) 

Vincitore di un bando contro la dispersione scolastica, il progetto è stato realizzato con la collaborazione di una scuola secondaria di primo grado del quartiere. Al suo interno è nata anche una piccola falegnameria che ha permesso di realizzare i materiali per l’intervento. Lo spazio anonimo di un marciapiede grigio è stato trasformato in un luogo per la sosta, il gioco, la lettura. Il colore e le strutture di legno l’hanno reso riconoscibile e accogliente, aperto ad una molteplicità di usi individuali e collettivi. 

5. Piazze Aperte, Milano (Italia) 

Dal 2018 questa iniziativa sviluppata dal Comune attraverso bandi pubblici ha riqualificato più di 30 piazze e nodi stradali: pedonalizzazione, arredi urbani, piante, asfalti colorati. L’esempio del “salotto” di Largo Balestra, progettato da Needle, ne esemplifica intenti e modalità. La trasformazione è avvenuta in soli due giorni, con la colorazione della piazza e il ridisegno dello spazio grazie a sedute, piante, tavoli da ping pong.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Tactical Urbanism Toolkit by Urban Systems

Francesco Alberti, Urbanistica tattica e rigenerazione urbana, Ingenio

Urbanistica tattica, ridefinire il ruolo delle strade e migliorare la vivibilità del quartiere, Bioedil progetti

Paris Plages, Project for Public Spaces

Rigenerazione urbana alla Biennale: EstoNonEsUnSolar a Saragozza, Teknoring

Escaleras Oasis Tropical, Urban Lab Medellin Berlin

Dispersione ZERO, Tamalacà

Piazze Aperte: Come Milano ha restituito le sue piazze ai suoi abitanti, Global Designing Cities

La piazza tattica di Largo Balestra, Needle

Photos by Cuidad Emergente, Comune di Milano, OuiPlease, Estonoesunsolar, Urban Lab Medellin Berlin, Tamalacà, Needle


Human SmartCities, un nuovo paradigma per lo sviluppo

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EY ha pubblicato il suo Human SmartCity Index 2022, il primo del periodo pandemico, che ha valutato lo scenario sociale e lavorativo nelle città post covid. Uno scenario instabile che richiede spirito di adattamento a persone, aziende e tessuto urbano, i cui spazi vengono utilizzati dai soggetti nei loro diversi ruoli di cittadini e lavoratori. 

Se negli ultimi due anni è diventato manifesto il desiderio di recuperare un maggiore senso di comunità, è necessario che anche gli spazi si ricompongano per creare una città a misura di persona. Il lavoro, in particolare, ha cambiato la sua geografia: lo smart woking ha messo al centro l’ambiente domestico ma ha anche evidenziato la necessità di modalità e spazi di lavoro intermedi. Il 51% dei lavoratori italiani prevede di continuare in forma agile la propria attività, per questo le città che saranno più capaci e veloci nel riprogettarsi diventeranno più attrattive. Smart working significa lavoro di prossimità e rappresenta dunque un’opportunità (soprattutto per le città medie e piccole) di creare comunità dove prima esistevano “quartieri dormitorio”. Il requisito fondamentale tuttavia è che si progettino nuove centralità in queste zone: la transizione è verso una città più “umana”, inclusiva e accessibile, ricca di servizi, luoghi culturali e per il tempo libero. 

Di chi è la responsabilità di garantire questo sviluppo sostenibile? Secondo una ricerca Gfk, gli intervistati percepiscono le imprese come un attore chiave in questo processo (76%), premiando i brand che contribuiscono con un impatto positivo sul territorio. 

Seguendo questa traiettoria di cambiamento, le Smart Cities si trasformano in Human Smart Cities, ovvero città che (ri)progettano infrastrutture e servizi bilanciando centralità del cittadino, innovazione tecnologica e sostenibilità. 

Questo passaggio risulta evidente nel caso di Toronto, che in pochi anni ha rinunciato ad un progetto urbanistico “smart” in favore di un approccio alla città più inclusivo e attento alla comunità. Il progetto Quayside, annunciato nel 2019 da Sidewalk Labs (Google), prevedeva di trasformare il lungomare cittadino in un distretto futuristico, altamente tecnologico e innovativo. L’arrivo della pandemia – e con essa i ripensamenti sul rapporto tra il benessere e l’abitare le città - ha portato all’abbandono del piano, sostituito da una nuova visione nel febbraio 2022. Il litorale presenterà 800 alloggi a prezzi agevolati, una foresta urbana, servizi di prossimità e di aggregazione e l’obiettivo zero emissioni di carbonio. 

In questa ritrovata centralità della persona, lo studio di EY valuta le città secondo due variabili interdipendenti: i comportamenti tenuti dalla cittadinanza e la capacità degli stakeholder pubblici e privati di ridisegnare la città a partire dalle esigenze espresse dalla comunità (readiness). 

Quali sono i risultati più interessanti della ricerca? 

  1. gli sviluppi sono sostenuti in gran parte dagli investimenti, mentre emerge la necessità (anche per le città prime in classifica) di concentrarsi di più sulla componente "umana”
  2. la distribuzione geografica delle città secondo la fascia di ranking mostra un notevole divario tra nord e sud
  3. la differenza tra città grandi e piccole rimane importante nella componente investimenti mentre si riduce fortemente per quanto riguarda i comportamenti 
  4. nell'equilibrio tra le due componenti, i territori regionali mostrano una situazione differenziata al proprio interno, segno di scelte autonome da parte delle città. Più in generale,
    • le città smart - alto punteggio di readiness e basso punteggio di comportamenti - investono e sviluppano iniziative, ma fanno fatica a coinvolgere i cittadini. Si tratta delle metropoli del sud (grandi investimenti grazie ai fondi strutturali) e di città medie del centro-nord 
    • viceversa, le città behaviour-driven - alto punteggio di comportamenti e basso punteggio di readiness - sono piccole città tradizionalmente poco smart, ma i cui cittadini sviluppano comportamenti virtuosi, anticipando le iniziative degli altri stakeholder. 
  5. Il posizionamento delle filiere produttive secondo questi criteri è un dato interessante per comprendere competitività e attrattività delle imprese, non solo secondo parametri di mercato ma anche di condizioni di lavoro. I dati ci dicono che la maggior parte delle filiere produttive si trova in territori significativamente sotto la media, sia per readiness sia per comportamenti, e devono dunque impegnarsi per offrire ai lavoratori contesti urbani e di vita più a misura di persona.

In conclusione, le istituzioni pubbliche e le aziende che operano nel territorio devono impegnarsi in interventi che riescano a coniugare readiness e comportamenti: ascoltare e amplificare i comportamenti della cittadinanza per ridisegnare la città, allo stesso tempo intendere gli interventi nel tessuto urbano come stimolo per i cittadini stessi per implementare comportamenti virtuosi. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Human Smart City Index, EY

Post-Covid e abitudini digitali: promossi smart working, spesa online e servizi pubblici via App, Altroconsumo

Fabrizio Papitto, L’intelligenza degli alberi di Toronto, La Svolta

Ricerca Gfk per Sodalitas, 2018

Photos by Shridhar Gupta, Asia Culture Center on Unsplash; Human Smart City Index by EY


La Design Week può diventare un modello di rigenerazione urbana sistematica?

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Si è conclusa da poco la Design Week 2022, nelle sue due anime del Salone del Mobile e del Fuorisalone. I numeri parlano di un ritorno quasi completo a livelli pre-pandemici, con 2.200 espositori, 800 eventi diffusi nei quartieri e una stima di 400.000 visitatori. Per un evento che spesso è stato definito come fiera dell’effimero, qual è stata però l’attenzione verso una sostenibilità ambientale e sociale? 

La sostenibilità è stata il criterio principe di valutazione dei progetti, come afferma Laura Cappello, assessora al lavoro e allo sviluppo economico. L’attenzione viene posta soprattutto sui materiali impiegati negli stand e nelle installazioni, mettendo in gioco soluzioni virtuose tra raccolta differenziata, riuso e trasformazione dei materiali e riallestimento delle opere in altre sedi. Esempi di ricollocamento in spazi più o meno pubblici sono la sistemazione della Floating Forest realizzata dallo studio di Stefano Boeri per Timberland al vivaio Peverelli, o del verde sul ponte Merini nel Municipio 6. O ancora Wandering Fields, installazione dello Studio Ossidiana, in cui i partecipanti si sono presi materialmente cura di un terreno, che verrà trasportato nel parco Trotter e donato come opera di design pubblico. 

Si tratta sicuramente di iniziative che vanno nella giusta direzione, seppur sporadiche. Perché però non pensare ad installazioni che possano rimanere ai cittadini e che ne migliorino la qualità della vita, in quartieri che ne hanno bisogno? 

Negli ultimi anni il Fuorisalone si è spinto nelle periferie e nell’hinterland milanese, da Baggio a Baranzate, restituendo loro una centralità che tuttavia rimane effimera. Come ammette Stefano Boeri, “si tratta di spazi conquistati che non possono attendere un altro anno prima di tornare ad animarsi.” Se intendiamo le città come la connessione tra comunità (civitas) e architetture (urbs), l’evento simbolo del design, che vuole progettare e realizzare soluzioni orientate al futuro, potrebbe fare la differenza nel ripensare la vivibilità dei luoghi e la costruzione di comunità intorno ad essi. 

Eventi come questo portano un innegabile beneficio alla città, economico, di status e di spinta propulsiva all’innovazione. Tuttavia è necessario che si generi anche una risonanza culturale non transitoria, perché i cambiamenti che dobbiamo affrontare sono anche culturali. Che differenza farebbe se gli enormi investimenti fatti per opere temporanee si trasformassero in un impegno sistematico su opere durevoli che attivino la città come luogo di comunità? 

Negli anni sono state portate avanti delle analisi sul contributo dei grandi eventi alla città, particolarmente visibile nel caso di grandi eventi sportivi come le Olimpiadi o tematici come gli Expo. In particolare, si evince che incorporare eventi nella rigenerazione a lungo termine di una città, coinvolgendo la comunità locale nei processi culturali, è un fattore che assicura la sostenibilità culturale e sociale degli eventi stessi. Milano ha già dato segnali in questo senso, con la conversione del grande polo Expo in MIND Milano Innovation District. Con la Design Week, però, c’è la possibilità di essere tra i primi a rendere queste operazioni mirate, basate sull’ascolto e soprattutto sistematiche, data la sua ricorrenza annuale.

Partendo dunque dalla suggestione offerta da Boeri, la proposta è quella di una “chiamata alla città” nella sua globalità perché eventi come questo diano lasciti permanenti, perché il tutto sia pensato e realizzato fin dall’inizio per migliorare il territorio, perché nulla venga “sprecato”. In un’ottica non solo di sostenibilità, ma anche di rigenerazione urbana.  

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PER APPROFONDIMENTI:

Giacomo Valtolina, Design week a Milano, dove finiscono le installazioni del Fuorisalone? Vivai, parchi, università (e legna da camino), Corriere della Sera

Giacomo Valtolina, Il design ha perso «l’effetto folla»? Boeri: «Eventi diffusi e quartieri emergenti, la città sembra meno piena», Corriere della Sera

Andrea Senesi, Design week Milano, Alessia Cappello: «Troppo traffico, i grandi eventi devono essere più sostenibili», Corriere della Sera

Deyan Sudjic, Il Salone ha ancora senso?, Domus

Walter Mariotti, Quel che resta del Salone 2022, Domus

Paolo Casicci, Il FuoriSalone dopo il FuoriSalone, che cosa resta da vedere in città dal 13 giugno, Interni Magazine

Yi-De Liu, Event and Sustainable Culture-Led Regeneration: Lessons from the 2008 European Capital of Culture, Liverpool

MIND Milano Innovation District website

Photos by Alessandro Ranica, Nick Hillier, Steve Johnson on Unsplash


Camminare come pratica di scoperta e progettazione urbana

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Idealmente, camminare è uno stato in cui la mente, il corpo ed il mondo sono allineati.

Rebecca Solnit

 

Nell’attuale ecosistema sociale, che produce ogni anno più di 70 milioni di automobili, camminare rappresenta una pratica e un modo di pensare sempre più necessari. Costituisce una prospettiva olistica alla convergenza tra teoria e pratica, rivelando un dialogo e uno scambio tra arte, architettura, studi urbani, sostenibilità, ecologia e tecnologia.

In particolare, le città racchiudono stimoli ancora poco espressi, per viverle ma anche per progettarle. Francesco Careri, professore e co-fondatore di Stalker, workshop interdisciplinare di arte e architettura, ragiona su questo tema da anni, partendo da questa domanda: è possibile avere architettura senza l’oggetto architettonico, senza trasformazioni fisiche degli spazi? Per darsi una risposta ha iniziato a camminare per le città, usando il proprio corpo come uno strumento per portare attenzione su territori non visti né compresi.

Il camminare così inteso viene caricato di un significato simbolico e rituale, diventa una pratica collettiva attraverso cui costruire relazioni. Bisogna essere consapevoli e pronti a “perdere” tempo, dice Careri, capaci anche di fermarsi in un mondo che spesso non ci autorizza a farlo.

In controtendenza rispetto a un sistema di produzione architettonica standardizzato, Careri suggerisce di partire da quello che già si trova nei luoghi e di innaffiarlo come dei giardinieri, per fare crescere ciò che è già in seme. Ciò che davvero fa la differenza è saper ascoltare, essere presenti e in contatto con chi vive i luoghi stessi.

L’esperienza di Careri, raccolta nel suo libro Walkscapes. Camminare come pratica estetica, si inserisce in una tradizione consolidata. Il camminare come pratica artistica ha una storia che si è sviluppata nell’ultimo secolo, in un crescente bisogno di connettersi con il potenziale delle città e riconnettersi con la natura, dentro e fuori dal tessuto urbano. Un esempio recente è rappresentato dal progetto The Walks di Rimini Protokoll, una serie di passeggiate urbane guidate da registrazioni audio che invitano ad interagire con l’ambiente circostante. I luoghi diventano scene teatrali con l'accompagnamento di voci, rumori e musica.

In quest’ottica, camminare racchiude un potenziale creativo e la possibilità di costruire comunità: può rappresentare il primo passo per approcciarsi a interventi di rigenerazione che nascano dall'ascolto dei cittadini.

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Francesco Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Einaudi, 2006

urbanNext, Immaterial Architecture: The Power of Walking

Connecting Cultures, Stalker/On. Campus Rom

Herman Bashiron Mendolicchio, Walking. The creative and mindful space between one step and another, interartive

Rimini Protokoll, The Walks

Photos by: Mette Kostner, Timon Studler, Dustin Tramel on Unsplash


Sport e cultura, un caso di rigenerazione verticale: Multiprogram Ship, Caracas

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Collocato all'intersezione tra design, arte e ingegneria, Multiprogram Ship è un progetto comunitario pensato come strumento di emancipazione sociale e concentrato sul rinnovamento dei paesaggi inattivi e non regolamentati delle favelas di Caracas. Si tratta di un intervento di ingegneria urbana partecipata che ruota intorno a un edificio multifunzionale, con l’obiettivo di consolidare una rete di spazi culturali, sportivi e di assistenza come modello nei quartieri popolari.

Il dispositivo è connesso al principale sistema di mobilità della favela, costruendo relazioni con lo spazio pubblico su tre livelli differenti lungo le scale di quartiere. Il primo livello, che dà sulla strada, è concepito per fornire servizi medici e di assistenza; il secondo è una piattaforma progettata per programmi multifunzionali, attività di comunità di quartiere, workshop e spazi culturali; il terzo spazio è ideato per le attività sportive.

Tra gli spazi pubblici e culturali in contesti territoriali complessi anche dal punto di vista morfologico, Multiprogram Ship è un modello ibrido alternativo alla gestione pubblica, basato su operazioni di agopuntura urbana. La riabilitazione fisica e organizzativa di zone sviluppatesi in modo organico e incontrollato parte dalla riprogettazione del terreno ma si sviluppa poi in verticale: gli spazi della nave sono aerei, sospesi mediante sistemi prefabbricati e telai metallici modulari.

L’integrazione di tecnologia e di tradizioni locali in un approccio sostenibile è il risultato diretto del processo partecipato di progettazione, guidato dall’amministrazione comunale affiancata da associazioni culturali e sportive e dal governo nazionale. La comunità locale ha invece interagito attraverso dei consigli di comunità, in un processo di partecipazione flessibile e orizzontale utile a canalizzare le risorse pubbliche. L’architetto che si è occupato del progetto è Alejandro Haiek di Lab Pro Fab.

L’intervento, che coinvolge 600 famiglie, ovvero 3.000 abitanti, è iniziato nel 2009. Oggi l’edificio è funzionante e la rigenerazione continua, con più di 400 case dipinte che producono microeconomie utili a consolidare la struttura sociale. L’opera è riuscita a smussare i confini tra un piano abitativo degli anni '70 e un fenomeno di crescita informale, articolando attività collettive a beneficio dei cittadini di entrambe le condizioni urbane. 

L'edificio funge da fabbrica di conoscenza migliorando le dinamiche sociali, sostenendo l'appropriazione del suolo urbano attraverso attività culturali e sportive come modelli urbani per la crescita informale. È un ingranaggio sociale per prendere coscienza attraverso piattaforme ibride, flessibili e incrementali.

L’implementazione di soluzioni simili è anche un modo per ripensare la democrazia locale connettendo le persone tra di loro in una rete emergente di coscienza politica. Il progetto è stato infatti anche un’opportunità per comprendere i processi urbani di comunità sviluppati dal basso.

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Lab Pro Fab website

Clara Ott, Multiprogram Ship, Vertical System of Sports and Cultural Platforms, ArchDaily

urbanNext, Multiprogram Ship: Sport and Cultural Platforms. The Public Machinery

Alejandro Haiek Coll, MULTIPROGRAM SHIP / Sport and Cultural Platforms

Multiprogram Ship press dossier

Alejandro Haiek, Multiprogram Ship, video YouTube

Photos by: Alejandro Haiek / Lab Pro Fab