Community-Oriented: il ruolo centrale della comunità nel miglioramento delle città latinoamericane

Durante una lunga permanenza in Sudamerica, il cantautore Lucio Battisti rimase colpito dalla capacità “di stare insieme” delle persone sudamericane. Tanto da dedicare, a quella forma di comunanza e socialità, un interno album. Appunto, Anima Latina.

Più recentemente, alcuni urbanisti statunitensi stanno prendendo come esempio la capacità delle comunità latinoamericane nel riuscire ad imprimere cambiamenti duraturi e positivi alle proprie città. Mettendo al centro il ruolo della socialità, creando connessioni e luoghi in cui l’inclusione partecipa a migliorare le città – storicamente percorse da episodi di violenza e disagio – in tutti i lori principali aspetti.

Lucia Nogales, ricercatrice e urbanista, nonché ex direttrice del progetto “Ocupa tu Calle” ha affermato: «Quello che ho scoperto in America Latina e ciò che manca qui (in Europa, ndr) è il senso della comunità, la comunità non è un'idea romantica, ma un concetto necessario per “ripensare come funziona la democrazia”».
E per ripensare il ruolo e le funzioni della città, si potrebbe aggiungere.

Attraverso gli esempi di tre grandi città sudamericane, Medellín, Bogotà e Città del Messico, ripercorriamo – in parte – alcuni dei progetti community-oriented che hanno permesso di trasformare queste città. Luoghi storicamente permeati da violenza e instabilità economico politica.
Seppure non tutti i problemi di queste metropoli siano stati risolti, è innegabile che alcuni dei progetti qui descritti abbiano partecipato a migliorare la qualità della vita delle città. Rendendole al tempo stesso interessanti agli urbanisti nordamericani. Se, infatti, amministrazioni e urbanisti del Nord America guardavano prima a Parigi, Amsterdam o Barcellona come esempi da seguire, adesso sono anche le città sudamericane a rappresentare una fonte d’ispirazione.

Combattere il crimine e le disuguaglianze con le Utopie: Città del Messico

Utopie è un progetto di rigenerazione urbana e sociale nella municipalità di Iztapalapa, Città del Messico. Si tratta del quartiere più numeroso della città, segnato da una lunga storia di violenza e povertà. Le Utopie  - sigla la cui traduzione è Unità di Trasformazione e Organizzazione per l’Inclusione e l’Armonia sociale – sono una serie di parchi, centri sociali, hub culturali e strutture sportive in cui la gente del luogo può trovare supporto, svago, socialità o assistenza. I dodici parchi – ovvero quelli finora realizzati – hanno spesso strutture e forme stravaganti, che migliorano anche l’aspetto estetico del quartiere, e che hanno ridato luce a porzioni di tessuto urbano degradato e sottoutilizzato. Ma ciò che conta di più è quello che avviene al loro interno: sport e attività di socializzazione hanno determinato un abbassamento della criminalità, attraverso il coinvolgimento attivo della comunità. Che adesso dispone di luoghi in cui la diffusione della cultura, l’assistenza allo studio, una vasta gamma di servizi sociali e di svago permette una maggiore inclusione delle persone e le allontana da tutte quelle dinamiche criminose che, spesso, si diffondono proprio nella povertà dell’offerta di servizi. Parallelamente al progetto Utopie – che ha vinto anche un importante premio  , va menzionato anche il progetto Pilares, che mira alla creazione di più di 200 piccoli centri comunitari. L’acronimo? Centri per l’Innovazione, la libertà, l’Arte, l’Educazione e la Conoscenza. Ovvero centri per le comunità.

La rinascita di Medellín: i parchi biblioteca e l’unione fra comunità

Se negli anni 90’ Medellìn era conosciuta come capitale del crimine, oggi è divenuta meta turistica e simbolo della rinascita delle città sudamericane. Ciò che ha cambiato profondamente la città sono stati i PUI, (Proyectos Urbanos Integrales) progetti che hanno previsto un’attenta pianificazione partecipata. E che sono andati ad intervenire, caso per caso, sui principali punti – sia fisici che sociali – di disagio per la città. Ad esempio, sono stati creati collegamenti fisici fra vari quartieri, soprattutto, fra i Barrio più isolati delle alture e quelli più in periferia. Ciò ha creato le condizioni per una maggiore unione fra le diverse comunità di Medellín, partecipando al miglioramento generale delle condizioni di vita delle persone, come  avevamo già accennato in questo articolo. L’importanza della componente sociale e comunitaria è evidente anche nel lavoro di ascolto e partecipazione condotto con le persone. Ad esempio, in alcuni quartieri è emerso che la strada - visto il poco spazio pubblico destinato alle persone – era elemento centrale della rigenerazione, in quanto luogo per l’interazione sociale, l’intrattenimento e la connessione. Le comunità più povere e fragili di Medellín hanno potuto beneficiare della costruzione dei Parchi Biblioteca, centri di comunità e hub sociali che sono stati costruiti nei Barrios più disagiati, partecipando a combattere fenomeni quali l’abbandono scolastico e aumentando la diffusione di cultura. All’interno dei parchi biblioteca persone di tutte le età conversano, prendono lezioni di inglese. Giovani madri, in cerchio, ascoltano i consigli in un’infermiera, come racconta questo articolo di Pacific Standard.

Bogotà: ironia e Ciclovia

Il concetto di città dei 15 minuti è stato interpretato in modo “creativo” da Bogotà. La città ha traslato il concetto adattandolo alle necessità dei caregiver. A Bogotà, infatti, più di 1,2 milioni di donne prestano assistenza a bambini, anziani e a persone con disabilità gratuitamente, dedicando spesso la loro intera vita ad aiutare senza la possibilità, ad esempio, di diplomarsi. Il Care Blocks di Bogotà sorgono quindi vicino alle abitazioni delle caregiver e forniscono servizi gratuiti come istruzione, assistenza sanitaria e lavorativa. Finora hanno permesso a 12.000 donne di ottenere un diploma.
Ma la creatività di Bogotà non si esaurisce qui ma ricade anche sulla mobilità cittadina.

Bogotà è stata tristemente famosa per il suo traffico e l’alta mortalità stradale: così, dal lontano 1974, ogni domenica e giorno festivo, parte della città si trasforma in un laboratorio sociale di mobilità dolce. La Ciclovia di Bogotà, che ha continuato a crescere (nei km di strada dedicata esclusivamente a pedoni e ciclisti) è stata imitata da moltissime altre città come modello di riappropriazione della strada da parte delle comunità. E ancora oggi, sta continuando a rivoluzionare la mobilità della capitale colombiana. Insieme ad altri piccoli interventi, spesso molto ironici, come quando i corrotti agenti di polizia stradale furono sostituiti con dei mimi, che fingevano reazioni di tristezza ogni volta che qualcuno commetteva un’infrazione stradale. Alla fine, la gente cominciò a seguire le indicazioni stradali dei mimi.

 

Si potrebbero riportare molti altri esempi di come l’anima latina delle comunità sudamericane sia capace di imprimere cambiamenti duraturi nelle città. Esempi come Ocupa tu Calle dimostrano come il coinvolgimento delle persone in interventi di urbanistica tattica sia una chiave nel cambiamento della vita e dei luoghi delle persone. Così come le Community Kitchen in Perù dimostrano che l’unione e la mutualità fra persone della stessa comunità possono rilevarsi strumenti efficaci nel fronteggiare crisi anche gravi.

Il potere di cambiamento delle comunità sudamericane, e la loro influenza sulle trasformazioni urbane ha ispirato  anche un libro intitolato Citizen-Led Urbanism in Latin America, che descrive le trasformazioni delle città latine attraverso l’impegno civico delle loro comunità.

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Per scoprire di più:

LIBRARY PARKS FOSTER COMMUNITY IN COLOMBIA - Pacific Standard

Bogotà, Colombia. Health and Wellbeing - Bloomberg Cities Network

The Art of changing City - Antanas Mockus for The New York Times

Ocupa tu Calle

Community Kitchen

The Urban Transformation of Medellín: A Case Study - Arch Daily

Itztapalapa Utopias 

Also Migrating From Latin America: A Wave of Urban Innovation - Bloomberg City Lab


La concretezza è la comunicazione più efficace: trasformare un rischio percepito in un’opportunità

La sostenibilità è diventata un imperativo globale, capace di trainare cambiamenti nel modo di lavorare, decidere e comunicare delle aziende. Così come nel modo di scegliere ed orientarsi per i consumatori, sempre più decisi a seguire quei brand che dimostrano, attraverso scelte tangibili e un purpose chiaro, una maggiore sensibilità e concretezza verso percorsi di sostenibilità ambientale e sociale.

Tuttavia, c’è un fenomeno che potrebbe rappresentare un elemento di frenata verso la necessaria sensibilizzazione (e concretezza) alla sostenibilità ed è rappresentato dal green hushing ovvero il “silenzio” per paura delle potenziali conseguenze negative.

green hushingI dati sul fenomeno

Il green hushing è infatti un fenomeno piuttosto diffuso e si verifica quando le aziende, pur avendo intrapreso percorsi e progetti verso una maggiore sostenibilità, omettono di comunicare i progressi o i risultati delle loro iniziative. In questo modo, il green hushing rappresenta quasi l'opposto del più noto greenwashing, fenomeno tristemente noto – al contrario della controparte silenziosa – in cui le aziende comunicano in modo non veritiero finte azioni e risultati sostenibili.

Il green hushing, invece, nasconde tutti i progressi e le azioni mirate a percorrere un percorso di sostenibilità, creando un vuoto informativo che ostacola la trasparenza e la responsabilità aziendale.

Secondo i dati riportati dall’ultimo rapporto “Net Zero and Beyond” di South Pole – società di consulenza finanziaria - un’azienda su 4 tende a non comunicare le proprie strategie di sostenibilità. Il 70% delle società quotate in borsa, nel campione rappresentativo utilizzato da South Pole per le rivelazioni, ammettono di ricorrere al green hushing. Un dato che appare in evidente contraddizione con quello relativo all’aumento di budget destinato a politiche di riduzione dell’impatto ambientale: un incremento dell’86%. Per quanto riguarda l’Italia, su un 57% di aziende che intraprendono percorsi di sostenibilità, solo il 18% lo comunica all’esterno.

In sostanza, le aziende spendono in e attuano sempre di più percorsi di sostenibilità, ma ne parlano sempre meno.

Perché?

Il principale motivo risiede nei rischi che comunicando i risultati, i percorsi o le azioni mirate verso una maggiore sostenibilità, questi siano valutati insufficienti, o, peggio, non veritieri dai consumatori, dai partner o dagli stakeholder.

Il fenomeno è maggiormente diffuso, infatti, dalle piccole e medie imprese che non hanno le risorse per intraprendere politiche sostenibili su larga scala, o che non sono capaci di creare un team di comunicazione capace di diffondere efficacemente le azioni intraprese. Il green hushing rappresenta anche una forma di prudenza contro il rischio di essere accusati di green washing. In sostanza, è la paura di ripercussioni a frenare le aziende nel comunicare all’esterno i propri progressi in materia di sostenibilità.

Quali rischi e conseguenze derivano dal green hushing?

Il green hushing rappresenta una tendenza negativa perché capace di ostacolare il progresso e la creazione di standard di sostenibilità diffusi. Di ostacolare quelle forme di influenza e “contagio positivo”, per cui le aziende migliorano sempre di più le loro pratiche e il loro lavoro affinché possano raggiungere o superare i risultati dei concorrenti. Inoltre, la mancata comunicazione delle azioni aziendali intraprese per assicurare una maggiore sostenibilità ambientale – o sociale - può intaccare la reputazione e la fiducia da parte dei consumatori.

La comunicazione efficace delle azioni e dei progetti aziendali, in termini di sostenibilità, può essere poi un importante fattore culturale, capace di influenzare positivamente i comportamenti dei consumatori e dipendenti, educare ad una maggiore sostenibilità le persone e creare un substrato sociale più ricettivo verso buone pratiche, verso l’ambiente ma anche verso le altre persone.

In questo caso, il green hushing rappresenta un’occasione persa nel migliorare l’ambiente e la società in cui viviamo.

Concretezza e trasparenza le chiavi per una comunicazione della sostenibilità efficace

La trasparenza è la chiave per evitare che fenomeni come il green hushing possano rallentare o ostacolare la transizione verso la sostenibilità: ambientale, ma anche e soprattutto sociale. Il percorso verso la sostenibilità si compie anche e soprattutto attraverso la concretezza. Deve essere sempre più chiaro che fare è il nuovo comunicare. Le aziende devono essere capaci di dimostrare il loro impegno effettivo verso una società più sana e giusta. E per questo, è necessario coinvolgere le comunità, condurre progetti concreti capaci di lasciare un segno positivo nei territori su cui le attività delle aziende ricadono. Ed in questo, uno strumento imprescindibile è il Brand Urbanism: capace di creare connessioni feconde fra realtà private, amministrazioni e cittadini concretizzando l’impegno verso un futuro – ed un presente – più sostenibile per l’ambiente e le persone.
Perché la concretezza è la comunicazione più efficace e tangibile.

 

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Per scoprire di più:

La pratica del Green Hushing: fare sostenibilità in silenzio – 3Bee

Troppi rischi, così la sostenibilità perde peso nella comunicazione – Il Sole 24 Ore

What Is Green Hushing? | Is It Worse Than Green Washing? - Luxiders

Net Zero and Beyond – South Pole

 


La "Meanwhile City": sperimentazione, temporaneità e cambiamento guidati dalle comunità

I contesti urbani tendono a cambiare più rapidamente delle forme urbane”, scriveva nel suo libro – Cities By Design: The Social Life of Urban Forms – la sociologa Fran Tonkiss.  Le città, come l’intera società, sono spesso travolte da trasformazioni o eventi repentini che ne stravolgono le funzioni, le destinazioni o semplicemente il modo di fruire uno spazio.

Spesso, ciò accade ad una velocità tale cui non corrisponde un effettivo cambiamento dello spazio. Si prendano, come esempio, le trasformazioni sociali indotte dalla passata pandemia, da una crisi economica o da un evento estremo: le attività produttive chiudono. Gli uffici si svuotano. I negozi abbassano le saracinesche ed interi quartieri possono sparire: semplicemente perché non ci sono più le persone. Trasformare o rigenerare questi spazi, richiede molto più tempo e, intanto, i bisogni delle comunità sono già cambiati. Cosa succede nel frattempo? O meglio, cosa può succedere, nel frattempo.

Può succedere che le comunità – in attesa di interventi strutturali – possono “progettare” la propria città o il loro spazio urbano. “La città temporanea è lo spazio progettato dall’individuo” affermano Peter Bishop e Lesley Williams nel loro libro (The Temporary City). Cosa è quindi, una città temporanea (Meanwhile City)?

È una città che risponde, attraverso il volere e il potere delle proprie comunità, al vuoto. Una città che sfrutta la creatività dal basso – o la co-creazione -  per riempire quello spazio temporale e, allo stesso tempo, urbano, lasciato vuoto dalle lentezze burocratiche, da crisi o semplicemente dalle necessità progettuali. Creando spesso le condizioni per una risposta resiliente all’attesa (di una trasformazione, di una ristrutturazione, di un processo lungo di riorganizzazione di un quartiere).

le_grand_voisins_temporary_meanwhileLa Meanwhile City risponde quindi, in modo tempestivo, al mutato contesto urbano. Aprendo anche alla possibilità di influenzare, permanentemente, il futuro di un’area.

Le possibilità di realizzazione e il significato stesso di una Meanwhile city sono molteplici variano a seconda del contesto. Si può trattare di piccoli interventi così come di grandi progetti che si dipanano in un arco temporale molto più lungo e necessitano di una stretta collaborazione fra imprese private, cittadini e amministrazioni.

Spesso, poi, non c’è una direzione precisa per i progetti della “Città temporanea”: si tratta di sperimentazioni, di “semi” che possono poi diventare esempi consolidati o promuovere cambiamenti permanenti.

Vediamone alcuni.

Le Grand Voisins

Le grand Voisins market temporary

L’ex ospedale Saint-Vincent-de-Paul, a Parigi, si sviluppava nell’insieme di una ventina di edifici. Chiuso nel 2012, il progetto della città prevede la trasformazione dell’area in un nuovo quartiere. Chiaramente, le tempistiche per una trasformazione di questo tipo sono lunghe. Ed ecco che, nel frattempo, si è insediata (più di) una comunità: Le Grand Voisins è un progetto che, grazie all’apertura da parte dell’Amministrazione – prima proprietaria degli edifici – ha visto l’utilizzo degli spazi da parte di oltre 250 associazioni. L’obiettivo è stato quello di occupare gli spazi vacanti, a cifre molto basse, per animare il futuro quartiere. E trasformare dunque l’area di un ex ospedale in un luogo vivo, sociale e animato. Quando l’area è passata sotto la proprietà privata della società responsabile dell’avvio operativo del progetto di riqualificazione, le associazioni hanno avuto la possibilità di continuare le loro attività, e di stilare un programma che riuscisse a coniugare il proseguimento di attivazione sociale che conducevano con l’inizio dei cantieri. Quello che rimarrà, alla fine dei lavori, sarà un’esperienza comunitaria tangibile e già avvitata. Capace di influenzare gli scenari futuri anche dopo la fine dei lavori.

The Dalston Eastern Curve Garden

Dalston Easter Curve Garden

Costruito nella primavera del 2010, come intervento temporaneo, il Dalston Eastern Curve Garden sorge nell’affollata area urbana di Dalston, più precisamente nel quartiere di Londra Hockney, lungo un tratto ferroviario abbandonato. Il giardino è stato costruito con l’aiuto di volontari, residenti locali ed è oggi un punto di ritrovo fondamentale per la comunità. Capace di favorire lo scambio intergenerazionale e di allontanare soggetti e situazioni criminose che prima attanagliavano l’area.

Da temporaneo, il giardino ha poi resistito alle numerose minacce di espansionismo urbano che si sono susseguite. Il volere della comunità ha permesso al giardino – che ospita ancora oggi una grande quantità di eventi – di rimanere intatto e di svolgere la sua funzione sociale.

 

Gli esempi qui riportanti non sono tuttavia esaustivi del concetto di meanwhile city. Altre modalità, ad esempio, in maniera simili a quanto descritto per Parigi, prevedono l’affitto di locali vuoti a prezzi molto bassi, nel tentativo di far rinascere attività produttive in aree dismesse. Altre volte invece, la temporaneità di interventi di urbanistica tattica, possono imprimere cambiamenti in porzioni di città e favorire un impatto duraturo sulla mobilità e la fruizione delle strade. Come successo, ad esempio, a Paseo Bandera.

Ciò che comunque dimostrano gli esempi riportati è che nei processi di rigenerazione urbana, brevi o lunghi che siano, piccoli o grandi che siano, l’ascolto e l’attivazione delle comunità è un aspetto fondamentale. Come visto per Parigi, la creazione di un nuovo quartiere non può non tenere in considerazione i bisogni – espressi tramite una virtuosa sperimentazione – della popolazione coinvolta. Così come l’esempio di Londra e della strada a Santiago del Cile dimostrano che il volere della popolazione, quando ascoltato e assecondato, può portare vantaggi per tutti.

 

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Per scoprire di più:

Meanwhile Spaces: Temporary Interventions for Lasting Urban Development – Arch Daily

Meanwhile uses in the city – should this be the new normal? – Liz Crump

Can Temporary Urbanism be a Permanent Solution? Urban Spaces in Liquid Times - Megumi Koyama

Saint-Vincent de-Paul – Paris & Métropole Aménagement

Le Grand Voisins

Meanwhile Use London/ A Research Report For The Greater London Authority – Arup

Making Space in Dalston – A--D


La Design Week può trasformare in meglio la città oltre la singola settimana?

L’evento più importante di Milano – la Design Week - si è concluso questo fine settimana (21 Aprile). Passata la “sbornia” degli eventi, delle feste notturne più o meno esclusive ed inclusive, la noia delle file per tutto e l’entusiasmo di vedere una città brillare di creatività – a volte sovversiva e capace di innescare riflessioni, altre volte puramente comunicativa e “pubblicitaria” - è tempo di bilancio. Crediamo infatti che una riflessione, sulla falsariga di quella che avevamo fatto due anni fa, su ciò che un evento di tale portata provoca e può provocare sia per noi un esercizio necessario, quantomeno per provare a capire che tipo di meccanismi si innescano – e se si innescano - nel ripensamento e nel cambiamento delle città. Che è, in estrema sintesi, la nostra mission.

Lasciamo quindi ad altri, più competenti, teoremi e calcoli sull’indotto, sull’aumento del numero delle prenotazioni di alloggi e su quanto il loro  prezzo sia schizzato alle stelle, in una galassia immobiliare che – ormai anche fuori dai grandi eventi – rischia di implodere in un grande buco nero.

Brera-Design-Week

Sul (nostro) concetto di Design e Sostenibilità

La definizione di Design proposta dall’Enciclopedia Treccani pone l’accento anche sulla sfera urbana della materia in esame: […] la progettazione (generalmente a opera di un architetto) mirante a dare ordine e forma a parti di città, ad attrezzature collettive, a parchi pubblici; […].

Il nostro lavoro è quello di facilitare processi di rigenerazione urbana che rendano le nostre città, le periferie, i quartieri, le piazze e i parchi luoghi capaci di unire le persone. È quindi un processo che, oltre alla sfera urbana e prettamente tecnico-architettonica, preveda un attento lavoro di ascolto, coinvolgimento e attivazione delle comunità. Dunque, di design, di progettazione, non puramente tecnica, ma per certi versi anche umana, sociale, comunitaria. Perché non si può fare “city making” senza “city design” così come non si può fare una città senza persone. Non si può rigenerare senza fondamenta sociali.  Ecco: quello che ci chiediamo è se questa declinazione di design abbia avuto un ruolo in questa edizione del Salone del Mobile e del Fuori Salone. E se, anche le prossime edizioni, possano fare – e fare di più – in questa direzione.

Secondo alcuni commenti, riportati da Repubblica e dal Fatto Quotidiano, la settimana che si è conclusa è stato un evento al limite della bulimia. La quantità di iniziative e la densità con cui si sono susseguite possono lasciare lo spettatore/visitatore senza il “tempo di sedimentare il senso dei contenuti che propongono”. Il rischio è quello di perdersi nel “traffico” di tutto questo.

Design-Week

 

Paradossalmente è proprio nel traffico, quello automobilistico invece, che si sono visti degli spiragli di design cittadino capace di lasciare un segno concreto nel futuro della città. Come riporta il Corriere, il sindaco Sala, invitando i cittadini a non utilizzare l’auto a causa dell’elevato traffico ha affermato: “replicheremo l'idea di alcune strade chiuse per la design week come un tratto di via Solferino a Brera e tutta via Tortona. Non so se saranno pedonalizzate in futuro, non in modo immediato, ma sperimentiamo la possibilità di cambiare modo di vivere”.  Ecco, è questo tipo di sperimentazioni, di progettazione, di design urbano e sociale – perché l’auto è un fatto sociale, se non altro, un’ideologia sociale -  che ci auspichiamo come legacy da un evento di queste dimensioni. “Qualcosa pensato per la Design week può anche diventare permanente” ha continuato Sala. È questo, il design che ci auspichiamo dalla settimana più importante di Milano.  E prova anche che la Design Week può lasciare di più, alla città, al suo concludersi.

Stessa cosa vale per i messaggi, più o meno colti dai visitatori, di sostenibilità che le installazioni e le opere disseminate per Milano hanno cercato di trasmettere. La Design Week per essere culturalmente rilevante e creativamente stimolante non potrà mai perdere la propria libertà di progettare e costruire installazioni effimere, bellissime, ma di dubbia funzione.
Tuttavia opere come Linee d’Ombra (non certo l’unica) che spinge a riflettere sulle rinnovate necessità di ombra nelle piazze delle città, per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, ci pongono di fronte ad un’altra domanda. Cosa resterà alla città, alle comunità, del messaggio di quell’opera, una volta che verrà smontata, trasferita, riciclata? Cosa resta oggi della Design Week, aldilà della conta economica, delle opere svanite, dei prezzi alle stelle?

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Per noi, è necessaria una evoluzione, nel trasformare l’effimero in effettivo e virtuoso: se l’arte veicola messaggi, gli attori coinvolti nel cambiamento delle città devono essere capaci di tradurli in azione. Se le settimane di Milano sono un’occasione per portare alla luce di una vetrina scintillante messaggi importanti sulla sostenibilità ambientale e sociale, è importante che questi messaggi vengano poi tradotti in concretezza.

Noi di Brand for the City siamo e saremo a fianco di tutti quegli attori - aziende, amministrazioni, think thank, realtà locali - che vorranno provare a lasciare qualcosa di concreto alla città: un'installazione design può legarsi alla valorizzazione di un parco pubblico, un evento circoscritto può essere un test pilota per dare nuova luce e funzione ad un'area sottoutilizzata di un quartiere. Sono spunti, a cui di certo se ne possono aggiungere molti altri. Ma su cui vale la pena porsi delle domande per il futuro.

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Per scoprire di più:

Brand for the City: La Design Week può diventare un modello di rigenerazione sistematica?

Il Sole 24 Ore: Settimana del design: per Milano un indotto da 261 milioni, il 13,7% in più del 2023

Il Sole 24 Ore: Salone del Mobile: hotel sold out e in casa spesa media di 400 euro a notte

La Repubblica: Se Milano diventa vittima delle sue Week: non bastano i grandi numeri, servono progetti per la città

Il Fatto Quotidiano: Design Week nel segno della bulimia: a Milano il pubblico si divide fra entusiasti e perplessi

La Svolta: Design Week: l’ombra è una risorsa sempre più preziosa contro il riscaldamento globale

Slow News: L’ideologia sociale della macchina

Il Corriere della Sera: Milano, l'appello di Sala per il Salone del Mobile e il Fuorisalone: «Lasciate l'auto a casa per non rimanere bloccati nel traffico»


Lo Sport Urbanism come cura delle persone e della società

Può sembrare un’affermazione azzardata, quella contenuta nel titolo. Eppure, dati alla mano, l’Italia è fra gli ultimi Paesi, in Europa, a garantire un adeguato grado di accessibilità ad impianti sportivi gratuiti e all’aperto. Le ricadute, negative, impattano a livello sociale su più aspetti: sull’economia, sulla salute delle persone e su quella della sfera sociale.

Tuttavia, attraverso la rigenerazione urbana è possibile invertire questo trend, e dotare le città di un più ampio grado di accessibilità allo sport. Come? Attraverso la creazione di nuovi spazi pubblici all’aperto, adibiti alla pratica sportiva, accessibili e gratuiti.

È necessario fare prima un esercizio di analisi sull’attuale situazione per capire appieno il ruolo che la rigenerazione urbana, andando ad intervenire direttamente sull’accessibilità allo sport, può migliorare la salute della società.

«Repubblica del divano»

A prima vista, l’Italia potrebbe sembrare un paese sportivo. Soprattutto durante i festeggiamenti e le celebrazioni nazionali in competizioni sportive mainstream. Eppure, pare che questo lato sportivo degli italiani riguardi esclusivamente il tifo, meno la pratica.

sedentarità_sport_ItaliaSecondo i dati riportati dall’Osservatorio Valore Sport l’Italia è a tutti gli effetti una «Repubblica del divano».
Il Paese primeggia infatti negativamente in sedentarietà, molto più degli altri Paesi europei.
Nella fascia di popolazione adulta, la percentuale di persone che non pratica un adeguato livello di attività fisica è pari al 44,8%. Rendendo l’Italia il quarto Paese peggiore nell’OCSE.
Ancor peggio, il dato relativo alla sedentarietà dei bambini fra gli 11-15 anni. Il 94,5% non pratica abbastanza sport. Facendo precipitare l’Italia come peggior Paese nell’OCSE relativamente a questo dato.

Tutto ciò ha un impatto significativo sulla salute delle persone. La sedentarietà aumenta il rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari, metaboliche, tumorali. Ma anche psicologiche e neurodegenerative. Per via dell’aumento dei fattori di rischio provocati (anche) dalla sedentarietà, la mancata pratica sportiva provoca all’Italia una spesa pubblica in sanità pari 4,5 miliardi di euro, ripartiti fra cause dirette (64%) e indirette (36%). Tanto che nel 2015, Sergio Pecorelli (Presidente di Healthy Foundation dell’AIFA) affermava che «1 euro destinato allo sport produce un risparmio ospedaliero di almeno 5 euro» .
Ad oggi, la situazione non è cambiata di molto.

Serve un cambio di paradigma. O, per dirla con le parole di Fabio Pagliara, Presidente di Fondazione Sportcity – che, attraverso il suo Osservatorio conduce ricerche sul tema in esame – serve una “migrazione”: da «Repubblica del divano» a «Repubblica del Movimento».

Ma come mai gli italiani praticano così poco sport? Oltre a motivi culturali e di predisposizione genetica, un importante fattore è determinato dalla mancanza di impianti sportivi gratuiti ed accessibili. Gli impianti sportivi italiani, infatti, sono poco diffusi, oppure inefficienti e obsoleti. Il rapporto è di 131 impianti ogni 100.000 abitanti: fra questi, la maggior parte è stata costruita 40 anni fa. Perfino le scuole non sono esenti da questo problema: sei edifici scolastici su dieci non dispongono di impianti sportivi adeguati.

Eppure, sempre secondo i dati dell’Osservatorio Valore Sport, un aumento del valore di accessibilità allo sport (indicato dall’Indice Territoriale di Accessibilità allo Sport) è direttamente e inversamente correlato alla percentuale di sedentarietà. All’aumentare di un punto percentuale dell’indice di accessibilità allo sport, il tasso di sedentarietà si abbassa dello 0,5%.

Non solo salute fisica e mentale. La cura “sociale” dello Sport

Se è vero che lo sport è: «un bellissimo farmaco senza controindicazioni» - secondo un’affermazione di Mauro Berruto (Onorevole ed ex Head Coach della nazionale italiana maschile di pallavolo) - capace di contrastare i fattori di rischio delle patologie elencate prima, il suo effetto benefico non si limita soltanto alla salute fisica e mentale degli individui. Lo sport è un attivatore di comunità, inclusione e aggregazione. Sempre secondo Berruto «non c’è attività umana che sia capace di tenere insieme persone non solo accettando, ma valorizzando le differenze di qualsiasi tipo». Tanto che la modifica articolo 33 della Costituzione sancisce che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.sport_urbanism

Il ruolo della rigenerazione urbana e dello Sport Urbanism

È necessario dunque investire nella realizzazione e ottimizzazione di impianti sportivi accessibili, all’aperto e gratuiti, ed in questo, entra in gioco la rigenerazione urbana. E la collaborazione fra privati, amministrazioni e associazioni nel creare luoghi accessibili e di comunità in ambito cittadino.

Attraverso la rigenerazione urbana è infatti possibile andare ad intervenire sull’obsolescenza degli impianti già presenti. Migliorandoli ed “attivandoli” attraverso il coinvolgimento delle comunità di quei territori. O di creare nuovi impianti e playground all’aperto in quelle aree delle città che risultano sottoutilizzate, dismesse o inutilizzate. Rendendo dunque quei luoghi nuovamente vivi e accessibili, in cui poter praticare sport ed “esercizi” di comunità liberamente, all’aperto. La realizzazione di nuovi playground ed impianti sportivi permette non soltanto di “curare” la società. Ma, come visto, anche di risparmiare sulla spesa pubblica in sanità.  Inoltre, svolgere sport all’aperto permette anche un cambiamento culturale su come si percepisce e si vive l’ambiente circostante. Come affermato, ancora una volta, dall’Onorevole Mauro Berruto: «lo sport aiuta a creare cultura dell’ambiente. Cultura del movimento e cultura dell’ambiente camminano di pari passo».

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Per scoprire di più:

Fondazione Sportcity - Gli italiani e lo Sport

Focus - Salute: Pecorelli, 1 euro investito in sport ne fa risparmiare 5 a ospedali

Euronews - Rapporto Ocse: non facciamo abbastanza sport, rischiamo di ammalarci

La Repubblica - Inclusione e sviluppo, lo sport sconta la carenza di infrastrutture

The European House Ambrosetti - Osservatorio Valore Sport 2024 


Città della Longevità: un processo evolutivo dello spazio urbano

Le città sono percepite dalle persone in modo diverso. Salire velocemente le scale di una stazione metropolitana nell’ora di punta può essere un’attività normale per una persona in età lavorativa. Più difficile per una persona anziana, che forse preferirebbe un ascensore. Attraversare una strada trafficata da auto può essere rischioso per una persona anziana. La qualità dell’aria ha un effetto diverso sulle persone in base all’età: l’epidemia di COVID ne è un esempio lampante. Gli attrezzi per l’attività fisica, all’interno di un parco, sono spesso progettati per i bambini o per gli adulti, meno per quelle persone che cominciano a sentire il peso del loro corpo in modo diverso. E poi c’è la solitudine, percepita spesso in modo più evidente dagli anziani.

intergenerazionalitàLe città stanno attraversando un cambiamento demografico determinato non soltanto nel numero dei suoi abitanti ma anche in quello della loro età. Secondo l’Onu, nel 2050 le persone con più di 60 anni raddoppieranno rispetto alle previsioni per il 2030. Agire sulle città per renderle più vivibili e accessibili ad una popolazione che continua a crescere (nella sua età) significa rendere le città più inclusive e più eque. Non soltanto per le persone in terza età, ma per tutti: “nessuna questione è relativa solo alla terza età” ha affermato l’architetto Stefano Boeri.

Rigenerare lo spazio urbano

Agire sullo spazio urbano può migliorare la vita delle persone più anziane e favorirne l’integrazione, l’indipendenza e l’inclusione sociale.

Il verde urbano può migliorare la vita alle persone più anziane, estendendo i vantaggi a tutte le fasce della popolazione. La qualità dell’aria, in prossimità di aree verdi, migliora: garantendo alle persone con fragilità respiratorie una maggiore qualità della vita. Giardini e aree verdi possono anche rappresentare un catalizzatore di socialità e di scambio fra diverse età.

Ad esempio, creando al loro interno percorsi o attrezzando i parchi di strumenti per lo sport accessibili a tutte le età. È il caso dei parchi intergenerazionali, progettati per favorire l’interazione e le attività fra diverse età. Fra questi, spiccano il parco pubblico di Aveiro (Portogallo), della palestra a cielo aperto ad Hyde Park (Londra) o il progetto del parco intergenerazionale di Matera.

Attraverso l’urbanistica tattica si può invece agire sulla qualità dello spazio pubblico, sulla sicurezza stradale e sull’abbassamento dell’inquinamento. Parigi e Barcellona, ad esempio, stanno riuscendo a ricucire il tessuto sociale urbano, favorendo lo scambio sociale fra giovani e anziani nello spazio pubblico proseguendo con la filosofia della città dei 15 minuti. Migliorando, oltretutto, la vita di tutti i cittadini.

Contro la solitudine

Parchi e piazze possono contrastare la solitudine per alcuni momenti. Ma è nella vita di tutti i giorni, quella che si passa magari in casa, che il peso della solitudine si fa più pensate. Il senso di comunità – in crescita, secondo i dati emersi dal Future Trends 2024 di VML – non riguarda soltanto i più giovani, ma anche le persone più anziane. Per questo, un gruppo di donne londinesi, di età fra i 58 e i 94 anni, si sono riunite nell'obiettivo di creare un’esperienza di comunità attraverso la co-abitazione, nel New Ground Cohousing. Secondo le parole delle promotrici “stiamo aprendo la strada affinché altri adulti oltre i 50 anni possano seguirla. Speriamo che abbiano un percorso più semplice del nostro, ora che abbiamo mostrato la via. La comunità di coabitazione per anziani potrebbe arricchire la vita di molti e ridurre le pressioni sui servizi sanitari e assistenziali, se le autorità locali, gli urbanisti, i responsabili delle politiche e i costruttori aiutassero a rimuovere i molti ostacoli posti dalla società”.

Verso una “Città Longeva”

È quindi tempo che le città si configurino come città della longevità, intesa come la creazione di un ambiente urbano accessibile ed inclusivo, in cui la popolazione anziana ne è parte integrante, e non lasciata ai margini. City of Longevity è un’iniziativa globale – che in Italia vede l’adesione di Bergamo e Cremona - che mira a questo obiettivo. Una piattaforma che, anche attraverso un approccio smart di raccolta dati, mira a programmare una città migliore per tutti, con la collaborazione attiva di brand, amministrazioni e cittadini. In approccio definito di co-design in cui, anche le persone più anziane, possano partecipare attivamente al miglioramento della propria città.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

City of Longevity: a new paradigm for cities in a longevity society

Mauro Saitò Architetti - Parco Intergenerazionale Matera

Happyageing - Invecchiamento, al via il progetto globale “City of longevity

Istat - Una popolazione che invecchia

Open - Dopo Bergamo, anche Cremona tra le «città della longevità»: ecco il progetto che punta a una vita migliore per gli anziani

New Ground Cohousing

Il Fatto Quotidiano - Una (grande) casa tutta per loro: a Londra un cohousing per sole donne

The Future 100: 2024


Dall’espansione urbana all’espansione sociale: un nuovo modello di città

Le città hanno visto, in passato, un’incessante espansione. Sotto i dettami della crescita si sono creati quartieri e aggiunto palazzi ed edifici. Spesso però, senza prendere in considerazione i bisogni di socialità, di spazio pubblico e di luoghi aggregativi necessari alle comunità di persone. Per dirla con le parole di Renzo Piano: «il nostro secolo ha fatto degenerare la città: questa grande invenzione dell’uomo. Ne ha inquinati i valori positivi, ha alterato la miscela delle funzioni che ne è alla base; la stessa socialità che ne è il carattere distintivo». Come si può dunque, ridare spazio pubblico alle comunità, necessario a determinare la qualità della vita di una città in centri urbani così densamente costruiti?

Prediligendo un modello di espansione sociale rispetto ad un modello di espansione urbana.

Piuttosto «che continuare a farle esplodere, dovremmo completare il tessuto della città. E questa è già un’idea più interessante e accettabile del concetto di una ‘crescita’ senza fine: l’idea della crescita ‘sostenibile’» scrive, ancora, il famoso architetto italiano.

Dunque, è necessario cambiare il paradigma di crescita. Una città non cresce soltanto con nuovi edifici. Ma cresce anche, e soprattutto, se al suo interno si espandono luoghi di aggregazione, se aumenta lo spazio pubblico a favore della socialità ovvero, di quel “carattere distintivo” proprio delle città.

Alcune città, all’apparenza impossibili da “riempire” o “completare”, perché già densissime, sono cresciute nella quantità e nella qualità dei loro spazi pubblici. Hanno provato, nel loro tessuto urbano, che è possibile un nuovo modello di espansione sociale.  

Barcellona e i Superilles (o Superblocks)

Barcellona rigenereazione urbana superblocksBarcellona è forse la città più esemplificativa di questo cambiamento. Una città “rigida”, creata da blocchi urbani apparentemente non modificabili nella loro plasticità. Eppure, grazie all’urbanistica tattica e all’agopuntura urbana il programma Superblocks è riuscito nell’intento di ri-creare spazio pubblico senza la necessità di demolire o espandere materialmente il tessuto urbano. Il traffico è stato deviato all’esterno dei (super) blocchi. Mentre al loro interno, adesso, proliferano spazi verdi. Piccoli luoghi verdi, in cui la socialità, e le comunità, si riappropriano dello spazio pubblico. Si tratta di interventi puntuali, poco costosi e “morbidi”, in linea con la filosofia, appunto, dell’urbanistica tattica. Ma che stanno imprimendo nella città un nuovo paradigma. Quello delle creazioni di tanti piccoli nuclei autosufficienti. Questo cambiamento è stato condotto con la partecipazione attiva della cittadinanza, in un esercizio di rigenerazione urbana permeato dalla co-creazione, di cui abbiamo già parlato in un altro articolo.

L'urbanistica sociale di Medellin

Medellin rigenerazione urbana Se Barcellona – per via della sua morfologia - ha puntato sulla creazione di tanti piccoli nuclei sociali e cittadini, Medellin ha puntato invece sull’unione. La città colombiana, macchiata da una violenta storia, ha saputo trasformarsi – o rigenerarsi – riducendo drasticamente il suo tasso di violenza attraverso un approccio che è stato definito di “urbanistica sociale”. In alcuni casi si è trattato di interventi più strutturali di quelli all’interno dei blocchi catalani. Agendo sullo spazio fisico della città, potenziando, ad esempio, i collegamenti tramite funivia, Medellin non si è espansa strutturalmente, ma socialmente. Secondo questa direttiva, i quartieri più emarginati sono stati collegati al resto della città. Le stazioni delle funivie che collegano i quartieri sono diventati luoghi di ritrovo. In cui proliferano biblioteche e spazi aggregativi. Avvicinando le diverse comunità, si è abbassato il fenomeno di ghettizzazione che la divisione fra le diverse parti della città provocava. Fenomeno che spesso porta in sé il seme della violenza. Il cambiamento è proseguito con i “Progetti Urbani Integrali”, che hanno trasformato le zone limitrofe al fiume in parchi lineari, creando, ancora, nuove occasioni di “espansione” dello spazio pubblico e della socialità. Sono stati aggiunti impianti sportivi e playground. Inoltre, la mobilità dolce è stata potenziata attraverso opere di urbanistica tattica, migliorando al contempo la qualità dell’aria e il flusso del traffico.

Lo spazio pubblico ad Hong Kong

Hong Kong rigenerazione urbana urbanistica tatticaSe Barcellona ha dovuto espandere i suoi spazi pubblici all’interno dei Superblocchi, mentre Medellin ha dovuto ricucire le fratture sociali e strutturali della città, diverso è il caso di Hong Kong.

Storicamente una città in cui la concezione dello spazio pubblico come luogo di frequentazione e socialità è assente. Una città particolarmente densa e verticale, in cui l’espansionismo urbano del passato ha lasciato parecchi “vuoti” urbani. Attraverso il progetto Nullahplace, un accademico italiano vuole cambiare la concezione dello spazio pubblico della metropoli. Con un intervento che rientra appieno nel contesto dell’urbanistica tattica – per la sua essenza temporanea, a basso costo e di “sfruttamento” positivo degli spazi interstiziali della città – Nullahplace si configura come un progetto pilota. Nella speranza di riuscire a cambiare, in parte, la disfunzione degli spazi pubblici di Hong Kong nelle vecchie aree urbane. Con una strategia che consenta alla comunità di trasformare attivamente il proprio ambiente urbano. Un esercizio di placemaking e di – ancora una volta – espansione sociale nel tessuto urbano preesistente. Un intervento che servirà come apripista per futuri progetti semipermanenti di espansione dello spazio pubblico.

L’urbanistica tattica, anche nella sua temporaneità, è uno strumento efficace per condurre una rigenerazione urbana capace di espandere la qualità della vita di una città. Di condurre un’espansione sociale capace di imprimere effetti duraturi sul futuro delle nostre città.

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Per scoprire di più

L'attuazione del programma Superblocks a Barcellona: riempire le nostre strade di vita - C40 Cities

Making Places - UrbanNext

Rigenerare Hong Kong hackerando i suoi spazi pubblici inutilizzati. L’intervista a Francesco Rossini - Artibrune

Nullahplace, Francesco Rossini

How Barcelona, Medellin, and Rotterdam Have Generated Public Space Where It Seemed Impossible - ArchDaily

Medellin, Colombia - ICLEI, Sustainable Mobility

L'espansione delle città - Enciclopedia Treccani


La simbiosi fra sport e urban art nella rigenerazione urbana e sociale

Quella dell’arte urbana, e dei murales, è una storia longeva. Negli anni ’60, soprattutto negli Stati Uniti, è la condizione precaria dell’esistenza urbana a ispirare una generazione di artisti che farà storia. Keith Haring e Jean-Michel Basquiat renderanno l’urban art a tutti gli effetti una corrente artistica riconosciuta.

Poi gli anni 2000 e l’arrivo dell’urban art in Italia. Milano, Bologna, Roma. L’arte urbana è oggi la cifra stilistica di una cultura pop, capace di veicolare messaggi di valore e di portare colore in quelle periferie e in quei quartieri resi troppo grigi da un progresso urbano guidato più da un cieco espansionismo che da un reale progresso sociale.

L’urban art sta quindi oggi assumendo un ruolo importante anche nei processi di rigenerazione urbana. Tuttavia, spesso non basta la sola opera a rendere un luogo più vivo, vivibile e identitario. Certo, la bellezza fa parte dell’esperienza umana, ben vengano quindi vicoli, quartieri e città diventati oggi musei a cielo aperto – è il caso di Freeman Alley a New York o del più recente caso di Pisa. Ma rigenerare significa anche rendere un luogo più vivo. Creare occasioni di socialità, di scambio. E qui, entra in gioco lo sport.

Il rapporto fra urban art e sport è capace di generare un impatto positivo sui luoghi e sulle comunità.

Il colore può fungere da elemento identitario. Promuovere lo scambio fra arte e comunità, aumentare il senso di appartenenza e di partecipazione. Lo sport invece, oltre ad aumentare salute e benessere svolge un ruolo socio-educativo fondamentale. E risulta essere un forte attivatore sociale. Il valore dello sport è sancito dalla Costituzione italiana, che all’articolo 33 recita: la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell'attività sportiva in tutte le sue forme. Il connubio fra urban art e sport può essere quindi un importante vettore capace di creare occasioni di rigenerazione non soltanto urbana, ma anche e soprattutto sociale.

playground urban art brand urbanism

Alcuni esempi di incontro fra urban art e sport

L’esempio più celebre, e più volte citato, è il campo da basket nel quartiere di Pigalle, a Parigi. Realizzato col contributo di Nike, il campo si incastra fra due palazzi e spicca per i suoi colori accesi. Nella stessa direzione, a Rio de Janeiro un’artista sta trasformando spazi pubblici dedicati allo sport in opere d’arte. L’obiettivo, secondo l’artista intervistato da Arch Daily, è quello di riattivare spazi semiabbandonati, creando, attraverso l’arte, un senso di appartenenza maggiore delle persone, attivando luoghi per il tempo libero e la socialità. In Italia, il progetto Blooming Playground a Torino, realizzato in occasione della fiera d’arte Paratissima 2020, ha colorato un campo da basket all’interno dell’ex Accademia Militare. Sul legame tra arte urbana e sport, il presidente di un’associazione che ha collaborato con la comunità nella realizzazione del progetto ha dichiarato: “nella loro diversità l’arte e lo sport condividono la stessa valenza sociale: entrambi sono in grado di unire le persone e di far provare sentimenti ed emozioni uniche”.

L’intreccio fra urban art e sport, tuttavia, non riguarda soltanto la realizzazione o decorazione di playground. La capacità dell’arte di rendersi portatrice di messaggi e valori è ciò che ha spinto la realizzazione del progetto Nulla Virtus. Un progetto che prevede la realizzazione di 5 murales che intendono trasmettere i valori degli sport invernali. Il tema principale è la sfida quotidiana, delle persone, nel superare i propri limiti: sia nella vita quotidiana così come nella pratica dello sport. Il primo murales realizzato, Limitless, pone inoltre l’attenzione sull’importanza della prevenzione nella lotta alla meningite.

urban art sport brand urbanism

Il ruolo del Brand Urbanism

Gli esempi riportati – ad eccezione di quello di Rio de Janeiro – testimoniano che spesso è grazie al dialogo fra brand, comunità, associazioni e amministrazioni che è possibile realizzare progetti in cui la rigenerazione urbana assume il ruolo che dovrebbe avere. Ovvero, quello di creare luoghi in cui la rinnovata bellezza si sposa con le esigenze di socialità, inclusione e partecipazione delle comunità. In questo caso, attraverso il connubio fra urban art e sport.

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Per scoprire di più:

Alla scoperta di Freeman Alley, il vicolo di New York pieno di street art e gallerie - Artibrune

Inaugurato a Pisa il più esteso museo a cielo aperto dedicato all’arte urbana in Italia - Comune di Pisa

“Blooming Playground”, l’opera di Tellas a Torino - Collateral

Transforming Public Spaces Through Art: An Interview with Antonio Ton - Arch Daily

Nulla Virtus - Smoe Studio

History of Urban Art - Eden Gallery


Bottom-up o top-down? Parliamo di co-creazione

In passato, nello sviluppo urbano delle nostre città, ha prevalso un modello di progettazione dall’alto verso il basso. I quartieri, gli edifici e gli spazi pubblici sono spesso stati progettati senza tener conto delle diversità, della cultura e dei bisogni delle comunità che li vivono.

Un approccio, che trovava in Le Corbusier la sua guida teorica e nella Carta di Atene la rigidità di regole e disposizioni che -in alcuni casi – ha reso le città inospitali e acuito le disuguaglianze al loro interno.

Per certi versi opposto è invece l’approccio dell’antropologa e attivista Jane Jacobs. Jacobs credeva che le città fossero “organiche, spontanee e disordinate”. Prediligendo, concettualmente, una città a misura d’uomo. In cui i nuclei sociali dell’isolato o del quartiere fossero centrali nello sviluppo cittadino. Che le strade tornassero ad essere delle persone, non delle auto. Due approcci, due estremi che tendono ad acuire diverse problematiche.

Un approccio esclusivamente dall’alto, infatti, può annullare il carattere locale delle comunità. Mentre un approccio esclusivamente dal basso può risultare frammentario e inefficace nel generare una città funzionale.

Se è tempo di ri-generare le nostre città, per renderle più vivibili, eque e inclusive, allora bisogna prediligere un approccio che stia al centro dei due estremi.

brand urbanism multiprogram ship sostenibilità comunità

La co-creazione e i suoi vantaggi

Un approccio sinergico fra top–down e bottom-up può invece permettere la nascita di virtuose collaborazioni fra amministrazioni, imprese private e comunità di cittadini. Che si tratti di grandi interventi strutturali o di piccoli progetti di rigenerazione, la collaborazione fra tutti gli stakeholder cittadini è l’unica via percorribile per migliorare le nostre città.

Questa sinergia si trasforma in co-creazione quando il cittadino viene considerato come portare di conoscenza. Quando viene ascoltato, interrogato e reso partecipe dei cambiamenti che investiranno il luogo in cui vive.

Sono numerosi gli esempi di co-progettazione e dell’utilizzo di un approccio misto nel cercare di rendere le città, oltre che più funzionali, anche più vivibili, sostenibili e in grado di rispondere alle necessità delle persone.

A volte si tratta di grandi progetti che uniscono la dimensione sociale all’ingegneria. È il caso della Multiprogram Ship, un progetto comunitario che si inserisce nel difficile contesto delle favelas di Caracas. L’edificio integra tecnologia e tradizioni locali in un approccio sostenibile. Un risultato diretto del processo partecipato di progettazione. Oggi l’edificio è un luogo di cultura, sport e condivisione che si integra perfettamente nel sistema di mobilità della Favela.

A Londra, il progetto Making Places ha puntato sul coinvolgimento di artisti, cittadini e architetti per rimodellare 20 siti del quartiere Waltham Forest. I luoghi coinvolti nella riprogettazione sono stati parchi, vicoli, muri scuole e biblioteche. L’obiettivo è stato quello di creare interventi a lungo termine che contribuiscano a sostenere l’impegno delle comunità locali nei confronti dei vari paesaggi del quartiere.

Diverso ancora è invece l’esempio di co-creazione degli spazi urbani avvenuto nella città di Jhenaidah, in Bangladesh. Nel corso degli anni l’espansione urbana aveva ridotto progressivamente l’accesso al fiume Nobogonga. Che risultava oltretutto inquinato e pericoloso. Un’organizzazione locale auto-attivata ha deciso di migliorare l’area. Il progetto si è sviluppato attraverso il dialogo fra architetti, amministrazione e comunità. Piccoli e accessibili interventi hanno permesso di trasformare il lungo fiume, migliorare l’area e ripristinare la biodiversità del luogo. Gli architetti hanno ascoltato i bisogni delle fasce più deboli della comunità – come anziani, bambini e disabili – cercando di soddisfare i loro bisogni. Il successo di questo progetto sta proprio nella fase di progettazione e ascolto che ha permesso di rispondere alle necessità della popolazione locale.co-housing co-creazione brand urbanism amsterdam

Il progetto EnBloc, un complesso residenziale ad Amsterdam, ha coinvolto nella progettazione i futuri residenti. Che hanno potuto definire i propri bisogni sia negli spazi privati che in quella della collettività. Attraverso un sistema di unità di 30 o 50 mq, collegate sia verticalmente che orizzontalmente, si è consentito ai residenti di variare le dimensioni delle case in base alle loro esigenze. Inoltre, il progetto, includendo direttamente i residenti nella progettazione, ha anche aumentato l’armonia sociale del nuovo quartiere: “ti trasferisci da qualche parte dove conosci i tuoi vicini da cinque anni. Questo elemento di co-creazione nel processo di progettazione crea coesione sociale. Per quanto mi riguarda dovrebbe essere obbligatorio nei progetti di nuova costruzione”.

Che si tratti quindi di una costruzione ex novo, di re-immaginare e re-inventare la propria città o i luoghi che si frequentano, il mix fra bottom–up e top-down sta diventando un elemento imprescindibile nel miglioramento – anche sociale e comunitario - delle nostre città.

Agire sugli spazi, sugli edifici, sui quartieri o sulle città significa agire sulle comunità che li vivono. Nell’agire sulle comunità, dunque, è necessario prima di tutto ascoltarle.

 

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Per scoprire di più:

Co-creation of Urban Spaces by the Nobogonga River

City making doesn’t have to be top down vs bottom up, The Architectural Review

Top-Down and Bottom-Up Urban Planning: A Synergetic Approach Arch-Daily

What Is Co-Creation in Architecture and Urban Planning? Arch -Daily

Participatory Architecture: Community Involvement in Project Development Arch Daily

Making Places


Nuove oasi urbane. Più socialità e spazi green con i pocket park

[5 minuti di lettura]

Una risposta tempestiva ed economica alla mancanza di spazi. Un miglioramento sia estetico che sociale delle nostre città. Una soluzione in grado di aumentare la biodiversità cittadina, di creare nuove piccole oasi contro le isole di calore. Si tratta dei pocket park, i giardini tascabili. Piccoli spazi verdi, che – come vedremo negli esempi riportarti in seguito - possono prendere forma da libere iniziative dei cittadini, delle amministrazioni, o di una loro collaborazione, spesso anche con i brand.

La loro particolarità è che le ridotte dimensioni ne permettono l’inserimento in piccoli spazi residuali del tessuto urbano. In linea con i principi dell’urbanistica tattica, si tratta di trasformare tutti quegli spazi sottoutilizzati delle città in nuovi luoghi di socialità e inclusione. Di dotare le metropoli di spazi verdi che – oltre a migliorare la qualità della vita dei cittadini – partecipano a mitigare gli effetti del riscaldamento climatico.

Secondo un articolo del Guardian, che riprende una ricerca del Global Centre for Clean Air Research (GCCAR), diverse tipologie di spazi verdi urbani (dai pocket park ai giardini botanici) hanno tutte in comune quello di partecipare all’abbassamento delle temperature delle strade e dei quartieri, con una media di 5°.

Sono diverse le città che stanno progettando o hanno già implementato l’inserimento di diversi piccoli parchi nel loro tessuto urbano. Qui ne presentiamo tre, con l’auspicio che questa pratica possa trovare spazio in molte altre città.

brand urbanismLondra e il progetto 100 Pocket Parks

È parte del più ampio programma London’s Great Outdoor. L’obiettivo era di rigenerare spazi verdi, alcuni argini del Tamigi, piazze, strade della capitale inglese e il progetto ha previsto anche la realizzazione di 100 pocket parks. I piccoli parchi sono stati realizzati sfruttando aree sottoutilizzate della città. L’obiettivo, raggiunto, è stato quello di migliorare la vivibilità dei quartieri e garantire ai cittadini un facile accesso alle aree verdi. L’attività ha coinvolto 26 quartieri, con la partecipazione attiva di associazioni green e cittadini. Confermando che le migliori iniziative per migliorare le nostre città non possono precludere un coinvolgimento attivo del territorio e di chi lo vive quotidianamente. I parchi hanno permesso ai cittadini di sperimentare un rinnovato senso di comunità, venendo coinvolti attivamente nella manutenzione dei giardini. Inoltre, rappresentano anche uno spazio intimo e comunitario, in cui la gente può rifugiarsi dal caos metropolitano, socializzare, riposare. Prendere una boccata d’aria fresca.

La Bangkok 15 minutes Pocket Parks Initiative

Bangkok ha fuso due dei principali “trend urbani”, ovvero, quello della città dei 15 minuti e quello relativo all’aumento degli spazi green all’interno delle città, creando il programma Bangkok 15 minutes Pocket Parks Initiative.
La città intende dotarsi di 500 nuovi piccoli parchi, raggiungibili dai cittadini nell’arco di 15 minuti, o percorrendo una distanza massima di 800 metri. Cento di questi sono già stati realizzati e i cittadini ne sono entusiasti. Come riporta un articolo del Bangkok Post, i cittadini sono contenti di poter praticare sport o semplicemente di potersi recare in un parco facendo soltanto pochi passi.

Il progetto, in fase di realizzazione, non si basa esclusivamente sulle risorse e l’impegno dell’amministrazione. È stata infatti creata una piattaforma centralizzata (We Park) in cui i cittadini e i brand del settore privato possono prendere parte sia alla progettazione dei pocket park, sia alla loro successiva manutenzione e cura. Secondo l’amministrazione il coinvolgimento del settore privato non è solo auspicabile, ma gradito. Cosa che è già accaduta. Un importante brand della città ha donato un parco alla cittadinanza, mentre altri si stanno attivando per fare lo stesso.

Quello di Bangkok è un esempio di come il brand urbanism, unito alla condivisione e partecipazione della cittadinanza possa davvero migliorare le nostre città.

Le “oasi tattiche” di Atene

La città di Atene ha lanciato il programma “Adotta la tua città”, un’iniziativa che mira a coinvolgere cittadini, brand e associazioni a sostenere, anche economicamente, il miglioramento del profilo urbano della propria città. In quest’ottica, un impulso importante proviene proprio dalla realizzazione dei pocket park. Perché? Perché la realizzazione dei parchi tascabili è veloce, necessita di poche risorse e, come già detto in precedenza, può sfruttare tutti quegli spazi inutilizzati o abbandonati della città. Migliorando così il profilo urbano delle città e la qualità della vita delle persone.

Oltre ai tangibili vantaggi già descritti, secondo gli amministratori di Atene, la realizzazione dei pocket park rappresenta anche un’opportunità in termini di inclusione e sicurezza. Infatti, è stato dimostrato che la realizzazione di questi piccoli parchi ha migliorato la sicurezza della città. La loro frequentazione da parte della cittadinanza rappresenta un presidio di sicurezza e partecipa a far diminuire l’incidenza di crimini. Che, spesso, avvengono in quegli spazi delle città poco vissuti e utilizzati.
L’impatto dei pocket park ha anche dei risvolti positivi in termini di inclusione sociale. È stato riscontrato che le persone – specie quelle più anziane – possono combattere la solitudine frequentando i nuovi spazi verdi nati all’interno della città.

Non mancano le critiche

Il fenomeno dei pocket park, e più in generale la corsa a rendere le nostre città più green ha anche attirato alcune critiche. Fra le tante, c’è quella del mondo accademico. Il sociologo e ricercatore Des Fitzgerald, attraverso il sottotitolo del suo libro The living City, lancia una provocazione: Why cities don’t need to be green to be great? La tesi, condotta dal sociologo, sostiene che la grande corsa verso un’urbanizzazione green rischia di distrarre da questioni più complesse. Come, ad esempio, la disuguaglianza in termini di reddito o l’accesso sostenibile alle abitazioni.

Le critiche sollevate dal sociologo sono del tutto legittime. Il rischio, infatti, è proprio quello di cadere in una sorta di green whashing urbano. Tuttavia, gli interventi, più o meno grandi di riqualificazione urbana, sono effettivamente efficaci solo se vengono condotti attraverso l’ascolto attivo della comunità, del territorio. Relativamente ai pocket park, e agli esempi riportarti, la chiave di volta del successo di queste iniziative sta proprio nel coinvolgimento della cittadinanza. E i risultati sono tangibili.

Problemi strutturali e complessi come le disuguaglianze reddituali o le difficoltà di accesso a soluzioni abitative dignitose, necessitano di interventi a lungo termine.

Tuttavia, piccole risposte tempestive, partecipate e collettive, possono intanto migliorare, in parte, le città e la vita di chi le vive. Ed è per questo che sono da incentivare.

 

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Per scoprire di più:

For Cities, Going Green Is No Cure-All, Bloomberg

Local 'pocket park' drive is going strong, Bangkok Post

Giardini urbani, Londra sempre più verde con nuovi 100 pocket parks, Green.it

Botanical gardens ‘most effective’ green space at cooling streets in heatwaves, The Guardian

Adopt Your City

THE ‘POCKET PARKS’ OF ATHENS: GREEN OASES IN THE CITY, Tomorrow City


Nulla Virtus - Limitless

“Limitless” è il primo dei 5 murales previsti per il progetto “Nulla Virtus”, ideato da SMOE Studio.

Il progetto prevede un ciclo di opere che saranno realizzate nella città di Milano (col patrocinio del Municipio 4 e del Municipio 5) e che vede Brand for the City nel ruolo di Advisor. Le opere – compresa quella già realizzata – sono dedicate agli sport invernali con l’intento di creare un percorso che ponga l’attenzione sulla sostenibilità ambientale, sulla perseveranza, in ambito sportivo, nel superare i propri limiti. Ma anche sull’inclusività nello sport. È il caso, questo, di Limitless.

Realizzato da SMOE Studio nella zona dell’ex Scalo di Porta Romana, grazie al supporto non condizionato di Sanofi, il murales si fa carico nel veicolare i valori dello sport e l’importanza della prevenzione nella lotta alla meningite. Raffigura uno sciatore, che indossa un casco su cui sono impressi i colori della Bandiera della Lotta alla Meningite. Un tributo verso il coraggio nell’affrontare imprese ardue, sia nello sport che nella vita quotidiana.

In questo caso, legare i valori dello sport con la necessità di educare alla prevenzione, in termini di lotta alla meningite, ha l’obiettivo di diffondere la conoscenza sul tema, soprattutto per i più giovani.

SCHEDA DI PROGETTO  

Cliente: Sanofi 

Periodo di realizzazione: anno 2023-2024  

Timing di realizzazione: 3 mesi

Tipologia di progetto: arte urbana 

Attori coinvolti: SMOE Studio, Municipio 4 e Municipio 5 (Milano) , Assemblea condominiale (Condominio Viale Toscana 9)

Figure professionali coinvolte: 1 artista – 1 project manager – 1 addetto alle relazioni con P.A. 

Iter realizzativo: dialogo con P.A,  gestione budget, rapporti con fornitori, supporto all’evento di inaugurazione, supporto alla comunicazione

Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali 


Da vie d'acqua a snodi sociali: la seconda vita dei fiumi

[4 minuti di lettura]

I fiumi che attraverso le nostre città hanno sempre avuto un ruolo cruciale. Oltre ad essere vie percorribili per il commercio e la navigazione, in passato hanno anche garantito momenti di svago e socializzazione in ambito urbano. Nella prima età industriale, ad esempio, le estati lungo il Tamigi e la Senna erano contraddistinte dalla presenza di numerosi nuotatori e pescatori. Attività che erano perfetta

 

mente integrate con lo stile di vita urbano che le due città europee, Parigi e Londra, cominciavano a sperimentare.Fiumi urbani spiagge cittadine

Tuttavia, fu proprio il governo francese, nel 1923 a bandire ufficialmente il nuoto lungo le rive cittadine della Senna. La crescente urbanizzazione e industrializzazione delle metropoli europee (ma anche di quelle extraeuropee) ha reso infatti, col passare del tempo, i fiumi delle aree urbane inaccessibili alle persone.

 

I grandi corsi d’acqua che attraversano le città sono diventati spesso un contenitore per le acquee reflue, con tanto di rischio per la salute pubblica. Secondo uno studio di qualche anno fa, riportato dal Guardian, centinaia di fiumi in tutto il mondo registravano un preoccupante livello di inquinamento antibiotico. A questo va aggiunta la presenza di sostanza tossiche che hanno progressivamente distrutto gli ecosistemi fluviali. L’urbanizzazione e il crescente consumo di suolo nelle città, inoltre, ha deviato, incanalato e modificato il naturale corso dei fiumi, rendendo spesso le stesse città vulnerabili alle inondazioni.

Agire sulla pulizia e il miglioramento dei fiumi urbani, secondo l’European Centre for River Restoration, significa rendere le nostre città più sicure, sostenibili, e inclusive. Migliorare i corsi d’acqua che attraversano i centri urbani, infatti, può risultare un importante fattore contro gli effetti dei cambiamenti climatici. I fiumi possono contenere le inondazioni e prevenire i danni derivanti dagli eventi climatici estremi, così come abbassare le temperature e combattere le ondate di calore che investono le città. Ripulire i fiumi dagli agenti inquinanti e dalle acque reflue significa anche ridare vita ad ecosistemi ed habitat  migliorare la biodiversità. Inoltre, le rive dei fiumi che bagnano i centri cittadini possono diventare luoghi di socializzazione, inclusione e di placemaking.

Alcune città europee hanno dimostrato che è possibile agire sui fiumi per migliorare la vita delle persone su più livelli. Altre, stanno cominciando a muoversi in questa direzione.

Vediamole insieme.

Il fiume Isar a Monaco di BavieraReno balneabile fiume spiaggia

Negli anni 2000, la città di Monaco di Baviera aveva avviato un importante progetto per riqualificare il fiume Isar, con l’obiettivo principale di espandere le pianure alluvionali – ovvero, quegli spazi in cui far defluire l’acqua in caso di ingrossamento del fiume – e accogliere le acque che fluiscono dallo scioglimento delle nevi. Il progetto mirava quindi a ridurre il rischio di alluvioni, ma parallelamente, a migliorare la flora e la fauna del fiume. Oggi, grazie a quel progetto, l’Isar non è soltanto un fiume (pulito), ma una “infrastruttura verde” capace di migliorare la vita a tutti i cittadini. Che trovano ristoro durante le giornate più calde, che socializzano sulle spiagge urbane. Un fiume che è anche simbolo di inclusione, magari per quelle persone che non possono permettersi una casa con spazi verdi. Ad un giornalista del New York Times, un bagnante urbano di Monaco ha detto: “Non ho un balcone, non ho un giardino, ma ho l’Isar”.

Basilea, Berna, Zurigo

Può una città senza mare avere la più alta densità di stabilimenti balneari al mondo? Sì, se quella città si chiama Zurigo, e sì perché la Svizzera, a partire dagli anni ’80, si è impegnata a rendere i fiumi (e i laghi) delle sue principali città balneabili, puliti e sostenibili. Lungo le rive del fiume Limmat si svolgono concerti, tornei di beach volley e tuffi.
A Basilea invece, la gente attraversa la città lasciandosi trascinare dalla corrente del Reno, o si riposa lungo le spiagge in cui la corrente è meno forte. Lo stesso accade sulle acque dell’Aar, a Berna: i pendolari galleggiano con zaini impermeabili per andare al lavoro.

Progetti di riqualificazione fluviale in ambito urbano

 

Altre metropoli europee si stanno invece attivando per rendere i loro fiumi più puliti, sostenibili e sicuri. A Berlino, il progetto di rigenerazione urbana Flussbad Berlin ha l’obiettivo di rendere balneabile il canale della Sprea, lungo l’Isola dei Musei. Il fulcro della cultura berlinese. A Londra, il progetto Thames Tideway intende ripulire il Tamigi e renderne una parte balneabile. A Parigi, i grandi progetti avviati con l’arrivo delle Olimpiadi prevedono l’ambizioso Piano di Nuoto. Un progetto per rendere – dopo oltre un secolo – la Senna balneabile e ospitare alcuni eventi olimpici. Il progetto di pulizia della Senna si sta rivelando più difficile del previsto. Tuttavia, se la città riuscisse nell'intento, la balneabilità della Senna diventerebbe uno degli elementi di legacy più significativi per la città.

I fiumi come attivatori sociali

Come si è già visto, migliorare la qualità delle acquee dei fiumi urbani porta vantaggi tangibili sulla qualità della vita delle persone. Oltre che migliorare la biodiversità e rappresentare un elemento di contenimento contro gli effetti del cambiamento climatico, le spiagge fluviali possono diventare un presidio di socialità, di inclusione e di benessere urbano. Elena Granata include le spiagge urbane nella sua definizione di “zone della felicità dello spazio aperto”. Riportando, fra gli altri, gli esempi delle spiagge libere di Graz, Vienna, Praga, Utrecht. Città che, insieme alle altre, hanno saputo rendere le spiagge dei fiumi che le attraversano luoghi che uniscono, e non spazi che dividono.

L’augurio, è che anche in Italia si possa cominciare a pensare ai fiumi come possibili elementi di attivazione sociale, come oasi contro le ondate di calore e come un’opportunità per migliorare il profilo urbano delle nostre città. Senza tralasciare le opportunità di contenimento contro le alluvioni.

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Per scoprire di più:

Urban Waterways Reborn: European Cities Leading the Change in River Restoration and Revitalization – ArchDaily

City swimming, Swiss-style: a ride down the Rhine in Basel – The Guardian

Restoring European rivers and lakes in cities improves quality of life – European Environment Agency

World's rivers 'awash with dangerous levels of antibiotics' - The Guardian

Spiagge Urbane, Fare il bagno nel fiume in pieno centro non è mai stato così cool – Linkiesta

Sotto l’asfalto c’è la spiaggia – The Map Report

Let Them Swim – The New York Times

FlussBad Berlin

Thames Tidway

 

 

 


Rendere le città più inclusive per i bambini

L’aumento della popolazione previsto nelle grandi città necessità di interventi capaci di garantire inclusività per tutte le fasce della popolazione. A partire dai bambini. 

Creare città inclusive per i bambini significa creare città più attrattive per le famiglie. Ma significa anche garantirne ai bambini le loro libertà. Di movimento, di gioco o svago. Non soltanto nei luoghi preposti, come possono essere campetti o cortili delle scuole. Ma anche e soprattutto all’interno del profilo urbano delle nostre città.  Londra gioco bamibini

Significa anche tutelarne la sicurezza e la salute, ad esempio, creando più zone pedonali, prediligendo la mobilità dolce e garantendo spazi naturali. Secondo il network Arup, creare città a misura dei bambini porta vantaggi tangibili a tutta la popolazione. 

Non sempre è necessario intervenire con grandi progetti. Spesso sono anche piccoli interventi a garantire ai bambini autonomia, sicurezza e salute.
L’urbanistica tattica e i progetti finanziati dalle aziende (Brand Urbanism), insieme al coinvolgimento della comunità possono essere elementi chiave nel creare una città più inclusiva per i bambini.
Ad esempio, è possibile stimolare il
gioco con piccoli interventi urbani. Migliorando la socialità e connessione fra persone di tutte le età.  O è possibile aumentare l’autonomia e la sicurezza dei bambini, come nel tragitto casa-scuola o all’interno dei quartieri.  

Di seguito, riportiamo diversi esempi di come sia possibile migliorare le città, mettendo al primo posto le necessità e le esigenze della popolazione più giovane. Gli esempi scelti si concentrano su tre diversi aspetti che partecipano a migliorare la qualità della vita dei bambini: attraverso il gioco, la sicurezza stradale e la connessione con la natura. In due dei casi riportati si tratta di progetti temporanei o piccoli interventi urbani. Nell’altro, di un più ampio progetto di rigenerazione urbana. 

Momenti di gioco: l’Urban Playground di Londra Playground Londra Bambini

Il progetto introduce un elemento di gioco all’interno della città di Londra. Invita le persone a interagire tra loro e con l'ambiente circostante in modi nuovi. Nella realizzazione, gli autori hanno cercato di immaginare Londra da una prospettiva insolita, quella di un bambino. Hanno quindi cercato di infondere un’atmosfera più giocosa negli spazi di un’area commerciale. L’installazione è pensata per essere accessibile a tutti. La disposizione dei pezzi crea diversi tipi di spazio. Ad esempio sedute per gli anziani. I bambini piccoli si sentono naturalmente attratti dall'installazione anche perché ci sono alcuni spazi in cui solo le persone molto piccole possono entrare. Il progetto ha portato ad un maggiore coinvolgimento di famiglie, bambini e di tutta la popolazione in generale. Migliorando l’area commerciale sia in termini di inclusività e momenti di svago, sia in termini economici grazie ad una maggiore attrattività per gli esercizi presenti nell’area. 

 Più sicurezza stradale conCrezco con mi barrio”, Bogotà Bogotà urbanistica tattica

Realizzato in una zona della città con un elevato numero di famiglie svantaggiate, il progetto nasce per dotare la comunità di più sicurezza stradale e di spazi per la socialità. L’idea pilota per la realizzazione del progetto? Zone prioritarie per bambini. Il progetto è stato realizzato attraverso interventi di urbanistica tattica, alcuni dei quali rimasti poi definitivi. Sono stati resi sicuri alcuni degli incroci stradali più pericolosi. In un’area sfruttata per il parcheggio delle auto oggi giocano 130 bambini in età prescolare.  

Il progetto ha coinvolto l’intera comunità. Sia nella progettazione e nella realizzazione degli interventi strutturali, sia nelle attività culturali e ricreative. Ciò dimostra che pensare a una città – o una sua porzione – a misura di bambino può essere un elemento catalizzante nel coinvolgimento della comunità di tutte le età. 

Connettere i bambini con la natura. Il Sanlihe River Ecological Corridor, Qian’an (Cina)

La natura è diventata parte dei viaggi quotidiani dei bambini lungo il corridoio ecologico del fiume Sanlihe nella città di Qian’an.  Un progetto di riqualificazione che ha riguardato un tratto di fiume di 13 km. Prima fortemente inquinato, è stato trasformato in 135 ettari di paesaggio sostenibile e ricco di biodiversità per la comunità. Sono stati rimossi i canali di cemento e creato un sistema di giardini e zone di svago. La soluzione progettuale di maggiore impatto dal punto di vista della fruizione è stata quella di collegare le scuole con le aree residenziali tramite una rete di passerelle, sentieri e piste ciclabili. Il corridoio/parco è ora un luogo popolare di ritrovo per i bambini, che offre un ambiente tranquillo al di fuori dell'orario scolastico sia per il gioco che per lo studio. Gli habitat diversificati e le piante colorate contribuiscono ad aumentare la connessione dei bambini con la natura e a tutelare la loro salute. Un progetto quindi che migliora la vita non solo dei bambini, ma di tutta la cittadinanza. 

 

Ripensare la conformazione delle nostre città per renderle più accoglienti non può non considerare il ruolo della popolazione più giovane. Amministratori, cittadini e brand devono essere capaci di collaborare creativamente verso questo obiettivo. Obiettivo che, come si è visto, è capace di portare vantaggi all’intera popolazione, non solo a quella più giovane. 

 

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Per scoprire di più: 

ARUP – Cities Aive: Designing for urban childhoods 

ArchDaily – Urban Playground 

Early Years Starter Kit - Engaging the community at neighbourhood level 

World-architects.com - A Mother River Recovered: Qian'an Sanlihe Greenway 


Da intervento temporaneo a opera d'arte definitiva. La trasformazione di Paseo Bandera

Paseo Bandera è una strada importante per Santiago del Cile. Attraverso questa via, nel cuore della città, è possibile raggiungere alcuni fra i più importanti edifici amministrativi, banche, musei, negozi, ristoranti.  

Eppure, per anni Paseo Bandera è stata una via trafficata perlopiù da automobili. Ingolfata e rumorosa. Quasi spogliata dalla sua importanza strategica. La via è stata poi chiusa al traffico per 5 anni, a causa dei lavori per la linea 3 della metropolitana. Diventando un parcheggio e un deposito di materiali per il cantiere. 

Da qui, però, nasce l’occasione colta dall’amministrazione.  Brand urbanism paseo Bandera

La possibilità di pedonalizzare la via attraverso un’opera temporanea di urbanismo tattico per i restanti mesi di lavori.

Oggi, a distanza di anni, quell’intervento è ciò che rende giustizia all’importanza di Paseo Bandera. Una via pedonale, ricca di vita e di colore. Un’isola felice nel centro storico di Santiago del Cile che rappresenta un’attrazione turistica e un luogo di socialità per i residenti. Nonché un esempio fondamentale di come il Brand Urbanism e la sinergia di tutti gli stakeholder delle città possono migliorare il profilo dei centri urbani. Come anche degli interventi, pensati come temporanei, ascoltando il parere delle comunità coinvolte, possono affermarsi come interventi permanenti e – nel loro piccolo – rivoluzionare in meglio il profilo delle città. Migliorare quindi, in definitiva, la vita di chi vive il quartiere: cittadini, commercianti e turisti. 

Per capire la portata di queste ultime affermazioni, è necessario però fare un passo indietro, ripercorrendo le fasi del progetto e la sua evoluzione da temporaneo a definitivo.   

L’idea e la realizzazione Paseo Bandera Brand Urbanism

Come già accennato, l’idea dell’amministrazione era quella di sfruttare il periodo dei lavori per la linea metropolitana e pedonalizzare temporaneamente Paseo Bandera. Il progetto viene affidato ad uno studio locale, ma la proposta presentata si rivela tuttavia più ambiziosa del previsto, superando le aspettative sia in termini di budget, che di proporzioni e spazio su cui intervenire.  

Attraverso il coinvolgimento di un Brand con forte radicamento sul territorio, di artisti locali e progettisti, l’opera è stata realizzata in breve tempo. Le opere, che comprendono murales e installazioni, arredo urbano e spazi verdi, si estendono per 350 metri lineari, per un’area di 3.300 metri quadrati. Ed è il risultato di una collaborazione collettiva fra tutti i soggetti coinvolti. L’intera opera è divisa in tre temi diversi per ogni sezione della strada: Sostenibilità, Lounge e Focus culturale.     

Le opere realizzate comprendono riferimenti geografici del Cile, la fauna, la cultura e le tradizioni che lo caratterizzano.
Elementi che partecipano a caratterizzare l’identità della società cilena e di Santiago. 

L’impatto e il destino del progetto

Il traboccare di forme e colori, in contrasto con l’architettura della città, ha quasi spiazzato i cittadini. Uno dei progettisti in un’intervista, racconta come gli abitanti di Santiago si sentissero davvero in un posto diverso. Più accogliente e pieno di vita. Più vivibile. 

Come molto spesso capita in questo tipo di progetti, c’è stata una mobilitazione pubblica affinché non si tornasse più alla vecchia Paseo Bandera. A più voci la comunità, gli artisti coinvolti e il Brand che ha partecipato alla realizzazione del progetto hanno chiesto che quell’opera, nata temporanea, rimanesse a beneficio della città e dei cittadini.
Con la fine dei lavori per la linea metropolitana, il ministro dei trasporti ha concesso la definitiva pedonalizzazione di Paseo Bandera. 

Oggi la vecchia arteria trafficata e anonima è uno luogo che unisce comunità locale, turisti, e chiunque passi da quella via.  

L’esempio dell’evoluzione di Paseo Bandera dimostra come la sinergia fra cittadini, brand e amministrazioni sia una delle chiavi di lettura per rendere il futuro delle città più sostenibili e a misura dei cittadini.   

Di come i benefici di un’opera temporanea possano poi ispirare un cambiamento duraturo. E che la creatività può trasformare anche un cantiere – di per sé disturbante – in un’occasione per donare bellezza e socialità.   

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Per scoprire di più:  

Institute For Public Art – Paseo Bandera/Bandera Avenue 

OPSI – Bandera Street Promenade 

Web Urbanist - Paseo Bandera: Newly Pedestrianized Street in Chile is One Big Work of Art 

CIDEU - Paseo Peatonal Bandera: Urbanismo táctico 

    


Come il Brand Urbanism e il Placemaking possono rendere le nostre città più inclusive e partecipate

[5 minuti di lettura]

Nelle città contemporanee, il tessuto urbano e la morfologia degli spazi sono in costante evoluzione. Da un lato, la crescita demografica spinge verso una maggiore urbanizzazione ed espansione.

Dall’altro, invece, sempre più frequentemente si assiste all’aumento di spazi sottoutilizzati.

Spazi che, per le persone che vivono le città, ricoprono un ruolo puramente transitorio o di consumo. In cui le occasioni di socialità e interazione sono pressocché nulle. Rendendo quegli stessi spazi privi di identità. L’antropologo francese Marc Augé li ha definiti “non luoghi”.

Nel cercare di rendere una città più inclusiva, accessibile, equa e viva, si possono rendere questi "non luoghi” che dividono, questi spazi anonimi, luoghi che uniscono?

La risposta è sì. Come? Attraverso una pratica chiamata Placemaking.

Il Placemaking riutilizza i “non luoghi”, residui urbani, restituendoli alla cittadinanza, creando nuove possibilità di interazione e nuove forme di socialità.

Secondo la definizione del PPS (Project For Public Spaces) il Placemaking è un’operazione visionaria, funzionale, inclusiva e adattabile, guidata dalla comunità.

Essendo multidisciplinare, il Placemaking può essere svolto in diversi modi. Ciò che importa, in un intervento di rigenerazione urbana definibile di Placemaking, è la collaborazione attiva fra brand, amministrazioni e cittadini. Ovvero, fra tutti gli attori coinvolti nel cambiamento delle città.

Quando questo accade il Placemaking si evolve nel Brand Urbanism focalizzando ancora di più la propria visione su quella parte dell’attività di rigenerazione urbana che è funzionale all’attivazione e/o riattivazione delle comunità locali.

D’altronde i Brand si occupano principalmente di relazioni (senza le quali un Brand decadrebbe in un Marchio/Logo) e il loro contributo al Placemaking non si deve limitare al fornire risorse economiche. Ma può e deve estendersi nell’ambito della costruzione di relazioni significative. L’unica differenza è che nel caso del Brand Urbanism non si tratta di costruire solo buone relazioni tra il consumatore e il Brand ma relazioni tra pari, tra cittadini e fra tutti quegli stakeholders dai quali dipende il miglioramento della qualità della vita sul territorio di prossimità.

Si può fare Placemaking attraverso opere di grandi dimensioni che prevedono un’attenta progettazione. È il caso del celebre Superkilen, di cui abbiamo già parlato, o dell'High Line Park di New York.

Altre volte invece, è possibile creare luoghi inclusivi anche con piccoli interventi temporanei, a basso costo e di immediata realizzazione.

Utilizzando con creatività gli strumenti dell’urbanistica tattica o dell’agopuntura urbana. Di seguito, qualche esempio di Placemaking realizzato con diverse modalità.

 

CWLane Reading Space

 

Una piccola biblioteca modulare realizzata con una serie di gradini e piattaforme, ispirati al paesaggio della città di Hong Kong. CWLane Reading Space è un progetto che mira a rivitalizzare un piccolo spazio pubblico inutilizzato, creando un nuovo punto di ritrovo per la comunità e diffondendo cultura. Non solo quella che si può assimilabile attraverso la lettura, ma anche la cultura del riuso sia dei luoghi che dei libri.

La scelta di puntare sulla creazione di un luogo per la lettura nasce da una discussione condotta attraverso il coinvolgimento della popolazione. Che ha poi partecipato direttamente all’assemblaggio della struttura in legno e donando i libri usati.

Il colore rosso e il motivo geometrico bianco utilizzati per il progetto intendono catturare l'attenzione dei passanti e invitarli a scoprire e utilizzare questo piccolo spazio nascosto.

Il progetto dimostra come è possibile, attraverso la creatività e l’ascolto della cittadinanza, riutilizzare luoghi in disuso per creare nuovi ambienti sociali e inclusivi. Un progetto facilmente replicabile in tante altre città.

 

La WaterSquare di  Benthemplein (Rotterdam) o “Piazza d’acqua”Water Square Rotterdam

Da luogo inutilizzato a piazza sociale, nonché strumento per combattere gli effetti del cambiamento climatico.

La “piazza d’acqua” di Benthemplein, a Rotterdam, è stata progettata e realizzata per essere un luogo di socialità. Ma è anche un sistema di raccolta dell’acqua piovana. E combattere gli effetti delle sempre più frequenti “bombe d’acqua”.

Per la realizzazione e la progettazione sono stati effettuati tre incontri con la popolazione del quartiere. Gli abitanti sono stati chiamati in causa nell’immaginare la nuova piazza. La volontà della cittadinanza è stata quella di creare una piazza che fosse anche un luogo di socialità, con tanto verde e spazio per l’interazione sociale.

Il che rende la piazza Benthemplein è uno degli esempi più intelligenti di Placemaking.

La Water Square  è composta da tre vasche che raccolgono l'acqua piovana. Due vasche poco profonde che si riempiono durante le precipitazioni, e una terza vasca più profonda che si riempie solo in caso di pioggia costante o violenta.  Il bacino centrale, solitamente vuoto, serve come piazza per praticare vari sport, o è stata utilizzata come teatro all’aperto, disponendo anche di gradinate per il pubblico. Quando invece il bacino/piazza si riempie, l’acqua (filtrata) crea un piccolo lago artificiale che aumenta l’attrattività e la bellezza della piazza.

SOS – Seating for Socializing

SOS Seating for Socializing

Qual è il potenziale di un solo metro cubo?

SOS è stato un progetto, una ricerca che mirava a coinvolgere le persone in attività di riattivazione dello spazio pubblico sottoutilizzato. Il progetto si è basato su tre caratteristiche fondamentali. Flessibilità, compattezza e socialità. Una scatola di metallo è piazzata in una piazza, contenente 27 cubi bianchi di polielitene della dimensione di un metro cubo, capaci di illuminarsi nelle ore serali.

Le persone sono state invitate ad interagire con i cubi e a disporli nello spazio come meglio credevano. Se gli adulti hanno utilizzato i cubi semplicemente come seduta, è con l’azione dei bambini che il progetto ha mostrato al meglio il suo potenziale di aggregazione e interazione sociale. I bambini, infatti, con la loro creatività, hanno cominciato utilizzare i cubi non tanto per sedersi, ma per giocare ad impilarli e a creare diverse configurazioni spaziali. I bambini hanno così coinvolto altri passanti (adulti e meno adulti) che si sono fermati ad interagire con questi piccoli elementi urbani e a creare momenti di socialità in una piazza prima inutilizzata. Scattando foto o semplicemente a chiacchierando. Dimostrando che anche un piccolo intervento urbanistico come SOS può sprigionare spontanei momenti di socialità e interazione. Un progetto semplice, facilmente replicabile. Eppure, efficace.

 

Dagli esempi di placemaking riportati, risulta evidente che non è tanto la dimensione dell’intervento a trasformare spazi che dividono in luoghi che uniscono. La chiave, in questi processi di rigenerazione, è il coinvolgimento attivo delle persone, la partecipazione dal basso. È la capacità di stimolare momenti di interazione, socialità, gioco o semplicemente incontro fra le persone.

Un intervento di Placemaking riuscito deriva dalla capacità di pensare lo spazio non come elemento urbano da riempire, ma come luogo da restituire alle persone che vivono la città o il quartiere. È per questo che amministratori e brand che intendono avviare processi di rigenerazione urbana non possono esimersi dall’ascolto del territorio, delle persone che vivono quei luoghi.

 

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PER APPROFONDIMENTI

Spazio Pubblico – Enciclopedia Treccani

SOS_Socializing for Seating – Research Gate

Placemaker - Elena Granata

CWLane Reading Spaces - UrbaNext

Watersquare Benthemplein – De Urbanisten

What is Placemaking – Project for Public Spaces (PPS)


L’importanza del colore nei processi di rigenerazione urbana

[4 minuti di lettura]

Rigenerare un quartiere o parte di una città non equivale soltanto a rimettere in funzione qualcosa che non va.

Significa soprattutto ascoltare i cittadini e ridare alla comunità che vive quel territorio identità, gioia e bellezza. L’impiego di materiali sostenibili o di tecniche all’avanguardia è certamente cruciale in un’ottica funzionale dello spazio rigenerato. Ma è nel colore che risiede, invece, la capacità di trasformare un posto in luogo identitario e distintivo. 

Red Ribbon Park

Attraverso la luce poi (sia essa artificiale o naturale)

le superfici colorate cambiano di tonalità e sfumature. Rendendo così quelli che potrebbero essere dei semplici luoghi statici ambienti dinamici e cangianti.

Gli esempi di progetti di rigenerazione urbana, in cui il colore gioca un ruolo fondamentale, sono molti e le modalità in cui vengono realizzati diverse. A volte la componente artistica, ovvero l’urban art fa da protagonista, altre volte sono soluzioni architettoniche creative a rendere identitario e iconico un luogo.

In alcuni dei progetti di rigenerazione urbana, addirittura, il colore è l’elemento progettuale fondante. Tramite un utilizzo strategico delle cromie si è inciso non solo sull’estetica ma anche, in maniera duratura, sul tessuto sociale del luogo.

Red Ribbon Park

Il parco si trova sulle rive del fiume Tanghe, nella periferia di Qinhuangdao, in Cina. Prima della riqualificazione, l’aerea era una discarica abusiva e di difficile accesso.

Red Ribbon Park Nastro RossoInoltre, con l’espansione urbana e lo sviluppo della città, il corso naturale del fiume sarebbe probabilmente stato affiancato da argini di cemento. Il progetto di riqualificazione è stato condotto dagli architetti di Turenscape attraverso quello che si può definire un intervento minimalista. Il progetto, infatti, consiste nella realizzazione di una lunga struttura in fibra d’acciaio, di colore rosso, affiancato da una passerella (da qui il nome Nastro Rosso). Una soluzione dal forte impatto visivo, ma dal minimo impatto ambientale. La vegetazione e la biodiversità del luogo risultano infatti intatte, ed anzi arricchite con la creazione di quattro giardini permanenti. Il vivido colore rosso della struttura si sposa con i colori naturali del verde e del blu dell’acqua. Di giorno, con la luce naturale. Di notte, con un sistema di illuminazione interno alla struttura.

Che risalta sia il lungo nastro che la vegetazione intorno. Ma l’impatto visivo non è l’unico risultato raggiunto da questo progetto. L’area ha infatti un impatto importante anche sulla sfera sociale della comunità della periferia di Qinhuangdao. Il parco del Nastro Rosso è oggi un luogo in cui la gente si ritrova per pescare, fare jogging, socializzare. Un luogo restituito alla comunità che coniuga bellezza, socialità e natura in un contesto di crescente urbanizzazione della città.

 

Villa Rosa, Port-au-Prince

Il quartiere di Villa Rosa, a Port Au Prince, era stato pesantemente colpito dal devastante terremoto del 2010. Molte delle case ricostruite erano rimaste incompiute e con materiali grezzi in vista.Port-au-Prince-Villa Rosa

Il progetto Haiti Painting, promosso dalla NGO Cordaid, ha coinvolto 20 muratori locali nella messa in sicurezza delle facciate. Successivamente, pittori locali hanno ripreso il concetto di design e i colori degli autobus Tap-Tap, diffusissimi ad Haiti, riportandoli sulle facciate delle case. Durante il progetto sono poi stati effettuati lavori di riparazione su scale, spazi pubblici di socialità e muri di contenimento. Il progetto, oltre a mettere in sicurezza gli elementi urbani, ha permesso alla comunità colpita dal terremoto di partecipare attivamente alla ricostruzione del proprio quartiere. Quegli edifici, oggi, mostrano non solo i colori e le forme tipiche della cultura haitiana, ma simboleggiano anche la forza e la resilienza di una comunità che ha saputo, seppur con molte difficolta, rialzarsi dopo il devastante terremoto del 2010.

I colori dell’arte urbana

Favelesa Rio de Janeiro Favelas Painting

Da sempre tripudio di colori e forme, l’arte urbana è stata più volte impiegata come strumento di partecipazione delle comunità e di riqualificazione degli spazi urbani. L’esempio di Favela Painting è emblematico. Il progetto ha portato colore e gioia all’interno di difficili realtà come le favelas di Rio de Janeiro. La comunità locale, oggi, porta avanti il progetto in modo autonomo.

Continuando a migliorare, almeno in parte, lo spazio in cui vivono. Nato da un’idea degli artisti Haas&Hahn (gli stessi contattati da Cordaid nel progetto di Port-au-Prince) Favela Painting si è poi espanso autonomamente e a macchia d’olio in altre realtà urbane. L’obiettivo è sempre lo stesso. Rendere luoghi tristi più gioiosi attraverso l’azione di chi li vive.

 

Colorare le città non è quindi soltanto un’operazione estetica fine a stessa: è un modo per esprimere identità, gioia e condivisione. Per questo, nella progettazione di azioni di rigenerazione urbana i cittadini, i brand e le amministrazioni devono tener conto dell’importanza rappresentata dal colore e delle sue possibili implicazioni.

Per approfondire:

Turenscape – The Red Ribbon Park

Surfaces International -The urban dimension of colour

Katia Gasparini - Il colore e la rigenerazione urbana

Favela Painting

Haiti Painting

Foto: Turenscape, Favela Painting, Haiti Painting


Largo Balestra, Milano

La rigenerazione di Largo Balestra rappresenta il progetto pilota di Parchi Agos Green&Smart. L’intervento del 2021 ha interessato l’area di Largo Balestra, sia negli spazi verdi sia nella piazza antistante al parco, e il vicino parco di Giambellino Ovest. Un gemellaggio che continua dal 2021 con l’organizzazione di momenti di socialità ed eventi di animazione.

L’iniziativa si è inserita nel patto di collaborazione tra l’Associazione “Fate Largo” e il Comune di Milano, in un caso ben riuscito dell’auspicata collaborazione tra pubblico, privato e Terzo Settore.

La piazza e il piccolo parco adiacente si presentavano come spazi poco vissuti dalla comunità, data la scarsa attrattività e la totale assenza di arredo urbano che ne permettesse una giusta fruizione. Il progetto ha quindi voluto valorizzare queste aree, contribuendo a renderle poli di aggregazione e inclusione sociale.

La rigenerazione green, smart, art e sport del parco

L’intervento ha previsto l’installazione di orti condivisi in cassoni rialzati (e quindi accessibili), grazie alla cooperativa Opera in Fiore, che si occupa anche della manutenzione del verde includendo lavoratori in posizioni svantaggiate. La piazzetta antistante è stata valorizzata tramite l’inserimento di arredi urbani di design, mentre su una superficie in disuso è stata realizzata l’opera di street art “Urban Parks” by KayOne, un trionfo di colore e grafica in omaggio alla giungla contemporanea. In collaborazione con Fondazione SportCity e Kompan sono state collocate delle attrezzature per l’attività sportiva soft, fruibili anche dalla popolazione anziana.

Il parco è stato animato regolarmente da attività curate da WWF, CONI e ABC Progetto Azzurri ASD, mentre nel 2023 si è tenuta una grande festa dedicata al quartiere, che gemellato i due parchi e ha visto la partecipazione di una decina di associazioni sportive, green e art.


Parco Margherita Hack, Padova

Il parco Margherita Hack è stato valorizzato in sinergia con il Comune di Padova per accrescere l’attrattività di un’area frequentata prevalentemente da bambini e famiglie, implementando strutture che favoriscono la frequentazione di un pubblico più ampio. Una nuova area sportiva accessibile circondata dalla bellezza e dai colori della street art, per rimettere al centro socialità e sport.

Gli interventi di valorizzazione

The Future Is Now è l’opera di arte urbana dedicata a Margherita Hack e alle donne nel mondo STEM (science, technology, engineering and mathematics), realizzata dall’artista Rame13 in omaggio alla scienziata fiorentina, con il supporto organizzativo dell’associazione “Le Mille e Una Arcella”.

Per gli amanti dello sport è nata una nuova area fitness comprendente attrezzature e grafiche a terra per allenamenti calisthenics e street workout. Le attrezzature Kompan, permettono lo svolgimento di attività sportiva a giovani, adulti, anziani e persone con disabilità motorie. Per favorire il corretto utilizzo dell’area, gli sportivi possono prendere spunto o ispirarsi ai tutorial presenti nell’app dedicata, a cui si accede grazie a QR code.

Il green è invece ulteriormente valorizzato da arbusti ed alberature intorno alla nuova area fitness. Sono state collocate anche tre sedute per godersi il verde e lo sport in uno spazio gradevole.


Parco Bruno Petrachi, Lecce

Il progetto ha trasformato uno spazio vuoto in un parco intergenerazionale, dopo un percorso di ascolto dell’Amministrazione e della comunità del Rione. Il risultato è il primo campo sportivo polifunzionale della città salentina. Tra i nuovi alberi e arbusti è stata collocata un’area eventi e per la didattica all’aperto, che associazioni e famiglie possono vivere e animare. La scuola adiacente potrà fruire e curare l’orto didattico, mentre i muri del perimetro sono stati dipinti con dei murales proprio insieme agli studenti.  

La rigenerazione green, sport, art e smart

Il verde si rinnova con nuove aiuole che ospitano alberature, arbusti ed una porzione dedicata ad orti didattici attivabili dalle scuole limitrofe al parco. Grazie all’inserimento delle aiuole le nuove aree aggregative, costituite da tavoli, sedute con e senza schienale e chaise longue, sono più ombreggiate e quindi permettono di trascorrere il tempo libero in uno spazio gradevole. Infine, l’area multifunzionale è delimitata da una siepe che verrà mantenuta insieme alle aiuole verdi. 

Un nuovissimo campo multi-sport è stato creato per ospitare partite di basket, baskin e pallavolo (con rete rimovibile). Si tratta del primo playground pubblico di Lecce, accessibile e attrezzato anche per il gioco del baskin.

Ispirandosi al tema della musica, le linee di gioco si prolungano in un motivo decorativo che divide le diverse aree del parco: un pentagramma con il simbolo della pausa indica un luogo di sosta e riposo, un diapason stilizzato connota l’area eventi e una scacchiera è a disposizione di tutti per il gioco. Il muro perimetrale dell’Istituto Stomeo-Zimbalo è decorato da opere di street art realizzate con i bambini della scuola. Completano l’intervento la realizzazione di uno spazio per lezioni all’aperto, attività artistiche, mostre e attività socio-culturali costituito da sedute cubiche e pali che vanno a creare una quinta scenica a supporto delle varie attività.

Sono presenti QR Code “green” che raccontano alberature ed arbusti delle nuove aiuole, oltre a QR che rimandano all’app Pick-Roll per organizzare partite di basket, favorendo l’incontro e la socialità tramite lo sport.

    


Parchi Agos Green&Smart

Parchi Agos Green&Smart è l’innovativo progetto di rigenerazione degli spazi verdi urbani. Un progetto capillare su tutto il territorio italiano che dal 2021 ha rigenerato e valorizzato 6 aree verdi, contribuendo a renderle poli di aggregazione e luoghi di comunità. 

L’iniziativa si sviluppa in linea con i valori di “Agos for Good” con l’impegno di agire per un progresso condiviso, proponendo interventi di rigenerazione urbana che nascono da un ascolto attento del territorio e dei bisogni che manifesta. 

Un nuovo modello di parco urbano

Parchi Agos Green&Smart prevede 4 ambiti di intervento per parchi urbani a quattro dimensioni 

Icona greenGREEN: la diffusione del verde in città ed educazione alla sua cura 

 

Icona art

ART: le arti urbane per creare bellezza, identità e riconoscimento 

 

Icona sport SPORT: la diffusione della pratica sportiva come fattore di benessere, salute e socialità 

 

Icona smart SMART: l’innovazione attraverso la tecnologia e il digitale a disposizione della comunità 

 

Parchi Agos Green&Smart è un progetto continuativo che mira ad avere un impatto duraturo sui territori in cui insiste: la rigenerazione dei parchi è solo il primo passo in un percorso di cura e manutenzione degli spazi, oltre che di creazione di momenti di socialità aperti a tutta la comunità. 

Brand for the City ha curato per Agos concept strategico, progettazione, realizzazione e comunicazione del progetto. 

 

I parchi in Italia

Parco Margherita Hack, PadovaParco Bruno Petrachi, LecceParco Donatella Colasanti, RomaParco Fluviale del Serchio, LuccaParco Vulcania, CataniaLargo Balestra, Milano

SCHEDA DI PROGETTO  

Cliente: Agos Ducato 

Periodo di realizzazione: anni 2021-in corso 

Timing di realizzazione: 6-8 mesi a progetto 

Tipologia di progetto: rigenerazione dello spazio pubblico su sei location, cura del verde, arte urbana 

Attori coinvolti: Partner di progetto: Fondazione SportCity  

Milano: Comune di Milano, Municipio 6, patto di collaborazione Fate Largo (Conservami, Associazione Fate Largo, Parco Bello, Fiordifiaba, Rinascita per il 2000), Opera in Fiore, street artist KayOne, WWF  

Catania: Comune di Catana, street artist Gummy Gue, Plastic Free  

Lucca: Comune di Lucca, WWF  

Roma: Roma Capitale, Municipio VIII, Ridaje  

Lecce: Comune di Lecce, IC Stomeo-Zimbalo, Centro Sociale di quartiere  

Padova: Comune di Padova, street artist Rame13 

Figure professionali coinvolte: 2 project manager – 2 architetti – 1 addetto scouting territoriale – 1 addetto relazioni territoriali e con P.A. – 2 addetti comunicazione, media e stampa 

Iter realizzativo: ideazione progetto, scouting, dialogo con P.A (Assessorati e uffici tecnici), gestione iter amministrativo (patti di collaborazione + sponsorizzazione tecnica), progettazione tecnica, partnership con realtà locali, gestione budget, rapporti con fornitori, direzione lavori, coordinamento sicurezza in cantiere, coordinamento eventi di inaugurazione, coordinamento attività di comunicazione e ufficio stampa 

Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali, stampa televisiva e radiofonica 


La scintilla della scienza

 

“La Scintilla della Scienza” è un progetto del 2023 sostenuto da Novartis, che coniuga cura del verde cittadino e arte urbana. Nella città di Milano, sul lato del Cavalcavia Bussa, l’artista SMOE ha rielaborato in chiave artistica i temi del benessere, della scienza e della condivisione creando un’opera autorale che rappresenta la direzione da seguire per città e società che danno valore alla comunità e alla crescita sostenibile.  

L’intervento di arte urbana 

L’opera di SMOE, dal titolo “La Scintilla della Scienza”, si esprime con uno stile vivace, colorato e dal sapore futurista. Due figure reggono una fiamma che rappresenta la conoscenza e richiama il mito di Prometeo, come simbolo della curiosità, l’ingegno e l’intraprendenza umane. L’elica del DNA avvolge i due personaggi quasi a indicare il percorso di conoscenza che l’uomo ha percorso e continua a percorrere nella scienza.  

La cura del verde 

L’intervento verde si è concentrato sul piccolo parco adiacente a una scuola che tuttavia confina con una strada trafficata. Nell’ottica di rendere l’area più fruibile e accogliente per le famiglie che la frequentano sono state collocate nuove piante e arbusti che crescendo andranno a fornire ombra e riparo dalla strada. La scelta delle specie floreali è stata condotta nella prospettiva di creare un habitat favorevole a farfalle, api e altri insetti, contribuendo così alla biodiversità del luogo.  

SCHEDA DI PROGETTO

Cliente: Novartis

Periodo di realizzazione: anno 2023

Timing di realizzazione: 6 mesi

Tipologia di progetto: arte urbana, cura del verde

Attori coinvolti: Municipio 9, Comune di Milano, Opera in Fiore, street artist SMOE

Figure professionali coinvolte: 1 project manager – 1 addetto alle relazioni con P.A. – 1 architetto – 1 agronomo

Iter realizzativo: ideazione progetto, curatela artistica, dialogo con P.A (uffici tecnici), stesura relazione tecnica e domanda di sponsorizzazione, gestione pratiche  amministrative, gestione budget, direzione lavori, rapporti con fornitori

Visibilità: canali digitali


Ridisegna il tuo mondo

Con il progetto “Ridisegna il tuo mondo» Cartoon Network ha riqualificato 3 parchi lungo tutta la penisola, lavorando in sinergia con le realtà del territorio. Bambini e bambine sono stati coinvolti e invitati a cambiare il mondo secondo i loro gusti, idee, necessità e grazie alla loro fantasia e creatività: reinventare, riorganizzare, ridisegnare il loro spazio vitale con azioni concrete per migliorare la propria realtà.   

Brand for the City ha realizzato per Cartoon Network – canale edito da Warner Bros. Discovery – la riqualificazione di tre aree verdi nelle città di Milano, Firenze e Napoli.  I parchi sono concepiti per stimolare l’aggregazione e sono frutto della sinergia con le comunità locali (Patto di Collaborazione via Ravenna – Milano, le associazioni Le Curandaie – Firenze – e N’SeaYet – Napoli), in un processo che rende i bambini protagonisti attivi del cambiamento che li circonda. Ogni area ha una sua identità specifica, ma tutte hanno previsto una riqualifica del verde e delle aree gioco, la piantumazione di alberi, la realizzazione di impianti che facilitino l’aggregazione.   

Giardino dei Desideri, Milano 

Le azioni messe in campo sono state la cura del verde e delle aree gioco, la piantumazione di alberi, la realizzazione di sedute e impianti che possano facilitare l’aggregazione e i percorsi educativi e la decorazione di un playground di basket ad opera di SMOE Studio con i personaggi più amati e iconici di Cartoon Network. Sono state inoltre apposte delle nuove recinzioni per preservare la sicurezza dei giocatori, panchine a scopo aggregativo e fioriere come indicato nei desiderata dei bambini in fase di scrittura del patto di collaborazione che li vede protagonisti. Il parco è infatti situato vicino a una scuola primaria. Il Municipio 4 del Comune di Milano ha, nel contempo, predisposto il rifacimento della pavimentazione dell’area giochi per i bambini più piccoli e della staccionata in legno che la circonda, oltre a piantumare nuovi arbusti, in sinergia con Cartoon Network, per rendere ancora più colorato e accogliente il parco. 

 

Giardino Cubattoli, Firenze 

Nel quartiere Le Cure, sono stati collocati dei pannelli con i character Cartoon Network dipinti dall’urban artist Rame 13 e dall’artista Eugenia Chiasserini. Sono inoltre state create – ad opera di Officina Chiofdofisso – delle sculture in ferro tridimensionali per piante rampicanti con protagonisti dei personaggi di Cartoon Network. È stata anche realizzata una cupola in salice vivo intrecciato di 3 metri di diametro, con panche che i bambini potranno utilizzare per attività laboratoriali, letture e soprattutto per socializzare. Uno degli obiettivi più importanti della riqualificazione del parco è proprio quello di proteggerne e svilupparne la sua capacità aggregativa e inclusiva. Infine, sono state aggiunte delle nuove piantine per rivitalizzare la zona dell’Horto, che occupa una superficie di 140mq. 

Frutteto del Parco Viviani, Napoli 

Storica area di 670 mq nel cuore di Napoli, che da circa 10 anni era chiusa e abbandonata, tanto da essere diventata una discarica ricoperta da rovi, è stata completamente riqualificata. L’opera ha visto la realizzazione di terrazzamenti della zona collinare, ad opera di Batù Gardens, con materiali ecosostenibili, il restauro del vecchio frutteto con la piantumazione di nuovi alberi e arbusti e la realizzazione di un fondamentale impianto d’irrigazione. Inoltre sono stati realizzati laboratori e percorsi educativi per i bambini in età scolare e il DIARC – Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli ha sviluppato una serie di componenti di arredo in legno, sviluppati durante un apposito workshop con gli studenti della facoltà. Infine si è provveduto a decorare i muri con i personaggi più amati e iconici di Cartoon Network. 

SCHEDA DI PROGETTO  

Cliente: Cartoon Network- WBDiscovery 

Periodo di realizzazione: anno 2022 

Timing di realizzazione: 5-7 mesi  

Tipologia di progetto: rigenerazione dello spazio pubblico su tre location, cura del verde, arte urbana 

Attori coinvolti: Milano: Municipio 4, Comune di Milano, Scuola Primaria “Fabio Filzi”, gruppo informale “Magliando – la maglia socialmente utile”, associazione culturale culturale ForMattArt, cooperativa sociale Alchemilla, street artist SMOE  

Firenze: Comune di Firenze, Associazione Le Curandaie, Studio MemoScape, street artist Rame13  

Napoli: Comune di Napoli, Associazione N’SeaYet, Università Federico II 

Figure professionali coinvolte: 1 project manager – 1 addetto scouting territoriale – 1 addetto alle relazioni con P.A. – 4 architetti – 2 docenti universitari 

Iter realizzativo: ideazione progetto, scouting, dialogo con P.A (Assessorati e uffici tecnici), gestione iter amministrativo (patti di collaborazione + amministrazione condivisa), partnership con realtà locali, gestione budget, progettazione tecnica, rapporti con fornitori, direzione lavori, coordinamento sicurezza in cantiere, coordinamento eventi di inaugurazione 

Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali, televisioni 

 


A scuola ci andiamo da soli

L’autonomia in movimento per città a misura di bambino 

 

“A scuola ci andiamo da soli” è un progetto virtuoso che mette al centro l’accessibilità urbana, soprattutto per i più piccoli, e considera lo spazio pubblico come luogo di socialità e apprendimento. Sostenuto da Assimpredil Ance, è il risultato di un più ampio percorso di cittadinanza attiva che coinvolge bambini, bambine, famiglie, insegnanti e realtà commerciali locali per favorire la mobilità sostenibile e promuovere la libertà di movimento, la partecipazione collettiva e l’autonomia individuale.   

Un’iniziativa co-progettata con il territorio   

La progettualità prende avvio nel 2021 con il Patto di Collaborazione stipulato all’interno del Progetto “Abitare la città”, sostenuto da Fondazione di Comunità Milano, tra gli Istituti Morante e Scarpa, associazioni che operano nel territorio e il Municipio 3. Nel corso del 2022 si è co-progettato l’accordo con il gruppo di firmatari, sono state realizzate attività didattiche con gli alunni e avviati i primi test.    

Dal 2023, Brand For the City ha lavorato con l’associazione Spaziopensiero e l’Ufficio Partecipazione Attiva del Comune di Milano per la realizzazione degli interventi previsti, coordinando gli attori e facilitando il coinvolgimento di Assimpredil Ance a sostegno del progetto.  

Il percorso casa-scuola  

L’intervento di urbanistica tattica prevede due percorsi in zona Lambrate, con partenza dai punti di ritrovo ed arrivo agli istituti scolastici, segnalati da una colorazione a terra. Alunni e alunne possono ritrovarsi a un orario pattuito e percorrere insieme il tragitto fino a scuola, individuato tramite una segnaletica a terra, colorata e riconoscibile.   

Si tratta di un’evoluzione di altri esperimenti di mobilità dolce come il Pedibus, a cui è stata aggiunta la componente di autonomia al movimento che i bambini possono sperimentare. Non esiste dunque una supervisione lungo i percorsi che gli alunni affrontano camminando in città? Il progetto in realtà prevede una rete di supporto, costituita da commercianti e associazioni locali che si sono resi disponibili all’assistenza in caso di necessità. Come si riconoscono? Dagli adesivi che riportano il simbolo del progetto affissi sulle loro vetrine.   

I punti di ritrovo  

I punti di ritrovo sono stati progettati in spazi strategici, scelti insieme ai bambini e le bambine attraverso i laboratori di co-progettazione attuati nelle scuole. Situati in spazi sicuri, presentano sedute per la sosta e una cartellonistica che segnala lo spazio dedicato e spiega in breve il progetto.   

 L’urbanistica tattica per rigenerare sperimentando 

L’urbanistica tattica è una pratica veloce e a basso budget che produce un impatto temporaneo ma forte per migliorare la vivibilità di uno spazio pubblico e per città più vivibili, più sociali e a misura di pedone.  

Se fino a qualche tempo fa questi interventi erano promossi da associazioni e attivisti, in modo informale, oggi sono le amministrazioni a scendere in campo in prima persona. Un esempio virtuoso è l’iniziativa di Piazze Aperte del Comune di Milano: più di 40 interventi già realizzati e più del doppio di proposte per la nuova fase, che avrà come focus le scuole e le aree adiacenti frequentate da bambini e bambine. 

Il cambiamento nelle città deve però essere ambizioso e su larga scala. Per questo le energie e l’impegno di tutti devono convergere verso un unico obiettivo: comunità urbane vivibili, sostenibili e inclusive. I brand prima di tutti, che come attori sociali hanno il potenziale di contribuire in modo attivo e significativo a raggiungere questo traguardo. Maggiore è la sinergia con la comunità di riferimento, maggiore sarà l’influenza positiva e l’impatto che i marchi avranno in uno sviluppo urbano equo e sostenibile per tutti.  

SCHEDA DI PROGETTO  

Cliente: Assimpredil ANCE 

Periodo di realizzazione: anno 2023  

Timing di realizzazione: 4-5 mesi  

Tipologia di progetto: urbanistica tattica  

Attori coinvolti: Assimpredil ANCE, Comune di Milano, Municipio 3 Milano, Ist. Comprensivo Antonio Scarpa, ass. Amici delle scuole Cairoli e Scarpa, Comitato Genitori “Elsa Morante”, Cooperativa sociale ONLUS Spaziopensiero, Cooperativa sociale CODICI Ricerca e Intervento, Progetto Caracol, Hypereden, Fondazione di Comunità Milano  

Figure professionali coinvolte: 1 architetto, 1 grafico, 1 addetto relazioni territoriali e con P.A., 1 addetto comunicazione, media e stampa  

Iter realizzativo: dialogo con P.A. (Assessorati e uffici tecnici), gestione iter amministrativo (patto di collaborazione), partnership con realtà locali, gestione budget, progettazione tecnica, rapporti con fornitori, direzione lavori, coordinamento sicurezza in cantiere, coordinamento attività di comunicazione e ufficio stampa  

Visibilità: stampa locale, canali digitali 


Corba 5 Cerchi

Corba 5 Cerchi è un progetto di street art sociale che vuole contribuire alla rigenerazione del quartiere Corba, ispirandosi ai valori dello sport che incontrano quelli di valorizzazione dei luoghi, identità e bellezza promossi dall’arte urbana. 

Il progetto 

Il progetto nasce dalla collaborazione fra Stradedarts, realtà fra le più longeve nel panorama della street art milanese, il Municipio 6 e l’Assessorato alla cultura del Comune di Milano.  

L’obiettivo è quello di dare vita a un museo urbano a cielo aperto, trasformando le 38 pareti delle case popolari a schiera del quartiere in altrettante opere di urban art, dedicate agli sport Olimpici invernali. Un distretto dell’arte pubblica contemporanea unico, in grado di poter coinvolgere la comunità locale e creare bellezza e vivibilità degli spazi nel quotidiano. 

Brand for the City è Advisor e Communication Partner di Corba 5 Cerchi. 

 

Il murales dedicato Federica Brignone 

Il progetto ha già visto realizzate 6 opere nel corso del 2021-2022. L’ultima opera, realizzata nel 2023, è dedicata alla campionessa di sci Federica Brignone, unica italiana vincitrice della Coppa del Mondo di Sci. L’artista SteReal ha voluto dedicare il suo lavoro proprio a Federica Brignone come esempio di tenacia, impegno e perseveranza nello sport ma anche come ispirazione per donne e uomini. L’opera è stata realizzata grazie al sostegno di Rossignol, marchio leader nella produzione e commercializzazione di attrezzatura per gli sport invernali, che fornisce gli sci alla campionessa valdostana fin dall’inizio della sua carriera. 

 

SCHEDA PROGETTO 

Cliente: Rossignol 

Periodo di realizzazione: anno 2023  

Timing di realizzazione: 2 mesi  

Tipologia di progetto: arte urbana 

Attori coinvolti: Municipio 6, Comune di Milano, street artist SteReal 

Figure professionali coinvolte: 1 curatore – 1 project manager – 1 addetto alle relazioni con P.A. – 1 addetto comunicazione, media e stampa 

Iter realizzativo: coordinamento progetto, dialogo con P.A, gestione budget, coordinamento attività di comunicazione e ufficio stampa 

Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali, televisioni 

 


SCALOdARTS. L'arte urbana a Scalo Romana

20 artisti, 11 valori, 20 opere per 200 metri lineari, 3 giorni di jam session. SCALOdARTS è un progetto che ha coinvolto scuole, istituzioni, artisti e atleti nel nome dello sport e dell’arte. Una grande opera collettiva lasciata in eredità alla città di Milano, che valorizza il perimetro del cantiere del futuro Villaggio Olimpico. Una narrazione-azione, un’esperienza unica che conferma la città, lo spazio pubblico e la strada come luoghi di condivisione, di apprendimento e di comunità. 

Un’iniziativa di rigenerazione urbana promossa dal Fondo Porta Romana, in grado di diffondere bellezza e avvicinare allo sport come veicolo di valori positivi per la nostra società. Brand for the City ha selezionato gli artisti, supervisionando l’intero processo, dalla condivisione del brief, passando per la revisione dei bozzetti, fino alla composizione della sequenza delle opere e il coordinamento sia delle giornate di jam session sia dell’evento d’inaugurazione finale. 

Il concept di progetto 

Le due fasi progettuali 

  • una Jam Session in cui i 20 artisti hanno espresso la propria visione e interpretazione dei valori Olimpici e Paralimpici sulle cesate del cantiere del futuro Villaggio Olimpico a Porta Romana  
  • un evento di consegna dell’opera alla città che ha coinvolto alunni e alunne in percorsi didattici alla scoperta delle opere e dei Valori Olimpici e Paralimpici. 

Gli obiettivi di progetto 

Gli obiettivi che il progetto si è posto sono quelli di  

  • divulgare e condividere i Valori Olimpici e Paralimpici  
  • coinvolgere la Generazione 2026 e la cittadinanza in un percorso di avvicinamento ai Giochi Olimpici Invernali 2026 
  • riqualificare temporaneamente l’area di cantiere del Villaggio Olimpico 
  • generare valore e risorse da investire sul territorio a beneficio della comunità 

La Jam Session 

Nel corso di tre giornate, 200 metri di cesate sono stati decorati da opere di street art realizzate dai 20 artisti e artiste: stili, visioni, tecniche diverse per raccontare gli 11 Valori Olimpici e Paralimpici.   

Coordinati dall’associazione culturale Stradedarts, gli artisti hanno portato la loro interpretazione e sensibilità in una tre giorni di condivisione. Al progetto hanno collaborato SteReal, Napal, Coquelicot, Dada, Luna, Mr. Pollo, Encs18, Frode, Kasy23, Nais, Refreshink, Tackle Zero, Wiz Art, Rancy, Octofly, Teatro, Impossibile, Ale Senso, Kiv e Robico. 

Le inanimate cesate di cantiere si accendono con un racconto emozionale dei Valori Olimpici e Paralimpici. Un’opera di urban art collettiva che costituisce una grande mostra a cielo aperto, accessibile a tutti, che mette in dialogo comunità e città. 20 opere più una collettiva che racchiude lo spirito dell’iniziativa.  

 

Un’opera d’arte per la città 

L’arte urbana è un’espressione artistica che promuove un approccio accessibile alla cultura e spinge a riappropriarsi dei luoghi della città creando riconoscimento nei luoghi del quotidiano grazie alla bellezza. In questo caso, l’arte urbana diventa anche un mediatore per avvicinarsi ai valori dello sport in modo creativo. 

La grande opera collettiva è stata consegnata alla città in un evento che ha coinvolto Istituzioni, atleti, artisti e scuole limitrofe. In particolare, gli alunni delle scuole di I e II grado del Municipio 4 sono stati coinvolti in percorsi guidati alla scoperta delle opere, accompagnati dagli educatori di Fondazione Milano Cortina. Hanno avuto modo di mettersi alla prova in laboratori di street art e di conoscere alcuni atleti Olimpici e Paralimipici.  

Essendo un lascito alla cittadinanza, questo “museo a cielo aperto” resta fruibile a tutti: tramite QR code, ogni opera è presentata e raccontata dall’artista che l’ha realizzata, per accompagnare i cittadini alla scoperta dei Valori Olimpici e Paralimpici. 

 

 

SCHEDA DI PROGETTO  

Cliente: Coima SGR x Fondo Scalo Romana 

Periodo di realizzazione: anno 2023  

Timing di realizzazione: 5 mesi  

Tipologia di progetto: arte urbana 

Attori coinvolti: associazione culturale Stradedarts, 20 urban artist, scuole del Municipio 4, Fondazione Milano Cortina 

Figure professionali coinvolte: 1 curatore – 1 project manager – 1 addetto alle relazioni con P.A. 

Iter realizzativo: ideazione progetto, curatela, dialogo con P.A, gestione pratiche amministrative, coordinamento jam session, gestione budget, direzione lavori, rapporti con fornitori, coordinamento sicurezza in cantiere, coordinamento evento di inaugurazione 

Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali 


Tactical Housing: una possibile risposta alla crisi abitativa

[4 minuti di lettura]

Le città sono sempre più popolate e la tendenza non pare arrestarsi: secondo l’Archiworld Network fra sei anni il 70% della popolazione mondiale vivrà proprio nelle grandi città. 

A questo aumento costante della popolazione non può che corrispondere un’impennata della domanda di alloggi. Tuttavia, l’offerta di nuove case e appartamenti rimane estremamente bassa, con la naturale conseguenza di un vertiginoso innalzamento dei prezzi. Rispondere a questa crisi costruendo nuovi alloggi richiede un’ingente quantità di tempo, risorse economiche e di suolo. In più, i processi di gentrificazione in atto nei centri urbani, portano all'aumento dell'offerta di affitti brevi destinati per lo più al turismo, partecipando a diminuire ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi cerca una soluzione di medio lungo termine.Tactical Housing Copenaghen

 

Il rischio concreto è quello di escludere dalle città una fetta di popolazione sempre maggiore: un problema già attuale dimostrato, ad esempio, dalle proteste che gli studenti universitari italiani hanno portato avanti lungo il 2023. Ma di certo il problema non riguarda solo gli studenti.

Quale possibile soluzione?

Una risposta, seppur temporanea e che potrebbe essere definita di "tamponamento", può essere rappresentata dal Tactical Housing. Un fenomeno che, al pari del tactical urbanism, cerca di migliorare lo spazio urbano attraverso interventi tempestivi, sostenibili, temporanei e a basso costo per cercare di rendere le città vivibili e accessibili ad un maggior numero di persone.

Il Tactical Housing consiste nella realizzazione di abitazioni modulari in tempi molto rapidi, con materiali di riuso e prezzi accessibili, per rispondere in modo tempestivo alla crescente domanda di unità abitative che le città stanno vivendo.Tactical Housing Barcelona APROP

Realizzati spesso in zone abbandonate, in piccole porzioni dei centri città o in luoghi urbani poco utilizzati, riconvertiti e restituiti alla cittadinanza, i moduli che compongono le abitazioni – come, ad esempio, vecchi container navali – possono essere trasformati e trasportati facilmente per poi essere installati nel luogo prescelto ... evitando la creazione di lunghi e rumorosi cantieri!

Per comprendere meglio l'impatto positivo che può essere generato dal tactical housing, è utile guardare in quelle città dove la tecnica è stata implementata con successo.

  

Barcellona e il programma APROP

Tactical Housing Barcellona Aprop

A Barcellona il progetto APROP (Alojamientos de Proximidad Provisionales – alloggi provvisori di prossimità) ha l’obiettivo di combattere l’esclusione sociale delle fasce più deboli e di mitigare gli effetti della gentrificazione. In piccole porzioni di suolo del centro città, sono state realizzate unità abitative temporanee, prefabbricate e quindi di facile collocazione e rimozione, che soddisfano criteri di sostenibilità urbana, ecologica e sociale, rispettando oltretutto i vincoli estetici del centro città. Gli APROP nascono come strutture per l’accoglienza temporanea dei residenti – che vi accedono attraverso un programma dei servizi sociali – permettendo ai cittadini di vivere – in attesa di trovare un alloggio più idoneo o di evitare un sfratto – nei loro luoghi di origine. In questo modo continuano anche a godere di quella socialità che rende i quartieri luoghi vivi e vissuti, e non semplici dormitori. Si tratta, in estrema sintesi, di una risposta agile fornita dall'amministrazione ai problemi non solo abitativi ma anche sociali della città catalana.

 

Copenaghen, i villaggi galleggianti

Se gli APROP di Barcellona nascono da un’iniziativa della pubblica amministrazione spagnola, gli Urban Riggers di Copenaghen nascono dall’idea dello studio architettonico BIG (Bjarke Ingels Group). Sfruttando un’area dismessa del porto di Copenaghen, il gruppo danese ha realizzato - sempre attraverso unità abitative modulari realizzate attraverso container navali - una sorta di “villaggio” galleggiante. Gli Urban Riggers sono piccole abitazioni progettate per rispondere alla sempre maggiore domanda di alloggi a prezzi accessibili, soprattutto da parte degli studenti universitari a cui sono idealmente destinati, anche se tutti possono affittare un modulo. Gli alloggi galleggianti sono dotati di sistemi di produzione di energia idroelettrica sfruttando direttamente l'acqua del mare, e di pannelli solari installati sui tetti, rendendo le unità abitative a zero emissioni e autosufficienti. In più, secondo gli architetti di BIG, vivere – letteralmente – sull’acqua induce negli abitanti una maggiore consapevolezza sulla gestione dei rifiuti e ne modifica in meglio lo stile di vita. Le aree comuni, i terrazzi e i giardini partecipano a creare luoghi di scambio, socialità e convivialità fra gli abitanti delle comunità che si sono create sugli Urban Riggers.Tactical Housing Copenaghen Urban Riggers

 

Un modello replicabile e una risposta efficace

Sia il modello di APROP che il modello degli Urban Riggers possono essere facilmente replicati in altre città grazie alla facilità di realizzazione, il poco spazio necessario e il relativo basso costo di produzione. Pur non rappresentando ancora una soluzione definitiva alla crisi abitativa, rappresentano sicuramente una risposta veloce in attesa di soluzioni dal carattere più duraturo. L'esempio pubblico catalano e il privato danese mostrano inoltre la possibilità della realizzazione di un modello misto. La velocità di realizzazione e il costo dei prefabbricati potrebbe ovviare alle lentezza burocratiche e alle difficoltà economiche del settore pubblico, per rispondere in modo tempestivo a situazioni di crisi che rischiano di escludere dalla società sempre più persone.

Riconvertire aree urbane dismesse, non luoghi, o recuperare spazi prima inaccessibili a pedoni e cittadini– come avviene già con i parklet – per creare comunità e abitazioni sostenibili migliorano inoltre la qualità della vita del quartiere e dei cittadini nello spazio urbano e, in un certo senso, restituiscono le città a chi le vive. Un esercizio di placemaking a tutti gli effetti.

Adottare sistemi vincenti di Tactical Housing potrebbe essere un importante stimolo verso un mutamento delle aree urbane di carattere più duraturo, un cambiamento di paradigma nel modo di intendere la città stessa: più accessibile e sostenibile.

Sperimentare, ibridizzare e innovare il profilo delle nostre città, anche per rispondere in modo tempestivo a situazioni di crisi. È questo l’esercizio creativo che tutti gli attori coinvolti, dalle amministrazioni ai soggetti privati nelle dinamiche dello spazio urbano, ovvero cittadini, amministratori, brand devono imparare a fare, collaborando attivamente.

 

PER APPROFONDIRE:

AWN - Ambiente: Nel 2030 il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città

Urban Rigger

Aprop

designboom - BIG's urban rigger uses shipping containers to offer floating student housing

urbanNextLexicon APROP: Battle Against Gentrification

 

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Uno Sguardo al Futuro

Come immaginano il proprio futuro e il futuro del Pianeta i bambini e le bambine di oggi? Cosa possiamo imparare guardando attraverso i loro occhi? 

“Uno Sguardo al Futuro” è un progetto di arte urbana partecipata che vuole mettere al centro le nuove generazioni, dando voce al loro punto di vista e a una visione di futuro che permetta una vita più sostenibile dal punto di vista ambientale e di solidarietà sociale.  

Il progetto di rigenerazione urbana è stato realizzato su impulso dell’Istituto Gino Capponi di Milano e dello street artist Frode, con l’imprescindibile supporto di Salmoiraghi&Viganò che ha sposato in pieno i temi e le modalità di questo viaggio: l’arte e il coinvolgimento in prima persona delle nuove generazioni come artefici del proprio futuro. 

Il concept di progetto 

“Uno Sguardo al Futuro” ha voluto portare nella scuola, e quindi nel futuro della nostra società, un approccio creativo ai temi contemporanei fondamentali, quali i diritti del fanciullo e i diritti dell’ambiente. Tutto questo con attitudine all’ascolto e utilizzando il mezzo espressivo dell’arte urbana, ancora poco conosciuto nelle sue sfaccettature: sperimentare linguaggi inediti interdisciplinari, creare interventi tangibili mentre si accresce la consapevolezza che i diritti sono espressione di valori concreti. 

Il progetto è stato sviluppato in tre fasi: 

  • Un ciclo di laboratori didattici e creativi con bambini e bambine dell’IC Capponi sui temi del progetto  
  • Il ripristino del muro del cortile interno all’Istituto e la realizzazione di un’opera artistica partecipata con gli studenti  
  • Un’opera autorale a beneficio del quartiere realizzata dall’artista Frode 

I laboratori educativi 

Il percorso educativo ha coinvolto 300 alunni e alunne dell’Istituto Capponi in un ciclo di laboratori didattici e creativi, con l’obiettivo di riflettere sul futuro che li aspetta. Cosa vuol dire “sostenibilità”? Che cosa si aspettano e cosa vorrebbero che cambiasse nei prossimi anni nel mondo in cui vivono? Le risposte a queste domande sono state tradotte in creative lenti attraverso cui guardare al futuro. Un esercizio di pensiero ma anche di creatività, per lasciar correre la loro immaginazione.   

Un’opera di arte urbana partecipata 

Gli spunti emersi dai laboratori sono stati incanalati in una grande opera collettiva partecipata che va a valorizzare il muro del cortile interno alla scuola in modo duraturo. Una parete che versava in stato di degrado, pericolosa, e che è stata messa in sicurezza e ripristinata: un intervento di riqualificazione strutturale imprescindibile 

La creazione artistica, ideata e realizzata dall’artista Frode, gli educatori e gli studenti, testimonia la visione e i desideri per il futuro delle nuove generazioni. 

L’opera autorale

Sul muro esterno, a beneficio di tutto il quartiere, l’artista Frode ha reinterpretato i temi del progetto secondo una visione personale e colorata, in cui natura e umano si fondono. Un invito a lasciarsi guidare dallo sguardo delle nuove generazioni, una facciata cieca che ora porta colore e bellezza nel quartiere, e ci spinge ad interrogarci sul futuro.  

A conferma di un impegno concreto verso l’ambiente, sulla parete è stata utilizza una finitura che contribuisce alla riduzione dell’inquinamento. 

L’arte urbana per la rigenerazione delle città 

L’arte urbana è una forma di espressione spontanea, democratica e partecipata. L’arte, in tutte le sue forme, crea bellezza, che è un bene comune che la collettività merita di poter fruire. Ma genera anche cura, identità e riconoscimento: se la rigenerazione urbana è in primo luogo riappropriazione o ripensamento dell’identità di un luogo, l’arte urbana può essere uno strumento innovativo per favorire tale processo. Contribuisce a rinvigorire il sentimento identitario, trasforma gli ambiti urbani da spazi che dividono a luoghi che uniscono e fanno comunità. 

SCHEDA DI PROGETTO 

Cliente: Salmoiraghi&Viganò

Periodo di realizzazione: anno 2023 

Timing di realizzazione: 7 mesi 

Tipologia di progetto: arte urbana, progetto educativo con le scuole 

Attori coinvolti: Municipio 6, Comune di Milano, street artist Frode, Istituto Comprensivo G. Capponi, 2 educatori 

Figure professionali coinvolte: 1 curatore, 1 project manager, 2 architetti, 1 addetto alle relazioni con P.A., 1 event manager 

Iter realizzativo: curatela progetto, dialogo con P.A (uffici tecnici), gestione pratiche amministrative con uffici tecnici del Comune e Soprintendenza, coordinamento laboratori didattici con gli studenti, gestione budget, rapporti con fornitori, direzione lavori, coordinamento sicurezza in cantiere, organizzazione e coordinamento evento di inaugurazione 

Visibilità: stampa locale, stampa nazionale, canali digitali 


Piccole foreste in grandi città: il fenomeno delle tiny forest

[3 minuti di lettura]

 

Foreste comunitarie delle dimensioni di un campo da basket possono fare una differenza enorme nelle città. Le tiny forest sono un fenomeno recente in Europa mentre le città asiatiche (e perfino alcuni Paesi come India e Pakistan) hanno già adottato questa soluzione da tempo.  

Tiny forestCosa sono le tiny forest? Come anticipa il nome, si tratta di foreste di piccole dimensioni che crescono negli spazi urbani, portando però i benefici di grandi spazi verdi nel cuore delle città. 

Parlando di foreste in miniatura non parliamo solo di alberi. Questo fenomeno infatti riconnette le persone con la natura, ne migliora il benessere, aiuta a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici e ricrea habitat ricchi di biodiversità per sostenere la fauna selvatica urbana. 

Un caso esemplare: la foresta di Muziekplein  

Tiny forest MuziekpleinNata dalla riconversione di un parcheggio, è una delle sette mini-foreste nella città olandese di Utrecht. Piantata nel 2018, oggi è ampia quasi 400 metri quadri ed è circondata da un parco giochi, impianti sportivi e un laghetto. L’ex parcheggio è quindi diventato un luogo dove le persone si incontrano, i bambini giocano e si godono la natura. Un processo che ha visto la partecipazione della comunità locale sin dall’inizio, in particolare della vicina scuola elementare.  

Tiny Forest MuziekpleinI bambini oggi usano lo spazio quotidianamente durante le pause scolastiche e un paio di volte all’anno per l’apprendimento all’aperto (è stata predisposta un’aula didattica esterna). 

I dati sulla biodiversità sono incredibili, se si considerano le dimensioni limitate dell’area che tuttavia è arrivata a 1.140 alberi: sono stati scoperte più di 290 specie diverse di piante e animali! Ma come è possibile ottenere questi risultati? 

Il metodo Miyawaki

Le tiny forest si basano sul lavoro del botanico giapponese Akira Miyawaki che, a partire dagli anni '70, ha aperto la strada a un metodo per piantare specie giovani e vicine tra loro per rigenerare rapidamente le foreste su terreni degradati.  

Grande pregio di questa tecnica è che può funzionare ovunque, anche in appezzamenti larghi appena un metro. Ispirandosi direttamente ai processi della natura, dalle 15 alle 30 specie di alberi e arbusti vengono piantate insieme, con un'unica una fislosofia chiave: piantare specie autoctone. In competizione per la luce, gli alberelli crescono rapidamente e con una struttura stratificata, creando ecosistemi forestali urbani velocemente, con habitat che diventano sempre più complessi con il tempo e attirano biodiversità. 

Metodo Miyawaki

Se una foresta, lasciata crescere spontaneamente, impiega fino a 200 anni per diventare rigogliosa, con il metodo Miyawaki si ottiene un risultato simile in soli 20 anni! 

Perché abbiamo bisogno delle tiny forest?

Soluzioni nature-based come le mini foreste, che introducono più verde nell’ambiente urbano, hanno sicuramente un impatto immediato sull’aria e il microclima delle città. Possono aiutare a superare le sempre più frequenti ondate di calore e migliorare l’impermeabilità del suolo, oltre che contribuire a ripulire l’aria da agenti inquinanti.  

Soluzioni come le tiny forest potrebbero contribuire a ridurre il riscaldamento globale di 0,1 °C nel tempo, così come assorbire buone quantità di carbonio. Anche se, vale però la pena ricordarlo, il cambiamento climatico non verrà risolto unicamente piantando alberi. 

Tiny forest biodiversitàUn impatto maggiore si può invece misurare per quanto riguarda l’aumento di biodiversità. Queste piccole foreste diventano dei micro ecosistemi, che si riproducono ed espandono in modo spontaneo: uno studio su 11 tiny forest olandesi ha identificato 298 specie vegetali oltre a quelle piantate in origine e quasi 636 specie animali nei primi tre anni! L'utilizzo di specie autoctone, adattate all'ambiente locale, aiuta a creare ecosistemi in grado di sopravvivere nel tempo. 

Accanto a questi benefici spicca il valore sociale che questi piccoli spazi verdi riescono ad esprimere, dando ai cittadini l’opportunità di essere coinvolti in attività comunitarie nella natura. Partecipare alla cura dei luoghi rafforza quelle relazioni di comunità che troppo spesso sono sfilacciate in città grandi e dispersive.  

Tiny ForestLe mini foreste rappresentano anche uno dei tanti modi di collaborazione tra comunità cittadina, settore pubblico e imprese: i membri della comunità possono prendersi cura della vegetazione, insieme alle amministrazioni, mentre i brand hanno la possibilità di rendersi partecipi di progettualità che hanno un forte impatto sui territori. 

Le tiny forest, considerati i benefici ambientali e sociali, possono fare la differenza in città, come parte di una strategia più ampia per introdurre più spazi verdi nelle aree urbane. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Elizabeth Hewitt, Why ‘tiny forests’ are popping up in big cities, National Geographic

Tiny Forest, Earthwatch

Tiny Forest Muziekplein, IVN Natuur Educatie

Miyawaki Method, Urban Forests

Francesca Biagioli, Mini foreste urbane ispirate al metodo giapponese Miyawaki stanno spuntando in tutta Europa per favorire la biodiversità, greenMe

Edaikkal’s mini-forest: a case study in greening and the workings of the government, The Hindu

 


8 regole (e 8 casi) per rigenerazioni felici

[5 minuti di lettura]

 

Trasformare uno spazio urbano di passaggio in un luogo di comunità vissuto e identitario non è fantascienza. La chiave per iniziative di rigenerazione urbana di successo sta nel rafforzare il legame tra le persone e i luoghi che condividono, in un processo di sempre più stretta collaborazione tra attori pubblici e privati. Quali sono le altre regole per la buona riuscita di progetti condivisi per città vivaci e comunità felici?  

#1 La comunità è l'esperto

Per costruire qualcosa di valore per il territorio si parte sempre dal territorio. L’ascolto di chi vive un luogo è quindi il fondamento di qualsiasi intervento nello spazio pubblico. Si identificano le risorse, si comprendono le criticità e i bisogni su cui lavorare, si presta attenzione alla percezione degli spazi e alla prospettiva storica, che gli strati più anziani possono fornire. Un processo di co-progettazione che più sarà esteso, intergenerazionale e comprensivo delle diversità, più sarà di successo! 

Tapis Rouge, HaitiTapis Rouge, in un quartiere informale di Haiti, è uno spazio inclusivo multifunzionale che incoraggia le interazioni sociali e mira a creare un ambiente più sicuro, senza violenza né criminalità. Il design e il programma di animazione sono entrambi orientati alla comunità e stabiliti attraverso un approccio partecipativo: un modo per accrescere il senso di identità e di orgoglio dei residenti.  

#2 Creare un luogo, non un progetto di design

Per trasformare uno spazio poco performante in un luogo vitale non basta introdurre elementi di design estetici e ricercati. L'obiettivo è creare un luogo che abbia un forte senso di comunità e sia adatto all’uso e alle attività quotidiane. Questo non significa rinunciare ad arredi d’impatto o a soluzioni innovative, ma rimane fondamentale ricercare un equilibrio tra bellezza e funzionalità. 

Superkilen, CopenhagenSuperkilen è una versione contemporanea e urbana di un giardino universale, che attraversa i quartieri più multietnici e socialmente fragili di Copenhagen: una grande mostra delle 60 diverse nazionalità che abitano l'area circostante. Lo spazio integra tre piazze diverse: la piazza rossa combina mercato, cultura e attività sportive, la piazza nera è un salotto urbano e il parco verde comprende impianti sportivi e campi da gioco.  

#3 Fare rete

Il successo di un progetto nel portare un miglioramento sociale, culturale e di vivibilità urbana dipende dalla capacità di coinvolgere una rete di partner, ognuno con il proprio contributo, ognuno con le proprie peculiarità. Agli attori tradizionali, che sono le amministrazioni locali e il Terzo Settore, si sta sempre più aggiungendo quello dei brand in progetti di rigenerazione urbana e innovazione sociale. Il brand urbanism è un modo per le marche di esprimere infatti i propri valori lasciando qualcosa di utile e concreto al territorio, diventando quindi attori sociali attivi per comunità urbane sostenibili. 

Amenidades urbanas, CaracasAmenidades Urbanas è un progetto sportivo multifunzionale lanciato dal Comune di Caracas che è stato progettato con i rappresentanti della comunità. All’interno di un percorso di rigenerazione urbana della zona, volto a creare spazi pubblici ricreativi, cittadini associazioni e designer hanno lavorato insieme. Il risultato è una insieme di attrezzature e attività articolate in modo flessibile, che rispondono agli interessi diversi e in continua evoluzione dei residenti. 

#4 Imparare osservando

Osservare come le persone utilizzano o meno gli spazi pubblici è un po’ come ascoltare, permette cioè di costruire una visione chiara e accorta di uno spazio. Quali attività mancano? Quali potrebbero essere incorporate? Inoltre, quando questi spazi saranno costruiti, continuare ad osservarli darà un'idea di come gestirli e farli evolvere nel tempo. 

Five Fields Play StructureFive Fields Play Structure è una struttura ludica che vuole promuovere il gioco tra vicini di casa, come fosse un cortile condiviso. L’intervento ha un carattere sperimentale, cioè con una progettazione minima che lascia spazio ad un uso creativo dei blocchi di legno che lo compongono: una sfida per l’immaginazione dei bambini che imparano anche un modo diverso di abitare lo spazio pubblico. 

#5 Avere una visione globale

La visione dietro un progetto o uno spazio deve nascere dalla comunità di riferimento, al fine di introdurre un senso di orgoglio nelle persone che vivono e lavorano nell'area circostante. Da questa visione discende tutto il resto, il tipo di attività da realizzare e l'immagine da ritrarre. 

Hussein Bin Talal ParkConsiderato uno dei primi spazi pubblici contemporanei nel Caucaso russo, Hussein Bin Talal Park mette a disposizione uno skatepark, campi sportivi, un parco giochi, aree ricreative, uno stagno, un anfiteatro e molto altro. In un'area di conflitto, la visione principale era di eliminare i segni di distruzione e degrado dagli spazi pubblici e creare per la città un nuovo tipo di centro urbano in grado di attrarre residenti di età diverse, collegando cultura nazionale e infrastrutture moderne. 

#6 Iniziare in piccolo: interventi leggeri, veloci, economici

La complessità degli spazi pubblici rende inizialmente difficile fare tutto e farlo bene. Gli spazi migliori sperimentano quindi miglioramenti a breve termine che possono essere testati e perfezionati di continuo. Arredi urbani mobili, parklet, arte urbana pavimentale, strade scolastiche sono tutte iniziative di urbanistica tattica di grande impatto, ancora troppo poco valorizzate.  

Hussein Bin Talal ParkUrban Bloom è un esperimento che ha trasformato quello che era un parcheggio in un giardino urbano sostenibile, facendo affidamento su materiali riutilizzati e riciclati. Impilati per produrre un paesaggio ondulato dalle molteplici funzionalità (incontri casuali, mini-conferenze, attività sociali), i pallet di legno creano una piattaforma che genera un giardino aperto e accogliente. Il progetto incoraggia i visitatori a esplorare lo spazio e interpretarne lo scopo attraverso le proprie esperienze e necessità.

#7 Triangolare

La triangolazione, secondo Holly Whyte, è il processo mediante il quale uno stimolo esterno fornisce un collegamento tra le persone e spinge gli estranei a parlare con altri estranei come se si conoscessero. In uno spazio pubblico, la scelta e la disposizione di diversi elementi in relazione tra loro può mettere in moto il processo di triangolazione, avvicinando le persone. 

Pop-Up! Street Furniture Pop-Up! Street Furniture ha trasformato il centro di Seattle per due settimane, introducendo nelle strade otto moduli mobili che possono essere combinati per creare infinite configurazioni, dalle sedute agli spazi di gioco. La possibilità di interagire e cambiare l’ambiente seguendo le proprie intenzioni ha prodotto un hub temporaneo per la conversazione, il gioco e la socialità.  

#8 Non si finisce mai

I servizi hanno bisogno di aggiornarsi, le attrezzature si consumano, le esigenze cambiano di continuo nell’ambiente urbano. Essere aperti al cambiamento e avere la flessibilità gestionale per attuarlo è ciò che determina spazi pubblici vitali e al passo con i tempi. 

Green CloudGreen Cloud è un metodo di gestione innovativa dell’acqua piovana, che vuole anche fornire verde e comfort ai residenti di un complesso abitativo in Cina. L’idea, facilmente replicabile, sfrutta le superfici dei tetti messe a verde, con possibilità di implementare anche tecniche di agricoltura urbana. L'iniziativa ha creato però anche spazi di condivisione per i residenti, in cui vengono introdotte spontaneamente nuove attività culturali e sociali, rendendo il progetto in continua evoluzione. 

Casi e regole ci indicano che il giusto approccio alla rigenerazione degli spazi pubblici è condiviso, plurale, mirato sulle esigenze di una comunità che partecipa attivamente alla progettazione e alla gestione dei propri spazi. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Elena Franco, Placemaking, un modo diverso di pensare e vivere lo spazio pubblico, Il Giornale dell'Architettura

Anfiteatro ad Haiti, Domus

Superkilen: un modello di rigenerazione urbana inclusiva, Brand for the City

Danae Santibañez, Urban Amenities, ArchDaily

Five Fields Play Structure, ArchDaily

María Francisca González, Hussein Bin Talal Park, ArchDaily

Joanna Wong, Urban Bloom, ArchDaily

Christele Harrouk, 11 Rules to Follow When Creating Vibrant Public Spaces, ArchDaily

Finn MacLeod, Get Playful on the Streets of Seattle with "Pop-Up! Street Furniture" from LMN Architects, ArchDaily

HAN Shuang, Green Cloud, ArchDaily


L’arte pubblica rigenera e (ri)costruisce comunità

[4 minuti di lettura]

Parlare di street art significa per molti parlare di arte pubblica. Invece la street art è parte del grande contenitore che è l’arte pubblica: una forma d’arte d’impatto, identitaria e universale, che viene riconosciuta come motore di rigenerazione urbana. 

Si può incontrare camminando per strada, fuori dai confini dei luoghi di cultura istituzionali e spesso in quartieri di periferia. L’importante, perché questi progetti abbiano un impatto reale e duraturo, è che non si consideri lo spazio pubblico come un vuoto da riempire. Il fulcro di tutto è la comunità e il suo ruolo attivo nel processo artistico. Si tratta di costruire comunità, non semplicemente di costruire qualcosa per la comunità. 

Diffusa, accessibile, partecipata 

Opera di Christo a MilanoL’arte pubblica occupa uno spazio pubblico, sia materiale sia simbolico, ponendosi come attivatrice del dibattito comune. Le opere possono essere temporanee o permanenti e, in ogni caso, hanno il grande pregio di essere accessibili a tutti, fuori da luoghi tradizionalmente percepiti come elitari quali musei e gallerie. L’interazione con il contesto in fase creativa rende l’opera site-specific, in relazione con l’identità del luogo e/o delle persone che lo vivono. Si può trattare quindi di un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, una piattaforma in grado di attrarre, attivare e coinvolgere i cittadini. 

I benefici che derivano da programmi culturali, e dall’arte pubblica, nella rigenerazione urbana possono essere molteplici. Dalla maggiore coesione sociale a una percezione locale migliorata, dalla promozione della cittadinanza attiva alla costruzione di partnership pubblico-private di successo.

Simboli identitari delle città 

Scultura LOVE di Cattelan in piazza Affari a MilanoSuccede che interventi di arte pubblica, spesso pensati come provvisori, finiscano per diventare un elemento riconoscibile che contraddistingue e rappresenta una città. È un processo che non si controlla e che nella sua spontaneità e imprevedibilità dimostra la potenza identitaria dell’arte. Chi non conosce il dito medio (L.O.V.E.) di Cattelan che svetta irriverente in piazza Affari a Milano? O ancora, Ago, filo e nodo di Oldenburg e van Bruggen, che caratterizza da anni la piazza antistante la stazione Cadorna, come omaggio alla capacità realizzativa e creatività che scorrono nel DNA della capitale della moda?  

Veicolare significati  

La potenza comunicativa dell’arte risiede nella sua capacità di essere rilevante nei confronti dei temi d’attualità. L’arte pubblica può portare all’attenzione questioni sociali, politiche ed economiche, mandando messaggi d’impatto e innescando il dibattito pubblico.  

Opera in onore dell'accoglienza ai migranti albanesi a BariSono persone 8.8.1991, opera site-specific di Jasmine Pignatelli narra visivamente, in codice Morse, la frase di accoglienza dei profughi albanesi a Bari, pronunciata dall’allora sindaco. L’impatto di questo intervento è rimarcato dalla presenza di un’opera gemella in Albania, oltre alla sua collocazione di fronte al mare, in un edificio di edilizia popolare, da poco rigenerato e restituito alla cittadinanza. 

Mani che sorreggono Venezia di QuinnUn'altra opera di grande potenza visiva sono le famose mani di Lorenzo Quinn, comparse a Venezia per sorreggerla nella sua fragilità, dovuta anche al cambiamento climatico e al sovraffollamento turistico. Una presa di posizione che può piacere o meno, ma sicuramente forte e provocatoria. 

Opera con dondoli colorati tra USA e MessicoUna dichiarazione d’intenti anche più forte è l’installazione di dondoli rosa apparsi nel 2019 a cavallo del muro tra Messico e USA. Un invito a costruire ponti tra comunità e connessioni attraverso il gioco: le testimonianze video che documentano la partecipazione di grandi e piccoli da entrambi i lati sono l’immagine più rappresentativa della risonanza di questo tipo di operazioni. 

Placemaking: da spazi a luoghi 

In città sempre più svuotate di senso di appartenenza e comunità, popolate da “non luoghi”, il ruolo dell’arte pubblica può essere determinante. Fare rigenerazione significa rinsaldare l’identità dei cittadini con i luoghi che vivono, creare un senso di riconoscimento. Come può avvenire tutto ciò? Ascoltando il territorio e coinvolgendo le comunità in opere artistiche che diano forma a queste identità in evoluzione. 

Progetto di arte partecipata in Cameroon, con alberi artificiali con materiale riciclatoIn Cameroon, gli alberi a chioma ampia sono tradizionalmente luogo di ritrovo della comunità ma negli ultimi anni la deforestazione ha indebolito il tessuto sociale e l’aspetto umano dello stare insieme. Osservando lo spazio pubblico, la cultura e le interazioni tra persone, l’artista Keiff ha ricreato una piazza di alberi artificiali, composti da materiali riciclato e colorato. La comunità è stata coinvolta grazie all’assunzione di giovani disoccupati, sia per la costruzione delle strutture sia per mantenere vivace e popolato questo nuovo punto di ritrovo. Un intervento rispettoso che omaggia le tradizioni locali, forma e dà occupazione ai giovani del posto e riusa materiale plastico. 

Opera partecipata a Taiwan, che raccoglie le memorie quotidiane di persone comuniUn collettivo di artisti di Taiwan, Hong Kong e Filippine ha invece coinvolto i cittadini in un’opera partecipata che raccolga la memoria collettiva della quotidianità di Paesi colonizzati. L’opera in sé è una casa costruita con 2.000 mattoni di vetro trasparente che contengono oggetti della vita di ogni giorno, donati dalla popolazione locale: sono chiavi, scarpe, giochi, utensili da cucina, fino a ricordi più personali. Una collezione che non risponde alle rigide regole museali ma è co-creata e attiva lo spazio in cui si trova, rendendolo fulcro di incontri e conversazioni. 

Inside Out di JRUn altro intervento partecipato è Inside Out di JR che lavora all’intersezione tra fotografia, impegno sociale e arte contemporanea. Il progetto, realizzato in più di 140 Paesi, raccoglie i ritratti e la presa di posizione su temi attuali che persone comuni decidono di condividere.  

 

Tutti questi casi ci raccontano che integrare l’arte nel contesto pubblico, ascoltando e stimolando le persone a riappropriarsi dei propri luoghi, è un modo innovativo per rigenerare città e comunità. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Arte pubblica in Italia, una guida, Corriere della Sera

Chiara Testoni, 15 opere di arte pubblica che sono il simbolo di una città, Domus

Luca Palermo, The role of art in urban gentrification and regeneration: aesthetic, social and economic developments

Public art: (public) art and public space, Università di Belgrado

Lanre Bakare, Pink seesaws across US-Mexico border named Design of the Year 2020, The Guardian

Palaver Tree, Institute for Public Art

Daily, Institute for Public Art

Case studies, Institute for Public Art

Arte partecipata: l’opera dello street artist JR sbarca a Milano, Fuorisalone

 

 


Ibrido è bello! Lavoro, socialità e consumo in spazi innovativi

[4 minuti di lettura]

 

Ibrido è bello. Ormai da qualche anno, le nostre città non funzionano più a compartimenti stagni. Spazi di lavoro, consumo e socialità diventano ibridi, fluidi, con il grande pregio di unire funzionalità e aspetti socioculturali essenziali per la vita di comunità. È un nuovo modo di abitare e di vivere la prossimità. 

Co-workingLa sharing economy ha senz’altro dato una spinta all’ibridazione degli spazi di vita e di lavoro – pensiamo ai co-housing o ai co-working – ma anche il cambiamento nello stile di vita dovuto alla pandemia e ad una maggiore consapevolezza ambientale ha contribuito. 

Luoghi ibridi di lavoro e consumo 

Il carattere distintivo di questi luoghi è l’unione tra la loro natura commerciale e la dimensione relazionale che promuovono. Sono quindi luoghi fortemente legati all’identità e alla quotidianità di un quartiere e dei suoi abitanti. Quali sono questi nuovi spazi? 

I negozi di vicinato 

Bar con libreria e attività culturaliUn tempo il commercio di prossimità era la norma, ora è una pratica che sta tornando al centro della vita di comunità. Le attività di vendita al dettaglio, radicate in un territorio e coinvolte nella vita di quartiere, sono un’occasione per rafforzare le relazioni di comunità. Questo è ancora più vero se i negozi offrono servizi aggiuntivi, capaci di evolvere e adattarsi alle necessità del territorio stesso: negozi che sono anche biblioteche o sedi espositive, o bar che fungono da portineria di quartiere. 

I co-working 

La condivisione di uno spazio lavorativo flessibile è un fenomeno in crescita ovunque, anche nei centri più piccoli. Il valore aggiunto dei co-working è l'ambiente informale volto a creare un network di apprendimento, collaborazione e sostenibilità tra professionisti. 

I makerspace 

Ancora poco conosciuti, sono spazi di lavoro collaborativo e tecnologico, che promuovono una mentalità imprenditoriale e creativa. Attraverso attrezzatura condivisa, tra cui stampanti 3D, saldatori, macchine da cucire, vogliono facilitare la creazione e l’apprendimento. Non a caso, i makerspace sono spesso utilizzati come incubatori e acceleratori di start-up. 

I fablab 

Fablab, con grandi tavolate e giovani che creano manufatti tecnologiciI fab lab sono piccole officine che offrono servizi personalizzati di fabbricazione digitale. Anche in questo caso, avere accesso ad attrezzature tecnologiche altrimenti inaccessibili permette di creare un'ampia gamma di oggetti “su misura”, in base alle esigenze del singolo e della comunità. 

 

Il valore di rigenerare spazi ibridi 

Il valore di questi spazi per territori spesso “spersonalizzati” è enorme: riattivando la vita di quartiere mettono in moto circoli virtuosi per il commercio, l’innovazione sociale e la cultura, la socialità. Si tratta di rigenerazione a base socioculturale che va ben oltre la riqualifica di un edificio ed ha un impatto sull’intero sviluppo territoriale. 

 

Qualche caso internazionale e non 

Szimpla Kert, Budapest 

È il primo “ruin pub” della capitale ungherese, che ha dato il via al processo di riqualificazione di una zona allora abbandonata, trasformandola in punto nevralgico per locali e turisti. Si definisce “spazio di accoglienza culturale”: oltre all’attività principale di ristorazione, Szimpla Kert organizza una gran quantità di iniziative socioculturali, tra cui eventi, concerti, teatro e cinema all’aperto. 

Gruppo di giovani musicisti che si esibisce al Szimpla Kert di BudapestPer dare risalto al commercio di prossimità, lo spazio ospita regolarmente un mercato di agricoltori e produttori locali. L’attenzione alla sostenibilità è dimostrata anche dall’iniziativa di pedonalizzazione dell’area circostante. L’impegno nel sociale si concentra soprattutto nella formazione e nell’inserimento lavorativo di musicisti emergenti, che oltre ad esibirsi al pub, trovano supporto nella registrazione dei pezzi e nelle attività di ufficio stampa.  

Szimpla Kert sostiene anche eventi di raccolta fondi per società non profit e ospita la Living Library, uno spazio di interculturalità in cui si prendono “a prestito” persone diverse e spesso discriminate per riflettere e dialogare insieme.  

Manifatture Knos, Lecce 

Questo centro culturale è un modello di partecipazione comunitaria e di buona gestione: lo si nota già dallo statuto e dai valori fondanti, concordati con il coinvolgimento dei cittadini. Lo spazio ospita 4000 mq di attività all’interno di una vecchia scuola riqualificata, che con il tempo è diventata il fulcro dell’innovazione culturale e sociale locale: ogni anno vengono coinvolte un centinaio di organizzazioni! 

Cortile di bar con tavoliI servizi permanenti che vengono proposti sono un ristorante, un ostello e uno spazio co-working. A questi si aggiungono attività culturali diverse e flessibili, in base alle richieste della comunità: dai corsi di teatro alle residenze artistiche, dai concerti al cinema all’aperto, ognuno con i propri spazi. Non mancano le aree riposo e socializzazione, con un ampio giardino e parco giochi per i più piccoli. 

Ci sono però anche ambienti per il “fare”, come la ciclofficina popolare, la sartoria e la bottega serigrafica. A questi si aggiunge un makerspace, cioè un incubatore artistico, creativo, aziendale e sociale. 

Tara Building, Dublino 

Un edificio vuoto è stato reso identitario grazie alla street art e trasformato in un hub per la comunità di creativi: un luogo in cui lavorare, ma anche incontrarsi, condividere competenze e valori.  

Co-working con opera di urban art sulla facciataA differenza dei casi visti finora, Tara Building è un co-working riservato ai propri membri, con la possibilità di ottenere borse di studio di residenza per progetti rilevanti e di interesse sociale. Un modo diverso di creare comunità tra professionisti, che interagiscono con il quartiere grazie ad attività di volontariato. Lo spazio invece si apre all’esterno grazie ad una galleria espositiva accessibile a tutti. 

Oltre agli uffici, i membri possono godersi un giardino pensile e una varietà di attività stimolanti per il loro lavoro, come sessioni di yoga e mindfulness, talk con altri creativi e uscite per la città. 

 

Si sente parlare ancora poco di questi spazi ibridi che, come abbiamo visto, racchiudono invece potenzialità a 360 gradi per le nostre città. Esperienze di rigenerazione urbana che combinano imprenditorialità, innovazione, socialità e coinvolgimento comunitario sono sicuramente da incoraggiare e promuovere. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Marta Mainieri, Spazi ibridi, nasce a Milano l'elenco dei luoghi di comunità, Vita

Sabrina Barcucci, Che cos’è un FabLab?, Muse FabLab

Szimpla Kert website

Manifatture Knos website

Tara Building website


Città intergenerazionali: spazi di relazione tra (e per) tutte le età

[4 minuti di lettura]

 

La città del futuro è la città della prossimità. Una prossimità fisica – le distanze si accorciano con servizi accessibili – ma soprattutto intesa come possibilità di incontro, relazionecura. Questa visione è specialmente significativa se pensiamo alla popolazione anziana. Si stima che in una trentina d’anni una persona su cinque avrà più di 60 anni: già nel 2020, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli over 60 erano più numerosi dei bambini.  

Inutile dire, quindi, che lo sviluppo di politiche, reti e servizi per l’invecchiamento attivo della popolazione è una priorità.  

Un nuovo ruolo per la comunità 

In Occidente siamo abituati a considerare gli anziani come la parte fragile della società, una convinzione che li relega nel ruolo passivo di soggetti di cui prendersi cura. Al contrario, in altre culture gli anziani vengono riconosciuti come portatori di memoria collettiva e, di conseguenza, soggetti attivi che contribuiscono allo sviluppo sociale.  

Donna anziana gioca con bambiniSenza memoria non può esserci quella consapevolezza vitale per una evoluzione individuale, comunitaria, sociale. In sostanza, non c’è futuro senza memoria. Per questo, quando immaginiamo le città in cui vogliamo vivere nei prossimi anni, non possiamo non ascoltare chi detiene la "memoria urbana" del passato.   

La nuova frontiera dell’invecchiamento creativo 

Città a misura di persona – e di anziano – devono offrire stimoli e occasioni per un benessere a 360 gradi, in una concezione inclusiva di “salute” in tarda età. A questo proposito, negli ultimi tempi si parla molto di creative ageing (o invecchiamento creativo) per promuovere una piena partecipazione sociale grazie ad attività culturali e creative. 

Donne anziane sedute ad un tavolo che dipingonoAnni di studi confermano che le persone più longeve hanno una vita culturale intensa: la partecipazione culturale non stimola solo l’inclusione sociale ma anche funzioni cerebrali e cognitive, con effettivi positivi su tutto l’organismo. L’impegno di musei, teatri, istituzioni e associazioni culturali è sempre più comune ma resta spesso confinato nei luoghi di cultura.  

Come fare, allora, per portare questo cambiamento anche fuori, nello spazio pubblico? È necessario lavorare sugli spazi, ascoltando e accogliendo i bisogni espressi e non. Si tratta quindi di sviluppare dei luoghi in cui la Terza Età entri in connessione con il tessuto attivo, vibrante e relazionale delle comunità.

I giardini terapeutici 

La salute è al centro di qualsiasi considerazione sulla Terza Età, per ovvie ragioni. Salute intesa come “stato di totale benessere fisico, mentale e sociale”, come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità.  

Giardino terapeutico, con arbusti, aiuole colorate e seduteÈ in questa prospettiva che si stanno facendo strada gli healing garden, spazi verdi che curano. I giardini terapeutici si distinguono per la vegetazione rigogliosa, colorata e profumata, che fornisce stimoli sensoriali. Sono luoghi di riposo ma anche adatti ad attività motorie, ludiche e ricreative e di socialità, come l’ortoterapia. La pratica dei giardini terapeutici non è di certo nuova ma sta diventano la nuova frontiera per “città che curano”. Giusto per dare un punto di riferimento basti pensare che l’80% dei nuovi ospedali costruiti negli Stati Uniti incorpora questo tipo di spazi nelle sue strutture. 

I parchi intergenerazionali 

Una soluzione che tiene insieme spazio pubblico, verde, socialità e attività motoria esiste già. I parchi intergenerazionali sono progetti ambiziosi e di grande valore per le città. Aree esistenti e sottoutilizzate possono essere rigenerate con un mix di interventi strutturali e di attività aggregative, volte a favorire l’incontro programmato e spontaneo tra diverse generazioni.

Il termine intergenerazionale indica proprio questo: la possibilità per cittadini di tutte le età di ascoltarsi, apprendere dal confronto e creare relazioni. Il grande vantaggio di questo tipo di progetti è che non sono escludenti, al contrario si prestano ad accogliere i fruitori più diversi. 

Giardino terapeutico.Il verde è il primo ingrediente per il benessere psico-fisico in questo tipo di progetti: stare all’aria aperta circondati dalla natura ha grandi benefici per la salute, soprattutto in città ancora troppo grigie ed inquinate. Con la vegetazione si può anche “giocare”, predisponendo attività sensoriali che stimolino i sensi in percorsi olfattivi e tattili. Un secondo livello che si può sviluppare in parchi intergenerazionali è quello aggregativo, per promuovere la socialità con semplici piazzette attrezzate o, anche in questo caso, con percorsi e attività coinvolgenti. In ultimo, una dimensione ludica e sportiva può aiutare mantenersi attivi: ormai sono molte (e variegate) le opzioni a disposizione per fare ginnastica dolce all’aperto. 

Andando a vedere qualche buona pratica europea possiamo trovare progetti di eccellenza in diversi Paesi.

  • Scivoli su prato verde, giochi e strutture colorate, piante in vasoIl parco pubblico di Aveiro (Portogallo) include percorsi pedonali e didattici, un albero genealogico e un ricco palinsesto di attività per attirare tutte le fasce d’età. La prova del suo successo sta nella partecipazione trasversale al progetto: il 18% di anziani, il 23% di bambini e il restante tra adulti e giovani.

  • Anziani fanno attività fisica in un'area attrezzata in riva al mareLa Spagna è il Paese da cui questo trend è partito e infatti conta oltre 50 parchi realizzati. Il tema sportivo la fa da padrone nella maggior parte dei casi e viene indicato come soluzione al duplice problema della perdita di mobilità e dell’isolamento. 

  • Due anziani fanno esercizio fisico all'aperto, su un attrezzo in un parcoAll’interno di Hyde Park, a Londra, è stata progettata una palestra a cielo aperto, che assicura un buon livello di accessibilità a tutti e facilità d’uso. Per creare momenti di condivisione vengono organizzate regolarmente delle lezioni guidate da istruttori.

Il potenziale di questi spazi è enorme e ancora in buona parte inesplorato. Si tratta sicuramente di un modo per trasformare e dare valore alle città in cui viviamo nell'ottica dell'inclusività  tra e per le generazioni.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Catterina Seia, Creative Ageing. Aggiungere giorni alla vita e vita ai giorni, IBSA Foundation

Cristina De Rold, Nel 2020 le persone over 60 sono più numerose dei bambini sotto i 5 anni, Il Sole24Ore

Ricerca Creative Ageing, BAM! Strategie Culturali

Global Age Friendly Cities, World Health Organization

Together Old & Young. A Review of the Literature on Intergenerational Learning Involving Young Children and Older People, European Commission


Sport per tutti! Come lo sport urbanism trasformerà le città

[4 minuti di lettura]

 

Chi non ha mai desiderato fare sport in un luogo vicino a casa, verde, all’aperto e gratuito? Fare sport in città può essere complesso, se non si sviluppano spazi pubblici attrezzati ed efficienti che magari possano essere luoghi di ritrovo e socialità. È quanto sta accadendo con lo sport urbanism.  

Il ruolo sociale dello sport 

I benefici fisici e mentali del fare sport sono già noti, ma negli ultimi anni è stata posta grande attenzione anche sull’utilità sociale della pratica sportiva. Prima di tutto lo sport svolge un ruolo importantissimo nella formazione, nello sviluppo e nell'educazione e non solo dei bambini: rispetto degli avversari e delle regole, allenamenti costanti, voglia di migliorarsi sempre sono elementi fondamentali.  

Lo sport, in quanto linguaggio universale, ha però anche la capacità di tessere relazioni. Il suo valore come attivatore di comunità è sempre più riconosciuto: un modo per conoscere meglio sé e gli altri, per promuovere la bellezza dello stare insieme in armonia con l’ambiente. La capillarità di associazioni sportive sul territorio assicura lo sviluppo di connessioni anche dove il tessuto sociale è più sfilacciato, nei quartieri più fragili, in cui inclusione e cura possono fare la differenza. 

Cos’è lo sport urbanism? 

Il termine in sé è ancora poco conosciuto, ma la pratica ad esso connessa è un trend in crescita e con un enorme potenziale. Fare sport urbanism significa implementare la pratica sportiva nelle aree urbane, in spazi pubblici e all’aperto (dunque accessibili a tutti). Per farci un’idea del potenziale di questo tipo di spazi è sufficiente un dato: in Italia quasi una persona su due pratica sport all’aperto. Questo effettivo interesse è però contrapposto alla scarsità di spazi attrezzati a disposizione. 

Ciò significa che anche micro interventi che restituiscono spazio agli sportivi producono effetti molto più ampi e significativi, allargati alla comunità tutta.  Dare nuova vita a spazi pubblici urbani attraverso lo sport significa rendere un'area o anche un intero quartiere più vivibile, creando isole di socialità. Per questo lo sport urbanism è una delle modalità sempre più utilizzate per fare rigenerazione urbana. 

Il carattere pubblico dello sport urbanism garantisce l’accessibilità (spaziale ed economica) a chiunque voglia praticare uno sport. Se siamo già abituati a vedere campi da basket o da calcetto sparsi nei parchi o nelle piazze delle nostre città, altri sport stanno emergendo. Viene espressa grande richiesta anche per discipline considerate di nicchia, come l’arrampicata, o per attività di tendenza – calisthenics in primis - che faticano però a trovare attrezzature adeguate negli spazi pubblici. 

Di quali attività parliamo, quindi, quando parliamo di sport urbanism?  

Interventi e possibili progettualità 

Un primissimo livello è la possibilità di organizzare eventi o attività sportive. Si tratta di momenti in cui la comunità si riunisce e crea connessioni, ma anche una possibilità di mettere in moto circoli virtuosi per il tessuto economico.  

Per facilitare queste occasioni, oltre che un utilizzo quotidiano, si possono riqualificare (o creare ex novo) spazi sportivi e sociali, con modalità innovative e di impatto, passando così a un secondo livello. L’innovazione può consistere nell’uso di attrezzature all’avanguardia, ma non solo. Anche attività più semplici, come l’inserimento di attrezzi “base” o perfino la sola colorazione delle superfici, oppure un insieme di una o più delle attività esposte. L’uso creativo del rivestimento colorato non migliora infatti solo l’estetica di un luogo, ma serve infatti creare il cosiddetto “place keeping”: a rendere cioè palese che certi spazi possano e debbano essere usati da chi vive lì vicino in maniera consona alla destinazione: un modo per unire bellezza e sostenibilità.  

I progetti di sport urbanism hanno inoltre il pregio di poter riunire altre funzioni all’interno di un unico spazio: aggiungendo qualche arredo diventano luoghi di aggregazione non necessariamente legati alla sola pratica sportiva e possono interessare così un target intergenerazionale.  È possibile inoltre arricchire l’area con alberi e vegetazione, creando in questo modo delle piccole oasi di benessere in città trafficate.  

Il ruolo dei brand 

Considerato il potenziale, non c’è da stupirsi se sempre più brand decidono di supportare progetti di sport urbanism.  

Il brand, insieme alle istituzioni pubbliche, realtà locali e i diversi stakeholder, ha la possibilità di diventare un «attore attivo» per la valorizzazione delle città. Con lo sport urbanism finanziato dalle aziende si genera infatti un innovativo modello «win-win» in cui il brand coinvolto nel progetto di rigenerazione urbana beneficia in termini di visibilità e di posizionamento di marca e la città ha ricadute positive e durature per gli abitanti. Ci sono già diversi esempi di sport urbanism: chi non ha mai visto il grande playground di Pigalle creato da Nike? Ma esistono anche dei casi italiani.  

Armani Exchange ha finanziato la riqualificazione di ben 5 campetti da basket pubblici a Milano, con l’obiettivo di rendere gli sport “di strada” accessibili a tutti. Allo stesso tempo, il loro rinnovamento come spazi di quartiere è un invito perché tornino ad essere luoghi di socialità per tutti gli abitanti.  

Samsung, invece, ha realizzato una “palestra” per il fitness all’interno dei Giardini Pubblici Montanelli a Milano: attrezzatura di design che può essere usata da chiunque, circondati dal verde, e guidati via app negli esercizi. 

A Roma, invece, IGT ha supportato la trasformazione del Casilino Sky Park, da tetto di un parcheggio a parco sopraelevato, in cui lo sport è protagonista. Campi sportivi di calcetto, basket, padel e skateboard, tutti valorizzati con opere di arte urbana. 

Sono contributi che dimostrano quanto i brand oggi possano agire come attori sociali, facendosi portatori dei valori di sostenibilità, benessere e cura delle comunità attraverso progetti concreti e d’impatto. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

“I minori e lo sport”: presentato il rapporto nazionale, Con i bambini

How to develop urban sport by adapting the city landscape, Paysalia

Giulia Pacciardi, L’evoluzione del Pigalle Duperré Court, Collateral

Giovanna Migone, A Milano il basket è firmato Giorgio Armani: diventa sponsor per riqualificare cinque playground, La Repubblica

Casilino Sky Park website


Arrivano i parklet: meno parcheggi, più spazio per la comunità!

[4 minuti di lettura]

 

Città trafficate. Auto parcheggiate ovunque. Poco spazio per i pedoni e ancora meno per sedersi e incontrarsi per strada. E se ci fosse un modo per sottrarre spazio alle auto e trasformarlo in un luogo identitario, collettivo e sostenibile? I parklet possono essere la soluzione! 

Persone sedute su un parklet in legno, circondate da aiuole verdi e piccoli cassoni con ortiI dati ci dicono che le auto rimangono ferme e inutilizzate per il 95% del loro ciclo di vita. Sorge quindi spontanea una domanda: cosa si potrebbe fare con lo spazio prezioso che nelle nostre città è dedicato esclusivamente al parcheggio di auto private? Ascoltando il desiderio espresso da molti cittadini di riconnettersi e di creare comunità, oggi è essenziale restituire spazio alle relazioni. I parklet fanno proprio questo: “erodono” il dominio dell’asfalto per creare piccoli spazi di quartiere a “misura d’uomo”. Ma partiamo dall’inizio: cosa sono i parklet? 

I parklet: temporanei, sostenibili, sperimentali 

Il parklet può essere considerato come un’estensione del marciapiede, solitamente ricavata dallo spazio liberato da uno o più posti auto. È pensato per offrire maggiore spazio e servizi ai cittadini che usano la strada: un luogo d’incontro dove fermarsi, sedersi e socializzare che, allo stesso tempo, può mettere a disposizione altre funzioni. Può ospitare, ad esempio, rastrelliere per parcheggiare le biciclette o postazioni di ricarica per mezzi elettrici, promuovendo così pratiche di mobilità sostenibile. Inoltre i parklet presentano spesso una componente verde e possono essere arricchiti da arredi di design o da opere artistiche. 

Struttura di un parklet dall'alto, che mostra l'ingombro al posto di un parcheggio auto.Il parklet è una pratica di urbanismo tattico: si tratta di un modo per sperimentare un uso diverso degli spazi della città e promuovere la vivibilità dei quartieri. Per questa ragione si caratterizza spesso come un intervento temporaneo, oltre che modulare ed economico. Questa sperimentazione è utile per testare soluzioni, anticipare benefici e indirizzare in modo ragionato interventi futuri e permanenti di riqualificazione urbana. Ovviamente i parklet portano anche dei vantaggi nell'immediato. 

A cosa servono? 

Possiamo dire che i parklet permettono il recupero di non-luoghi urbani a favore della comunità: le strade tornano ad essere uno snodo vitale nella vita di quartiere e non più semplici arterie trafficate o parcheggi. Si tratta di una risposta sociale e sostenibile che restituisce un’identità a porzioni di città anonime. 

Parklet in legno colorato, parzialmente coperto, con persone sedute ai tavoliÈ poi innegabile la spinta che viene data al ripensamento della mobilità cittadina: realizzare un parklet è l’occasione per considerare nuove strategie mirate alla riduzione del traffico veicolare a vantaggio della mobilità sostenibile. Strategie necessarie, se consideriamo che l'Italia è al secondo posto per numero di auto per abitante e abbiamo città tra le più trafficate al mondo. A conferma dell’impatto che questi piccoli interventi possono avere, i dati parlano chiaro: il traffico pedonale aumenta fino al 44% nelle strade con parklet. La ragione è che le persone si sentono più sicure nel frequentare queste strade e trovano nello spazio pubblico dei luoghi che racchiudono in sé svago e servizi. 

In seguito all’implementazione di parklet, molte zone hanno registrato un aumento della vivacità nella frequentazione: il desiderio infatti di ritrovarsi all’aperto, circondati dal verde, rallentando i ritmi di vita frenetici, viene esaudito in questi piccoli spazi funzionali. 

Parklet in legno con sedute e vasi con fiori incorporati nella strutturaTalvolta emergono preoccupazioni da parte dei commercianti che hanno il punto vendita in corrispondenza di queste aree di sperimentazione: eliminare parcheggi danneggia le attività locali? In realtà ricerche internazionali dimostrano che progettare strade più facili da percorrere a piedi e in bicicletta ha un riflesso positivo sugli affari. I parklet, per loro natura, estendono anche la superficie disponibile per i posti a sedere all’aperto e, dati alla mano, quasi il 14% dei negozi registra un aumento del proprio giro d’affari come risultato della loro installazione. In definitiva, nel medio termine, si tratta di una situazione win-win per l’intera comunità: pedoni e commercianti. 

Un trend da tenere d’occhio 

Parklet di legno con copertura, sedute e altalene Negli Stati Uniti e in Europa del Nord questa tipologia di progetto è ormai diventata una pratica consolidata, promossa dalle stesse amministrazioni pubbliche all’interno di politiche urbanistiche sostenibili. In Italia, invece, l’installazione dei parklet stenta ancorai. Da noi, quello che più si avvicina all’idea di parklet sono i dehors, che tuttavia restano ad uso privato, al contrario dei parklet, che mantengono a tutti gli effetti la propria caratteristica di luogo pubblico. Sono infatti spazi di collaborazione, gestiti in genere attraverso partnership con aziende adiacenti o residenti del quartiere, che mantengono vivo e pulito lo spazio. 

In conclusione, è auspicabile che anche le nostre città si lancino nella sperimentazione, per diventare davvero “smart”. I parklet sono un’opportunità per riattivare la vitalità (e l’economia) di spazi e comunità, seppure con interventi di piccola scala e mirati. Un modo per ripensare la città e le sue strade come luogo davvero pubblico e “nostro”. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Cos'è un parklet?, Needle Agopuntura Urbana

Gabriele Sangalli, Da parcheggio a spazio di vita: i parklet, Bike Italia

Francesco Amato, Spazio urbano: quelle stanze a cielo aperto che “rosicchiano” l’asfalto, Il Giornale dell'Architettura

Luca Carra, Traffico: cosa può imparare l'Italia dal resto d'Europa, Scienza in Rete

Gianluca Brambilla, Secondo TomTom Milano è la quinta città più trafficata al mondo, Open

Parklet, Global Designing Cities Initiative

Laura Laker, Five fantastic parklet designs and why we need, Zag Daily


"Vogliamo strade scolastiche!": interventi per spazi sicuri, sociali ed educanti

[4 minuti di lettura]

 

Bambini, genitori, associazioni stanno facendo sentire la loro voce: traffico, smog, pericoli negli spazi antistanti le scuole sono problemi sempre più sentiti. Ne è prova il gran numero di richieste ricevute dal Comune di Milano per liberare le vie davanti agli edifici scolastici dalle auto, almeno negli orari di entrata e uscita.  

Bambini e genitori dipingono segnaletica colorata per terra.Questa sensibilità è nata in modo spontaneo e si esprime – oltre che con richieste formali alle municipalità - con il lancio di campagne di sensibilizzazione e mobilitazione, anche di respiro internazionale. La coalizione europea Clean Cities Campaign, che riunisce oltre 60 associazioni ambientaliste, ha lanciato una giornata di mobilitazione sulle strade scolastiche – Street for Kids! 

Ma cosa sono le strade scolastiche? 

Le strade scolastiche 

Sono strade o piazze adiacenti ad una scuola, in cui viene vietato il traffico di autoveicoli privati in modo temporaneo o permanente. Oppure, vie in cui viene messo in sicurezza un percorso o ridotta la carreggiata in favore della viabilità pedonale. L’obiettivo principale è rendere la scuola raggiungibile in sicurezza a piedi o in bici e vivibile anche nei suoi spazi esterni. 

Piazza pedonale colorata, con panchine, persone sedute e giochi per bambini.Da cosa deriva questo interesse per lo spazio davanti agli ingressi delle scuole? È sicuramente uno degli spazi urbani che i bambini vivono con più intensità: ci si costruiscono le prime amicizie, si sperimentano le prime autonomie e le prime relazioni sociali. Immaginando che uno studente ci si soffermi anche solo una mezz’ora al giorno, ci passerà circa 800 ore durante la sua carriera scolastica tra i 6 i 14 anni. L’equivalente di mezzo anno scolastico! È quindi evidente che il benessere dei bambini dipenda anche dalla loro esperienza di questi spazi “di transizione”. 

Quali vantaggi per le strade scolastiche? 

Colorazione delle strisce pedonali in un incrocio stradale.In primis, le strade scolastiche assicurano meno traffico e meno incidenti stradali, tutelando la sicurezza dei bambini. Gli assembramenti di auto davanti alle scuole sono pericolosi, limitano la visuale, spesso rendono inagibili corsie ciclabili e pedonali. Per non parlare della velocità di percorrenza, spesso non adeguata al contesto. Non sorprendono i numeri dei bambini feriti da auto in Italia, che arrivano fino a 30 al giorno.  

Riappropriandosi dello spazio in sicurezza viene incoraggiata anche la mobilità attiva negli spostamenti casa-scuola. Andare in bici o muoversi a piedi è un gesto di cura verso il pianeta ed è un modo semplice per educare alla sostenibilità sin dalla tenera età. Ma, soprattutto, fare movimento è una componente essenziale per il benessere psico-fisico di tutti. 

Ragazzi seduti su panchine fuori da una scuola. Asfalto colorato.Non dimentichiamoci poi che il settore trasporti contribuisce a un quarto delle emissioni inquinanti in atmosfera. I tassi di inquinamento davanti alle scuole sono molto alti, spesso ben oltre la soglia limite, con ovvie ricadute sulla salute dei bambini. 

Un ultimo fattore da non sottovalutare è il beneficio che deriva da spazi più vivibili per il gioco libero, la socializzazione e l’autonomia. I livelli di autonomia dei bambini italiani per gli spostamenti quotidiani sono tra i più bassi a livello internazionale: quelli che vanno abitualmente a scuola da soli sono solo il 7%, rispetto al 23% degli inglesi e al 47% dei tedeschi. Allenare all’autonomia forma dei futuri cittadini più consapevoli, attenti e indipendenti. 

Idee e soluzioni 

Piazza con colorazione a terra. Modifica della viabilità ha permesso di creare un'isola pedonale, percorsa da persone a piedi e in bici.La regolamentazione del traffico è una risposta efficace che può andare di pari passo con altri interventi, più o meno piccoli, più o meno definitivi. Si possono realizzare isole pedonali, ad esempio, che tutelano chi si muove a piedi. O pensare ad interventi di urbanistica tattica, che rimodellano temporaneamente lo spazio pubblico, sottraendolo alle auto e ai parcheggi in favore di spazi verdi e di aggregazione. Anche una semplice colorazione sull’asfalto può fare la differenza: delimitare o indicare in modo colorato gli spazi dedicati ai pedoni riduce gli incidenti, perché richiama l’attenzione dei guidatori. Un ottimo esempio è l’Asphalt Art Initiative, che da anni coniuga sicurezza stradale e arte pubblica (ne avevamo parlato qui). 

Queste iniziative sono particolarmente di impatto se si inseriscono in operazioni di ripensamento dello spazio più ampie, come l’implementazione di percorsi ciclabili o pedonali nelle città.  

A che punto siamo in Europa? E in Italia? 

Bambini che giocano fuori dalla scuola in libertà, in uno spazio sicuro.Le strade scolastiche sono diffuse ormai da anni in paesi come Danimarca, Svezia, Svizzera, Germania, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi – che non a caso sono al vertice di tutte le classifiche sulla mobilità sostenibile. Londra ne ha implementate più di 500, Parigi 180 e Barcellona 100. E in Italia? Siamo ancora in una fase sperimentale ma alcuni tentativi sembrano riscuotere successo. A Milano si raddoppia l'impegno grazie ai bandi pubblici, mentre a Roma i tentativi sono ancora sporadici.  La prima città ad applicarle è stata Bolzano, nel lontano 1989, e inizialmente gran parte della cittadinanza si è opposta a questa decisione. Oggi Bolzano è la città italiana in cui i bambini vengono accompagnati a scuola in auto con meno frequenza – e il 60,7% di loro si muove a piedi o in bici. 

La prospettiva di città più sostenibili passa anche per le strade scolastiche. Un modo per i cittadini più giovani (e non) di esercitare il loro diritto a respirare aria pulita, avere spazio di gioco e crescita e muoversi in sicurezza. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Street for Kids, Clean Cities Campaign

Habitat Scuola, Polimi

Piazze Aperte, bando Comune di Milano

Strade scolastiche blogspot

Strade Scolastiche: il 21 ottobre iniziative in tutta Europa, Bike Italia

Le strade scolastiche e la campagna Streets for kids, Rinnovabili.it

 


La città può diventare un brand sostenibile?

[3 minuti di lettura]

 

Come scegliamo dove vivere o dove aprire una nuova attività? Tra i fattori consideriamo sicuramente quanto una città è attrattiva. Sul lato economico, infrastrutturale e dei servizi.  

Illustrazione di una città, con edifici con molto verde e alberi, che contrastano uno sfondo fatto di inquinamentoSi tratta di place branding, che considera l’identità competitiva di un luogo. Succede per le città ma anche per le nazioni. Negli ultimi anni, la sostenibilità è entrata di diritto tra gli elementi che determinano il brand di una città. City branding e sviluppo urbano sostenibile hanno infatti una relazione a doppio senso: la percezione della competitività di una città attrae risorse per lavorare su infrastrutture e servizi per la comunità; che a loro volta aumentano l’attrattività di una città, considerata come modello di sostenibilità a tutto tondo. 

Cosa rende una città attrattiva? 

Lasciando da parte l’attrattività turistica, concentriamoci sul valore della sostenibilità urbana per il tessuto sociale ed economico. C’è sicuramente un primo livello “tangibile”: infrastrutture, servizi, mobilità, spazi verdi per la comunità. Su questo si costruisce un secondo livello, quello della partecipazione e della cittadinanza attiva: i cittadini sono attori attivi nelle decisioni che riguardano la propria comunità, arrivando anche a gestire direttamente alcuni beni comuni (ad esempio gli orti condivisi).  

Quindi, quali sono alcune iniziative che rendono sostenibile una città? 

  • Bici a noleggio per muoversi in città sfruttando la sharing mobility.Implementare una rete di trasporti accessibili e sostenibili, che sia con l’utilizzo di energia pulita, con la messa in sicurezza delle piste ciclabili o con l’incentivo della sharing mobility. 
  • Progettare spazi pubblici ascoltando le comunità di fruitori, per incoraggiare la socialità, l’inclusione e la creazione di comunità di prossimità e di cura.  
  • Garantire ad ogni cittadino l’accessibilità ad almeno uno spazio verde nei dintorni della propria abitazione. I benefici del verde sul benessere fisico e psicologico sono ormai comprovati, e vanno ad aggiungersi agli effetti di mitigazione ambientale di cui le città necessitano. 
  • Facilitare meccanismi di cooperazione tra amministrazioni, cittadini e imprese per raggiungere obiettivi condivisi. Tra questi, una pratica di successo è quella dei patti di collaborazione, stipulati tra i vari attori per raggiungere un obiettivo comune, che spesso riguarda la rigenerazione e la gestione di beni comuni. 
  • High Line New York. Passeggiata verde da ex circuito ferroviario rigenerato.Valorizzare l’esistente attraverso la rigenerazione urbana: un modo per garantire la trasformazione “smart” con emissioni inferiori e, allo stesso tempo, per “ricucire” il tessuto di relazioni e di servizi nelle comunità. 
  • Promuovere pratiche circolari, come quelle messe a disposizione dalla sharing economy o come il recupero e la ridistribuzione delle eccedenze alimentari. 

Misurare il city branding: gli indici 

Ci sono molti indici che valutano l’attrattività delle città, di cui forse il più generico è il City Brand Index. Tuttavia, a dimostrazione della crescente rilevanza della sostenibilità urbana, i progressi delle città si misurano anche con nuove metriche, improntate a valutare questo aspetto nelle sue sfaccettature. 

Piantina dell'Italia che con diversi colori e dimensioni mostra la qualità della vita nella città italiane.Per una visione globale c’è il Sustainable Cities Index, che valuta la sostenibilità secondo tre pilastri: pianeta, persone ed economia. In questa classifica svettano i paesi scandinavi – Oslo, Stoccolma e Copenaghen sono sul podio – ed è interessante notare che nelle prime 20 posizioni, più della metà sono città europee. Sulla stessa linea, il Liveability Ranking and Overview determina le città più vivibili considerando i parametri di stabilità, salute, cultura e ambiente, educazione ed infrastrutture. Così come, ogni anno, le città italiane vengono classificate a seconda della qualità della vita, tenendo conto di lavoro, ambiente, salute, sicurezza e cultura. 

Persone che vanno in bicicletta in sicurezza in città, percorrendo piste ciclabili.Si può notare già da una panoramica generica che la sostenibilità (nella sua concezione più ampia) fa da padrona in gran parte dei parametri considerati. In ogni caso, ci sono classifiche per tutti i gusti, utili anche per indirizzare amministrazioni e soggetti privati nell’impegno per città sostenibili. Un esempio? Per conoscere la situazione della mobilità ciclabile c’è il Global Bicycle Cities Index: quantità e qualità delle infrastrutture, uso e sicurezza nell’uso del mezzo, propensione a servizi di sharing hanno incoronato Utrecht come città più ciclabile del 2022. 

Qualche considerazione sull’Italia 

Cercare l’Italia in questi report richiede sempre un po’ di pazienza: se l’attrattività turistica del nostro Paese ci posiziona in alto, c’è ancora del lavoro da fare per rendere competitive le nostre città riguardo lo sviluppo urbano sostenibile. Consultare questi indici non deve però essere un processo punitivo, anzi può ispirare a seguire l’esempio di chi già da anni riflette e investe sul futuro delle città. Che siano interventi grandi o piccoli, è tuttavia chiaro che i risultati si possono ottenere solo con uno sforzo collettivo. I privati, che siano singoli cittadini, brand o soggetti del Terzo Settore, possono contribuire (e poi beneficiare) in modo unico e complementare allo sviluppo di città sostenibili e attrattive.  

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Rachel Collison, What is Place Branding?, Nifty

Martina Panarello, City Branding: comunicare l’identità di una città, Marketing Espresso

City Brand Index 2022

Sustainable City Index 2022

The Global Liveability Index 2022

Qualità della vita 2022, Sole 24 Ore

Global Bicycle Cities Index 2022


I parchi che "galleggiano nel cielo": esempi di rigenerazione urbana co-creativa

[5 minuti di lettura]

 

L’idea di “crescita” delle città come pura espansione del costruito non è più attuale, né sostenibile. Oggi le città possono crescere in modo più intelligente, cioè attraverso la rigenerazione dell’esistente. High Line, New York. Vista dall'alto della linea ferroviaria trasformata in parco urbano. Vasi con piante e fiori. Persone che camminanoQuesto tipo di operazione non strizza l’occhio solo alla sostenibilità ambientale e alla convenienza economica, ma può essere un modo per “ricucire” il tessuto di relazioni e di servizi. Quello che Renzo Piano chiama “rammendo urbano”. 

Quando la riqualificazione dell’esistente si sposa con il verde urbano nascono progetti come quelli delle highline, i parchi che "galleggiano in cielo", come risultato della rigenerazione di infrastrutture in disuso (spesso linee ferroviarie). 

Parchi sopraelevati: come e perché

Di solito questi progetti hanno delle componenti ricorrenti, dalle quali derivano anche i molteplici benefici.  

  • High Line, New York. Una donna fa sport circondata dal verde, su un viadotto sopraelevato che passa attraverso la città.Piantare nuova vegetazione è un must. Tutte le città hanno bisogno di ampliare le proprie zone verdi per motivi ambientali, di salute e anche per un più generico benessere psico-fisico. 
  • La socializzazione e la creazione di comunità sono fattori sempre importanti, soprattutto in città grandi e dispersive. Per questa ragione gran parte di questi parchi predispone aree dedicate favorire riconnessioni sociali come orti condivisi, spazi per eventi e aree sport. 
  • Recuperare e dare nuova vita a strutture architettoniche non è solo un gesto di rispetto verso il pianeta – investimenti e inquinamento inferiori rispetto a costruzioni ex novo – ma è anche una dimostrazione di attenzione e cura verso chi quei luoghi li vive già.  
  • È stato verificato che l'attività di rigenerazione accresce l’attrattività turistica di una zona, fino a farla diventare una meta turistica, come è successo a New York.  

Sarebbe fantastico poter elencare solo aspetti positivi, ma è giusto sottolineare il potenziale emergere di qualche criticità. La principale viene definita "eco-gentrificazione" ed è un fenomeno che, per esempio, si è già verificato a New York. Gli interventi di rigenerazione rendono infatto più attrattiva una certa area in cui il valore immobiliare sale esponenzialmente. Il rischio è che alcuni abitanti vengano “espulsi”, con un aumento quindi delle disuguaglianze.  

Promenade Plantée, Parigi 

Promenade Plantée, Parigi. Ex viadotto ferroviario rigenerato trasformato in un parco sopraelevato con piante e servizi.Meno conosciuta della High Line newyorkese, la “via verde” parigina è tuttavia il progetto capostipite del genere. Inaugurata nel 1993, è frutto della riconversione di un viadotto ottocentesco, che si allunga per più di 4km tra l’Opéra Bastille ed il parco Bois de Vincennes. 

La passeggiata si sviluppa su diversi livelli: a volte scorre sopraelevata, tra il verde, altre volte a livello della città, dove incrocia piste ciclabili. Alcune porzioni sono racchiuse in tunnel, altre tra i muri degli edifici, altre ancora danno su parchi e giardini. Si tratta di un altro modo per godersi Parigi nella sua varietà di stili e panorami. 

Promenade Plantée, Parigi. Uno dei giardini colorati che si incontrano lungo la highline rigenerata.L’attenzione alla bellezza e all’armonia ricade anche sulla scelta della vegetazione, selezionata sia per le sue proprietà olfattive che per quelle estetiche. Passeggiando si trovano piante di ciliegio, aceri, cespugli di lavanda e corridoi di bamboo. Lungo il tracciato si incontrano anche dei piccoli giardini, ciascuno dedicato a un tema vegetale differente. 

Per dare spazio anche ai servizi, è stata creata una sezione della Promenade dedicata all’arte e all’artigianato - il Viaduc des Arts - ricavata nei portici sotto il viadotto. 

High Line, New York 

Pur non essendo il primo, è sicuramente il parco sopraelevato più famoso al mondo. La High Line è diventata il punto di riferimento quando si parla di rigenerare aree sopraelevate abbandonate.

High Line, New York. Spazio gioco per bambini realizzato recuperando le strutture originali della linea ferroviaria rigenerata. La sua progettazione condivisa è ciò che la rende così funzionale e attrattiva. Si tratta infatti di un percorso progettuale nato dall’ascolto che ha dato i suoi frutti. Sulla High Line, ognuno può trovare il proprio spazio: fare una sessione di meditazione, partecipare a un concerto o anche solo bersi un drink con vista sulla città. 

Un ottimo esempio di ciò che è possibile implementare è Pershing Square Beams, ovvero ciò che potremmo definire come un parco giochi creativo.
In quest'area l’asfalto è stato rimosso e le travi sono state ricoperte di silicone, in modo che i bambini possano scavalcare, nascondersi e giocare in un ambiente con  con travi, periscopi, tubi e altri elementi appositamente ideati per loro.
 

Camden Highline, Londra 

Camden Highline, Londra. Parco sopraelevato con aiuole e piante, sedute.Risale a poco tempo fa il via libera per trasformare un viadotto ferroviario in disuso in una nuova arteria verde. Il giardino si estenderà tra il quartiere di Camden Town e il distretto di King's Cross. L'elemento particolare di questo progetto è che i treni continueranno a transitare di fianco al parco. 

La logica del progetto è di fornire alla comunità locale uno spazio verde necessario e molto atteso. Le aree in cui si svilupperà sono infatti ad alta densità abitativa e si stima che questo intervento fornirà accesso al verde a più di 20.000 persone. È stata addirittura fatta una stima (intorno ai 5 milioni di sterline) del valore dei benefici su salute e socializzazione.

Camden Highline, Londra. Strutture ricoperte di verde ma funzionali per il gioco dei bambini. Opere di urban art lungo la passeggiata.La popolazione locale è stata coinvolta, sin dalle prime fasi di ideazione, per sviluppare insieme il concept di progetto. In questa direzione, per mantenere viva la storia e il significato del luogo, verranno mantenute e incorporate le strutture dei ponti e le vecchie scale della ferrovia. Per trasformare invece il viadotto in un luogo d'interazione quotidiana, sono stati pianificati spazi di vario tipo. Si va dalle aree gioco agli orti condivisi, dalle aule all’aperto a zone a disposizione degli artisti locali per raccontare la storia e la cultura del luogo. Grande cura è stata riservata agli spazi verdi. Ci saranno diverse sezioni tematiche: dal bosco alla campagna inglese, dagli orti alla vegetazione più selvaggia. Si tratta infatti di un modo informale per educare all’ambiente, accompagnando i visitatori a scoprire i diversi ecosistemi. 

Precollinear Park, Torino 

Precollinear Park, Torino. Un parco che si sviluppa lungo la ex linea del tram, con arredi e spazi di condivisioneAnche in Italia si inizia a sperimentare questo modello. Nel capoluogo piemontese, il tracciato di una vecchia linea tranviaria è stato trasformato in un parco urbano lineare. Non si tratta di un percorso sospeso, ma presenta caratteristiche simili alle highline, a dimostrazione che di quanto flessibile e creativo possa essere ogni singolo progetto. 

Un’altra unicità è che l’intervento è nato come temporaneo, per assecondare le regole di distanziamento durante la pandemia senza rinunciare alle connessioni sociali. Un esercizio di immaginazione collettiva a cui hanno partecipato più di 700 residenti, guidati dall’associazione Torino Stratosferica, da cui sono nati i primi interventi. Precollinear Park, Torino. La comunità passa del tempo insieme nel parco rigenerato, socializzando anche di sera.Per renderlo uno spazio accogliente e di condivisione, sono state installate delle sedute in legno, circondate da piante e fiori. Un cambiamento che può sembrare piccolo e minimale, ma che assume un grande valore se consideriamo che è stato possibile grazie al crowdfunding e all’impegno dei cittadini in prima persona. Proprio per questo il cuore del progetto non risiede, al momento, tanto nelle infrastrutture materiali, ma nella serie di incontri culturali e ricreativi che vengono organizzati, sempre prestando ascolto a chi vive il luogo. 

 

Dai casi che abbiamo approfondito può sembrare che le highline siano un trend localizzato ma la sensibilità per questo tipo di parchi è davvero globale. Per fare un esempio, Seoul ha da anni la sua high line, il Seoullo 7017 Skygarden, che avevamo già raccontato qui.  

Questi progetti, per la loro natura sfaccettata che unisce verde, cultura e socialità, mettono in moto un circolo virtuoso che ha ricadute sul benessere complessivo delle comunità. Per questo sono casi stimolanti da tenere a mente quando pensiamo al futuro delle nostre città.  

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Gina Pace, Not Just the High Line: 10 Great Elevated Parks You Should Visit, The Points Guy

Promenade Plantée, Lonely Planet

Andrea Zanin, PROMENADE PLANTÉE, IL “FILO VERDE” DI PARIGI, VilleGiardini

High Line New York website

Camden Highline website

Elmar Burchia, Londra come New York e Parigi, in arrivo una Highline verde: ecco il “parco nel cielo” della capitale inglese, Corriere della Sera

Precollinear Park website

Dima Stouhi, Torino Stratosferica Transforms Abandoned Tramway into Vibrant Urban Park, ArchDaily


Arte urbana e realtà aumentata: una combinazione vincente?

[4 minuti di lettura]

 

Sempre più spesso gli spazi urbani vengono caratterizzati da opere di street art da parte di artisti e ormai consideriamo questo elemento come parte integrante del paesaggio urbano. L’arte urbana è infatti da sempre uno strumento in grado di stimolare l'interesse e il dibattito nella società in cui viviamo. Nel fare questo, spesso aggiunge anche una caratterizzazione distintiva allo spazio pubblico, con cui i cittadini interagiscono. Per questo murales e graffiti vengono considerati veicolo ed espressione di identità.  

Allo stesso tempo l'interazione con il digitale è ormai una condizione necessaria per fruire in modo efficace delle città. Si tratta quasi di una conseguenza "fisiologica" quindi il fatto che arte urbana e digitale si incontrino e si fondano.

L’uso del digitale in generale e, in particolare, della realtà aumentata è diventato comune negli ultimi anni, con street artisti che creano murales animati ovunque nel mondo. Ma c'è veramente qualcosa di positivo in questa tendenza? 

Potenzialità della combinazione arte urbana-digitale

Ciò che rende la street art così unica è il suo essere effimera. Può essere cancellata o rimossa in ogni momento. Oggi, il tema della sua conservazione si pone con maggiore frequenza, perché viene riconosciuta come veicolo di identità e portatrice di memoria storica. Che come tale merita di essere salvaguardata e trasmessa ai posteri. Il digitale può rispondere in parte a questa nuova esigenza, documentando le opere, sia per trasmetterle al futuro sia per necessità di studio e restauro. 

Allo stesso modo, essendo una forma d’arte che da sempre si colloca al limite tra il legale e l’illegale (per questo spesso sottoposta a rimozione), il digitale può preservarne l’esistenza e la fruibilità oltre la cancellazione materiale.  

Un’altra potenzialità racchiusa nel digitale è quella di consentire l’accessibilità dell'opera non solo agli abitanti di un luogo, ma estenderne la fruibilità a livello globale creando un legame tra locale e globale.

Un ultimo aspetto, che tra l'altro è anche il più interessante, è che, con la realtà aumentata, si può arricchire e perfino stravolgere l’esperienza artistica, permettendo una fruizione immersiva e interattiva che può combinare suono, video e immagini in un’unica esperienza. 

 “ARlines of the City”: fruizione globale e tutela 

Nel 2017, l’amministrazione di San Paolo (Brasile) ha scelto di “ripulire” i muri cittadini da murales e graffiti. Per rispondere a questa decisione, l’artista Giovanna Graziosi Casimiro ha deciso di ricollocare virtualmente le opere più significative – artisticamente e socialmente – su altri muri.  

Dopo una mappatura in loco, le opere sono state restituite alla collettività grazie alla realtà aumentata, sui muri di Boston, Vienna e Chicago. Un esperimento che non solo ha permesso di salvare dalla distruzione e dall’oblio delle espressioni creative, ma anche di far conoscere l’arte urbana brasiliana in altri luoghi. Un vero e proprio scambio culturale e visuale tra diverse città.  

“Immaginare Genova”: coinvolgimento e immaginazione collettiva 

Il progetto, promosso da Bepart, ha invitato i giovani ad immaginare il futuro della città e ad esprimere le proprie speranze e visioni in un museo diffuso a cielo aperto. Il valore di questa iniziativa sta proprio nel suo essere partecipata: come vedono la città gli adolescenti che ci vivono? E come se la immaginano nel futuro? Le risposte sono state espresse attraverso dei grandi poster che, una volta inquadrati, si animano e restituiscono una visione per il futuro. 

Una riflessione collettiva, che vuole restituire un ruolo attivo ai più giovani nell’immaginare lo sviluppo dello spazio urbano. L’arte diventa quindi un processo di apprendimento e di crescita, uno strumento di partecipazione e trasformazione dello spazio pubblico. 

A completare l’esperienza, sono stati organizzati dei tour guidati nei quartieri, così che queste suggestioni non rimangano confinate ma contribuiscano a riattivare la conversazione sulla città. 

Il MAUA: identità e partecipazione 

Il Museo di Arte Urbana Aumentata, sempre curato da Bepart, è il primo museo a cielo aperto che “espone” opere di street art in realtà aumentata: più di 1.200 opere. Tutto è iniziato da una riflessione sulle logiche, troppo spesso economiche ed effimere, legate al Fuorisalone di Milano e dalla volontà di costruire invece un’opera collettiva e identitaria. Coinvolgendo i diversi attori del territorio – designer, ricercatori, aziende, associazioni e musei - è stato avviato un processo di rigenerazione urbana partecipato dai cittadini. Il risultato è un percorso attraverso cui è possibile scoprire la storia della street art ma anche dei quartieri spesso ignorati. 

Il progetto si è esteso anche a Torino, in cui la logica partecipativa è ancora più evidente: le opere di arte urbana già presenti sono state mappate da giovani studenti, supportati da docenti di fotografia. È un esperimento che viene definito di “curatela diffusa” e che ha permesso anche di creare itinerari culturali inediti, in zone spesso poco valorizzate o periferiche. A partire dalla mappatura, dei creativi hanno trasformato le opere materiali in lavori digitali, in modo che la fruizione avvenga su un doppio livello: quello analogico, di scoperta della ricchezza del territorio, e quello digitale, che permette una lettura ulteriore grazie alla realtà aumentata. 

Questi esperimenti ci aprono a nuove possibilità: il digitale in generale e la realtà aumentata possono essere dei modi efficaci per creare, ricollocare, diffondere e conservare opere d’arte urbana, promuovendo il coinvolgimento sociale e culturale nelle città. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Augmented Reality And Street Art: Social And Cultural Engagement In The City, ARTVIVE

Nickolas Menescal, Augmented reality graffiti & AR street art, Basa Studio

Vatsala Sethi, Immersive public art redefining our relationship to public spaces, StirWorld

Valentina Vacca, Realtà aumentata e street art, Unclosed

MAUA Museum website

Bepart, Immaginare Genova


5 trend urbani del 2023 per città più smart e sostenibili

[4 minuti di lettura]

 

Siamo nel 2023 e già da un po’ il discorso sulla vita cittadina ruota intorno a queste parole: sostenibilità e inclusione, sicurezza, salute e accesso ai servizi. Le città dovranno riformulare i propri spazi per adattarsi a queste necessità e risultare così reattive e attrattive, sia per i propri cittadini, sia per attrarre talenti e visitatori.  

Sicuramente l’emergenza climatica tornerà al centro della conversazione, dopo che l’urgenza della gestione pandemica aveva rallentato questo impulso. Il 2023 dovrà quindi essere l’anno di svolta, in cui i governi e gli altri attori rilevanti – in primis le imprese – si impegneranno per una trasformazione concreta, globale ed efficace. Questa è anche la premessa che guiderà una serie di riflessioni e interventi per città più sostenibili. Quali sono, quindi, queste tendenze verso la sostenibilità urbana? 

1. Costruire infrastrutture verdi 

I benefici generati dal verde in città sono sempre più noti e, di conseguenza, stimolano una risposta nella pianificazione concreta. Le “infrastrutture verdi” giocano un ruolo importante contro gli effetti climatici estremi e non, mitigando l’aumento della temperatura, assorbendo l’inquinamento e arginando gli allagamenti, o supportando la biodiversità. 

Non dimentichiamo anche l’impatto positivo che il verde ha sulla qualità della vita dei cittadini, offrendo occasioni di socialità e di benessere psico-fisico. Che si tratti della rigenerazione verde di un quartiere esistente, di una pianificazione attenta del nuovo o di un uso più “sperimentale” dello spazio pubblico (giardini pensili, green roof), il tema del verde in città è qui per restare. 

Ed è un cambiamento di mentalità prima di tutto: Singapore, un tempo definita “città giardino”, ha iniziato a posizionarsi come “città in un giardino”, accelerando così la percezione della rilevanza del verde rispetto al costruito.  

2. Lavorare in spazi ibridi 

L’impatto della pandemia sul lavoro – e lo spazio di lavoro – ibrido è ancora difficile da calcolare. Sicuramente la flessibilità verrà sempre più incorporata anche nei luoghi di lavoro: spazi non più chiusi e settoriali ma basati su un utilizzo libero e vario, in cui riflettere, collaborare e socializzare. Un’apertura anche verso l’esterno, verso la città, che si può ottenere incorporando negli edifici privati servizi per la comunità, come spazi eventi e ristoranti. 

Un’importanza crescente viene assunta dall’inclusività e dalla sostenibilità dimostrate da un’impresa sia verso i suoi lavoratori sia verso l’esterno: due valori che incoraggiano il senso di appartenenza. 

 3. Curare la salute delle comunità 

Per quanto riguarda la salute, si andrà verso un ripensamento delle strutture ospedaliere privilegiando, anche in questo caso, l’accesso alla natura, che dà risultati comprovati nel recupero e guarigione dei pazienti. Inoltre, in città orientate sempre di più ai servizi di prossimità, si faranno spazio i centri di comunità, che terranno insieme diverse funzioni tra cui quella sanitaria. 

Allo stesso modo, il benessere fisico e mentale dovrà essere curato anche negli spazi esterni agli ospedali, pensando a luoghi di incontro intergenerazionale (parchi, centri di comunità) di cui possano beneficiare tutti, dai bambini agli anziani. 

4. Coinvolgere i cittadini  

Come risultato della crescita costante della popolazione urbana, le politiche diventeranno sempre più “people-oriented”, ovvero concentrate sulle persone. È un cambio di paradigma rilevante: dalle città concepite come insieme di infrastrutture alle città come organismi, in cui ogni sua parte comunica e collabora con le altre.  

In questo processo sarà essenziale coinvolgere i cittadini stessi nel ripensare gli spazi che vivono: un’opera continua di ascolto e progettazione partecipata per creare luoghi realmente a misura di persona, in cui riconoscersi. 

5. Creare spazi di prossimità inclusivi e accessibili 

Senza accessibilità non c’è sostenibilità. Che sia la strada davanti casa – come nel caso della One-Minute City svedese – o del quartiere nel raggio di 15 minuti, lo spazio prossimo è quello su cui si concentrerà l’attenzione.  

Lo spazio della strada deve essere progettato tenendo in considerazione le esigenze di tutti, dai bambini che vanno a scuola a piedi alle persone che si muovono in carrozzina. Questo significa inclusività. Di pari passo dovrà muoversi la mobilità pubblica, incentivando la mobilità attiva attraverso l’estensione e la messa in sicurezza di piste ciclabili e pedonali. E chissà che il trend delle città a 30 km/h non possa dare una spinta in questa direzione!

C’è poi la sfida abitativa, che oggi mette in risalto le disuguaglianze tra cittadini ma che dovrà evolvere per assicurare case di buona qualità per tutti: sicurezza e salute sono legate in modo inestricabile con l’accessibilità abitativa. A questo proposito, rigenerare e restaurare è l’alternativa più valida (e sostenibile) alla costruzione da zero di nuovi edifici.  

 

Il 2023 dimostrerà che le sfide urbane che ci aspettano verranno risolte solo con un approccio collettivo: saranno i cittadini stessi a valutare cosa deve essere migliorato e a lavorare insieme per creare un impatto profondo e duraturo. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Nicolaie Moldovan, Top 5 Smart City Trends For 2023, Europe of Cities

4 trends that could shape smart cities in 2023, Smart Cities Dive

Danielle McLean, 13 predictions about the trends that will shape smart cities in 2023, Smart Cities Dive

Cristina Mateo, Five Urban Trends for 2023, IE University

Nick Fairham, FIVE TRENDS SET TO SHAPE CITY DESIGN IN 2023, BDP

What will 2023 bring for cities? Our 10 predictions, CitiesToBe

Photos by NYC Parks, Mahan Rykiel Associates, We Work, Boris Zhitkov, Cosmogarden


Le città 30km/h arrivano in Italia: i casi europei a cui ispirarsi

[4 minuti di lettura]

Pochi giorni fa il Comune di Milano si è espresso a favore dell’introduzione del limite di 30km/h in tutta la città, a partire dal 2024. Un trend in crescita su cui le città lavorano già da anni, con zone 30 regolamentate ma localizzate soprattutto nei piccoli centri urbani. 

Non a caso, anche all’estero, sono state le città minori e decentrate a testare per prime queste misure. Ora anche le più grandi si stanno attivando – addirittura intere nazioni, come la Spagna, che dal 2021 ha il 70% delle strade con un limite di 30 km/h o perfino inferiore. 

Il limite viene applicato dove le persone vivono, lavorano, passano il loro tempo libero: le strade a ritmo lento rendono le città non solo più sicure, ma anche salubri, verdi e vivibili. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce un ruolo fondamentale per le città 30 nel raggiungimento di alcuni SDGs dell’Agenda 2030. 

Quali sono i benefici? 

  • miglioramento della qualità dell’aria e, di conseguenza, della salute pubblica 
  • promozione della mobilità attiva, ovvero degli spostamenti a piedi e in bicicletta  
  • riduzione dell’inquinamento sonoro fino al 40%
  • calo sensibile degli incidenti stradali (-25%) e degli incidenti mortali (in Francia la mortalità si è ridotta del –70%). L’eccesso di velocità rappresenta infatti un fattore determinante nel 30% degli incidenti mortali 
  • diminuzione dei tempi di percorrenza grazie a una maggiore fluidità viaria 
  • migliore vivibilità, con la strada che torna il centro della vita comunitaria 
  • aumento del valore degli immobili e della redditività dei negozi 

Le città 30 in Italia 

Tra le città grandi, le apripista saranno Bologna e Torino, già da quest’anno, ma sono state le più piccole a fare da pioniere nel limitare la velocità urbana. Cesena, ad esempio, ha iniziato a sperimentare addirittura nel 1998 chiudendo una strada del centro storico.  

Grenoble e l'integrazione dei mezzi di trasporto 

Dal 2016, la città e i 45 comuni limitrofi hanno introdotto il limite dei 30 km/h. È uno dei passi per trasformare la zona in una métropole apaisée, un’area metropolitana “calma”: l’operazione include uno spazio pubblico distribuito più equamente e l’integrazione dei diversi mezzi di trasporto. Per questo la città sta investendo in una rete di piste ciclabili – la Chronovelo – di ben 44 km.

In seguito all’adozione del limite di velocità, il 65% dei pedoni e il 78% dei ciclisti si sente più sicuro. Benefici si sono riscontrati anche per i veicoli: oltre alla diminuzione della velocità, il traffico è calato quasi del 15% tra mezzi leggeri e pesanti. 

Helsinki e il primato "zero pedoni uccisi" 

La città finlandese detiene un bel primato che dimostra la progressione possibile per avere strade sicure. Negli anni ‘90 si registravano fino a 30 pedoni uccisi ogni anno. Con la graduale introduzione di zone 30, la media è scesa a 7 nel 2010. Nel 2019, in seguito all’introduzione del limite di 30 km/h per tutta la città, nessun pedone è stato ucciso. 

Nel suo programma per la sicurezza stradale Helsinki si è concentrata su 4 aree chiave, che possono essere uno spunto interessante: trasporti sicuri e sostenibili per giovani e bambini, sicurezza stradale per pedoni e ciclisti, principi chiari per il limite di velocità e cooperazione con tutti gli stakeholder.  

Zurigo contro l’inquinamento acustico  

Zurigo ha iniziato il suo percorso con passi successivi, introducendo il limite di velocità dapprima nelle ore notturne ed estendendolo poi anche di giorno. I sondaggi confermano che questa misura ha reso la città più vivibile e gradevole per tutti, non solo per pedoni e ciclisti.  

Il dato più interessante riguarda però l’inquinamento acustico che si è ridotto del 50%, favorendo una rinnovata convivialità e riducendo i livelli di stress. 

Graz e la soddisfazione dei cittadini 

Anche la città austriaca ha seguito un percorso graduale. Nel 1992 l’introduzione della zona 30 è stata osteggiata dai cittadini: solo il 44% la approvava. Dopo due anni di sperimentazione il tasso di approvazione è salito al 77% e oggi è stabilmente sopra l’80%. 

I risultati hanno portato a un dimezzamento nella mortalità stradale, di cui il 24% subito dal primo anno, con numeri particolarmente positivi nel caso di bambini in prossimità delle scuole (-90%). 

Bilbao, un successo al 100% 

Bilbao è la prima città al mondo sopra i 300.000 abitanti ad aver implementato il limite 30 km sul 100% delle sue strade e per questo le è stato riconosciuto il Premio Europeo per la Mobilità. Grazie all’approccio educativo e al supporto dei residenti, anche i gruppi che opponevano più resistenza all’introduzione delle misure (i tassisti in particolare) si sono convinti. Anzi, ammettono che il flusso del traffico sia migliorato.

Nonostante le sue dimensioni, Bilbao è la quarta città in Spagna con meno code e imbottigliamenti, grazie al suo mix di trasporti: ben il 64% degli spostamenti avviene a piedi, il 24% su trasporto pubblico e solo l’11% con mezzo privato. 

Valencia e il coinvolgimento della cittadinanza 

Fino al 2015 Valencia aveva la fama di città dalla guida (troppo) veloce. A partire da quell'anno l’amministrazione ha iniziato a investire fortemente nel trasporto pubblico e nella costruzione di piste ciclabili, riunendo anche più di 80 stakeholder in un forum per la mobilità. Insieme hanno identificato i principi d’azione futuri, con l’obiettivo principale di restituire gli spazi pubblici all’uso di residenti e visitatori. Emblema di questo cambiamento è la Plaça de l'Ajuntament, che ha riorganizzato il traffico intorno ad ampie zone pedonali e oggi è simbolo di una gestione intelligente del traffico in città.

Questi esempi dimostrano che trasformare le nostre città in città 30km/h funziona. Certo, questa misura non può rappresentare l’unica soluzione a cui affidarsi per città più sicure e sostenibili. Il trucco, come ci insegnano questi casi europei, è muoversi con una strategia integrata: limite di velocità, potenziamento dei mezzi pubblici e delle piste ciclabili, coinvolgimento della cittadinanza nelle decisioni e riorganizzazione dello spazio pubblico. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

30km/h – making streets liveable!

Other 30 Cities, City30 Brussels

Spain switches most urban roads to 30 km/h amid calls for action in several EU Member States, European Transport Safety Council

Bologna30 website

30 km/h- Alcuni esempi in Italia e in Europa, FIAB

Chiara Baldi, Tutta Milano «zona 30» dal 1° gennaio 2024: approvato l'ordine del giorno in consiglio comunale, Corriere della Sera


Spazio alla natura: 4 progetti per 4 città

[3 minuti di lettura]

 

Dagli alveari sui tetti ai canali forestali che portano aria fresca nei centri urbani, idee innovative stanno riportando la natura nelle aree urbane, in tutto il mondo. Abbiamo selezionato quattro casi che riteniamo esemplificativi in cui verde e paesaggi urbani si integrano con benefici reciproci per l'ambiente e i cittadini.  

Liverpool, giardini verticali e alveari 

La cittadina inglese ha fatto spazio alla natura nel centro storico grazie a un “muro verde". La facciata in cemento del centro commerciale St Johns è stata infatti trasformata in un polmone verde grazie alla collocazione di 14.000 piante, scelte e collocate per abbattere parte dell'inquinamento generato dalla vicina stazione degli autobus.  

Successivamente all'intervento in facciata, sono stati collocati sul tetto due alveari, gestiti direttamente e in loco da persone che hanno seguito uno specifico corso con apicoltori per prendersi cura delle api. Il beneficio della presenza di insetti impollinatori non si è limitato solo alla superficie verde del centro commerciale, ma si è esteso ben oltre in città per un raggio di circa 5 km. Già dal primo anno poi è stato possibile raccogliere il miele in 180 vasetti.

Curitiba e le "mini-foreste" urbane contro gli allagamenti 

Fin dagli anni Settanta la città di Curitiba, in Brasile, ha calibrato il proprio sviluppo urbanistico sul benessere dei cittadini. È riuscita a far ciò incorporando aree ricreative naturali nel tessuto urbano e oggi può vantare più di 1.000 oasi verdi. Peraltro quando le città danno priorità alle persone rispetto al traffico veicolare i risultati sono immediati e, infatti, i regolari sondaggi mostrano un’alta percentuale di gradimento dei cittadini per la propria città. 

In uno sforzo di pianificazione imponente, l'amministrazione della città ha messo in atto un piano di rimboschimento che ha previsto la creazione di dieci mini-foreste con funzionalità specifiche. La zona di Curitiba è infatti soggetta a elevate precipitazioni e di conseguenza a regolari allagamenti. Le mini-foreste urbane hanno lo scopo di creare una barriera ecologica per arginare l’acqua, sostituendo i canali in cemento con delle aree di verde in grado di "assorbire" grandi quantità di acqua.

Izmir e i "parchi tascabili" cattura inquinamento

La città turca di Izmir ha ideato un progetto per ridurre l'inquinamento creando il "corridoio ecologico" Mavisehir Peynircioglu Stream. Si tratta di un'area verde di 26.500 mq di vegetazione, suddivisa in piccoli lotti sulle sponde di un canale. Sono stati piantati 1.150 alberi, 250.000 arbusti e piante rampicanti tutti adatti al clima mediterraneo. Prima della collocazione a dimora del verde sono state rimosse svariate superfici in cemento su entrambi i lati degli 800 metri del corso d'acqua. Oltre alle piante, nell'area sono state collocate anche dieci arnie per consentire la dimora delle api. L'idea di base del progetto è quella di creare tanti piccoli spazi contigui di verde in grado di ridurre l'inquinamento.

Tutto ciò a dimostrazione del fatto che non necessariamente sono necessari ampi spazi unici per intervenire in aree urbane. Anche tanti progetti più piccoli possono aiutare a mantenere l’equilibrio climatico e incoraggiare i residenti a interagire con la natura. Proprio per favorire l'interazione, Izmir ha introdotto dei parklet, sottraendo parcheggi alle auto, e offrendo possibilità di aggregazione in spazi al riparo delle piante, che riducono l’effetto "isola di calore" creato dall'area urbana.  

New York e la sua passeggiata verde sospesa  

La High Line è una delle iniziative di rigenerazione più conosciute al mondo. Si tratta di un parco pubblico lungo 2 chilometri, costruito lungo una linea ferroviaria in disuso. Consiste di oltre 150.000 fiori e alberi in un'area sopraelevata accessibile a tutti. 

Sin da subito la risposta della comunità dei cittadini è stata forte e partecipata. L’idea per trasformare lo spazio dismesso in area verde e di aggregazione è nata grazie a un concorso di co-progettazione e tutt’oggi la High Line viene mantenuta e gestita da gruppi volontari.

Questi progetti in diverse parti del mondo mostrano quanto e come sia possibile integrare la natura in ogni paesaggio urbano. Alcune di queste iniziative sono su larga scala, mentre altre hanno un impatto più localizzato, ma tutte sono modi innovativi e creativi per "dare una mano" al pianeta e ai suoi abitanti anche in aree urbane. 

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PER APPROFONDIMENTI:

Sharon Gosling, Six Cities Making Room for Nature, BBC Earth

St Johns installs rooftop beehives, St Johns

Video St Johns Green Wall, Urban GreenUP in Liverpool

Ronin Berzins, Sustainability in Curitiba, Brazil, The Borgen Project

Green Space, Curitiba- Brazil, Kenchucuritiba

The Turkish city of Izmir has inaugurated an Ecological Corridor and a natural area that implements Nature Based Solutions, UrbanGreenUp

A number of parklets have been installed throughout the Turkish city. The goal? Better air and life quality for citizens, UrbanGreenUp

High Line sito web

Photos by Biotecture, André Araujo, UrbanGreenUp project, Dansnguyen

 


Come un borgo italiano è diventato museo diffuso di arte urbana

[3 minuti di lettura]

 

In Italia c’è un borgo legato indissolubilmente alla storia e alla cultura del graffiti writing. Parliamo di Quattordio, in provincia di Alessandria, che dal 1984 ha messo il suo nome sulla mappa dell’arte urbana diffusa nel nostro Paese. 

Urban art, graffiti, street art: quali differenze? 

Quando si parla di creatività urbana oggi, l’urban art è la categoria madre che contiene diverse forme espressive (oltre la pittura su muro), tra cui la land art, l'urbanismo tattico, la flower art, l'arte diffusa. Tra le più caratteristiche sicuramente il graffitismo (o writing), cioè la scrittura di parole e più spesso di firme storicamente mossa da ragioni di attivismo e considerata illegale. La street art è una categoria fluida che agisce su grandi e piccole dimensioni. Tra le tecniche distintive si possono citare stencil, stickers, wallpaper oltre alla pittura vera e propria di derivazione artistica (ad esempio i grandi dipinti murali del Messico di Diego Rivera).  

Le origini: il graffitismo storico  

Il 1984 è l’anno in cui fu organizzata in Italia “Arte di Frontiera”, la più importante mostra europea dedicata al graffitismo e alla street art. L’azienda di vernici di Quattordio (Industria Vernici Italiane) era quella che oggi chiameremmo lo sponsor. Fu proprio il brand ad invitare a Quattordio alcuni artisti americani di prim’ordine - Phase 2Delta 2 ed Ero – che realizzarono le proprie opere nella piazza centrale del paese. Opere che dopo quasi 40 anni si possono ancora ammirare. 

Una nuova esigenza: tutelare e conservare l’urban art 

Gli interventi di urban art sono per loro natura temporanei – anche a causa delle materie utilizzate. Complici anche i social, negli ultimi anni è maturato un nuovo interesse per questo tipo di espressioni creative. Consapevolezza che ha raggiunto anche le amministrazioni pubbliche, che si stanno attrezzando con uffici dedicata all'arte urbana (si vedano Milano o Torino). Si pone quindi anche la questione della tutela e della conservazione di queste opere, riconoscendo il loro valore culturale. Qualche tentativo di restauro è stato messo in atto a partire dagli interventi ormai storici degli anni ‘80. 

È successo anche per le opere di Phase 2 e Delta 2 a Quattordio, sulle quali è stato avviato il primo caso mondiale di restauro conservativo su un muro di graffiti writing. 

Oggi: il festival Quattordio Urban Art 

Per preservare e tramandare la valenza culturale del luogo - arricchendone l’eredità - la galleria milanese Stradedarts cura in loco un progetto biennale, il festival Quattordio Urban Art. Giunto alla sua terza edizione, il progetto vuole creare un museo urbano, un percorso artistico che conterà oltre 30 muri site specific. Il testimone lasciato dagli artisti americani è stato così raccolto da giovani artisti che si esprimono con un linguaggio contemporaneo.  

Un museo a cielo aperto che si è arricchito di venti nuovi muri già nelle due precedenti edizioni. Con l’ulteriore aggiunta di un museo permanente che racconta a turisti e curiosi la storia del paese legata a questa cultura. 

Altre 10 opere verranno realizzate nel 2023 da dieci urban artist, scelti tra i migliori rappresentanti italiani dei linguaggi del graffiti writing e della street art. Gli organizzatori dell’evento sono pronti ad accogliere brand partner desiderosi di rafforzare il legame con il territorio e di sostenere l’arte urbana in un luogo “sacro” per la storia di questa forma artistica. 

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PER APPROFONDIMENTI:

Quattordio Urban Art, Comune di Quattordio

Quattordio Urban Art, pagina Facebook

Quattordio Urban Art, pagina Instagram

Photos by Quattordio Urban Art


3-30-300: la regola d’oro per città più verdi

[3 minuti di lettura]

 

Chi vive in città lo sa: aprire la finestra su un viale alberato è una gioia per gli occhi. Passeggiare in un parco rigenera e permette di respirare lontano dallo smog del traffico. Sarà forse un caso che l’Agenda per lo Sviluppo sostenibile indichi gli “spazi pubblici verdi, inclusivi e accessibili” come uno dei pilastri per comunità sostenibili (SDG 11)? Certamente no. 

Verde urbano: quali sono i trend? 

Il verde urbano assume diverse forme. Per capirci, non parliamo solo di parchi, aiuole, viali alberati. Un trend che da qualche anno si sta facendo strada è quello dei tetti verdi: oasi di vegetazione sui tetti degli edifici, che aggirano il problema di una sempre maggior carenza di superficie disponibile nelle città - con vista panoramica! In aggiunta, si parla anche di orti e frutteti urbani, che svolgono l’ulteriore funzione di approvvigionamento alimentare, seppure in quantità ridotte. 

I benefici del verde urbano 

Partiamo dalle basi. Piante e vegetazione sono il nostro miglior alleato per la mitigazione ambientale. In città sempre più soggette ad eventi climatici estremi, a bombe d’acqua e di calore, le superfici verdi contribuiscono a contrastare l’impermeabilizzazione delle città, migliorano la qualità dell’aria e moderano la creazione di isole di calore. Benefici per l’ambiente e per la nostra salute, quindi. Non solo. I parchi sono luoghi prediletti per la socialità e il benessere psico-fisico, ad esempio attraverso la pratica dello sport all’aperto. Da ultimo, gli spazi verdi sono piccole oasi di biodiversità, che possono ugualmente diventare aule per l’educazione e la sensibilizzazione ambientale. 

La regola del 3-30-300

Per città verdi e vivibili il professore olandese Cecil Konijnendijk della Nature-Based Solutions Initiative propone la regola del 3-30-300. Di cosa si tratta? Semplice, sono i requisiti che ogni cittadino dovrebbe vedere soddisfatti: 

  • 3 alberi visibili dalla propria finestra 
  • 30% della superficie del proprio quartiere coperta da vegetazione 
  • 300 metri come distanza massima tra la propria abitazione e uno spazio verde 

Va da sé che spesso i centri storici non dispongono di molte aree verdi, che sono invece più facilmente fruibili man mano che ci sia allontana verso le periferie. Ma il tema va oltre la superficie disponibile: la distribuzione del verde in città non è (purtroppo) democratica, anzi evidenzia le disuguaglianze. Spesso i quartieri più poveri con alta densità abitativa sono blocchi di cemento, in cui i benefici offerti dal verde vengono completamente persi. È quindi una questione di accessibilità. E gli interventi di forestazione o di rigenerazione urbana non possono prescindere da questo dato di fatto. 

I rischi della forestazione urbana 

Il rovescio della medaglia è quella che si chiama eco-gentrificazione. Ci sono interventi di rigenerazione urbana su larga scala e calati dall’alto che danno un nuovo volto – più green e attrattivo – a delle aree cittadine. Che tuttavia espellono gradualmente i propri abitanti per la crescita esponenziale del valore immobiliare. Anche in questo caso, un incremento delle disuguaglianze da evitare.  

A che punto siamo? 

Quanti di noi possono dire che la regola del 3-30-300 è rispettata nel luogo in cui viviamo? In Italia, ogni cittadino dispone in media di 33,8 metri quadri di verde urbano. Le città che escono vittoriose sono quelle di piccole-medie dimensioni, in cui una pianificazione più facile permette di mantenere un maggiore equilibrio. Dati meno positivi invece per le grandi città: 17,1 a Roma, 17,8 a Milano, 22,2 a Firenze e 9,2 a Bari. Tuttavia un primato lo abbiamo: con 4580 ettari, il Parco regionale dell'Appia antica di Roma è il parco urbano più grande d'Europa. 

Regole o non regole, una certezza c’è: per migliorare la nostra qualità di vita dobbiamo riallacciare il nostro rapporto simbiotico con la natura. Il futuro sta tutto in questa relazione. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Cecil Konijnendijk, Promoting health and wellbeing through urban forests – Introducing the 3-30-300 rule, IUCN Urban Alliance

Nature-Based Solutions Institute website

Il verde urbano per limitare l’inquinamento nelle città, Openpolis

Giacomo Bagnasco, Bolzano, Trento e Belluno in vetta: le città più green sono a Nord-Est, Sole24Ore

Ecosistema urbano, Sole24Ore

Maria Gelsomino, L’importanza del verde urbano: definizione, funzioni, normativa, Pedago

Photos by Chuttersnap, Pascal Meier, Openpolis

 


Comunicare la sostenibilità non basta più: le aziende devono fare!

[4 minuti di lettura]

 

Giovedì 10 novembre 2022 il Parlamento europeo ha approvato la "Corporate Sustainability Reporting Directive" (P9_TA(2022)0380). Questa direttiva ha un'importanza fondamentale perché stabilisce, nei fatti, che i dati aziendali sulla sostenibilità assumono lo stesso valore dei dati finanziari. 

In pratica l'assunto è che "dire e comunicare la sostenibilità" non è più sufficiente: bisogna fare!

L’obiettivo di questa direttiva è infatti di responsabilizzare in modo concreto le imprese sulle attività di comunicazione della sostenibilità: prima di comunicare bisogna agire. Ciò ha come ovvia conseguenza quello di renderle trasparenti agli occhi dei consumatori e limitare il fenomeno del greenwashing. 

Imprese e consumatori. A che punto siamo quando parliamo di sostenibilità? 

Le sfide che ci attendono quando parliamo di sostenibilità e cambiamento climatico sono evidenti. Appena una settimana fa si è conclusa la COP27. Il tema è sempre più caro agli stessi consumatori che d’altra parte però trovano nei supermercati prodotti con claim green dei quali, secondo uno studio Sweep, ben il 42% è ingannevole!

Il mondo delle imprese si sta muovendo. Un documento sottoscritto da grandi realità internazionali definisce un impegno verso una nuova purpose first economy: lo scopo dell’impresa deve essere centrale nel produrre una trasformazione, un cambiamento anche dell'intero sistema. E si tratta di un'evoluzione che dev'essere integrata nella strategia di business e misurata con metriche precise.  

Purtroppo nel 2021 meno di 1 impresa italiana su 3 ha volontariamente pubblicato un suo bilancio di sostenibilità. Quindi questa direttiva va sicuramente nella giusta direzione.

La nuova direttiva. Misurare l’impatto sociale e ambientale 

Le informazioni non finanziarie che le aziende dovranno divulgare riguardano il loro impatto sociale e ambientale. Un approccio quindi integrato alla sostenibilità, in cui l’ambiente e i rischi ambientali dell’attività d’impresa - in primis relativi al cambiamento climatico – sono solo il punto di partenza. A tutto ciò si aggiungono le necessarie informazioni sulla responsabilità sociale e il trattamento dei dipendenti, il rispetto dei diritti umani, le misure contro la corruzione e la tutela della diversity nelle posizioni dirigenziali. 

L’applicazione di questa direttiva avverrà per scaglioni progressivi. A partire dal 2024 sarò obbligatoria per le multinazionali con più di 500 dipendenti. Per poi passare, nel 2025, alle aziende con oltre 250 dipendenti e/o un fatturato di 40 milioni di euro. Dal 2026, infine, gli obblighi si estenderanno anche alle piccole medie imprese quotate. 

Giusto per avere un ordine di paragone, finora le norme esistenti interessavano poco più di 11 mila aziende. Con questa direttiva si arriverà a coinvolgerne oltre 50 mila, coprendo il 75% del giro d’affari delle imprese europee.

Dal dire al fare. Per fare la differenza non basta raccontarla

Si tratta di un passaggio "dal dire al fare" che implica un grande cambiamento di mentalità (e di azione). Le imprese hanno infatti bisogno di approcciare la sostenibilità come elemento fondante della propria identità. Una sostenibilità in grado di tener uniti impresa, persone e territorio, in un’ottica di contaminazione virtuosa tra pubblico e privato. E tutto ciò attraverso azioni concrete e visibili: il modo in cui le aziende rispondono agli interessi dei propri stakeholder diventa parte integrante della stessa trasformazione.

Ciò si dovrà tradurre quindi, anche nella vita di tutti i giorni, in un maggiore impegno verso le questioni ambientali, sociali, di diversità e inclusione. 

Lavorare in accordo con i propri stakeholder territoriali permette infatti di creare valore a lungo termine. Valore per l’impresa ma anche per il territorio, in modo da diventare agenti effettivi di cambiamento. Investire in un sistema di valori e azioni che una comunità riconosce come propri significa essere in sintonia con il territorio. E di conseguenza guadagnare la fiducia di chi lo abita, anche quando "diventa" poi consumatore. 

Ci sono sempre più esempi in questo senso. Imprese che contribuiscono a migliorare la vita di una comunità, intercettando dal basso bisogni e sensibilità e trasformandoli in interventi concreti. Stiamo parlando di aree urbane riqualificate per stare nella natura e creare connessioni, murales che fortificano l’identità di un quartiere o campi sportivi pubblici, accessibili a tutti e luogo di inclusione sociale. 

Brand for the City è nata ben prima di questa direttiva proprio per aiutare le aziende che vogliono intraprendere percorsi di sostenibilità concreti. Concentrandoci nelle città - i luoghi delle grandi sfide che ci attendono - Brand for the City facilita il dialogo tra imprese e attori del territorio per sviluppare progetti di rigenerazione urbana: interventi concreti che si costruiscono con la comunità, immaginando una città più sostenibile, equa e vivibile.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Corporate Sustainability Reporting Directive, Parlamento Europeo

Lisa Kreusch, The Corporate Sustainability Reporting Directive, PlanA

Mauro Bellini, Sustainable reporting: approvate le nuove regole UE sulla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), ESG360

Antonio Mazzuca, CSRD, Corporate Sustainability Reporting Directive: dall’UE obblighi di rendicontazione ambientale e sociale per le imprese, InSic

Giampaolo Colletti, Fabio Grattagliano, Numeri, azioni e performance per schivare l’overdose di Esg, Sole 24 Ore


Parco Donatella Colasanti, Roma

Dopo Catania e Lucca, è il turno di Roma: sabato 12 novembre è stato inaugurato l’intervento di rigenerazione del parco Donatella Colasanti, nel quartiere di San Paolo. Il terzo momento d’incontro per il 2022 con l’iniziativa Agos Green&Smart. 

Brand for the City è ancora una volta al fianco di Agos per trasformare e riattivare i parchi urbani, seguendo una logica di prossimità e di ascolto dei territori. Il progetto si è sviluppato con l’idea di potenziare l’area come luogo di socialità e bellezza, con un occhio di riguardo ai bambini e alle famiglie della zona. Il dialogo con il Municipio VIII e l’amministrazione comunale ha messo da subito in chiaro quali fossero i desideri della comunità. Su questi si è costruito il progetto, che si articola nelle quattro dimensioni care ad Agos: green, art, smart, sport. 

Green, un giardino mediterraneo colorato e profumato. 

L’elemento verde assume molta importanza nel progetto: non solo garantisce una maggiore fruibilità dell’area ma dà la possibilità di avviare percorsi didattici e di attivazione sociale. Anche per questo la scelta è ricaduta su un giardino mediterraneo. Piante, arbusti ed essenze autoctoni, molti dei quali fanno parte della tradizione italiana in cucina, con una triplice funzione: bellezza, biodiversità e verde urbano, potenzialità educativa.  

La realizzazione e la futura manutenzione dell’area sono in capo a Ridaje, impresa sociale che coinvolge persone senza fissa dimora nella cura del verde, insegnando loro i segreti del mestiere. 

Art, una galleria a cielo aperto sul tema della violenza sulle donne. 

Il parco ha una forte impronta artistica, che unisce il tema della natura a quella della lotta contro la violenza sulle donne. La scelta è stata plasmata dal dialogo con il luogo, dedicato a Donatella Colasanti che per anni ha lottato per la giustizia in seguito al massacro del Circeo. A lei è stato dedicato un ritratto nel parco.  

Lungo la recinzione si sviluppa un racconto di rispetto e cura nei confronti delle donne grazie al lavoro dell’artista poliedrica Violetta Carpino. Quattro pannelli in cui le rose – simbolo delle donne – vengono protette grazie alla gentilezza collettiva ma sono anche fiaccole che ardono di forza propria. 

Sul muretto di ingresso invece è stato realizzato un murale da Paolo “Gojo” Colasanti, artista rinomato nella scena della street art romana: Feronia, dea romana della natura selvaggia e della libertà, circondata dal verde rigoglioso e dalla vivacità degli esseri viventi.  

Smart, scoprire il parco in modo pratico e veloce. 

Che pianta sto guardando? Qual è il significato dietro questa opera d’arte? Per rispondere a queste domande – e rendere la conoscenza accessibile a tutti – sono stati predisposti dei QR code all’interno del parco. Basta inquadrarli per entrare nelle storie dietro le pitture murali – o per scoprire aneddoti e caratteristiche della vegetazione. 

Sport, giochi inclusivi e coinvolgimento del territorio. 

Un grande lavoro è stato fatto per trasformare l’area giochi in uno spazio sicuro e inclusivo. I giochi e del pavimento antitrauma ammalorati sono stati sostituiti, in particolare con giochi di plastica riciclata. Tra questi anche un’altalena a cesto, che grazie alla sua forma può essere utilizzata da tutti. Sempre seguendo questo principio (e per favorire l’aggregazione), nel giardino mediterraneo è stato collocato un grande tavolo in legno inclusivo, che può accomodare anche le carrozzine.  

Un’inaugurazione all’insegna dello sport e della condivisione. 

Le potenzialità dello spazio per un uso sportivo sono state mostrate durante l’inaugurazione. Una serie di associazioni sportive, coordinate da Fondazione SportCity, ha animato la giornata: pallavolo, taekwondo e perfino gli scacchi. Nel mentre si sono svolti anche laboratori di street art e di sensibilizzazione sui temi ambientali rivolti ai bambini. Plastic Free, partner dei Parchi Agos, ha organizzato anche in questo caso una raccolta della plastica della zona circostante, contribuendo a mantenere pulito l’ambiente.  

La partecipazione e l’interesse che cittadini e istituzioni hanno dimostrato è indicativo del valore dell’operazione: un intervento sentito che nasce dall’ascolto del territorio. Come dovrebbe essere ogni progetto di rigenerazione urbana! 

 

 

Photos by Roma Periferica


Asphalt Art Initiative: arte su asfalto per strade sicure e spazi rigenerati

[3 minuti di lettura]

 

Che l’arte migliori la vita nelle città è ormai considerata cosa certa. L'arte viene infatti sempre più riconosciuta come strategia per creare bellezza, riconoscimento e partecipazione nelle comunità urbane. Non solo. Il trend, ormai decennale, dell’urbanistica tattica dimostra il suo valore anche per la sicurezza e la qualità di fruizione di strade, marciapiedi, piazze e altre aree pubbliche.  

La Asphalt Art Initiative

Per questo la Bloomberg Philanthropies, fondata dall’ex sindaco di New York, ha deciso di finanziare progetti di rigenerazione di strade e spazi pubblici grazie all’arte. Anzi, grazie all’Asphalt Art, come la chiamano, cioè arte sulla pavimentazione stradale. Ogni anno viene indetta una call, l’Asphalt Art Initiative, che nel 2022 ha premiato (e finanziato) le proposte di 19 città europee. 

Per Bloomberg è un modo di “soddisfare la crescente domanda di riprogettazioni urbane su strada nelle città europee unendo ancora di più artisti e cittadini attivi grazie al potere dell’arte pubblica”. 

I benefici dell’asphalt art

Miglioramento della sicurezza dei pedoni. Uno studio dimostra che l’Asphalt Art contribuisce a ridurre del 50% gli incidenti stradali e comportamenti scorretti alla guida. La riprogettazione artistica di un incrocio a Kansas City ha portato alla diminuzione del 45% della velocità media del traffico. E grazie alle geometrie colorate sul marciapiede, a Baltimora si è registrato un aumento del 41% di comportamenti virtuosi dei conducenti a favore dei pedoni. 

Rigenerazione dello spazio pubblico.  Glasgow, un “nonluogo” all’ingresso di una stazione ferroviaria è stato reinventato, connettendolo anche alle piste ciclabili e pedonali circostanti. Invece ad Amsterdam è stata creata un’area conviviale vicino al mercato all’aperto di Plein 40-45 plaza: colori brillanti, panchine, fioriere hanno attratto nuovi visitatori e animato il quartiere. 

Coinvolgimento della cittadinanza. I residenti del quartiere Friendship di Pittsburgh hanno partecipato alla riprogettazione urbana: dai workshop per sviluppare i disegni alla pittura del murale. A Saginaw, 29 artisti e quasi 500 residenti si sono riuniti per un “Paint-A-Thon”, un intervento di rigenerazione artistica. Una volta completata l’opera, l’83% dei commercianti della zona ha definito i murales vantaggiosi per le loro attività commerciali. 

Le italiane 

Tre sono le tipologie di interventi previsti dalla Asphalt Art Initiative: incroci e attraversamenti pedonali artistici, opere per la sicurezza dei cittadini, rigenerazione e nuovi spazi pedonali. È in quest’ultima categoria che rientrano le città italiane selezionate. Prato, Firenze e Roma.  

Prato. Il progetto candidato prevede il miglioramento della qualità dello spazio pedonale vicino ai giardini di Via Carlo Marx. 

Firenze. “Parole in Piazza” è il progetto riappropriazione di Piazza Valdelsa. L’obiettivo è di raccontare il vissuto del luogo e le possibilità di interazione generazionale e culturale che offre. “La combinazione tra grafica e urbanistica tattica ha la capacità di interpretare i bisogni della comunità e restituire spazi parlanti, interattivi e inclusivi” - come spiega Maddalena Rossi (Avventura Urbana). È anche per questo che il disegno sarà frutto di un percorso di progettazione partecipata con la comunità locale.  

Roma. La riqualificazione si vuole concentrare su Piazza dei Sanniti, zona tra le più antiche e rappresentative della capitale, creando un’ampia area pedonale che ospiti eventi culturali, sportivi e di uso quotidiano. Il caso è interessante perché i residenti si sono mobilitati e hanno protestato poco dopo l’annuncio. La contrarietà sembra derivare da altre esperienze simili, in cui le zone rigenerate sono state “abbandonate” a loro stesse: poca pulizia e controllo inadeguato hanno finito per amplificare gli effetti della movida notturna.  

Cosa ci insegna questa reazione? Sicuramente l’importanza di integrare la comunità nelle decisioni che riguardano lo spazio pubblico che vivono. I processi di rigenerazione devono essere partecipati sin dalle prime fasi, con un ascolto attento di bisogni e desideri. Ugualmente fondamentale è la cura continuativa dei luoghi. Non basta un intervento strutturale per cambiare l’uso e la frequentazione di uno spazio, né tantomeno per evitarne il degrado dovuto alla mancanza di manutenzione. Rigenerare significa prendersi cura dei luoghi in modo continuativo.  

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Asphalt Art Initiative, Bloomberg Philanthropies website

Maria Rachal, 7 urban asphalt art transformations in 2022: photos, Smartcities Dive

Claudia Foresti, Trasformare le strade con l'arte, Interni Magazine

Rigenerazione urbana di strade e spazi pubblici: Roma, Firenze e Prato tra le 19 città europee vincitrici, Ambient & Ambienti

Deborah Scaggion, Asphalt Art Initiative: Roma, Firenze e Prato tra le città premiate, Snapitaly

Valerio Valeri, Il progetto per pedonalizzare la piazza di San Lorenzo fa infuriare i residenti, Roma Today

Photos by Bloomberg Philanthropies, Jason Alden


In Svezia si ripensa lo spazio urbano con la one-minute city

[3 minuti di lettura]

Cos’è la one-minute city che la Svezia sta sperimentando? Un modello urbano sperimentale che sta venendo testato a Stoccolma grazie all’iniziativa Street Moves.  In caso di successo è previsto che venga implementata in tutto il Paese entro il 2030. Per una Svezia “salutare, sostenibile e vivace”. 

Basato sull’idea della città dei 15 minuti, il concetto re-immagina lo spazio urbano a un livello iper locale coinvolgendo i cittadini nel decidere come usare e fruire la propria strada o quartiere. Uno schema per ridisegnare ogni strada della nazione insomma. 

 

Città dei 15 minuti o one-minute city?

Proprio quando ci stavamo abituando al concetto della città dei 15 minuti, la Svezia ha iniziato a sperimentare sulla one-minute city. Diversamente dalla prima, l’idea non è soddisfare tutti i propri bisogni come comunità nel raggio di un minuto. Piuttosto, significa dare agli abitanti di un quartiere – o addirittura di una strada – la scelta su come usare lo spazio urbano. Il focus è sullo “spazio appena fuori dalla porta di casa”. Non c’è dunque contraddizione tra queste visioni. 

 

Giochi di incastri

In sintesi, l’idea è di creare uno spazio pubblico aperto a diversi potenziali utilizzi. Come? Costruendo elementi modulari che verranno combinati secondo le scelte e i desideri delle persone. Un metodo estremamente flessibile, in cui la temporaneità dell’intervento permette di evolvere, adattandosi a un panorama urbano in cui i bisogni sono in continuo cambiamento. Un po’ come giocare con i mattoncini Lego e costruire infinite combinazioni. Che forme possono prendere questi blocchi? Uno spazio verde, un luogo di incontro, un’area gioco, un posteggio per le biciclette... 

 

Riappropriasi dello spazio pubblico

Questo tipo di spazi che tolgono superficie ai parcheggi restituendola alla pedonalità sono un trend sempre più diffuso. E la pandemia ha dato un’ulteriore spinta in questa direzione: riconquistare lo spazio urbano e migliorarne la vivibilità anche su piccola scala. Alla funzione di aggregazione sociale si associa la questione mobilità.

Qualche dato interessante: una macchina condivisa tra gli abitanti di una via potrebbe sostituire fino 10 auto private; e ancora, in media una macchina privata passa il 97% della sua “vita” ferma, parcheggiata. Per non parlare delle emissioni. La one-minute city, agendo su strade e aree di sosta, vuole incentivare la mobilità leggera, riducendo le auto circolanti. In cambio l’infrastruttura stradale si adatta su altri tipi di mobilità, come quella in bicicletta, fornendo supporto e sicurezza a chi sceglie questa via. 

 

Coinvolgere chi le città le vive

Il modello della one-minute city è in linea con un’altra direzione attuale, quella del coinvolgimento dei cittadini nella progettazione del proprio spazio di vita. Questo avviene attraverso workshop e confronti tra gli abitanti locali con la collaborazione di progettisti. Dan Hill, urbanista di Vinnova (l’agenzia governativa svedese per l’innovazione), ha un’opinione interessante su questo coinvolgimento. Per lui, scegliere di inserire elementi sociali e verdi negli spazi pubblici contribuisce a nuove forme di democrazia.

 

Un esempio pratico: il parklet 

Il parklet è una delle soluzioni per ridisegnare una strada in modo leggero e flessibile. È un insieme di elementi di arredo urbano modulari – panchine, rastrelliere, aiuole, giochi – che estendono lo spazio del marciapiede. Di solito infatti il parklet “reclama” lo spazio di un parcheggio per offrire un’area pedonale aggiuntiva e multifunzionale. Un luogo innovativo di aggregazione in città in cui lo spazio pubblico è sempre meno.  

 

Il modello della one-minute city rappresenta un tentativo di dare ai cittadini un controllo diretto su ciò che li circonda. Se le urgenze dei nostri tempi - adattabilità climatica, coesione sociale, stato della democrazia – bussano alla nostra porta, forse ha senso reclamare proprio quello spazio per iniziare il cambiamento.  

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Fabiana Re, La one-minute city svedese, dove i parcheggi si trasformano in luoghi di aggregazione, eHabitat

Feargus O'Sullivan, Make Way for the ‘One-Minute City’, Bloomberg

What is the one-minute city concept that Sweden is experimenting with?, Forbes India

Sweden’s ‘Street Moves’ Transforms Parking Spaces Into Meeting Places, Aspire Design & Home

Ian Dickson, Sweden's one-minute city success story, HERE

Cos’è un “Parklet”?, Needle Agopuntura Urbana

Photos by ArkDes, Street Moves, Lundberg Design

 


Parco Fluviale del Serchio, Lucca

Un’altra inaugurazione di successo per i Parchi Agos Green&Smart, promossi da Agos e curati da Brand for the City. Sabato 1 ottobre ha visto il Parco Fluviale del Serchio, a Lucca, animarsi con attività sportive e creative.  

Il Parco Fluviale è una grande area verde vicino alla sponda del fiume, cara ai cittadini ma poco frequentata perché non molto curata. Lo skatepark e l’area circostante, potenzialmente un luogo di socialità, erano in uno stato di degrado. Il progetto elaborato da Brand for the City è quindi stato pensato per restituire alla comunità uno spazio di aggregazione nel verde aggiornato e fruibile. Un luogo in cui fare sport ma anche sostare godendo delle bellezze naturali. 

La riattivazione del parco è in perfetta continuità con il valore che Agos dà alla prossimità: collaborare con un brand con una forte visione e volontà di impatto concreto facilita l’implementazione di un progetto di successo. La riattivazione si concentra su due aree specifiche della zona: quella dello skatepark e quella del percorso jogging “infinito”. 

AREA SKATE E ZONA PIC-NIC

La valorizzazione della pista da skate parte dal ripristino e la stabilizzazione della superficie e delle rampe. Per rendere questi elementi espressivi oltre che funzionali ne è stata prevista la colorazione con grafiche artistiche: un effetto visivo dinamico e colorato che invoglia la frequentazione. Per lo stesso motivo è stata ripristinata l’area relax adiacente, con tavoli e sedute da pic-nic, a cui sono state aggiunte due sedute di grande impatto. Realizzate in cemento, ricordano i ciottoli di fiume, integrandosi perfettamente nell’ambiente fluviale. Per mantenere la vocazione naturalistica dello spazio, sono stati piantati arbusti dalla fioritura colorata ed è in programma la realizzazione di un’opera di land art: una torretta ex cabina elettrica verrà rivestita da radici in un mix tra il naturale e l’antropico.  

AREA JOGGING “INFINITO”

L’attuale percorso è stato potenziato creando esercizi ah hoc accessibili tramite QRcode. I partner Arweb, RunBull , Ustep, coordinati da Fondazione SportCity, hanno messo a disposizione le proprie app per rendere il percorso smart e condiviso tra i runner. 

A raccordare il tutto ci pensano dei cartelli informativi, che danno la possibilità ai cittadini di conoscere ciò che li circonda: dalla flora e fauna locale, all’opera d’arte inserita nel parco e realizzata per la Biennale di Venezia.  

A lato dell’intervento, si porta avanti un progetto di coinvolgimento sociale grazie alle realtà territoriali (scolastiche e sportive), tanto nell’immaginare la nuova area, quanto nel renderla vissuta e favorire pratiche d’uso e di cura. L’inaugurazione è stato il primo passo, che ha visto una partecipazione straordinaria di cittadini e di 16 associazioni sportive. Dal tiro con l’arco ai roller, dalle arti marziali al basket, la partnership con Fondazione SportCity e la relazione con il comitato regionale del Coni è risultata indispensabile. Allo stesso modo quella con il WWF ha permesso ai bambini presenti di cimentarsi in laboratori creativi a tema natura, rafforzando ulteriormente il legame con l’ambiente circostante. Il progetto ha ricevuto anche il sostegno dell’Ufficio Scolastico territoriale di Lucca, che ha diffuso la notizia della nuova fruibilità dell’area tra i suoi studenti.

Perché il progetto resti rilevante nel tempo Agos si occuperà della manutenzione ordinaria degli spazi per i prossimi due anni, dimostrando un reale interesse nella rigenerazione del luogo. Questi interventi sono da intendersi come una prima sperimentazione per aumentare la vivibilità e orientare eventuali interventi futuri: vogliono accendere una scintilla per far conoscere maggiormente l’area, coinvolgere gli abitanti e portare elementi di innovazione nello spazio. 

La prossima inaugurazione si terrà a Roma il 12 novembre 2022 con il nuovo Parco Agos Green&Smart.  


Brand for the City al Salone della CSR: imprese e territorio insieme per città sostenibili

[3 minuti di lettura]

 

Un altro anno al Salone della CSR e dell’innovazione sociale, un altro confronto stimolante. Insieme a Fastweb, P&G e il Comune di Milano, abbiamo dialogato sulle prospettive future per città sostenibili e inclusive. Tutto a partire da buone pratiche messe in atto grazie alla sinergia tra pubblico e privato.

Qual è lo scenario in cui ci muoviamo? Come ha ricordato Massimiliano Pontillo, moderatore e direttore di Eco in città, il futuro è metropolitano. Un esempio: nelle città si consuma il 70% dell’energia e viene prodotto il 69% di CO2 complessiva. È chiaro quindi che le città sono al centro della sfida per un futuro sostenibile. Una sfida che è anche occasione per ripensare la gestione dei beni comuni in un’ottica di inclusione sociale, cittadinanza attiva e sostenibilità. 

Una particolare attenzione investe le aree verdi, fulcro di sostenibilità ambientale e di socialità. Un bisogno crescente, considerando che in Italia ogni giorno vengono sottratti 70 ettari di territorio da rendere suolo urbanizzato. Non è dunque un caso che le best practice presentate si occupino tutte di verde urbano.  

Per molte aziende l’impegno per l’ambiente parte dai processi aziendali, attraverso il controllo della carbon footprint e l’efficientamento di asset e siti tecnologici per ridurre le emissioni. Allo stesso tempo, si sta facendo strada la comprensione della responsabilità che anche i privati hanno come soggetti attivi per una vita urbana sostenibile. Le iniziative concrete sono solitamente motivate dalla prossimità a uffici e luoghi frequentati da dipendenti e clienti.  

Nel caso di Fastweb, Claudia Attanasio (Manager of Environment and Social) conferma l’attenzione a questo principio: le tre città di Milano, Roma e Bari, dove sono presenti gli uffici più grandi, sono state scelte come pilota per il progetto Mosaico Verde. Un’iniziativa di riforestazione urbana e non, con l’obiettivo di rendere fruibili aree prima inaccessibili e di portare un beneficio ambientale: dalla biodiversità alla mitigazione del clima. Il coinvolgimento dei dipendenti nel processo di piantumazione è un esempio di quanto la cultura aziendale possa influire anche nell’educazione alla sostenibilità in generale.  

Dall’altro lato, P&G ha deciso di concentrarsi sull’educazione ambientale dei più piccoli, promuovendo la costruzione di Aule Natura del WWF nei cortili delle scuole. Come ha raccontato Daniela Cappello (Direttore Comunicazione Scientifica e Sostenibilità, è un progetto di riqualificazione ambientale, che trasforma spazi incolti in vitali, ma anche educativo, per formare cittadini consapevoli. 

Tra gli strumenti messi a disposizione dalle amministrazioni per semplificare il coinvolgimento dei privati c’è il patto di collaborazione, su cui il Comune di Milano sta investendo molto. L’assessora Gaia Romani (Servizi civici, Partecipazione e Trasparenza, Politiche del decentramento) ha parlato della flessibilità di tale strumento, che permette a cittadini e comuni di occuparsi dei beni comuni in condivisione, secondo un progetto definito in modo paritario. 

Le opportunità per contribuire, quindi, ci sono. Ciò che frena molte imprese sono però la lunghezza e complessità burocratica, la mancanza di assistenza nella realizzazione, la difficoltà nel rapportarsi con una rete di attori che parla linguaggi molto diversi. È qui che entra in gioco Brand for the City, facilitatore del coinvolgimento delle imprese che vogliono aiutare in progetti che partono dal basso (cittadini, associazioni, comunità). L’ascolto del territorio permette tempi minori di attivazione, partecipazione e un valore maggiore degli interventi, perché costruiti sui bisogni espressi.

La rigenerazione del Giardino dei Desideri in Corvetto (Milano) grazie a Cartoon Network ha seguito questo iter: la società civile (scuola, associazioni, gruppi informali) ha formato un patto di collaborazione con il Comune, esprimendo le proprie necessità. Per questo l’intervento prioritario è stato di mettere in sicurezza il campo da calcio dalla strada adiacente, in modo che i bambini potessero tornare a popolarlo. Su questo si è poi costruito un progetto di valorizzazione artistica del campo da basket, la posa di sedute per chi accompagna i figli a giocare, e la piantumazione di nuove alberature.  

In vista delle sfide che attendono le città è evidente che il lavoro di rete è imprescindibile per mettere a punto soluzioni innovative per il presente e il futuro. E anche per rendere gli spazi urbani vivibili e inclusivi. Prendersi cura dei luoghi significa prendersi cura di sé stessi.  

https://vimeo.com/749995098

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Parco Vulcania, Catania

 

Il 17 settembre 2022 è stato inaugurato il secondo parco rigenerato grazie ad Agos, Parco Vulcania a Catania.   

Dopo l’intervento in Largo Balestra – Giambellino Ovest a Milano prosegue l’impegno di Agos e Brand for the City per dare un nuovo volto ai parchi urbani, all’interno del programma Parchi Agos Green&Smart. Il progetto, strutturato su scala nazionale, riflette la potenzialità (e la responsabilità) dei brand di avere un ruolo attivo nei confronti degli spazi urbani, contribuendo a progetti di sviluppo, il cosiddetto Brand Urbanism. 

Agos ha deciso di portare avanti i valori green e di prossimità, alla base della sua strategia di sostenibilità, anche in questo modo. Si tratta di interventi localizzati e concreti che hanno grande impatto sulle comunità di riferimento locali e sulla sostenibilità dei luoghi. I partner coinvolti dimostrano come il processo si strutturi in sinergia tra soggetti molto diversi: Agos, il Comune di Catania, l’associazione PlasticFree e Fondazione SportCity. 

Il progetto di Catania si compone di diverse anime. Alla base c’è un’attività di ripristino e manutenzione strutturale delle aree di aggregazione. Un intervento imprescindibile per migliorare vivibilità e accessibilità di un parco di quartiere. Il campo da basket è stato risistemato e valorizzato anche con un disegno artistico sul playground stesso. Gli street artist Gummy Gue hanno ripreso le cromie caratteristiche del territorio locale (cielo, mare, terra lavica) in un raffinato mix tra opera d’arte e linee di gioco. La valorizzazione del campo ha consentito di incrementare la bellezza del parco, fornendo anche un’identità distintiva e trasformando lo spazio in luogo.  

Nel contesto del parco, per accrescere la biodiversità sono state piantate nuove alberature autoctone. La scelta ragionata e attenta, svolta insieme ai tecnici del verde del Comune di Catania, è stata operata sia in relazione alle funzioni – ombreggiatura e impollinazione – sia per le caratteristiche specifiche del luogo. Per rendere le informazioni sul verde accessibili a tutti sono stati predisposti dei QRCode che raccontano i tratti distintivi della vegetazione.   

Un intervento di rigenerazione ha davvero valore se è duraturo nel tempo. Per questo la manutenzione dell’area verde da parte di Agos è prevista per i prossimi due anni. Allo stesso modo, l’inaugurazione ha rappresentato solo il primo momento di attivazione del parco. Il campetto è stato animato con attività sportive e le famiglie sono state coinvolte in laboratori di sensibilizzazione sociale e ambientale.  

Il processo che abbiamo curato in Brand for the City è partito con l’identificazione del luogo, lo sviluppo di un documento tecnico di riqualificazione, la definizione di un progetto di sponsorizzazione, la ricerca e il coinvolgimento dei partner. Oltre a ciò abbiamo sviluppato relazioni a tutti i livelli con il Comune di Catania e il territorio. Ovviamente la scelta della rete di attori e il mantenimento delle relazioni in maniera continuativa e professionale contribuisce al successo del progetto. L’elemento chiave di questi progetti è la cooperazione e interrelazione tra istituzioni pubbliche e i brand in quanto soggetti privati. 

Plastic Free, associazione impegnata contro l’inquinamento da plastica, ha collaborato sia tramite laboratori di sensibilizzazione che, operativamente, con una raccolta di plastiche abbandonate nel parco. Allo stesso modo Fondazione SportCity si è impegnata a creare legami con associazioni sportive e a organizzare esibizioni di carattere sportivo per far conoscere e attivare il parco sin dal giorno dell’inaugurazione.   

Catania è la seconda tappa di un percorso che toccherà tutta la penisola, per dare valore ai parchi urbani come luoghi verdi e di socialità. Prossima inaugurazione a Lucca il 1° ottobre 2022 con il nuovo Parco Agos Green&Smart. 

 

 

 

 

 


Cos'è una città inclusiva?

[3 minuti di lettura]

 

SDG #11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili 

 

“Inclusivo” è una delle parole più ricorrenti dei nostri giorni. Ma che cosa significa? E, soprattutto, cosa significa rendere una città inclusiva? 

Partiamo dall’inizio. Il nostro modo di vedere e fare esperienza dal mondo è personale. Dipende dalla nostra età, genere, etnia, status socio-economico, orientamento sessuale, religione, disabilità o meno, capacità motoria...  

Il modo in cui questi fattori si intrecciano in noi determina anche il modo in cui facciamo esperienza delle città. Lo spazio pubblico e la sua pianificazione non sono neutri. Se i marciapiedi sono stretti e dissestati, di certo non sono agevoli per persone in carrozzina o per famiglie con i passeggini. Questo esempio intuitivo ci pone una domanda: per chi stiamo costruendo le nostre città? 

Quando si parla di città inclusive si pensa subito alla loro accessibilità, cioè alla presenza o meno di barriere fisiche. Le barriere, però, sono anche invisibili. Pensiamo alla sensazione di paura e insicurezza che provano le donne tornando la sera in zone poco illuminate e pericolose; o all’ansia delle famiglie nel tragitto dei figli tra casa e scuola. Chi agisce nello spazio cittadino – come pianificatore o come utente – dovrebbe sforzarsi di uscire dal proprio punto di vista: il mio modo di usare lo spazio non è l’unico.  

Potrebbe sorgere un’obiezione: le soluzioni concrete sono troppo complesse da attuare in città storiche come quelle italiane. Ecco invece dei casi che dimostrano il contrario. 

La città inglese di Chester è stata eletta come città europea più accessibile 2017 dall’Access City Award. Le mura romane e le viuzze del centro storico sono state rese accessibili con corrimano aggiuntivi e superfici lisce. Il resto della città ha retto il passo, con un flotta di bus agibile da tutti, accesso delle sedie a rotelle nei taxi e bagni pubblici accessibili.  

Anche Gerusalemme ha messo in atto un intervento simile. Il centro storico è stato reso agibile livellando le strade irregolari e installando rampe e corrimano. Sull’accessibilità materiale è stato costruito un servizio per rendere accessibili anche le informazioni: una app, disponibile in otto lingue, che consente di mappare i percorsi. 

La tecnologia, di per sé ampiamente accessibile, può contribuire a uno spazio cittadino alla portata di tutti. Un esempio nostrano è l’app WeGlad che mappa le barriere architettoniche della città (strade, buche e gradini) per favorire la circolazione delle persone in carrozzina. 

Inclusione però è anche garantire l’accesso a luoghi “respingenti” come quelli culturali, che hanno il potenziale di diventare fulcro per la comunità. Come la Public Library di Toronto. La collezione libraria è in varie lingue: un primo passo semplice ma importante per accogliere tutti. Avere accesso a informazioni e risorse non è scontato. Oltre ai servizi consueti, offre supporto ai nuovi arrivati in città: assistenza pratica per ottenere assicurazione sanitaria, patente e altre pratiche burocratiche, corsi di lingua, sostegno nella ricerca di lavoro. 

L’inclusione è una responsabilità di tutti. Chi prende le decisioni ha il dovere di ascoltare e coinvolgere ogni abitante nei processi, in special modo quelle soggettività considerate marginali. Un caso di rigenerazione esemplare è il parco urbano Superkilen a Coopenhagen (che abbiamo raccontato in dettaglio qui). Concepito per rivitalizzare il distretto operaio di Nørrebro, con una scarsa integrazione, è stato realizzato grazie a un coinvolgimento civico “estremo”. L’idea era quella di creare uno spazio che riflettesse la diversità della popolazione locale, coinvolgendoli nella progettazione: i residenti hanno scelto oggetti dei loro Paesi d’origine, da esporre in uno spazio di dialogo multiculturale. 

Quando si rigenera un luogo è importante avere la giusta sensibilità per favorire un ambiente in cui ognuno si senta benvenuto, ascoltato e rispettato. E in cui i bisogni di tutti sono tenuti in considerazione. L'inclusione, infatti, rappresenta anche un grande potenziale per costruire comunità creative, accoglienti e sane. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Niall Patrick Walsh, How Ancient Cities Become Accessible Cities, ArchDaily

Zhixi Zhuang, Building Inclusive Cities Case Study, Cities of Migration

Victor Pineda, Building Inclusive Cites for Everyone: Towards a Responsive World, urbanNext

Helena Degreas, Disabled Are the Cities, Not Their Citizens, ArchDaily

Convegno Vivibilità e accessibilità. La città inclusiva

Costanza Giannelli, La smart city sarà inclusiva?, La Svolta

Irene Ghirotta, La città inclusiva, Mondo Internazionale

Access City Award website

WeGlad website

Photos by Daniel Ali, The Guardian, Shmuel Bar-Am, Toronto Public Library, Forgemind Archimedia


Il gioco per stimolare esplorazione, immaginazione e connessioni nello spazio pubblico

[3 minuti di lettura]

Città” e “gioco”: che immagini ci vengono in mente quando sentiamo queste due parole accostate? Sicuramente quella di un parco giochi nel verde, popolato da bambini e famiglie. O un campetto sportivo in cui si riunisce un gruppo di giovani. Perché invece non portare il gioco fuori dai luoghi preposti? Perché non intenderlo come un modo per connettere le persone tra di loro (e con gli spazi che abitano)? 

Le nostre città sono disegnate come macchine di produttività, in cui le aree di lavoro e di gioco sono separate in modo rigido. Confinate ad un uso infantile, pratiche vitali come il gioco sono raramente integrate nello spazio pubblico e accessibili a tutti. Impulsi umani universali – esplorazione, immaginazione – vengono in questo modo limitati. Del resto il nostro benessere fisico, emotivo e mentale è influenzato dal luogo in cui viviamo e dalle relazioni che lo percorrono. Uno studio basato sui dati dell’app Mappiness rivela che i livelli di felicità sono inferiori in ambienti altamente urbanizzati e asettici. La nostra vita può beneficiare quindi di un approccio leggero e di interazione giocosa con lo spazio che abitiamo. 

Il gioco può essere un primo passo per un coinvolgimento attivo con la città. Implica infatti partecipazione e interagire con lo spazio pubblico è il primo passo per riappropriarsene. Non solo. Le relazioni che si intrecciano in questi luoghi stanno alla base della costruzione di spazi significativi per le comunità. Si tratta quindi di una relazione reciproca: la città come luogo per creare interazioni attraverso il gioco; il gioco per dare significato ai luoghi della città. 

Se le aree preposte al gioco sfumassero nel tessuto urbano, si potrebbero creare ambienti di inclusione, partecipazione intergenerazionale e diversità culturale. Alcune città hanno già da tempo messo in atto interventi che promuovono la creazione di legami e connessioni nella comunità.

1. 21 Swings, Montreal. Una installazione musicale e un esempio di gioco collaborativo. Ventuno altalene compongono un grande strumento musicale: ogni altalena produce le proprie note, ma melodie più complesse si possono comporre solo attraverso la cooperazione.

2. Hello Lamp Post, Bristol. Un progetto che invita i passanti a conversare con gli oggetti che incontrano per strada: un lampione, una cassetta della posta. Le persone vengono incoraggiate a lasciare messaggi, storie, memorie che verranno condivise con gli utenti successivi. Un modo per creare connessioni, ma anche per restituire familiarità agli oggetti nello spazio pubblico. 

Non a caso questo approccio possa favorire un atteggiamento di stupore nei confronti dei luoghi che frequentiamo quotidianamente. È un modo per rompere la monotonia quotidiana nel rapporto con gli spazi. Un paio di esempi di questa modalitò sono:

1. Sidewalk trampolines, Copenhagen. Cinque trampolini inseriti nel marciapiede sorprendono i pedoni lungo il loro tragitto. Innescano interazioni spontanee e giocose, invitando a fermarsi anche solo per fare qualche salto sulla via del lavoro o di casa.

 

2. Playground, Marsiglia. Un segnale stradale e un cestino sono stati convertiti in una cesta da basket. Azioni comuni, come quella di buttare la spazzatura, possono così essere affrontate con spensieratezza e ironia. Qualsiasi spazio può essere reso più gradevole e giocoso.   

 

 

 

Anche in ambito digitale sono stati sviluppati esperimenti innovativi come il bot Twitter autoflâneur. Il profilo genera ogni ora nuove indicazioni che permettono di perdersi nelle città e di farne esperienza in modi sempre diversi. 

È importante tenere a mente questi spunti quando immaginiamo e rigeneriamo spazi pubblici perché questi siano divertentii e stimolanti. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Playable City website

Ankitha Gattupalli, Placemaking through Play: Designing for Urban Enjoyment, ArchDaily

Ira Sanyal, Bringing Play to Public Spaces, Medium

Musical Swings, Daily Tous les Jours

Hello Lamp Post, Pan Studio

Sidewalk trampolines, Trending City

Playground, The Wa

Autoflâneur, Harry Josephine Giles

Photos by: Kyung Roh, Daily tous les jours, Pan Studio, runningwhitehorse, Antoine Rivière


L'altra faccia della sostenibilità: rigenerare per un futuro sostenibile

[3 minuti di lettura]

 

Il 28 luglio abbiamo esaurito le risorse naturali disponibili per l’anno corrente. L’Earth Overshoot Day ci segnala il giorno in cui la richiesta umana supera ciò che la Terra può offrirci, mantenendo l’ecosistema in equilibrio. Insomma, dal 29 luglio siamo in debito. Questo significa che per i prossimi 5 mesi sottrarremo risorse “future”, privandone le prossime generazioni.  

Negli ultimi anni si parla di sostenibilità quotidianamente, e i soggetti più vari vengono chiamati a farsene carico. In Italia, il 69% delle aziende ha previsto un piano di sostenibilità, il 37,8% ha già avviato investimenti green. Tuttavia, visti i dati sconsolanti sul cambiamento climatico, possiamo chiederci: ha ancora senso parlare di sostenibilità nei termini attuali? 

Christian Schmidkonz, professore alla Munich Business School, ritiene che la sostenibilità sia morta. In un articolo provocatorio sostiene che “sostenibilità” significhi per molti impedire il deterioramento della situazione attuale che tuttavia è già grave oltre ogni limite. La prospettiva deve quindi cambiare, da un approccio sostenibile ad un approccio rigenerativo: le aziende non possono più limitarsi ad evitare i danni ambientali ma anche riparare i danni causati dall’attività economica negli ultimi secoli. Patagonia, pioniere tra i brand consapevoli, ha eliminato il termine “sostenibilità” dal suo vocabolario aziendale proprio per distanziarsi da un impegno troppo “di facciata”. 

Tra gli obiettivi più comuni che le aziende si pongono c’è la carbon neutrality. La neutralità di carbonio è uno stato per cui le emissioni nette di anidride carbonica sono pari a zero. Si raggiunge solitamente grazie a interventi di rimozione – nei casi più comuni attraverso la piantumazione di alberi. Per Schmidkonz la neutralità non fa altro che mantenere il disequilibrio odierno. Significa continuare a consumare le risorse di 1.7 Terre ogni anno. Ciò che auspica è dunque il passaggio ad una produzione carbon-negative, che rigeneri ciò di cui l’uomo si è appropriato senza averne diritto. 

Un modello citato ad esempio di questa “imprenditoria moderna” è il motore di ricerca Ecosia. Gran parte dei suoi ricavi pubblicitari viene impiegata per finanziare progetti di piantumazione. Ciò che differenzia questa misura da altre simili è la scala: di media, viene piantato un albero ogni 50 ricerche; in altre parole, gli utenti rimuovono dall’atmosfera 1kg di anidride carbonica con ogni ricerca. A confronto, la CO2 emessa dal funzionamento dei loro server è insignificante. In aggiunta, la scelta di Microsoft come provider è indicativa: entro il 2050 l’azienda ha intenzione di rimuovere tutta l’anidride carbonica mai emessa, dalla sua fondazione ad oggi. 

Possiamo condividere o meno le ragioni di Schmidkonz ma sicuramente possiamo essere concordi sulla necessità di un impegno reale e lungimirante. Va ricordato che la sostenibilità si compone di più dimensioni: a quella ambientale si affianca quella sociale, che assicura un’equa distribuzione del benessere. Le aziende hanno sempre più capacità - e volontà - di azione quando si tratta di migliorare la qualità della vita delle persone. In questi casi, la dimensione è spesso territoriale perché bisogni e desideri mutano di luogo in luogo. Questa scala ridotta non depotenzia gli interventi di rigenerazione o di attivazione sociale, anzi li rende su misura per la comunità di riferimento. Per questo l’impatto può essere davvero significativo, con risvolti positivi nel “qui ed ora” ma con una adattabilità che li rende rilevanti anche nel lungo periodo.  

Che ruolo dunque per i brand, per essere rilevanti in queste due dimensioni? Se è vero che servono sforzi grandi e consistenti per lavorare ad una rigenerazione ambientale, nel caso di una sostenibilità sociale è il caso di dire tante piccole azioni possono produrre un grande cambiamento.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Christian Schmidkonz, Sustainability is Dead, Munich Business School

Overshoot Day website

Caterina Maconi, Imprese italiane e green transition: il 38% ha già fatto investimenti sostenibili, La Repubblica

Il 69 per cento delle aziende italiane ha un piano di sostenibilità, Business Weekly

Ecosia website

Photos by Thomas Richter, Mike Marrah, Kasturi Laxmi Mohit


Come l’agricoltura urbana può contribuire a città più eque e sostenibili

[3 minuti di lettura]

 

Nelle nostre città assistiamo oggi al tentativo di recuperare quella relazione tra uomo e natura che ha dato forma alle comunità urbane delle origini. L’agricoltura urbana si inserisce in questo solco e, allo stesso tempo, suggerisce soluzioni per un futuro sostenibile. I risvolti positivi di questa pratica vanno dalla produzione alimentare, al cambiamento climatico, all’attivazione sociale. 

L’80% del cibo prodotto globalmente è destinato al consumo urbano, in una filiera alimentare sempre più complessa che ha impatti sulla salute nostra e del pianeta: emissioni legate a un trasporto globale, spreco alimentare ancora prima dell’arrivo al consumatore, minore accessibilità economica al cibo fresco per alcuni strati della popolazione (food deserts). Aggiungiamo a questo scenario le nuove tendenze culturali che promuovono stili di vita più sostenibili, contatto con la natura e cibo di prossimità. Capiamo così perché si parli sempre più spesso di agricoltura urbana. 

La pratica di portare coltivazioni più o meno piccole all’interno del tessuto urbano si presenta in diverse forme: 

1. Coltivazione a terra (“ground zero”), spesso in appezzamenti in disuso che vengono riconvertiti. Un esempio è l’iniziativa Urban Farming Ground Zero, a Tokyo, che unisce giovani e contadini anziani più esperti, creando una comunità che ha rivitalizzato campi sparsi in città per coltivare frutta e verdura. 

2. Coltivazione sui tetti degli edifici (“rooftop”), per ovviare alla scarsità di suolo occupabile nelle città. Brooklyn Grange è un progetto longevo che ha messo a coltura 22 ettari sui tetti dei grattaceli di New York. Tra le attività, organizza eventi e programmi educativi, oltre a contribuire all’ecosistema con un apiario urbano. 

3. Agricoltura verticale, la soluzione più flessibile, in grado di creare microclimi indipendentemente dalle condizioni esterne, oltre che efficiente grazie alla componente tecnologica. Uno spunto modulare e “casalingo” è quello proposto da Ikea con Better Shelter, un piccolo orto su una struttura componibile. 

Gli interventi menzionati non devono trarre in inganno: l’urban farming è praticabile su ogni scala, come dimostrano le tante zone nei Comuni italiani adibite ad orti urbani. Basti pensare che nell’area urbana di Milano si contano più di 2300 orti. Interessante anche osservare chi sono i soggetti che prendono in gestioni questi appezzamenti di terra: oltre alle associazioni, tra i cittadini quasi la metà sono over 65; invece stupisce (o forse no) che un coltivatore su quattro sia under 34, a dimostrare l’incontro intergenerazionale che può avvenire in questi luoghi. 

I benefici dell’agricoltura urbana si estendono ben oltre la possibilità di integrare questo tipo di produzione sostenibile in una filiera alimentare più ampia. Innanzitutto le coltivazioni, in quanto verde urbano, sono ottime alleate per la vivibilità climatica nelle città: mantengono temperature più basse, migliorano la qualità dell’aria, aumentano la permeabilità del suolo e ne prevengono l’erosione. 

Sono poi degli incubatori di biodiversità, in grado di creare piccoli ecosistemi naturali in equilibrio con flora e fauna, attraendo gli insetti impollinatori. 

Infine, sono costruiti per loro natura come luoghi di socialità. Prendersi cura di uno spazio condiviso favorisce l’aggregazione e la creazione di un senso di comunità. Specialmente se si tratta di piccoli orti di quartiere. Sono luoghi che forniscono anche occasioni “didattiche” per diventare più consapevoli su tematiche che vanno dalle proprietà delle piante aromatiche al cambiamento climatico. Non è un caso che orti e frutteti rientrino tra le attività di inclusione sociale in cui vengono coinvolti soggetti fragili, che siano persone con disabilità, senza fissa dimora o detenute. 

Per tutti questi motivi, l’inserimento di piccoli orti urbani è un elemento ricorrente nei progetti rigenerazione urbana. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Urban agroforestry and its potential integration into city planning efforts, Sustainable, Secure Food Blog

Urban Farming, riportare l'agricoltura in città, podcast "Città", Will Media

Alice Pomiato, Urban Farming e Urban Gardening: l’agricoltura entra in città, QuiFinanza

Michele Weiss, Urban farming: il futuro possibile delle nostre città, AD Italia

GreenElle, Fattorie urbane: 6 progetti di urban farming per sfamare il mondo, eHabitat

Patrick Lynch, IKEA Lab Releases Open-Source Plans for DIY Spherical Garden, ArchDaily

Paola Buzzini, Come si ottiene gratis un orto da coltivare in città, a Milano e non solo, Vice

Food Unfolded website

Milan Urban Food Policy Pact website

Photos by Il Giornale di Salerno, Pen, Anastasia Cole Plakias, ArchDaily, Jonathan Kemper on Unsplash


L'urbanistica tattica in 5 casi: interventi temporanei per quartieri vivibili

[4 minuti di lettura]

 

L’urbanistica tattica è una pratica rapida e a basso budget per migliorare la vivibilità di un’area urbana. Solitamente si tratta di interventi leggeri e a forte impatto visivo, che vogliono ridefinire il ruolo delle strade e migliorare così la vivibilità di un quartiere.  

Gli interventi più comuni prevedono una componente più strutturale – pedonalizzazione, miglioramento dell’illuminazione, abbattimento di barriere architettoniche – e una componente di arredo – arredi urbani (sedute, stazioni bici), piante, spazi gioco, punti ristoro, interventi artistici (colorazione delle pavimentazioni).

Quali sono le caratteristiche comuni tra le operazioni di urbanistica tattica? 

  • temporaneità, uso di materiali economici, pianificazione rapida, strutture leggere e rimovibili 
  • necessità di poche risorse, che possono provenire anche da strumenti di finanziamento “civici” come il crowd-funding 
  • azione formale, cioè regolata e inserita in percorsi di partecipazione sostenuti dalle istituzionali, o spontanea, cioè connotata come riappropriazione dello spazio pubblico, che parte dall’interesse specifico di un “attore” o comunità  
  • partecipazione dei i cittadini, che produce una riattivazione anche del tessuto sociale 
  • organizzazione di eventi ed attività aggregative negli spazi, per testare gli usi e per generale socialità 

Queste operazioni, per loro natura, hanno impatti a breve termine sulla comunità di riferimento, ma allo stesso tempo possono innescare cambiamenti di lungo termine. Non solo nel tessuto urbano e sociale ma anche come modalità d’intervento alternativa alla prassi di progettazione urbana più consolidata e rigida.

I processi e i luoghi che ne risultano diventano catalizzatori urbani, capaci di riattivare lo spazio pubblico grazie al ruolo attivo dei cittadini che così riscoprono un senso di appartenenza, al luogo e alla comunità. Non bisogna inoltre trascurare la risposta che interventi simili danno alle preoccupazioni o ai desideri di chi abita i luoghi: sensazione di sicurezza per una gestione adeguata della mobilità, accessibilità della città a diverse categorie di persone, possibilità di una vita di prossimità slow e meno inquinante. 

Infine, tra i fattori positivi che attirano verso questa modalità di rigenerazione possiamo menzionare economicità, riproducibilità e temporaneità. Permette di testare soluzioni sperimentali che possono essere convertite in permanenti con cognizione di causa, oltre a rappresentare un modello adattabile alle condizioni fisiche, economiche e sociali di contesti variegati. 

CINQUE CASI PER CINQUE CITTÀ

1. Paris Plages, Parigi (Francia)

Un’operazione urbana che trasforma le rive della Senna in piccole spiagge urbane durante i mesi estivi. La pedonalizzazione permette ai cittadini di riappropriarsi dell’area e garantisce un’alternativa a chi non può recarsi nelle località balneari. Oltre al relax, le “spiagge” offrono attività sportive e culturali rivolte a tutte le età, tra cui una libreria, concerti serali e piscine sospese. In questo caso l’intervento è progettato dalla municipalità di Parigi che ha coinvolto cittadini, associazioni sportive e culturali e attività commerciali. 

2. Esto no es un solar, Saragozza (Spagna) 

Significa “questo non è uno spazio vuoto”. Dal 2009 ad oggi il progetto ha riattivato piccole piazze, giardini e playground, dando una destinazione d’uso temporanea a 28 aree urbane vuote. Questa rete di micro interventi, oltre al basso costo e alto impatto, ha dato un impiego a lavoratori disoccupati, seppur temporaneamente. A proporre i singoli progetti sono stati associazioni, comitati di quartieri, semplici cittadini, artisti e collettivi, in un’ottica partecipata. Da qui deriva la grande varietà degli interventi: giardini, orti urbani, spazi attrezzati per anziani, aree sport e gioco. 

3. Escaleras Oasis Tropical, Medellin (Colombia) 

L’intervento ruota intorno al rifacimento di una scala pedonale fulcro della mobilità del quartiere, diventata nel tempo fatiscente e pericolosa. Il processo si è basato su laboratori informali di co-produzione tra cittadini, artisti e attori locali, guidata dagli studenti di una università berlinese. Il rinnovato spazio di connessione si è arricchito con murales e un giardino pubblico, che rafforzano l’identità locale. Sin da subito il luogo di aggregazione ha generato risonanza sociale e un impatto sulle microeconomie che vi si affacciano. 

4. Dispersione ZERO, Sassari (Italia) 

Vincitore di un bando contro la dispersione scolastica, il progetto è stato realizzato con la collaborazione di una scuola secondaria di primo grado del quartiere. Al suo interno è nata anche una piccola falegnameria che ha permesso di realizzare i materiali per l’intervento. Lo spazio anonimo di un marciapiede grigio è stato trasformato in un luogo per la sosta, il gioco, la lettura. Il colore e le strutture di legno l’hanno reso riconoscibile e accogliente, aperto ad una molteplicità di usi individuali e collettivi. 

5. Piazze Aperte, Milano (Italia) 

Dal 2018 questa iniziativa sviluppata dal Comune attraverso bandi pubblici ha riqualificato più di 30 piazze e nodi stradali: pedonalizzazione, arredi urbani, piante, asfalti colorati. L’esempio del “salotto” di Largo Balestra, progettato da Needle, ne esemplifica intenti e modalità. La trasformazione è avvenuta in soli due giorni, con la colorazione della piazza e il ridisegno dello spazio grazie a sedute, piante, tavoli da ping pong.

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Tactical Urbanism Toolkit by Urban Systems

Francesco Alberti, Urbanistica tattica e rigenerazione urbana, Ingenio

Urbanistica tattica, ridefinire il ruolo delle strade e migliorare la vivibilità del quartiere, Bioedil progetti

Paris Plages, Project for Public Spaces

Rigenerazione urbana alla Biennale: EstoNonEsUnSolar a Saragozza, Teknoring

Escaleras Oasis Tropical, Urban Lab Medellin Berlin

Dispersione ZERO, Tamalacà

Piazze Aperte: Come Milano ha restituito le sue piazze ai suoi abitanti, Global Designing Cities

La piazza tattica di Largo Balestra, Needle

Photos by Cuidad Emergente, Comune di Milano, OuiPlease, Estonoesunsolar, Urban Lab Medellin Berlin, Tamalacà, Needle


Human SmartCities, un nuovo paradigma per lo sviluppo

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EY ha pubblicato il suo Human SmartCity Index 2022, il primo del periodo pandemico, che ha valutato lo scenario sociale e lavorativo nelle città post covid. Uno scenario instabile che richiede spirito di adattamento a persone, aziende e tessuto urbano, i cui spazi vengono utilizzati dai soggetti nei loro diversi ruoli di cittadini e lavoratori. 

Se negli ultimi due anni è diventato manifesto il desiderio di recuperare un maggiore senso di comunità, è necessario che anche gli spazi si ricompongano per creare una città a misura di persona. Il lavoro, in particolare, ha cambiato la sua geografia: lo smart woking ha messo al centro l’ambiente domestico ma ha anche evidenziato la necessità di modalità e spazi di lavoro intermedi. Il 51% dei lavoratori italiani prevede di continuare in forma agile la propria attività, per questo le città che saranno più capaci e veloci nel riprogettarsi diventeranno più attrattive. Smart working significa lavoro di prossimità e rappresenta dunque un’opportunità (soprattutto per le città medie e piccole) di creare comunità dove prima esistevano “quartieri dormitorio”. Il requisito fondamentale tuttavia è che si progettino nuove centralità in queste zone: la transizione è verso una città più “umana”, inclusiva e accessibile, ricca di servizi, luoghi culturali e per il tempo libero. 

Di chi è la responsabilità di garantire questo sviluppo sostenibile? Secondo una ricerca Gfk, gli intervistati percepiscono le imprese come un attore chiave in questo processo (76%), premiando i brand che contribuiscono con un impatto positivo sul territorio. 

Seguendo questa traiettoria di cambiamento, le Smart Cities si trasformano in Human Smart Cities, ovvero città che (ri)progettano infrastrutture e servizi bilanciando centralità del cittadino, innovazione tecnologica e sostenibilità. 

Questo passaggio risulta evidente nel caso di Toronto, che in pochi anni ha rinunciato ad un progetto urbanistico “smart” in favore di un approccio alla città più inclusivo e attento alla comunità. Il progetto Quayside, annunciato nel 2019 da Sidewalk Labs (Google), prevedeva di trasformare il lungomare cittadino in un distretto futuristico, altamente tecnologico e innovativo. L’arrivo della pandemia – e con essa i ripensamenti sul rapporto tra il benessere e l’abitare le città - ha portato all’abbandono del piano, sostituito da una nuova visione nel febbraio 2022. Il litorale presenterà 800 alloggi a prezzi agevolati, una foresta urbana, servizi di prossimità e di aggregazione e l’obiettivo zero emissioni di carbonio. 

In questa ritrovata centralità della persona, lo studio di EY valuta le città secondo due variabili interdipendenti: i comportamenti tenuti dalla cittadinanza e la capacità degli stakeholder pubblici e privati di ridisegnare la città a partire dalle esigenze espresse dalla comunità (readiness). 

Quali sono i risultati più interessanti della ricerca? 

  1. gli sviluppi sono sostenuti in gran parte dagli investimenti, mentre emerge la necessità (anche per le città prime in classifica) di concentrarsi di più sulla componente "umana”
  2. la distribuzione geografica delle città secondo la fascia di ranking mostra un notevole divario tra nord e sud
  3. la differenza tra città grandi e piccole rimane importante nella componente investimenti mentre si riduce fortemente per quanto riguarda i comportamenti 
  4. nell'equilibrio tra le due componenti, i territori regionali mostrano una situazione differenziata al proprio interno, segno di scelte autonome da parte delle città. Più in generale,
    • le città smart - alto punteggio di readiness e basso punteggio di comportamenti - investono e sviluppano iniziative, ma fanno fatica a coinvolgere i cittadini. Si tratta delle metropoli del sud (grandi investimenti grazie ai fondi strutturali) e di città medie del centro-nord 
    • viceversa, le città behaviour-driven - alto punteggio di comportamenti e basso punteggio di readiness - sono piccole città tradizionalmente poco smart, ma i cui cittadini sviluppano comportamenti virtuosi, anticipando le iniziative degli altri stakeholder. 
  5. Il posizionamento delle filiere produttive secondo questi criteri è un dato interessante per comprendere competitività e attrattività delle imprese, non solo secondo parametri di mercato ma anche di condizioni di lavoro. I dati ci dicono che la maggior parte delle filiere produttive si trova in territori significativamente sotto la media, sia per readiness sia per comportamenti, e devono dunque impegnarsi per offrire ai lavoratori contesti urbani e di vita più a misura di persona.

In conclusione, le istituzioni pubbliche e le aziende che operano nel territorio devono impegnarsi in interventi che riescano a coniugare readiness e comportamenti: ascoltare e amplificare i comportamenti della cittadinanza per ridisegnare la città, allo stesso tempo intendere gli interventi nel tessuto urbano come stimolo per i cittadini stessi per implementare comportamenti virtuosi. 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Human Smart City Index, EY

Post-Covid e abitudini digitali: promossi smart working, spesa online e servizi pubblici via App, Altroconsumo

Fabrizio Papitto, L’intelligenza degli alberi di Toronto, La Svolta

Ricerca Gfk per Sodalitas, 2018

Photos by Shridhar Gupta, Asia Culture Center on Unsplash; Human Smart City Index by EY


La Design Week può diventare un modello di rigenerazione urbana sistematica?

[3 minuti di lettura]

 

Si è conclusa da poco la Design Week 2022, nelle sue due anime del Salone del Mobile e del Fuorisalone. I numeri parlano di un ritorno quasi completo a livelli pre-pandemici, con 2.200 espositori, 800 eventi diffusi nei quartieri e una stima di 400.000 visitatori. Per un evento che spesso è stato definito come fiera dell’effimero, qual è stata però l’attenzione verso una sostenibilità ambientale e sociale? 

La sostenibilità è stata il criterio principe di valutazione dei progetti, come afferma Laura Cappello, assessora al lavoro e allo sviluppo economico. L’attenzione viene posta soprattutto sui materiali impiegati negli stand e nelle installazioni, mettendo in gioco soluzioni virtuose tra raccolta differenziata, riuso e trasformazione dei materiali e riallestimento delle opere in altre sedi. Esempi di ricollocamento in spazi più o meno pubblici sono la sistemazione della Floating Forest realizzata dallo studio di Stefano Boeri per Timberland al vivaio Peverelli, o del verde sul ponte Merini nel Municipio 6. O ancora Wandering Fields, installazione dello Studio Ossidiana, in cui i partecipanti si sono presi materialmente cura di un terreno, che verrà trasportato nel parco Trotter e donato come opera di design pubblico. 

Si tratta sicuramente di iniziative che vanno nella giusta direzione, seppur sporadiche. Perché però non pensare ad installazioni che possano rimanere ai cittadini e che ne migliorino la qualità della vita, in quartieri che ne hanno bisogno? 

Negli ultimi anni il Fuorisalone si è spinto nelle periferie e nell’hinterland milanese, da Baggio a Baranzate, restituendo loro una centralità che tuttavia rimane effimera. Come ammette Stefano Boeri, “si tratta di spazi conquistati che non possono attendere un altro anno prima di tornare ad animarsi.” Se intendiamo le città come la connessione tra comunità (civitas) e architetture (urbs), l’evento simbolo del design, che vuole progettare e realizzare soluzioni orientate al futuro, potrebbe fare la differenza nel ripensare la vivibilità dei luoghi e la costruzione di comunità intorno ad essi. 

Eventi come questo portano un innegabile beneficio alla città, economico, di status e di spinta propulsiva all’innovazione. Tuttavia è necessario che si generi anche una risonanza culturale non transitoria, perché i cambiamenti che dobbiamo affrontare sono anche culturali. Che differenza farebbe se gli enormi investimenti fatti per opere temporanee si trasformassero in un impegno sistematico su opere durevoli che attivino la città come luogo di comunità? 

Negli anni sono state portate avanti delle analisi sul contributo dei grandi eventi alla città, particolarmente visibile nel caso di grandi eventi sportivi come le Olimpiadi o tematici come gli Expo. In particolare, si evince che incorporare eventi nella rigenerazione a lungo termine di una città, coinvolgendo la comunità locale nei processi culturali, è un fattore che assicura la sostenibilità culturale e sociale degli eventi stessi. Milano ha già dato segnali in questo senso, con la conversione del grande polo Expo in MIND Milano Innovation District. Con la Design Week, però, c’è la possibilità di essere tra i primi a rendere queste operazioni mirate, basate sull’ascolto e soprattutto sistematiche, data la sua ricorrenza annuale.

Partendo dunque dalla suggestione offerta da Boeri, la proposta è quella di una “chiamata alla città” nella sua globalità perché eventi come questo diano lasciti permanenti, perché il tutto sia pensato e realizzato fin dall’inizio per migliorare il territorio, perché nulla venga “sprecato”. In un’ottica non solo di sostenibilità, ma anche di rigenerazione urbana.  

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PER APPROFONDIMENTI:

Giacomo Valtolina, Design week a Milano, dove finiscono le installazioni del Fuorisalone? Vivai, parchi, università (e legna da camino), Corriere della Sera

Giacomo Valtolina, Il design ha perso «l’effetto folla»? Boeri: «Eventi diffusi e quartieri emergenti, la città sembra meno piena», Corriere della Sera

Andrea Senesi, Design week Milano, Alessia Cappello: «Troppo traffico, i grandi eventi devono essere più sostenibili», Corriere della Sera

Deyan Sudjic, Il Salone ha ancora senso?, Domus

Walter Mariotti, Quel che resta del Salone 2022, Domus

Paolo Casicci, Il FuoriSalone dopo il FuoriSalone, che cosa resta da vedere in città dal 13 giugno, Interni Magazine

Yi-De Liu, Event and Sustainable Culture-Led Regeneration: Lessons from the 2008 European Capital of Culture, Liverpool

MIND Milano Innovation District website

Photos by Alessandro Ranica, Nick Hillier, Steve Johnson on Unsplash


Camminare come pratica di scoperta e progettazione urbana

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Idealmente, camminare è uno stato in cui la mente, il corpo ed il mondo sono allineati.

Rebecca Solnit

 

Nell’attuale ecosistema sociale, che produce ogni anno più di 70 milioni di automobili, camminare rappresenta una pratica e un modo di pensare sempre più necessari. Costituisce una prospettiva olistica alla convergenza tra teoria e pratica, rivelando un dialogo e uno scambio tra arte, architettura, studi urbani, sostenibilità, ecologia e tecnologia.

In particolare, le città racchiudono stimoli ancora poco espressi, per viverle ma anche per progettarle. Francesco Careri, professore e co-fondatore di Stalker, workshop interdisciplinare di arte e architettura, ragiona su questo tema da anni, partendo da questa domanda: è possibile avere architettura senza l’oggetto architettonico, senza trasformazioni fisiche degli spazi? Per darsi una risposta ha iniziato a camminare per le città, usando il proprio corpo come uno strumento per portare attenzione su territori non visti né compresi.

Il camminare così inteso viene caricato di un significato simbolico e rituale, diventa una pratica collettiva attraverso cui costruire relazioni. Bisogna essere consapevoli e pronti a “perdere” tempo, dice Careri, capaci anche di fermarsi in un mondo che spesso non ci autorizza a farlo.

In controtendenza rispetto a un sistema di produzione architettonica standardizzato, Careri suggerisce di partire da quello che già si trova nei luoghi e di innaffiarlo come dei giardinieri, per fare crescere ciò che è già in seme. Ciò che davvero fa la differenza è saper ascoltare, essere presenti e in contatto con chi vive i luoghi stessi.

L’esperienza di Careri, raccolta nel suo libro Walkscapes. Camminare come pratica estetica, si inserisce in una tradizione consolidata. Il camminare come pratica artistica ha una storia che si è sviluppata nell’ultimo secolo, in un crescente bisogno di connettersi con il potenziale delle città e riconnettersi con la natura, dentro e fuori dal tessuto urbano. Un esempio recente è rappresentato dal progetto The Walks di Rimini Protokoll, una serie di passeggiate urbane guidate da registrazioni audio che invitano ad interagire con l’ambiente circostante. I luoghi diventano scene teatrali con l'accompagnamento di voci, rumori e musica.

In quest’ottica, camminare racchiude un potenziale creativo e la possibilità di costruire comunità: può rappresentare il primo passo per approcciarsi a interventi di rigenerazione che nascano dall'ascolto dei cittadini.

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Francesco Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Einaudi, 2006

urbanNext, Immaterial Architecture: The Power of Walking

Connecting Cultures, Stalker/On. Campus Rom

Herman Bashiron Mendolicchio, Walking. The creative and mindful space between one step and another, interartive

Rimini Protokoll, The Walks

Photos by: Mette Kostner, Timon Studler, Dustin Tramel on Unsplash


Sport e cultura, un caso di rigenerazione verticale: Multiprogram Ship, Caracas

[4 minuti di lettura]

 

Collocato all'intersezione tra design, arte e ingegneria, Multiprogram Ship è un progetto comunitario pensato come strumento di emancipazione sociale e concentrato sul rinnovamento dei paesaggi inattivi e non regolamentati delle favelas di Caracas. Si tratta di un intervento di ingegneria urbana partecipata che ruota intorno a un edificio multifunzionale, con l’obiettivo di consolidare una rete di spazi culturali, sportivi e di assistenza come modello nei quartieri popolari.

Il dispositivo è connesso al principale sistema di mobilità della favela, costruendo relazioni con lo spazio pubblico su tre livelli differenti lungo le scale di quartiere. Il primo livello, che dà sulla strada, è concepito per fornire servizi medici e di assistenza; il secondo è una piattaforma progettata per programmi multifunzionali, attività di comunità di quartiere, workshop e spazi culturali; il terzo spazio è ideato per le attività sportive.

Tra gli spazi pubblici e culturali in contesti territoriali complessi anche dal punto di vista morfologico, Multiprogram Ship è un modello ibrido alternativo alla gestione pubblica, basato su operazioni di agopuntura urbana. La riabilitazione fisica e organizzativa di zone sviluppatesi in modo organico e incontrollato parte dalla riprogettazione del terreno ma si sviluppa poi in verticale: gli spazi della nave sono aerei, sospesi mediante sistemi prefabbricati e telai metallici modulari.

L’integrazione di tecnologia e di tradizioni locali in un approccio sostenibile è il risultato diretto del processo partecipato di progettazione, guidato dall’amministrazione comunale affiancata da associazioni culturali e sportive e dal governo nazionale. La comunità locale ha invece interagito attraverso dei consigli di comunità, in un processo di partecipazione flessibile e orizzontale utile a canalizzare le risorse pubbliche. L’architetto che si è occupato del progetto è Alejandro Haiek di Lab Pro Fab.

L’intervento, che coinvolge 600 famiglie, ovvero 3.000 abitanti, è iniziato nel 2009. Oggi l’edificio è funzionante e la rigenerazione continua, con più di 400 case dipinte che producono microeconomie utili a consolidare la struttura sociale. L’opera è riuscita a smussare i confini tra un piano abitativo degli anni '70 e un fenomeno di crescita informale, articolando attività collettive a beneficio dei cittadini di entrambe le condizioni urbane. 

L'edificio funge da fabbrica di conoscenza migliorando le dinamiche sociali, sostenendo l'appropriazione del suolo urbano attraverso attività culturali e sportive come modelli urbani per la crescita informale. È un ingranaggio sociale per prendere coscienza attraverso piattaforme ibride, flessibili e incrementali.

L’implementazione di soluzioni simili è anche un modo per ripensare la democrazia locale connettendo le persone tra di loro in una rete emergente di coscienza politica. Il progetto è stato infatti anche un’opportunità per comprendere i processi urbani di comunità sviluppati dal basso.

 

 

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PER APPROFONDIMENTI:

Lab Pro Fab website

Clara Ott, Multiprogram Ship, Vertical System of Sports and Cultural Platforms, ArchDaily

urbanNext, Multiprogram Ship: Sport and Cultural Platforms. The Public Machinery

Alejandro Haiek Coll, MULTIPROGRAM SHIP / Sport and Cultural Platforms

Multiprogram Ship press dossier

Alejandro Haiek, Multiprogram Ship, video YouTube

Photos by: Alejandro Haiek / Lab Pro Fab


Urban Art storytelling a Milano

[5 minuti di lettura]

A Milano sempre più le attività di Urban Art  si sviluppano su concetti di storytelling strutturati. Il primo quartiere museo al mondo come ORME (Ortica Memoria), opere di grando impatto socaie e artistico come Necesse e il futuro Miracolo a Milano di SMOE e i parchi di murales Corba Cinque Cerchi e Street Player, dedicati allo sport e multi artista sotto la supervisione di Stradedarts.

Agli antifascisti e ai deportati politici - Luigi Pestalozza

"Vogliamo raccontare la storia di Milano e del suo secolo breve dipingendola sui muri, così che tutti possano conoscerla e riviverla camminando per le strade del quartiere Ortica" così si presenta ORME, un itinerario culturale e identitario quindi, un percorso di ricerca della memoria che porti i milanesi e i visitatori fuori dal centro, per ampliare visione, emozione e conoscenza della nostra città e delle sue periferie ricche di storie e di energie sociali. Si tratta di un museo permanente di Milano, accessibile a tutti, gratuito, con mappa e app multimediali, un polo culturale nella città dove passeggiare e poter dire "qui la storia la conoscono anche i muri".

Necesse - Studio SMOE

Un altro approccio quello di SMOE che, con grandi murales tematici come Necesse, una delle più grandi pareti dipinte d'Italia racconta una storia complessa in un momento difficile. Il muro si trova in un parco pubblico in via Via Ludovico di Breme e misura circa 1300 mq. Si tratta di un progetto che ha come scopo quello di mettere in luce i cambiamenti nella nostra società, dovuti all'emergenza sanitaria Covid19. Cambiamenti sociali, ambientali ed economici che sono stati messi in primo piano e alcuni professionisti lavoratori che si sono rivelati fondamentali. Necesse rappresenta un omaggio a quelle persone più umili che hanno lavorato instancabilmente per garantire i bisogni primari della  comunità.

Miracolo a Milano (render) - Studio SMOE

Un secondo murales, sempre di studio SMOE, che una giuria popolare ha scelto come progetto da realizzare sui muri del quartiere Lambrate è Miracolo a Milano, racconterà la storia legata al film e ai suoi creatori. Vittorio De Sica e Cesare Zavattini osserveranno infatti l'uno accanto all'altro le scene e i protagonisti principali di quel Miracolo a Milano, che 70 anni fa avevano diretto e scritto in un maxi-murale di 45 metri di lunghezza per 5,5 di altezza, ispirato al film del 1951.

Corba Cinque Cerchi - SteReal

Il progetto Corba Cinque Cerchi è legato invece al mondo dello sport e, in particolare agli sport olimpici invernali, e che costituirà una sorta di "avvicinamento" alle olimpiadi Milano-Cortina 2026. Si tratta di un vero e proprio parco di murales che trasformerà le 38 pareti delle case popolari a schiera del quartiere Corba in altrettante opere di Urban Art: un’iniziativa di riqualificazione urbana

L'ultimo progetto è un'opera collettiva, coordinata da Stradedarts, in collaborazione con Ippodromo Snai di San Siro, che viene realizzata con cadenza biennale ed è arrivata alla sesta edizione.
Ogni edizione viene dedicata a una tematica specifica. Si tratta di Street Players, il più grande evento di Graffiti Writing e Street Art d'Italia, con 500 artisti all''opera sui 5 chilometri del muro di cinta dell'ippodromo del galoppo a Milano.

Street Players

Quest'anno il tema dei tre giorni di lavorazione collettiva (8-9-10 luglio) sarà la celebrazione dei 40 anni dalla vittoria della nazionale italiana ai mondiali di calcio di Spagna del 1982
Grazie al 3-1 contro la Germania Ovest, gli Azzurri di Bearzot, di fronte al presidente Sandro Pertini, alzarono al cielo l'11 luglio 1982 la Coppa del Mondo per la terza volta nella storia dei Mondiali.
Ognuno dei 500 artisti interpreterà questo storico evento sui muri davanti allo stadio e nelle vie principali di accesso a San Siro (Viale Caprilli e Via Diomede) e le opere rimarranno per i due anni seguenti.

Street Players

A completare quest'opera collettiva durante l'evento conclusivo di domenica 11 luglio verrà proiettata la finale di Madrid del 1982.

Progetti di Urban Art differenti, con alla base però un unico grande comun denominatore: l'arte e la possibilità per tutti di fruirne liberamente. Una logica di trasformazione di una città una volta definita "grigia" come Milano in un'esplosione di colori e di bellezza con l'intento di rigenerare specifici luoghi o interi quartieri in zone non centrali, ma non per questo meno "vissute" e con l'idea di rafforzare il senso di appartenenza.

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Foto: Alessandro Pestalozza, SMOE, Stradedarts


BiodiverCities 2030 - Soluzioni Nature-based per un futuro urbano resiliente e sostenibile

[6 minuti di lettura]

Il World Economic Forum ha fortemente caldeggiato alle città di trasformare il loro rapporto con la natura per affrontare la biodiversità e le crisi climatiche.
Il report "BiodiverCities by 2030" illustra perché i decisori delle aree urbane, sia in ambito pubblico che privato,​ devono ormai agire considerando le loro città come "sistemi viventi" le cui funzioni economiche, sociali ed ecologiche sono in equilibrio. I cosiddetti investimenti "Nature positive", come per esempio le Soluzioni Nature-based (NbS) per le infrastrutture o la riconversione di aree urbane ad ambienti naturali, potrebbero infatti creare oltre 59 milioni di posti di lavoro nelle città di tutto il mondo e generare oltre 1,5 trilioni di dollari di valore d'affari annuo entro il 2030.

Le NbS sono soluzioni che si "ispirano alla natura" e possono contribuire allo sviluppo di ambienti urbani resilienti e sostenibili. Si tratta di strumenti efficaci per affrontare sfide come la perdita di biodiversità e gli effetti dei cambiamenti climatici. Oltre a mitigare i cambiamenti climatici queste soluzioni offrono anche benefici economici, ambientali e sociali. Aiutano a migliorare la qualità dell’aria , la biodiversità, a diminuire il rischio di inondazioni e a controllare l'effetto del surriscaldamento in ambito urbano.

Le Soluzioni Nature-based in ambiente urbano possono essere di diverso tipo e coinvolgere ambienti differenti: parchi pubblici, giardini comunitari, tetti a verde, agricoltura urbana e misure per l'attenuazione delle inondazioni. Il report dimostra come le NbS, sia in contesti urbani che rurali, possano garantire oltre un terzo dell'apporto necessario alla riduzione del surriscaldamento da qui al 2030, per riuscire a contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C. Oltre a ciò ovviamente le NbS possono efficacemente contribuire alla creazione ambienti di vita sani per le popolazioni urbane e, come già accennato, a rilanciare l'economia locale creando posti di lavoro.

Nonostante tutto ciò l’implementazione delle NbS urbane sta procedendo a rilento. Il motivo principale è essenzialmente economico: le NbS possono essere costose per le comunità locali e i possibili finanziatori privati non sempre beneficiano direttamente delle NbS, se non nel lungo periodo. Peraltro una collaborazione pubblico-privato è l'unica soluzione vincente per questo tipo di progetti.

Per riuscire a realizzare la visione che emerge da BiodiverCities entro il 2030 sono necessari dei cambiamenti nei modelli di sviluppo urbano ed è fondamentale il contributo di tutte le componenti della società.

In primo luogo le città devono adottare un "approccio sistemico" alla governance urbana che prenda in considerazione le esigenze di tutte le parti interessate, tenga conto del valore degli ecosistemi naturali e si allontani dai modelli legacy in cui le decisioni vengono definite solo dall'efficienza dei costi e da una pianificazione urbana ad hoc.

In secondo luogo le città devono reintegrare il concetto di "natura" nelle loro decisioni di pianificazione territoriale e ripristinare un "substrato naturale" quale elemento fondamentale del loro sviluppo.
Ciò significa preservare gli habitat naturali all'interno e intorno alle città, riqualificare i terreni degradati (attraverso, ad esempio, la piantumazione di alberi) e crescere in maniera smart "incorporando" la natura in infrastrutture nuove o ripensate, come per esempio corridoi verdi lungo le strade principali e tetti a verde sugli edifici di nuova costruzione.

In terzo luogo, sono necessarie azioni per rendere la natura un "investimento attrattivo" per i mercati finanziari e indirizzare i finanziamenti privati nel "capitale naturale" delle città.

Due esempi di Soluzioni Nature-based sviluppate sono il "The Back Garden" a Glasgow e la "Green Roof Strategy" di Amburgo.

Nel primo caso, unendo in un unico progetto realtà sanitarie e ambientali, la Green Exercise Partnership (GEP) dimostra come un uso innovativo di fondi pubblici possa condurre a soluzioni nuove e di successo. La GEP ha chiaramente dimostrato che le Soluzioni Nature-based si possono sviluppare anche (e soprattutto) quando si incontrano ambiti profondamente differenti e che, se struttutate nel modo corretto, queste attività sono facilmente ed efficacemente replicabili. Utilizzando fondi sia del bilancio sanitario sia di quello ambientale è stato possibile aumentare lo spazio verde, in maniera naturale e sostenibile, in modo da sfruttarlo per ridurre i tempi di recupero dei pazienti, risparmiando così, alla fine, sui costi sanitari.

Nel secondo caso la strategia di Amburgo è stata quella di creare dei tetti con superfici a verde. Una delle attività fondamentali è stata la campagna per informare i proprietari e i condomini degli edifici sui vantaggi di avere un tetto piantumato a verde. Diffondere la consapevolezza del potenziale risparmio sui costi e sostenere finanziariamente l'attuazione di questo tipo di Soluzioni Natural-based è risultato poi vincente, con la superficie totale dei tetti a verde di Amburgo che è quasi raddoppiata nell'arco di tre anni.

In tutto questo è di estrema importanza comprendere che, proprio per la peculiare caratteristica innovativa di questo tipo di progetti, si tratta di coddetti progetti "learning by doing". È infatti necessario combinare, da un lato, una visione chiara e audace di una città completamente sostenibile e, dall'altro, l'adozione di misure effettivamente realizzabili. Muoversi nella giusta direzione, anche a piccoli passi, è fondamentale. Verranno anche commessi errori, ma le aree urbane devono assolutamente iniziare a includere le NbS nei loro scenari e prendere come riferimento la visione di lungo periodo per decide il modo migliore di procedere.

Le soluzioni Nature-based garantiscono quindi ritorni molto promettenti per il futuro delle città. È sempre più lampante come ormai tutte le aree urbane debbano trasformarsi in queta direzione e di come sia necessario, se non fondamentale, sbloccare sempre più i co-finanziamenti dei privati per riuscire concretamente nello sviluppo delle NbS.

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PER APPROFONDIMENTI:
United Nations Global Impact, Nature-based solutions to address climate change
Ellen MacArthur Foundation, Circular Cities: thriving, liveable, resilent
World Economic Forum, BiodiverCities by 2030
World Economic Forum, New Nature Economy Report Series
NatureScot, Green Ways To Health Case Study: Possilpark Health & Care Centre
Scottish Forestry, NHS Greenspace for health and wellbeing
Hamburg Ministry for Environment and Agency, Green Roof Strategy Hamburg
Climate ADAPT, Four pillars to Hamburg’s Green Roof Strategy: financial incentive, dialogue, regulation and science
Hamburg Ministry for Environment and Agency, Hamburg’s Green Roofs Economic Evaluation


"Pianeta e ritorno economico" e "State of place" gli elementi che i marketer devono tenere in considerazione

[4 minuti di lettura]

WARC è una multinazionale britannica che fornisce conoscenze ed expertise in ambito marketing e strategia alle più grandi agenzie di pubblicità e media del mondo, alle società di ricerca, a università e aziende.

Ogni inizio anno pubblica il Warc Marketer's Toolkit evidenziando quali siano le 5 tendenze globali che segneranno le varie industry nell'anno in corso.

TrendWatching è invece una delle principali realtà di analisi delle tendenze dei consumatori nel mondo, nata per ispirare e trasformare le tendenze e gli insight in innovazioni a beneficio di tutti.
Ogni anno identiifica una parola chiave (quest'anno 'apocaloptimism') alla luce della quale si evidenziano 5 megatrend e si ramificano 22 opportunità di cui tenere conto nel corso dell'anno.

Il WARC Marketer's Toolkit 2022 indica come prima tendenza è "considerare sia il ritorno economico che il pianeta", mentre TrendWatching definisce del primo megatrend "State of Place".

La crisi legata ai cambiamenti ambientali è ormai uno dei topic di primaria importanza per le aziende, vista l'urgenza che emerge da molteplici analisi e ricerche nel mondo.

I marketer che decidono di impegnarsi in progetti per la salvaguardia del pianeta devono ormai riconsiderare i modelli di vecchia data, formulati ancora sul paradosso del raggiungimento di una crescita infinita su un pianeta finito: è Insomma urgente adottare un differente approccio alla crescita.

Un elemento utile da considerare, secondo WARC, è quello che viene definito "double bottom line" (DBL), un approccio che dà uguale peso sia ai profitti e che agli impatti ecologici derivanti dall'attività di un'azienda.... e gli investitori sono sempre più sensibili e propensi a considerare favorevolmente questa idea, perché ritengono che le aziende con forti credenziali ambientali, sociali e di governance (ESG) siano meglio posizionate nel medio-lungo periodo.

Passando TrendWatching si evidenzia come uno dei megatrend identificati consista nella ritrovata forza del "locale", anche per sottolineare quanto i consumatori apprezzino quei brand che lavorano per migliorare territori e comunità. Ora, per quanto il lavorare da remoto e le tecnologie immersive rendano gli orizzonti più sfumati, alla fine per la maggior parte delle persone la vita di ogni giorno si svolge intorno a determinati punti fermi, siano essi il proprio quartiere o la propria comunità.

Entrambe le tendenze possono essere riassunte come un'evoluzione di ciò che, già una ventina di anni fa, Jacques Seguelà affermava ovvero che "L’idea pubblicitaria non ha valore se non aderisce alla sociologia del momento, adesso se vuole sopravvivere deve dotarsi di una morale. Non ci sarà spazio nei prossimi decenni per una marca che non saprà agganciarsi a una delle grandi battaglie sociali del momento".

Nello scenario attuale, infatti, i brand sono sempre più chiamati a operare con soluzioni pratiche e innovative in grado di generare un miglioramento visibile nelle vite quotidiane delle persone.

In particolare in quest'ambito le aree metropolitane, che sono da sempre culla e simbolo delle civiltà che hanno incarnato, è necessario ripensino a se stesse migliorandosi e valorizzandosi.

Del resto le sfide sempre crescenti poste dal finanziamento di progetti di questo tipo (e la limitata disponibilità di denaro pubblico da investire) richiedono sempre più di unire risorse pubbliche e private.

In tutto questo quindi, se riusciremo, con un mix di impegno pubblico e privato, a immaginare e a realizzare una nuova idea di città (più sostenibile, più equa, più integra, più vitale, migliore da vivere) si riuscirà anche a riprogettare un futuro migliore per tutti.

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PER APPROFONDIMENTI:

WARC, MARKETER'S TOOLKIT 2022

TrrendWatching, 22 Consumer trend opportunities for 2022

Foto by: Markus Spiske, Adam Jang and NeONBRAND on Unsplash


Trend 2022 per i brand in termini di sostenibilità e rigenerazione

[6 minuti di lettura]

È uscito recentemente il consueto report di Wunderman Thompson "The Future 100" in cui, come ogni anno, la unit futurologia, ricerca e innovazione dell'agenzia predice le innovazioni che diventeranno mainstream nel 2022 e le tendenze di marketing e brand.

Di tutte quelle analizzate ce ne sono alcune che riguardano la sostenibilità e la rigenerezione urbana. In particolare:

  • Mini foreste
  • Green Mapping
  • Brand impegnati nella rigenerazione
  • La natura nei posti di lavoro

Mini foreste

Le città fanno spazio a mini foreste, consentendo agli abitanti delle città di riconnettersi con la natura e la fauna selvatica

Le mini foreste stanno nascendo sempre più in ambienti urbani, offrendo abitanti una nuova forma di spazio pubblico.
Una sempre crescente attenzione alla biodiversità urbana vede, in tutto il mondo, sempre più le comunità impegnate a creare piantare foreste in spazi pubblici, unendo le persone con l'intento di proteggere il pianeta, riportare la natura in città e creare luoghi di socializzazione.
Le mini foreste sono state create nei parchi urbani di Los Angeles nell'ottobre 2021 come parte del Park Forest Initiative della Los Angeles Parks Foundation.
Nel quartiere londinese di Chelsea si sta piantando una foresta “autoctona” di 240 metri quadrati per ripristinare la biodiversità e far sì che i residenti possano riconnettersi con la natura.
Seicentotrenta alberi e arbusti verranno messi a dimora dalla SUGi Forest Makers, una realtà che "investe nella natura e ripristina la biodiversità" in collaborazione con il brand di lusso Louis Vuitton e la società di gestione immobiliare Cadogan.
Sempre a Londra, il consiglio di Islington ha annunciato a fine ottobre 2021 l'intenzione di nominare uno "tree specialist" in ogni complesso residenziale.
Dall'altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, all'inizio del 2021 la Nelson Whakatu Microforest Initiative ha iniziato a preparare il terreno per una mini foresta a Enner Glynn un sobbrgo di Nelson, come una delle innumerevoli azioni comunitarie per riportare flora e fauna nelle aree urbane e combattere il cambiamento climatico.
In India la Afforestt crea fitte mini foreste nei parcheggi e nei cortili utilizzando il metodo Mayawaki. L’idea è sostanzialmente quella di riempire in maniera molto fitta le zone prescelte con piante autoctone in modo da creare un piccolo ecosistema funzionale in grado di ripristinare il suolo, proteggere risorse come l’acqua e la qualità dell’aria e agire come un “hotspot” di biodiversità.
I sostenitori del metodo Miyawaki affermano che le foreste in miniatura crescono 10 volte più velocemente, diventano 30 volte più fitte e hanno un livello di biodiversità 100 volte maggiore rispetto a quelle piantate con metodi più convenzionali.

Green Mapping
"I consumatori consapevoli hanno nuove priorità eco quando pianificano viaggi e trasferte e sono interessati a suggerimenti e consigli dei brand su come vivere in modo più sostenibile".

Nell'ottobre 2021 Google ha annunciato il lancio di tre nuove opzioni "environmentally conscious" in Google Maps. Eco-friendly Routing consente ai guidatori di vedere gli itinerari più efficienti in termini di carburante invece che solo i più veloci. Lite Navigation è pensata invece per i ciclisti che non vogliono essere distratti dalla strada che stanno percorrendo con indicazioni passo dopo passo. Nella terza opzione Google ha esteso a oltre 300 città in tutto il mondo le informazioni disponibili relative allo sharing di biciclette e scooter, aiutando in questo modo le persone a trovare più facilmente la micromobilità a loro disposizione. Ma l'impegno di Google relativamente alle informazioni sui viaggi sostenibili nel 2021 è andato ben oltre Maps. La ricerca di voli in tutto il mondo viene corredata con le stime delle emissioni per ogni tratta scelta, mentre gli elenchi degli hotel ora includono i requisiti in termini di sostenibilità e le certificazioni eco.
Nell'autunno 2021 è stata lanciata negli Stati Uniti la Wild Nectar Immersive Travel Collection una realtà che ha l'obiettivo di offrire viaggi di lusso rispettosi dell'ambiente.
È stato creato un esclusivo "EcoScore" per facilitare nella scelta di una destinazione sostenibile che si basa su fattori quali la conservazione, le emissioni e il miglioramento della qualità della vita delle comunità locali.
Small Luxury Hotels of the World ha lanciato nell'ottobre del 2021 la Considerate Collection. Il brand ha infatti selezionato, con il supporto del Global Sustainable Tourism Council, gli hotel della Considerate Collection in base al loro straordinario impegno per la sostenibilità (es. incremento della biodiversità locale o il miglioramento il benessere delle comunità locali).

I trasporti rappresentano il 24% delle emissioni dirette globali di CO2, secondo "Tracking Transport Rapporto 2020”.  La crescente consapevolezza di questo impatto sta portando le app di trasporti e le compagnie di viaggio a riprogettare le loro offerte, offrendo ai viaggiatori più opzioni  a tutela del pianeta.

Brand impegnati nella rigenerazione

"In tutti i settori, sempre più brand si stanno impegnando per sviluppare pratiche rigenerative, potenziando i loro obiettivi di sostenibilità. I brand stanno infatti riconoscendo come fare meno danni al pianeta non sia più sufficiente. Rigenerare le risorse a livello globale e riparare i danni accumulati nel corso dei secoli diventa ora l'obiettivo finale della sostenibilità".

La rigenerazione va oltre il concetto di "provocare meno danni al pianeta", il suo scopo è invertire la tendenza ripristinando e rinnovando le risorse.
Dal report "Regeneration RIsing" di Wunderman Thompson Intelligence del 2021 emerge come l'84% degli intervistati ritenga che le aziende debbano avere un ruolo di leadership nell'ambito rigenerazione oppure non si riuscirà nell'intento e i brand sempre più si stanno impegnando in questa direzione.
Il brand di fashion sostenibile californiano Christy Dawn, nel settembre 2021, ha lanciato The Land Stewardship, un innovativo programma basato sull'agricoltura rigenerativa. Attraverso l'iniziativa, i clienti possono investire $ 200, aiutando a convertire un appezzamento di terreno dalla coltura di cotone in maniera convenzionale ad una basata su pratiche rigenerative.
Quando il cotone viene raccolto ai clienti vengono rimborsati in base alla resa del cotone sul terreno in cui hanno investito. In questo modo si coinvolgono i clienti in un processo virtuoso perché hanno un "reale" interesse nel supportare attivamente un'azienda impegnata in un'attività rigenerativa.
Anche i grandi brand di moda stanno investendo nell'agricoltura rigenerativa.
Nell'ottobre 2021, Ralph Lauren ha annunciato la collaborazione con il Soil Health Institute per lanciare il Regenerative Cotton Fund negli Stati Uniti.
Conservation International e il gruppo Kering, leader nel mondo del lusso, con l'iniziativa Regenerative Fund for Nature, hanno l'obiettivo di convertire un milione di ettari di terra a colture rigenerative nei prossimi cinque anni.
Anche lato distrbuzione ci sono iniziative di rigenerazione. Morrisons, una catena di punti vendita alimentari nel Regno Unito, ha annunciato nell'ottobre 2021, una partnership con McDonald's, Harper Adams University e la National Farmers’ Union (realtà che rappresenta gli agricoltori). Scopo dell'iniziativa è la prima scuola nel Regno Unito su cibo e agricoltura sostenibili per arrivare a trasformare le pratiche agricole del Paese.
Prima ancora di tutto ciò Walmart, nel settembre 2020, si è data l'obiettivo di ripristinare almeno 20 milioni di ettari di terreni entro il 2030.
Negli ultimi anni le aziende alimentari hanno dettato il passo dell'agricoltura rigenerativa, con grandi multinazionali come Danone, Nestlé e General Mills che hanno reso pubblici i piani per aiutare i loro fornitori ad adottare tecniche rigenerative. Nell'aprile 2021, PepsiCo ha annunciato l'obiettivo di arrivare ad applicare pratiche rigenerative su quasi tre milioni di ettari di terreno entro il 2030.

La natura nei posti di lavoro

La tendenza generale degli ultimi cinque anni è stata l'hotelificazione degli uffici. Nei prossimi cinque anni la tendenza sarà una conversione all’"outdoorification" degli uffici, con le aziende che puntano sempre più sulla natura come futuro elemento del design degli uffici"

Orti, alveari e birdwatching sono elementi sempre più presenti negli ambienti di lavoro.

I dipendenti della Nuveen, una società d'nvestimenti con sede a Midtown Manhattan, possono aiutare a raccogliere il miele durante le pause pranzo su una terrazza circondata dai grattacieli. L'azienda ha infatti collocato due alveari nell'ambito di un progetto di rinnovamento da 120 milioni di dollari che si concluso nel 2021. È stato assunto un apicoltore per prendersi cura delle api e impartire lezioni ai dipendenti sulla raccolta del miele. Springdale Green, un nuovo centro direzionale sostenibile ad Austin in Texas, sta reinventando l'esperienza dell'ufficio che diventa "più fuori che dentro", con postazioni per il birdwatching, amache e circondato da piante autoctone e un bosco. Le persone che lavorano al Victor Building di Washington, recentemente ristrutturato, possono raccogliere le spezie dagli orti sul tetto prima di tornare a casa per preparare la cena.
Infine, la nuova sede di Uber a San Francisco, inaugurata nel marzo 2021, prevede 180 lastre di vetro alte più di 4 metri che si aprono e chiudono durante il  giorno per ventilare l'interno portando un po’ della vita all'aria aperta e contrastando il ricircolo di aria viziata.

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PER APPROFONDIMENTI:
Wunderman Thompson, "Future 100: 2022"
SUGi Forest Makers
Francesca Biagioli, Mini foreste urbane ispirate al metodo giapponese Miyawaki stanno spuntando in tutta Europa per favorire la biodiversità, GreenMe, 17 luglio 2020
Russell Dicker, 3 new ways to navigate more sustainably with Maps, The keyword | Google, 6 ottobre 2021
Wild Nectar Collection
Small Luxury Hotels of the World - Considerate Collection
Christy Dawn, The Land Stewardship
Elizabeth Segran, This fashion label's latest product is not a dress or a coat. It's a prlot of land, FasrCompany, 27 settembre 2021
Rita Miele, Ralph Lauren lancia il Regenerative cotton fund negli Stati Uniti, MilanoFinanza Fashion, 29 ottobre 2021
Kevin White, Morrisons, NFU and McDonald's partner with Harper Adams for new sustainable farming school, The Grocer, 22 Ottobre 2021
Vijaya Solanki, The office tricks workers by hanging beehives and yard plot, Emnetra, 25 agosto 2021
Andrea Klick, Developer plans 30-acre Easrt Austin office campus with "sustainability and wellness" in mind, Austin American Statesman


Da "nonluogo" a museo a cielo aperto. L'esempio di KleinpolderpleinPark a Rotterdam

[4 minuti di lettura]

"Rotterdam è una città in movimento e quindi molta arte va alla deriva. Il parco delle sculture sotto il Kleinpolderplein sarà un omaggio alla ricostruzione, della quale lo snodo stradale è stato un simbolo. Un parco di sculture con opere d'arte del secolo scorso contribuirà a mantenere intatta la memoria della città"

CBK Rotterdam e il collettivo artistico Observatorium hanno ideato e stanno sviluppando in continuazione un innovativo progetto di rigenerazione urbana a base culturale a Rotterdam in Olanda.

Kleinpolderplein è il più grande snodo stradale dei Paesi Bassi, completato nel 1968, e progressivamente dismesso negli anni 2000. È uno di quei posti che Marc Augè definerebbe "nonluoghi", quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici.

Partendo da questi presupposti, a partire dal 2011 il nonluogo costituito dagli spazi sotto i calvalcavia è stato trasformato in un parco di sculture a cielo aperto.
Proprio perché non c'era una identità forte precedente e il luogo era "di passaggio", è stato deciso che le sculture, collocate su 15 piedestalli, sarebbero state opere che gli stessi curatori definiscono "orfane" cioè che, per qualche ragione, sono rimaste in un museo o devono essere spostate altrove.

Chiaramente il lavoro sulla percezione di una struttura come uno snodo autostradale può riverberare positivi cambiamenti anche alla città nel suo complesso, grazie alla comprensione delle qualità spaziali e alla creazione di una nuova identità culturale del luogo e questa era proprio la logica sottesa al progetto.

Sotto i cavalcavia infatti si apre uno spazio segnato dai grandi pilastri in cemento che sostengono l'imponente e complessa infrastruttura. Quasi mezzo secolo dopo il completamento dello snodo il mondo è cambiato e, con lui anche il sistema di viabilità urbana.

Quindi i tempi erano maturi per iniziare a ripensare l'area del Kleinpolderplein e Observatorium è stato così incaricato della trasformazione dello svincolo “from space into a place”, utilizzando l'intervento artistico invece che misure drastiche e costose come l'eventuale demolizione dell'infrastruttura. Dopo un primo step si è deciso quasi subito di creare una fondazione per continuare il lavoro a livello cittadino: è nato quindi il KleinpolderPark, con lo scopo di di rimarcare la nuova percezione di questo luogo.
Si è proceduto, in un continuo work in progress, ripulendo prima l'area sottostante il cavalcavia e, progressivamente, collocando le sculture con illuminazione ad hoc, come in una vera galleria.

La grande svolta avviene infine nell'aprile del 2016, quando la soprastante autostrada viene chiusa al traffico e aperta, come area pedonale, ai cittadini che si riappropriano delle corsie normalmente lasciate ai veicoli per godere della bellissima  sulla skyline di Rotterdam. L'iniziativa mostra le possibilità che si aprono alle città quando si inizia a guardare al tessuto urbano in una prospettiva diversa, di rigenerazione che, a volte, significa solo un utilizzo differente degli spazi per trasformarli in luoghi definiti: un progetto a basso costo, grande impatto e grandissima efficacia identitaria.

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PER APPROFONDIMENTI:

Observatorium, Flanaren op de Flyover, observatorium.com
Christiane Bürklein, "Observatorium: KleinpolderpleinPARK Rotterdam", Floornature.com blog
Anne Reenders, "Eerst kunst, dan stedenbouw. Op expeditie met Observatorium", Publiek Gemaakt, 13/10/2014.

Cosa possono fare gli enti locali con l’aiuto dei brand per sviluppare politiche di rigenerazione urbana sostenibile

[6 minuti di lettura]

Fino a qualche tempo fa una buona gestione dell'ordinario era sufficiente a garantire un corretto ed efficiente sviluppo delle città, ma ormai non è più così.
Il "sistema città" deve evolvere, focalizzarnsosi su termini più ampi per gestire l’inevitabile declino e la trasformazione di intere aree. Si tratta infatti di un cambiamento di paradigma dettato da nuove logiche industriali e commerciali sulle quali si è poi, recentemente, innestata una situazione di pandemia che ha sconvolto gli tutti equilibri pre-esistenti.
Ciò ha comportato la necessità di andare oltre quelle che erano considerate le "buone pratiche", ovvero l'uso più efficiente delle risorse e la riduzione, anche significativa, dei consumi. Tutto questo come si traduce in un progetto di rigenerazione urbana?Ci sono una serie di approcci e soluzioni concrete che le città stanno applicando in settori essenziali dell’ambito urbano: energia, trasporti, miglioramento degli ecosistemi urbani, utilizzo più efficiente delle risorse e adozione e promozione di sistemi alimentari sostenibili (ad es. orti urbani e politiche antispreco).

Tuttavia per riuscire a operare un cambiamento reale, questo tipo di azioni non dovrebbe essere efficace sotto il profilo solo squisitamente "tecnico", ma anche rispondere a una serie di pre-requisiti e condizioni sia sociali che istituzionali. 
Diventa fondamentale anche il livello di collaborazione e condivisione dei cittadini, non solo con il fine di supportare e facilitare la realizzazione dei piani di rigenerazione stessi, ma anche come fonte di creatività e innovazione sociale. È infatti necessario che le città favoriscano l'adozione di comportamenti virtuosi sia tra i cittadini che all’interno delle amministrazioni della città. Ciò è una condizione essenziale per la sostenibilità degli interventi di rigenerazione urbana. Progetti di rigenerazione sempre più complessi e multidisciplinari richiedono infatti ai responsabili politici a livello cittadino (e non solo) di apprendere (e comprendere) modalità più efficaci di lavoro superando divisioni settoriali e confini amministrativi. Inoltre, tutte queste misure sociali e istituzionali, possono ricevere grande impulso dalla scelta di procedere con progetti pilota o laboratori urbani dove sia i decisori politici che gli attori locali (in particolare i residenti) vengano incoraggiati a pensare fuori dagli schemi e testare nuovi approcci e soluzioni a problemi ritenuti magari “endemici”.

Le sfide sempre crescenti poste dal finanziamento della rigenerazione urbana sostenibile richiedono sempre più di unire risorse pubbliche e private, pur mantenendo fermi gli obiettivi originari.
In alcuni casi, la limitata disponibilità di denaro pubblico da investire nella rigenerazione rende ancora più importante coinvolgere il settore privato per ottenere i finanziamenti necessari.

Risulta Infine di cruciale importanza considerare attentamente le differenti situazioni geografiche, storiche, economiche e politiche.
Ci sono città in Italia che hanno un tessuto urbano “fertile”, che hanno magari già adottato diversi progetti di rigenerazione urbana, e invece altre che devono ancora far propri gli elementi base per lo sviluppo di progetti di questo tipo. A seconda del livello, magari anche intermedio tra questi “estremi, è necessario valutare bene opportunità e risposte che ciascun agglomerato urbano può, e deve, affrontare e anche le modalità con cui procedere.Cosa possono fare quindi operativamente le città?
“Sustainable regeneration in urban areas” UrbanAct II dell’UE suggerisce alcuni principi generali utili per agevolare lo sviluppo delle aree cittadine in un'ottica di rigenerazione urbana sostenibile.1.  Favorire un approccio che vada a (ri)costruire con lo scopo di (ri)collegare gli stili di vita urbani con le questioni ambientali.2.  Integrare soluzioni tecniche e infrastrutturali con misure socio-economiche per affrontare efficacemente ambiti vulnerabili e disuguaglianze.3.  Implementare schemi di pensiero e azione interdisciplinari/interdipartimentali all'interno delle amministrazioni cittadine per riuscire a sviluppare soluzioni olistiche.4.  Incoraggiare, in maniera proattiva, il coinvolgimento dei residenti, non solo per convalidare/accettare le politiche urbane, ma come fonte di creatività, innovazione sociale, assegnando un ruolo guida alle comunità.5.  Sviluppare progetti pilota co-prodotti o in modalità di laboratorio urbano per favorire proposte fuori dagli schemi e una sperimentazione di nuovi approcci e soluzioni che siano replicabili anche in contesti complessi.6.  Per le città che hanno un tessuto urbano “fertile” (e hanno magari già adottato diversi progetti di rigenerazione urbana): continuare a migliorare le proprie politiche coinvolgendo i residenti e le parti interessate nella considerazione di scenari di rischio futuri. Un punto fondamentale è la necessità di riuscire a condividere quanto appreso (nel bene e nel male) con le città “in via di sviluppo”.7.  Per le città che invece devono ancora far propri gli elementi base per lo sviluppo di progetti di rigenerazione: cercare soluzioni per il contesto specifico, integrando nel contempo lezioni utili apprese da altri contesti. Approfondire la comprensione di tutte le componenti attive nel contesto urbano sulla portata delle sfide future. Cercare attivamente opportunità per imparare non solo dalle città che sono più “avanti”, ma anche da altre città “in via di sviluppo” che affrontano questioni simili.8.  Trattare la sostenibilità come un processo a lungo termine, che richiede quindi un impegno continuo da parte di tutte le parti interessate: politica, amministrazione pubblica e cittadini.

Come si evince, quindi, si possono sintetizzare delle indicazioni di massima pratiche che possono servire da guida per i diversi tipi di area urbana nello sviluppo in termini di rigenerativi.
Ovviamente si tratta di stimoli sui quali poi si innesta la capacità e la volontà di tutte le parti interessate (pubbliche, private e cittadinanza) per una corretta progettazione e riuscita delle attività in questione.

 

PER APPROFONDIMENTI:
Harriet Bulkeley, "Urban sustainability: learning from best practice?", Environment and Planning A 2006 volume 38, pages 1029 -1044.
AAVV, Sustainable regeneration in urban areas, URBACT II capitalisation, April 2015.
James Evans, Phil Jones, "Rethinking Sustainable Urban Regeneration: Ambiguity, Creativity, and the Shared Territory", Environment and Planning A 40(6):1416-1434, June 2008.
Di Andrea Colantonio, Tim Dixon, Urban Regeneration an Social Sustainability: Best Practices from European Cities, Wiley-Blackwell, 2010
Kerstin Hoeger, "Brandhubs: European Strategies of Corporate Urbanism", 4th ISUU: The European Tradition in Urbanism – and its Future, TU Delft, 2007

Trasformare un viadotto in una foresta: Seoullo 7017 Skygarden

[2,30 minuti di lettura]

Seoullo 7017 Skygarden è un parco pedonale realizzato riconvertendo un viadotto di una superstrada urbana in uno spazio verde pubblico.

Il parco è infatti stato realizzato dal 2015 al 2017 dallo studio MVRDV, in collaborazione con la municipalità di Seoul, alcune ONG locali, un team di paesaggisti e dei comitati di cittadini, su un cavalcavia lungo circa mille metri e alto circa 16 in disuso nel centro della capitale sudcoreana.

Il numero presente nel suo nome deriva dalla sintesi dell’anno di costruzione della struttura (70) e da quelllo della sua trasformazione in parco (17).

La logica alla base del progetto è quella di cambiare la vita quotidiana di migliaia di persone che ogni giorno attraversano il centro di Seoul. Di avviare quindi un primo passo per rendere il centro cittadino più accogliente, in un ottica di sostenibilità urbana, con un nuovo elemento che funga da “catalizzatore verde” in una città dominata dal traffico veicolare.

I frequentatori del parco possono infatti trovare a Skygarden 24.000 piante (tra alberi, arbusti e fiori) tipiche della flora sudcoreana. Le famiglie di piante sono disposte in ordine alfabetico su un asse da est a ovest in modo da rendere più facile e intuitivo orientarsi per questa sorta di vivaio urbano e trovare le diverse specie esposte.

Oltre alla parte di fruizione della vegatazione i visitatori, camminando sull'ex viadotto, sperimantano anche panorami della metropoli che prima non erano disponibili, viste inedite, cambiando così la loro stessa mappa mentale della città.

Skygarden è concepito come un insieme di piccoli giardini, ognuno con una propria pianta, un profumo, un colore, un’identità. Il punto focale del parco sono le due grandi piazze: Rosa Square, vivace e colorata, e Magnolia Square. In questi luoghi si tengono concerti, mostre, spettacoli, attività per bambini e sono presenti anche caffè e negozi.

Di notte il parco è illuminato con luci blu (colore più vicino alla natura) in contrasto con le fonti luminose della città. Durante feste e ricorrenze è anche possibile cambiare il colore dell'illuminazione.

Il parco vuole essere un luogo in cui il pedone si riappropria della metropoli, dove le persone possono rallentare i propri ritmi, vengono invitate a sedersi, a guardarsi intorno, ad ammirare piante e alberi, a incontrare i propri concittadini e, tutto questo, proprio nel cuore pulsante della città.

Oltre a ciò Skygarden mira a contaminare le aree circostanti il viadotto, con la strategia di trasformare l’intero quartiere, coinvolgendolo in una vocazione più green e a misura di pedone.

Ovviamente il parco, nelle intenzioni di ideatori e realizzatori, punta anche a diventare fonte di ispirazione per future evoluzioni dell’intera città e, più in generale, della Corea del Sud.

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Per approfondimenti:
MVRDV "Seoullo 7017 Skygarden"
Archello "Seoullo 7017 - Skygarden"
Landezine "Seoullo 7017 Skygarden"
ArchDaily "Seoullo 7017 Skygarden / MVRDV"
Ami Smithers, "South Korea’s Seoullo 7017 Skygarden now open to the public" DesignCurial, 24 May 2017
Cities of the Future "Future Seoul - MVRDV converts Seoul highway into a Skygarden"
Immagini: Studio MVRDV
Assonometria: ArchiDaily


Urban Art, uno strumento innovativo per lo sviluppo sociale

[6 minuti di lettura]

L’Urban Art è entrata ormai a far parte del patrimonio culturale delle città. Alcuni artisti che hanno iniziato ad esprimersi sui muri dei centri urbani sono diventati delle star internazionali.

L’inizio di questo “movimento artistico” possiamo farlo risalire agli anni ‘60 negli Stati Uniti, a New York, quando alcuni artisti iniziarono a scrivere frasi di protesta sui muri della città per esprimere il loro dissenso contro la società o la politica e per esporre autonomamente la propria arte al pubblico cittadino. Il tutto si evolse poi rapidamente nel cosiddetto “grafftismo” negli anni ’70 a partire dai primi esempi di riempimento e di contorno.
La maturità di questa forma artistica è stata raggiunta negli anni ’80, quando numerosi writer e street artist iniziarono a essere conosciuti per le loro opere a livello internazionale.

È importante peraltro ricordare che l’arte ha sempre avuto un ruolo chiave nei più importanti avvenimenti storici, sia come mezzo di comunicazione, sia come strumento per amplificare la memoria collettiva.
Quello che è accaduto per il Muro di Berlino, prima e dopo il suo crollo, ne è un esempio legato appunto all’Urban Art. Il Mauermuseum nel 1984 invitò infatti degli artisti a decorare il Muro e, tra questi Keith Haring. Il writer statunitense, dipinse, con il suo ormai celebre stile, una sezione del Muro con un messaggio di speranza e di libertà.

Non si può parlare di Urban Art senza citare Banksy, l’artista dall’identita sconosciuta, che partendo da Bristol, con le sue opere di critica sociale e politica, è poi diventato noto in tutto il mondo, trasformando così le superfici delle città in luoghi di riflessione.

In Italia l’Urban Art si è affermata e si sviluppata sulla scia dell’esperienza newyorkese.

L’evento che, simbolicamente, ha segnato l’inizio del movimento in Italia si può far risalire alla mostra “Arte di frontiera: New York graffiti” presso la GAM (Galleria d’Arte Moderna) di Bologna nel 1984.

L’Urban Art prese piede rapidamente a Milano (con artisti come Bros, Atomo, KayOne e Pao), a Bologna (Pea Brain, Cane K8 e Blu) in aree dismesse e periferiche tramite decorazioni su grande scala e a Roma, soprattutto nelle periferie per risollevarle dal degrado urbano.

Negli ultimi anni l’attenzione pubblica nei confronti del cambiamento climatico è cresciuta e si è fatta più consistente. L’Urban Art, come pratica innovativa e sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, non si è fatta cogliere inaspettata.
Sono ormai numerosi gli esempi di opere urbane, localizzate in vari Paesi, che sono state realizzate con il duplice scopo di abbellire le città e di renderle più sane e vivibili per gli abitanti.

I cosiddetti «murales mangia smog», che sono stati dipinti anche in Italia, ne sono un esempio e rappresentano un’occasione unica per veicolare un messaggio e al contempo tutelare l’ambiente e l’aria che respiriamo.

Progetti di Urban Art strutturati sono stati realizzati nel nostro Paese non solo su edifici, ma anche su altri elementi del contesto cittadino. Un esempio su tutti è il progetto E-Distribuzione di ENEL che ha visto più di 100 opere sulle cabine elettriche, trasformando così dei presidi fondamentali per garantire il servizio elettrico, anche in elementi di pregio estetico integrati sempre di più nel territorio.

Un altro progetto esemplificativo è “TOward2030. What are you doing?” sviluppato da Lavazza e dalla città di Torino. Si tratta di un’iniziativa di Urban Art che parla di sostenibilità e che ha trasformato la città, dal centro alla periferia, in un amplificatore dei 17 +1 Goal delle Nazioni Unite, attraverso un linguaggio unico e universale.

L’Urban Art, tramite un patto tra attori sociali, può quindi diventare una forma d’arte democratica e partecipata dove i tre pilastri sono rappresentati dalla collettività, dall’attore pubblico e dai brand.

La collettività esigente, curiosa e desiderosa di conoscere il proprio territorio, spinge le scelte urbane verso la bellezza, la vivibilità, la sicurezza, la capacità di sorprendere, la vera fruibilità degli spazi nel quotidiano.
L’attore pubblico, tramite Urban Art, accelera il recupero e lo sviluppo delle periferie urbane, così da poterne tutelare l’identità storica e culturale.
I brand finanziano gli interventi artistici per abbellire la città - acquisiscono quindi un potere artistico - e, nel contempo, garantiscono la soddisfazione di cittadini/consumatori sempre più critici, attenti e sensibili al benessere della vita urbana e dei loro quartieri. I brand, inoltre, affiancano l’attore pubblico nel riconoscimento di una vera e propria forma artistica, andando ad incidere positivamente sullo sviluppo di specifiche politiche di tutela. Anche tramite piccole azioni di mantenimento dell’intervento si può infatti per esempio contribuire alla protezione dello spazio pubblico da atti vandalici.

L’utilizzo dell’Urban Art a fini di rigenerazione urbana diventa quindi una realtà, una realtà fondata su driver ormai definiti come bellezza, identità e valorizzazione.

Urban Art è bellezza —> La bellezza genera cura. La bellezza è molto più di una questione estetica: “…gli stabili dovrebbero essere belli e ben tenuti, infatti, la bellezza esprime la misura del valore che attribuiamo a chi li abita e invita ad averne cura e rispetto” - Don Gino Rigoldi.
Urban Art è identità —> L’identità genera partecipazione. L’Urban art, grazie ad un linguaggio semplice, immediato e valoriale, permette alle persone di integrare i significati delle proprie biografie individuali con un patrimonio di senso condiviso e di riattivare la volontà di trasmissione dei significati relativi all’appartenenza comunitaria: un processo indispensabile ai fini della socializzazione e della partecipazione.
Urban Art è valorizzazione —> La valorizzazione genera circolarità. Questa forma d’arte può giocare un ruolo importante all’interno dei progetti di rigenerazione urbana. Propone infatti messaggi di rilevanza sociale, in linea con le sfide della contemporaneità, rende più attrattivi, dinamici e vivi spazi cittadini sottoutilizzati. Innesca inoltre opportunità lavorative per gli abitanti dei quartieri coinvolti, sotto forma di tour urbani, laboratori educational legati alla tematica, eventi e altre attività trasversali.

I brand possono quindi diventare attori sociali in grado di innescare il cambiamento. Hanno sia gli strumenti per rafforzare l’identità territoriale di un’area, sia quelli economici per plasmarne l’evoluzione.

Attraverso un investimento culturale i brand hanno il potere di far emergere i propri valori, i propri obiettivi e la capacità di promuovere un sentimento di affinità e di tutela nei confronti di un territorio in cui si rispecchiano.

Se l’Urban Art è capace di creare o di valorizzare un sentimento identitario e comunitario locale, i brand si caratterizzano per il potere e la responsabilità di veicolare un messaggio.

Infine, per mezzo dell’Urban Art un brand può riscrivere dal basso (bottom-up) un messaggio condiviso dalla comunità, grazie a tre caratteristiche che fanno di questa forma artistica un mezzo innovativo per esprimersi, ossia l’accessibilità, l’immediatezza e la durata.

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PER APPROFONDIMENTI:
Carlo McCormick, Marc & Sara Schiller, Ethel Seno, Trespass. A History of Uncommissioned Urban Art, Taschen, 2010
Duccio Dogheria, Street Art. Storia e controstoria, tecniche e protagonisti, Giunti, 2015
Marco Imarisio, Le strade parlano. Una storia d'Italia scritta sui muri, Rizzoli, 2019
Elio Espana, documentario Banksy - L'arte della ribellione, Prime Video

Photo by: Federico Massa (aka Iena Cruz)


Le SmartCity, oltre a essere intelligenti, sono anche sostenibili e inclusive?

[5 minuti di lettura]

Da anni ormai si sente parlare di SmartCity, ovvero la “città intelligente”, anche se spesso il termine viene utilizzato in modo improprio, con una sfumatura tecnologica o addirittura fantascientifica. Innanzitutto è necessario chiarire che “città intelligente” non deve essere intesa come “città digitale”. Infatti la prospettiva della SmartCity prevede una città che gestisce le risorse in modo intelligente con l’obiettivo di diventare economicamente sostenibile ed energeticamente autosufficiente, prestando grande attenzione alla qualità della vita e ai bisogni dei propri cittadini. Tutto questo con il fondamentale supporto della tecnologia, ma non solo.

Al di là delle definizioni, che lasciano il tempo che trovano, per l’Unione Europea ci sono 6 grandi aree di riferimento perché si possa parlare di SmartCity:

Smart People. Le persone sono l’elemento fondamentale, la città intelligente deve essere fondata sull’interazione reciproca e il dialogo tra amministrazione e cittadini. Il coinvolgimento è la chiave per raggiungere gli obiettivi.
Smart Living. Deve essere garantito ai cittadini un benessere in tutte le sfere del quotidiano (educazione, salute, cultura, sicurezza).
Smart Mobility. Le soluzioni di mobilità intelligente devono essere finalizzate alla diminuzione dei costi, dell’impatto ambientale e all’ottimizzazione delle risorse.
Smart Economy. Innovazione tecnologica e collaborazione tra pubblico e privato per una gestione più efficiente.
Smart Governance. L’amministrazione deve dare centralità al capitale umano, alle risorse ambientali, alle relazioni e ai beni della comunità.
Smart Environment. Gli aspetti prioritari della città intelligente sono lo sviluppo sostenibile, il basso impatto ambientale e l’efficienza energetica.

Come si può ben capire quindi, le SmartCity portano diversi benefici sia ai cittadini sia a chi “vive” comunque la città, seppur con un necessario punto focale di attenzione legato alla cybersecurity.

Lo studio “Building a Hyperconnected City“, condotto da ESI ThoughtLab ha esaminato, nel 2019, i programmi smart in 100 città di tutto il mondo ed è emerso un sostanziale ritorno sull’investimento per le città più smart in termini di soddisfazione degli utenti, salute pubblica e guadagno finanziario.

Recentemente, con l’emergenza sanitaria Covid-19, la transizione verso la SmartCity ha subito un’accelerazione. Il modo di affrontare la quotidianità, in un contesto completamente nuovo, sta aprendo la strada, infatti, a trend forieri di grandi cambiamenti (CityVisions Trends 2021).

  • Transizione energetica (trasporti, riscaldamento, illuminazione), con un’attenzione al tema delle tariffe dell’energia;
  • Tecnologie 4.0, come machine learning e deep learning, da applicare all’ingente mole di dati proveniente dai servizi pubblici, soprattutto nell’ambito della smart mobility;
  • La città dei 15 minuti, non più un agglomerato preciso di edifici e mercati, tutto dovrà essere raggiungibile in tempi ridottidal luogo in cui il cittadino risiede;
  • Walkability, lo spostamento a piedi che riduce traffico, inquinamento e problemi di salute. Riduce le spese sanitarie, i cui fondi possono essere investiti in altri progetti;
  • La riduzione del numero di automobili in circolazione. L’auto è un bene di largo consumo che rimane inutilizzato per il 95% della propria vita;
  • Una città all’insegna dell’health e well-being, a misura di una popolazione sempre più anziana e con problemi di salute;
  • L’acqua, che sarà al centro delle problematiche future delle città (depurazione, de-batterizzazione, recupero corsi d’acqua cittadini e adeguamento tubazioni obsolete, anti-spreco);
  • Re-naturalizzazione, rendendo permeabili le superfici come cemento e asfalto per combattere il dissesto idro-geologico.

Ora, posto che al mondo una città già “completamente smart” in ogni dettaglio ancora non esiste, ci sono diverse città in una fase avanzata di sviluppo (es. Copenhagen, Londra, Berlino o Singapore) e svariati progetti nel mondo che prevedono profonde trasformazioni dei tessuti urbani o addirittura la creazione ex-novo di SmartCity. Alcuni esempi di trasformazione profonda sono quelli per esempio messi in opera da IKEA in Svezia (progetto H22) e ad Astypalea, un’isola greca dell’egeo dove, insieme a Volkswagen, il governo greco sta implementando un esperimento con l’obiettivo di farla diventare la prima isola “smart” e “green” del Mediterraneo. Sul fronte della creazione da zero di nuove città si segnalano alcuni progetti come Neom in Arabia Saudita, Woven City progettata da Toyota in Giappone e, infine, il progetto Telosa che Marc Lore, ex CEO della catena di supermercati Walmart, ha affidato all’architetto Bjarke Ingels per crare una SmartCity in un deserto statunitense.
In Italia, indipendentemente dalle diverse classifiche (ICity Rank, EY SmartCity Index, EasyPark SmartCity Index), che vedono Trento, Bologna, Milano, Firenze, Torino e poche altre come player principali, è importante rilevare come i benefici delle SmartCity non siano ancora chiari a tutte le amministrazioni sul territorio.
Sono state avviate svariate sperimentazioni, ma molti progetti sono ancora poco integrati tra di loro e a volte non hanno una chiara strategia di sviluppo del territorio stesso. Tra gli ostacoli al loro sviluppo ci sono sicuramente la mancanza di risorse economiche sufficienti (a tal proposito gli stanziamenti PNRR potrebbero rivelarsi fondamentali) e di competenze adeguate oltre alla presenza di modelli di governance poco chiari. Queste sono le principali ragioni per cui la maggior parte dei progetti viene accantonata dopo la prima fase di sperimentazione. Spesso i comuni risultano quindi ancora impreparati a questa sfida e il numero di collaborazioni pubblico-privato è ancora troppo ridotto.

Questa scarsa propensione a livello di sistema-paese, tranne, come di accennava, qualche eccellenza, rappresenta una perdita di opportunità perché, sintetizzando quanto emerso, una città intelligente porta con sé svariati vantaggi tra cui più efficienza, sicurezza, sostenibilità, interconnesione, partecipazione e inclusività oltre al contenimento dei costi.

Per poi concludere con quanto scrivevano, già nel 2012, Eleonora e Raffaella Riva Sanseverino con Valentina Vaccaro nell’Atlante delle Smart City “Sono proprio i vari aspetti della sostenibilità, della creatività, dell’inclusione sociale e dello sviluppo culturale a determinare la vera nozione di smart city” quindi effettivamente è proprio nel DNA delle SmartCity essere anche sostenibili e inclusive.

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PER APPROFONDIMENTI:
ESI, Building a Hyperconnected City
CitiVision, Dalla mobilità alla transizione energetica: otto trend della città intelligente di domani, 26/3/21
E. Sanseverino, R. Sanseverino, V. Vaccaro Atlante delle Smart City - Comunità intelligenti europee ed asiatiche, Franco Angeli, 2012
European Commission, Smart cities, Smart Cities Marketplace
Luciana Maci, Smart City, cosa sono e come funzionano le città intelligenti, EconomyUp 14/9/21

Photo by Federico Beccari, JC Gellidon, Taylor Simpson and David Cristian on Unsplash


SmartPark per un'opportunità di sviluppo urbano

[5 minuti di lettura]

I parchi svolgono un ruolo fondamentale nella vita sociale dei centri urbani. 
Secondo la no profit Center for Active Design, vivere a meno di 10 minuti a piedi da un parco è associato a livelli più elevati di fiducia e apprezzamento civico. L'indagine ha indicato livelli di fiducia superiori del 2%  tra coloro che vivono a meno di 10 minuti a piedi da un parco qualsiasi, inoltre nelle persone che vivono vicino a un parco conosciuto e frequentato, i livelli di fiducia crescono del 10%. Vivere però vicino a un parco deprimente, mal tenuto o circondato da strade trafficate, è associato a livelli inferiori di fiducia.

Negli ultimi dieci-quindici anni, la tecnologia ha rapidamente rivoluzionato, settore dopo settore, le nostre vite, interlacciandosi con tutto ciò che facciamo. Il modo in cui ci spostiamo, ci manteniamo in contatto con gli amici, incontriamo nuove persone e facciamo business sono totalmente cambiati. Anche le infrastrutture delle nostre città e degli edifici in cui viviamo si sono modificate. Perché allora l'adozione di soluzioni tecnologiche nei parchi è così lenta?
Questa adozione “rallentata” nel tempo della tecnologia può, e di fatto rende, i parchi meno desiderabili per nuove generazioni, perennemente connesse. È quindi altamente probabile che si stiano perdendo grandi opportunità: viene meno la possibilità di fornire un incentivo a uscire di casa per questo target specifico, ma in generale per tutte le persone.
Gli “SmartPark” sono parchi che, grazie alla tecnologia, offrono ai frequentatori dei vantaggi indiscutibili e quindi forniscono valore aggiunto al parco stesso.
La creazione di parchi di questo tipo non richiede necessariamente cambiamenti o investimenti enormi e, comunque, si può ricorrere al cosiddetto Brand Urbanism per sviluppare tali progetti. L’approccio può essere incrementale, partendo ad esempio con servizi di Wi-Fi gratuito, panchine con postazioni di ricarica (magari a energia solare) per poi ampliare l’offerta arrivando a servizi di illuminazione intelligente e perfino al trasporto con veicoli elettrici senza conducente.
Oggi la disponibilità connettività veloce è un aspetto fondamentale della vita e quindi servizi come il Wi-Fi pubblico e la ricarica del telefono gratuita rappresentano elementi di implementazione iniziale perfetti per i parchi.


A tal proposito uno studio di Purple WiFi mostra infatti che il 78% degli intervistati ha maggiori probabilità di visitare luoghi in cui si possono connettere attraverso un valido Wi-Fi gratuito.
Tra l’altro, oltre a coinvolgere le generazioni più giovani e più connesse, l’adozione di tecnologie di questo tipo nei parchi può aiutare anche i gestori dei parchi stessi a migliorare in modo innovativo i servizi offerti.
In un progetto pilota del dipartimento dei parchi di New York prevede di valutare, per esempio, tramite particolari panchine con sensori a energia solare, la frequentazione di un grande parco nel Bronx.
Parigi, allo stesso modo, ricorre a sensori e funzionalità Bluetooth su oltre 3.000 panchine nei parchi per raccogliere dati sul traffico dei visitatori e consentire agli utenti dei parchi di fornire feedback sulle strutture attraverso sondaggi.
Questi dati possono fornire informazioni valide su quali aree ed elementi dei parchi vengono utilizzati e quali strutture invece sono sottoutilizzati, dando preziose indicazioni sulla direzione in cui evolvere o migliorare i servizi offerti.
La National Parks and Recreation Association (NPRA) ritiene che quando si tratta di attirare i bambini in parchi e aree verdi, app di realtà aumentata, simili a Pokemon Go per intenderci, possano risultare molto utili. Questi ambienti virtuali vengono visualizzati tramite smartphone o tablet e attivati ​​nelle aree giochi e in altre zone del parco. Le app possono, sotto forma di gioco, offrire ai bambini attività per incoraggiare l'apprendimento e l'esercizio fisico.


Secondo uno studio condotto da Hassell, uno studio internazionale di architettura e design, gli SmartParks risultano anche più attrattivi di quelli non dotati di soluzioni tecnologiche. Il 96% delle persone intervistate hanno infatti affermato di essere più propense a visitare parchi nei quali sono presenti delle dotazioni tecnologiche. Inoltre il 91% di queste persone ha dichiarato che passerebbe più tempo nei parchi e il 43% che ritiene trascorrerà almeno mezz'ora in più del solito.
Del resto, come già affermato, i parchi sono elementi importanti delle città e, visto che queste diventano sempre più “smart”, non si capisce perché anche i parchi non debbano diventarlo, limitandosi solo a essere dei “polmoni verdi” senza specifiche dotazioni tecnologiche.
L’esempio di Londra è emblematico. La metropoli inglese è considerata una delle maggiori SmartCity al mondo. I parchi di Londra di ogni dimensione, dai 225 ettari del Queen Elizabeth Olympic Park ai piccoli parchi cittadini, come Victoria Embarkment Gardens, hanno implementato, in diversa misura, soluzioni innovative che li fanno rientrare nella categoria degli SmartPark.
Tra l’altro l'integrazione della tecnologia nei parchi non solo aumenta la frequentazione, ma può anche avere un impatto sugli affitti e sui prezzi delle case nelle aree intorno al parco. 
Dopo che il Bryant Park di Manhattan è stato completamente rinnovato, per esempio, è diventato un'importante attrazione sia per i turisti che per i residenti locali con oltre 20.000 visitatori al giorno e i prezzi degli affitti per di spazi commerciali e uffici sono aumentati tra il 115 e il 225% mentre i prezzi degli immobili residenziali nelle vicinanze sono cresciuti anche del 150%.
Gli Smart Park rispondono perciò alle necessità di tecnologia e connessione legate ai nuovi stili di vita, supportando e facilitando l’attività all'aperto e rivitalizzando così l'esperienza dei parchi stessi e delle aree circostanti.

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Per approfondimenti:
Lucy Taylor, Dieter Hochuli, “Defining greenspace: Multiple uses across multiple disciplines” Landscape and Urban Planning Nr 158 Feb. 2017
aeris, “How Smart Parks Revitalize the Urban Park Experience” aeris blog
Sally Caird, Stephen Hallett, “Towards evaluation design for smart city development” Journal of Urban Design 24/2019
Jennifer Kite-Powell, "See How These 3,000 Paris Parks Benches Are Getting A Smart Makeover", Forbes
Paschalis Arvanitidis, Therese Kenna, Gabriela Maksymiuk,  “Public Space Engagement and ICT Usage by University Students: An Exploratory Study in Three Countries” in CyberParks – The Interface Between People, Places and Technology, 2019, Springer
Simon Joss,  Frans Sengers, Daan Schraven, Federico Caprotti, Youri Dayot, “The Smart City as Global Discourse: Storylines and Critical Junctures across 27 Cities” Journal of Urban Technology 26, 2019
City parks are key to rebuilding civic trust” The Dallas Morning News
Lucie Zvolska, Matthias Lehner, Yuliya Voytenko Palgan, Oksana Mont, Andrius Plepys, “Urban sharing in smart cities: the cases of Berlin and London” Local Environment 24, 2019
Ieuan Hook, “Are smarter parks also more attractive?” Hassell blog
IESE (Instituto de Estudios Superiores de la Empresa Busness School). 2020. IESE Cities In Motion Index of 2020
Heidi Huff, “Smart Parks: The Benefits of Combining Technology and Natural Spaces” Sealevel Systems, Inc blog
Monty Munford, “London leads the way in the global growth of ‘smart cities’” The Telegraph, 28th November 2015
Edward Krafcik, “Making Smart Parks” NPRA’s Montly Magazine 5/2016
Ruben Sanchez-Corcuera, Adrian Nunez-Marcos, Jesus Sesma-Solance, Aritz Bilbao-Jayo, Rubén Mulero, Unai Zulaika, Gorka Azkune, Aitor Almeida, “Smart cities survey: Technologies, application domains and challenges for the cities of the future” International Journal of Distributed Sensor Networks, 2019

 


Corba 5 Cerchi, verso le Olimpiadi di Milano - Cortina 2026: Street Art & Sport per un nuovo progetto di rigenerazione urbana

Il progetto Corba 5 Cerchi nasce dalla collaborazione tra Stradedarts, Municipo 6 e Assessorato alla Cultura del Comune di Milano.

Brand for the City è l’Advisor e Communication Partner.  

In avvicinamento alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, il progetto di creatività urbana Corba 5 Cerchi trasformerà 38 facciate delle “case minime” dello storico quartiere Corba (Giambellino, Milano) in vere e proprie opere d’arte a tema sport invernali, realizzate da artisti di fama nazionale e internazionale.  Il progetto, tra riqualificazione artistica e rigenerazione sociale, vuole promuovere un’idea di sostenibilità e inclusività declinata tramite i valori positivi dello sport in un’area periferica ma dalle forti radici storiche e culturali, come quella del Giambellino.

Milano, 2 novembre 2021. Il 2026, anno delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, pare lontano, ma le due città stanno già lavorando per organizzare al meglio questo evento in occasione del quale saranno ancora una volta al centro dell’attenzione internazionale.

Milano è impegnata anche in un significativo percorso di rigenerazione urbana, in particolare nei quartieri periferici, e le Olimpiadi invernali possono essere un’importante occasione da sfruttare. CORBA 5 CERCHI è un progetto inedito che coniugando Sport e Street Art trasformerà 38 facciate dello storico quartiere milanese di Corba – Villaggio dei Fiori, nel Giambellino, in opere d’arte urbana a tema sport invernali. Già oggi sono visibili le tre prime opere realizzate con la curatela di Stradedarts da altrettanti artisti che hanno interpretato con la propria cifra stilistica il Pattinaggio artistico, dell’artista SteReal, il Free Style, dell’artista Etsom, e la Fiamma Olimpica, dell’artista Napal.

Le 38 facciate sono superfici uguali e alla fine del percorso creativo daranno vita a una eccezionale ‘gallery’ che non ha precedenti nell’ambito degli Sport olimpici invernali, un vero e proprio museo a cielo aperto. CORBA 5 CERCHI nasce dalla collaborazione tra Stradedarts, collettivo artistico di consolidata esperienza a Milano, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e il Municipio 6 del Comune di Milano. Advisor della comunicazione impegnata nel coinvolgimento di Partner e Sponsor privati e istituzionali è Brand for the City, società attiva nel settore del Brand Urbanism e recentemente protagonista dello sviluppo dei Parchi Agos Green&Smart nello stesso Municipio 6 di Milano, al Giambellino.

A Milano il quartiere Corba è in posizione strategica fra la futura fermata della M4 Gelsomini e il Palaghiaccio Agorà in Via dei Ciclamini, sede degli allenamenti delle squadre internazionali:  il progetto  CORBA 5 CERCHI di prevede possa anche attrarre flussi di visitatori cospicui ed eterogenei, a beneficio dei residenti, del quartiere, della città intera, dei partner che ne prenderanno parte partecipando a un innovativo progetto di rigenerazione urbana in  uno dei più importanti Municipi di Milano

“Siamo entusiasti di poter lavorare insieme a Stradearts a questo importante progetto perché lo riteniamo estremamente affine alla nostra mission. Il mondo della comunicazione d’impresa corporate e marketing oggi è attraversato da profonde trasformazioni, trainate da una coscienza etica sempre più profonda e da una propensione dei Brand ad attivarsi concretamente nei progetti sociali trasformativi. - ricorda Claudio Bertona, Presidente di Brand For The City - È un cambio di paradigma di cui la Street Art spesso è protagonista: atto illegale e rivoluzionario nato negli anni ’80 ’90, oggi è e può essere uno strumento alternativo di comunicazione, ma soprattutto è una vera e propria manifestazione artistica urbana dove i Brand diventano un attore sociale, partner di progetti dal forte valore culturale, artistico, sociale, estetico ed emotivo”.

Aggiunge Marco Mantovani, in arte KayOne, cofondatore di Stradedarts: “Il contributo di  Brand For The City è per noi l’occasione per  poter collaborare con partner di alto profilo, per regalare a Milano e al Villaggio dei Fiori, sede del progetto CORBA Cinque Cerchi, un progetto unico nel suo genere. Per la prima volta, 38 artisti differenti si confronteranno su una tematica così universale come lo sport e le Olimpiadi, qualcosa di nuovo che darà nuova vita a un luogo marginale, che ha già accolto il progetto con entusiasmo”.

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L'apicoltura urbana per città sempre più sostenibili

[3 minuti di lettura]

Negli ultimi anni le popolazioni di api stanno subendo un rapido declino. Le api sono fondamentali per il mantenimento della biodiversità, indispensabili per l’impollinazione e sono anche delle straordinarie sentinelle del cambiamento climatico.

Oltre a ciò il 76% del cibo che mangiamo è frutto proprio dell’impollinazione da parte delle api, solo in Europa per esempio, oltre 4.000 tipi di verdure.

Può sembrare paradossale ma le api stanno meglio in città che in campagna. “Sono le stesse api a migrare dalla campagna al centro urbano, sfuggono dal ‘deserto verde’ fatto di monoculture e prodotti chimici, per approdare a uno dei tanti progetti messi in campo dalle associazioni di apicoltori, spaziando tra parchi pubblici, giardini privati, balconi, tetti di abitazioni e ristoranti” Il Sole 24 Ore.

Le api stanno bene in città anche perché c’è una biodiversità di fiori eccezionale.
Oltre a ciò c’è la possibilità di riavvicinare i cittadini alla natura attraverso canali che ne valorizzano la qualità della vita: tutela della biodiversità e attività educational.
Ci sono realtà in Italia come Apicolturaurbana.it che offrono il supporto necessario per lo sviluppo di questi progetti.
In particolare proprio quest’ultima ha coniato, prendendo l’acronimo dal mondo del software, il BaaS, Bees-as-a-Service, per indicare un servizio a 360* per allestire l’apiario nel luogo ideale.
Viene valutata, insieme a chi intende “adottare” delle api, la postazione migliore e viene fornita tutta l’attrezzatura necessaria per l’allestimento: arnie, sostegni e abbigliamento per le visite.
Vengono fornite, ovviamente, anche le api, di solito di razza italiana (tra le più apprezzate nel mondo) che hanno particolari caratteristiche di docilità.
I tecnici apistici si prendono cura delle api durante tutto l’arco dell’anno con visite periodiche e …. raccolgono il miele!
Attività come queste contribuiscono in maniera concreta al Global Goals ONU 2030 e, in particolare, al nr 11 (rendere le città più sostenibili), al nr 12 (consumo e produzione responsabili) e al nr 15 (azioni concrete e immediate per tutelare la biodiversità).
Oltre a tutto ciò le api possono contribuire al bio-monitoraggio ambientale in una vasta area (circa 7km quadrati) e sono in grado di fornire indicazioni per calcolare la CO2 abbattuta, grazie all’impollinazione delle piante.

Progetti di questo genere sono stati sviluppati in tutto il mondo. A Parigi per esempio, si contano ben 1000 alveari sparsi per tutta la città. Dal 2013 delle arnie con circa 200mila api sono state collocate in una terrazza adiacente all’ingresso della cattedrale di Notre Dame (l’apiario è anche sopravvissuto, miracolosamente, all’incendio dell’aprile del 2019).

In Germania, patria dell'ecologismo europeo, molto attenta alla fauna e attiva sul fronte della protezione delle api, attività di questo tipo sono state già intraprese da diverso tempo. A Berlino sono state collocate delle arnie sul tetto del duomo con il progetto di creare un “hotel per le api”. In questo modo circa 30mila api, ad opera dell’apicoltore Uwe Marth, sono arrivate in città.

A Milano, nel giardino della Triennale, nel 2015 è stata collocata la Honey Factory, un’arnia progettata e realizzata dal designer Francesco Faccin per permettere ai bambini di scoprire da vicino la vita delle api che non riusciamo a vedere, un vero e proprio laboratorio urbano vivente per ristabilire un contatto tra uomo e natura.

Anche diverse aziende in Italia, tra cui Barilla, Carrefour, Enel X e Iren hanno già sviluppato progetti con le api.

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Per approfondimenti:
Il Sole 24 Ore: "Nuovi mestieri: così l'apicultore diventa urbano (con un investimento iniziale di 500 euro)
Apicoltura urbana
Le Journal du Dimanche: "Notre-Dame : les 200.000 abeilles des ruches de la cathédrale ont survécu à l'incendie"
Vitamina Bee: "Notre-Dame e le api di Parigi"
Berlino Magazine: "Berlino inaugura hotel per le api per salvare il "pianeta"


Urban art come combinazione tra uomo e natura

[2 minuti di lettura]

L’urban art ha diverse declinazioni che possono aiutare a cambiare quartieri e città.

Ha molte anime e modalità, dai graffiti alle opere tridimensionali aila street art. Ci sono però artisti che riescono a unire le diverse anime, come il brasiliano Fábio Gomes Trindade.

Le sue opere interagiscono in maniera del tutto inaspettata con l’ambiente circostante. Trindade fonde infatti elementi naturali con i murales creando una nuova e unica nicchia di urban art.

L’artista usa la natura per completare le sue opere, con alberi e cespugli che diventano parte integrante del suo lavoro, donando tridimensionalità ai suoi vivaci ritratti.

Guardando le opere dalla giusta angolazione queste sembrano un perfetto sforzo di collaborazione tra uomo e natura.

Usando tra l’altro l'ambiente per creare questa nuova forma di arte, Trindade riesce ad attirare l'attenzione di tutti sull'importanza degli spazi verdi nelle città e contribuisce alla rigenerazione urbana del luogo.

Secondo quanto riferito dall'autore l'idea per questa nuova modalità di urban art gli è venuta 10 anni fa, vedendo un albero di acerola piantato nel cortile di una modesta casa in città .... e proprio quello stesso albero è diventato alla fine parte integrante di uno dei suoi progetti più noti.

I suoi pezzi più famosi sono ispirati a Egypt Sarai, la giovane modella. La ragazzina è raffigurata dall’artista con una capigliatura afro composta da fiori rosa e, in un'altra ormai celebre opera, con i capelli separati in due ciuffi tondi sulla testa.

In ogni suo progetto Trindade riesce a catturare in maniera straodinaria i dolci lineamenti di Sarai e delle altre donne che ha dipinto, con tecniche di street art, e ne esalta la bellezza con la vegetazione.

Le foto delle opere dell’artista sono diventate presto virali sui social e Trindade è diventato famoso in tutto il mondo.

I luoghi in cui ha realizzato le sue opere d’arte sono diventati meta di “pellegrinaggio” per scattare foto e selfie migliorando il percepito e il vissuto dei luoghi stessi.

 

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Immagini Fábio Gomes Trindade

Per approfondimenti profilo Instagram:
Fábio Gomes Trindade


Superkilen: un modello di rigenerazione urbana inclusiva

[5 minuti di lettura]

Superkilen è uno spazio pubblico urbano sorge nel quartiere Nørrebro a Copenaghen, in Danimarca.

Si tratta di un’area di circa 750 metri che si sviluppa lungo una pista ciclabile per un’area totale di circa 30.000 metri quadri.

Il progetto è stato sviluppato come parte di un piano di rigenerazione urbana sotto il coordinamento della municipalità di Copenhagen.

L’obiettivo dichiarato, oltre a migliorare il quartiere di Nørrebro, era di ispirare lo sviluppo urbano di altre città e distretti. Superkilen è infatti il risultato della collaborazione creativa tra il gruppo artistico Superflex, lo studio di architettura BIG (Bjarke Ingels Group) e Topotek1, un'azienda di architettura paesaggistica tedesca.

È stato inaugurato a metà del 2012 e ha vinto l’Honor Award 2013 dell’American Institute of Architects nella categoria Regional & Urban Design, oltre a essere stato selezionato sia per la Design of the Year dal Design Museum di Londra, sia per il Premio dell'Unione europea per l'architettura contemporanea.

Lo spazio si colloca in uno dei quartieri più multiculturali di tutta la Danimarca, teatro anche di episodi violenti. Proprio la mutietnicità è il punto focale del progetto, Superkilen infatti ha lo scopo di celebrare la diversità. Pieno di elementi provenienti da tutto il mondo, è stato progettato come una sorta di gigantesca mostra con oggetti da 60 diverse nazionalità. Ogni oggetto è accompagnato da una piccola targa che descrive (in danese e nella lingua di origine) che cos'è e da dove viene.

Superkilen è suddiviso da tre aree caratterizzate da colori differenti: una rossa, una nera e una verde. Quest’ultima in particolare è completamente di colore verde, ha dolci colline, alberi e zone adatte per il picnic e lo sport. Le diverse superfici e colori dell’intero spazio pubblico sono integrati in modo da formare una sorta di sfondo per la decorazione dell’intera area.

Parte integrante del progetto è stato l’incremento della vegetazione con un aumento significativo delle piante in tutta zona, disposte come piccole isole di diversi tipi di alberi, periodi di fioritura, colori e origine che corrispondono a quelli degli oggetti di uso quotidiano circostanti.

L’area rossa - Ricreativa culturale

La parte rossa è concepita come un'estensione urbana della vita interna della Nørrebro Hall, un centro culturare e sportivo
L’area, una grande piazza centrale, si integra sia nei colori che nei materiali con la Hall e il suo ingresso principale, dove la superficie si fonde all'interno e all'esterno nel foyer.

Anche le facciate sono integrate visivamente nel progetto seguendo il colore della superficie che si “piega” concettualmente verso l'alto e creando così un'esperienza tridimensionale con uno spazio aperto sopraelevato, quasi come una tribuna.
 Oltre alle strutture culturali e sportive, la piazza è il luogo in cui si svolge il mercato che attira ogni fine settimana visitatori da Copenaghen e dai sobborghi.

Un'ampia area della piazza è coperta da una superficie in gomma multifunzionale per consentire il gioco dei bambini, ma non solo, anche parte del mercato si svolge qui e in inverno ci sono le piste di pattinaggio sul ghiaccio.

L’area nera - Sosta e svago

Ques’area è il cuore del Superkilen. È qui dove le persone si incontrano, intorno alla fontana marocchina, sulla panchina turca, sotto i ciliegi giapponesi. Nei giorni feriali i tavoli, le panche e i barbecue si trasformano in una sorta di arredo per giocatori di scacchi e backgammon. Nella parte nord c’è una collina esposta a sud con vista sulla zona e le sue attività.

La zona nera è dominata da una grande insegna al neon di un dentista di Doha, in Qatar.
Qui si possono trovare sedie da bar brasiliane sotto le palme cinesi e un parco giochi con polpi giapponesi accanto a una lunga fila di tavoli da picnic bulgari e barbecue argentini, panchine belghe intorno ai ciliegi, portabiciclette norvegesi, alberi di cedro liberiano.

A differenza dei motivi dell’area rossa, le linee bianche di quest’area si muovono tutte da nord a sud, curvando intorno ai diversi arredi e alberi per evitare di toccarli e facendoli così risaltare.

L’area verde - Sport e gioco

Questa area è utilizzata principalmente per eventi sportivi, la logica è che persone provenienti da tutte le parti del mondo possano giocare insieme. Lo sport è infatti qualcosa che sembra dissolvere i confini, riunendo le persone in un insieme comune di regole comprese per un momento di divertimento: non importa più da dove vieni o che lingua parli.

All’entrata nord di quest’area si viene accolti da una grande insegna al neon rotante dagli Stati Uniti, un grande lampadario italiano e da un tipico profilo di un toro nero della Costa del Sol.

Nell’area verde ci sono anche leggere colline e morbide superfici. Si tratta di un luogo con anche un parco giochi dove le famiglie con bambini possono ritrovarsi per picnic, riposarsi sull'erba, ma le persone possono frequentarlo anche per tornei di hockey, partite di badminton, calcio, basket e allenamenti fitness.

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Immagini: BIG - Bjarke Ingels Group, Naotake Murayama, Fred Romero.

Per approfondimenti:


Siamo al Salone della CSR e dell'Innovazione Sociale! Appuntamento il 13 ottobre alle 15

Brand for the City approda al Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, il principale evento in Italia dedicato ai temi della sostenibilità. Quest’anno, il tema del Salone è ‘rinascere sostenibili’.

Il benessere delle persone si misura anche in funzione della qualità dell’ambiente in cui vivono: per questo cresce il numero di imprese che arricchiscono la propria strategia di sostenibilità con interventi sul tessuto urbano. Durante l’incontro ‘Brand Urbanism: prossimità, coinvolgimento, relazione’, verranno presentate alcune iniziative definite di brand urbanism che hanno portato a una trasformazione dello spazio fisico della città e un rafforzamento del legame con il territorio, tra cui il caso di Brand for the City.

Coordina
Lorenzo Brufani – CEO Competence

Partecipano
Claudio Bertona – Presidente Brand for the city
Sebastiano Ercoli – Designer ilVespaio
Christian Gangitano – Co-founder e Urban Art Specialist Casa degli artisti
Lorena Vona – Responsabile Comunicazione E-Distribuzione

Per iscriverti all’evento che si terrà il 13 ottobre alle 15.00, online o in presenza: https://salonecsr.it/registration/

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Brand for the City affianca Agos nel progetto 'Parchi Agos Green&Smart'

‘Parchi Agos Green&Smart’: nasce un nuovo modello di parco urbano che integra le dimensioni green, smart, art e sport.

Il primo esempio di applicazione delle competenze integrate di Brand For The City sono i ‘Parchi Agos Green&Smart’, progetto nazionale di sostenibilità che vede protagonista Agos – società leader nel credito al consumo partecipata per il 61% dal gruppo Credit Agricole attraverso Credit Agricole Consumer Finance e per il 39% da Banco BPM.

In linea con l’obiettivo di progresso condiviso espresso da “Agos for Good”, si è creato un nuovo modello di Parco Urbano a quattro dimensioni: “Green”, ovvero la diffusione del verde in città e l’educazione alla sua cura; ‘Smart’, ovvero l’innovazione attraverso la tecnologia e il digitale a disposizione della comunità; ‘Sport’, ovvero la diffusione della pratica sportiva in città come fattore di salute, benessere e socialità; Art, ovvero la street art e le altre forme di espressione artistica urbana come contributo alla riqualificazione di spazi e manufatti spesso degenerati o inutilizzati. Brand For The City ha coinvolto partner scientifici e tecnici tra cui WWF – la più importante associazione ambientalista mondiale – per gli aspetti di sostenibilità ambientali, e Fondazione Sport City – nuovo think tank per la promozione sportivo che opera in collaborazione con CONI ed ANCI – per le attività di sport sociale e di fitness.

Il Parco Agos Green & Smart di Largo Balestra / Giambellino Ovest ha inaugurato lo scorso sabato 18 settembre con un intenso programma di attività dalle 10 alle 18.00, nei diversi ambiti Sport, Art, Green e Smart.
Il pubblico presente ha partecipato alle attività di ping pong, atletica, ginnastica ritmica, ginnastica dolce organizzate da Fondazione SportCity in collaborazione con ABC Progetto Azzurri ASD e ad una camminata insieme a campioni olimpici italiani. Si è potuto assistere alla performance dello street artist KayOne che sulla struttura in disuso ‘ex caldaia’ nel cuore di Largo Balestra ha dato vita all’opera “Urban Parks”, un trionfo di colore e grafica in omaggio alla giungla contemporanea.
I visitatori, inoltre, hanno potuto prendere parte ai laboratori green organizzati in collaborazione con WWF Oasi di Vanzago e Cooperativa Opera in Fiore e, grazie sempre alla Fondazione SportCity in collaborazione con ABC Progetto Azzurri ASD e CONI Provinciale MI, gli sportivi hanno potuto cimentarsi con gli istruttori delle App Runbull, Vizual e Ustep nell’utilizzo delle app stesse.

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