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L’Urban Art è entrata ormai a far parte del patrimonio culturale delle città. Alcuni artisti che hanno iniziato ad esprimersi sui muri dei centri urbani sono diventati delle star internazionali.

L’inizio di questo “movimento artistico” possiamo farlo risalire agli anni ‘60 negli Stati Uniti, a New York, quando alcuni artisti iniziarono a scrivere frasi di protesta sui muri della città per esprimere il loro dissenso contro la società o la politica e per esporre autonomamente la propria arte al pubblico cittadino. Il tutto si evolse poi rapidamente nel cosiddetto “grafftismo” negli anni ’70 a partire dai primi esempi di riempimento e di contorno.
La maturità di questa forma artistica è stata raggiunta negli anni ’80, quando numerosi writer e street artist iniziarono a essere conosciuti per le loro opere a livello internazionale.

È importante peraltro ricordare che l’arte ha sempre avuto un ruolo chiave nei più importanti avvenimenti storici, sia come mezzo di comunicazione, sia come strumento per amplificare la memoria collettiva.
Quello che è accaduto per il Muro di Berlino, prima e dopo il suo crollo, ne è un esempio legato appunto all’Urban Art. Il Mauermuseum nel 1984 invitò infatti degli artisti a decorare il Muro e, tra questi Keith Haring. Il writer statunitense, dipinse, con il suo ormai celebre stile, una sezione del Muro con un messaggio di speranza e di libertà.

Non si può parlare di Urban Art senza citare Banksy, l’artista dall’identita sconosciuta, che partendo da Bristol, con le sue opere di critica sociale e politica, è poi diventato noto in tutto il mondo, trasformando così le superfici delle città in luoghi di riflessione.

In Italia l’Urban Art si è affermata e si sviluppata sulla scia dell’esperienza newyorkese.

L’evento che, simbolicamente, ha segnato l’inizio del movimento in Italia si può far risalire alla mostra “Arte di frontiera: New York graffiti” presso la GAM (Galleria d’Arte Moderna) di Bologna nel 1984.

L’Urban Art prese piede rapidamente a Milano (con artisti come Bros, Atomo, KayOne e Pao), a Bologna (Pea Brain, Cane K8 e Blu) in aree dismesse e periferiche tramite decorazioni su grande scala e a Roma, soprattutto nelle periferie per risollevarle dal degrado urbano.

Negli ultimi anni l’attenzione pubblica nei confronti del cambiamento climatico è cresciuta e si è fatta più consistente. L’Urban Art, come pratica innovativa e sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, non si è fatta cogliere inaspettata.
Sono ormai numerosi gli esempi di opere urbane, localizzate in vari Paesi, che sono state realizzate con il duplice scopo di abbellire le città e di renderle più sane e vivibili per gli abitanti.

I cosiddetti «murales mangia smog», che sono stati dipinti anche in Italia, ne sono un esempio e rappresentano un’occasione unica per veicolare un messaggio e al contempo tutelare l’ambiente e l’aria che respiriamo.

Progetti di Urban Art strutturati sono stati realizzati nel nostro Paese non solo su edifici, ma anche su altri elementi del contesto cittadino. Un esempio su tutti è il progetto E-Distribuzione di ENEL che ha visto più di 100 opere sulle cabine elettriche, trasformando così dei presidi fondamentali per garantire il servizio elettrico, anche in elementi di pregio estetico integrati sempre di più nel territorio.

Un altro progetto esemplificativo è “TOward2030. What are you doing?” sviluppato da Lavazza e dalla città di Torino. Si tratta di un’iniziativa di Urban Art che parla di sostenibilità e che ha trasformato la città, dal centro alla periferia, in un amplificatore dei 17 +1 Goal delle Nazioni Unite, attraverso un linguaggio unico e universale.

L’Urban Art, tramite un patto tra attori sociali, può quindi diventare una forma d’arte democratica e partecipata dove i tre pilastri sono rappresentati dalla collettività, dall’attore pubblico e dai brand.

La collettività esigente, curiosa e desiderosa di conoscere il proprio territorio, spinge le scelte urbane verso la bellezza, la vivibilità, la sicurezza, la capacità di sorprendere, la vera fruibilità degli spazi nel quotidiano.
L’attore pubblico, tramite Urban Art, accelera il recupero e lo sviluppo delle periferie urbane, così da poterne tutelare l’identità storica e culturale.
I brand finanziano gli interventi artistici per abbellire la città – acquisiscono quindi un potere artistico – e, nel contempo, garantiscono la soddisfazione di cittadini/consumatori sempre più critici, attenti e sensibili al benessere della vita urbana e dei loro quartieri. I brand, inoltre, affiancano l’attore pubblico nel riconoscimento di una vera e propria forma artistica, andando ad incidere positivamente sullo sviluppo di specifiche politiche di tutela. Anche tramite piccole azioni di mantenimento dell’intervento si può infatti per esempio contribuire alla protezione dello spazio pubblico da atti vandalici.

L’utilizzo dell’Urban Art a fini di rigenerazione urbana diventa quindi una realtà, una realtà fondata su driver ormai definiti come bellezza, identità e valorizzazione.

Urban Art è bellezza —> La bellezza genera cura. La bellezza è molto più di una questione estetica: “…gli stabili dovrebbero essere belli e ben tenuti, infatti, la bellezza esprime la misura del valore che attribuiamo a chi li abita e invita ad averne cura e rispetto” – Don Gino Rigoldi.
Urban Art è identità —> L’identità genera partecipazione. L’Urban art, grazie ad un linguaggio semplice, immediato e valoriale, permette alle persone di integrare i significati delle proprie biografie individuali con un patrimonio di senso condiviso e di riattivare la volontà di trasmissione dei significati relativi all’appartenenza comunitaria: un processo indispensabile ai fini della socializzazione e della partecipazione.
Urban Art è valorizzazione —> La valorizzazione genera circolarità. Questa forma d’arte può giocare un ruolo importante all’interno dei progetti di rigenerazione urbana. Propone infatti messaggi di rilevanza sociale, in linea con le sfide della contemporaneità, rende più attrattivi, dinamici e vivi spazi cittadini sottoutilizzati. Innesca inoltre opportunità lavorative per gli abitanti dei quartieri coinvolti, sotto forma di tour urbani, laboratori educational legati alla tematica, eventi e altre attività trasversali.

I brand possono quindi diventare attori sociali in grado di innescare il cambiamento. Hanno sia gli strumenti per rafforzare l’identità territoriale di un’area, sia quelli economici per plasmarne l’evoluzione.

Attraverso un investimento culturale i brand hanno il potere di far emergere i propri valori, i propri obiettivi e la capacità di promuovere un sentimento di affinità e di tutela nei confronti di un territorio in cui si rispecchiano.

Se l’Urban Art è capace di creare o di valorizzare un sentimento identitario e comunitario locale, i brand si caratterizzano per il potere e la responsabilità di veicolare un messaggio.

Infine, per mezzo dell’Urban Art un brand può riscrivere dal basso (bottom-up) un messaggio condiviso dalla comunità, grazie a tre caratteristiche che fanno di questa forma artistica un mezzo innovativo per esprimersi, ossia l’accessibilità, l’immediatezza e la durata.

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Per approfondimenti:
Carlo McCormick, Marc & Sara Schiller, Ethel Seno, Trespass. A History of Uncommissioned Urban Art, Taschen, 2010
Duccio Dogheria, Street Art. Storia e controstoria, tecniche e protagonisti, Giunti, 2015
Marco Imarisio, Le strade parlano. Una storia d’Italia scritta sui muri, Rizzoli, 2019
Elio Espana, documentario Banksy – L’arte della ribellione, Prime Video

Photo by: Federico Massa (aka Iena Cruz)