Negli ultimi anni il termine placemaking è entrato stabilmente nel linguaggio della rigenerazione urbana europea. Non indica una semplice metodologia progettuale, ma un vero e proprio cambio di paradigma: l’idea che la qualità dello spazio pubblico derivi non solo dal disegno o dagli investimenti, ma dalla capacità di costruire relazioni tra persone, luoghi e istituzioni.
Oggi, tuttavia, la riflessione va oltre la classica opposizione tra “temporaneo” e “permanente”. Sempre più studiosi e amministrazioni riconoscono che la città non è mai definitiva: la temporaneità può diventare una condizione permanente, fluida e adattiva, capace di produrre valore nel tempo senza la necessità di una sostituzione finale.

Dallo spazio al luogo: il placemaking

Secondo la rete Placemaking Europe, il placemaking è “un approccio che mette al centro le persone che vivono e usano gli spazi, più che gli edifici o le infrastrutture”, e che consente di “trasformare ogni spazio in un luogo” attraverso processi collaborativi e inclusivi.

Per Project for Public Spaces, storica organizzazione newyorkese fondata da William H. Whyte e Fred Kent, è “un processo partecipato per plasmare il nostro spazio pubblico al fine di massimizzare il valore condiviso.

In questa prospettiva, la progettazione urbana diventa un atto di ascolto e attivazione, più che di imposizione formale. Non si tratta solo di progettare spazi, ma di abilitare comunità, negoziare usi, testare funzioni. Il placemaking è dunque governance: un passaggio da una pianificazione top-down a un modello dialogico e incrementale, dove il progetto non è mai chiuso ma continuamente rinegoziato con i suoi abitanti.

Il potere del temporaneo

All’interno di questo quadro, le pratiche di uso temporaneo assumono un ruolo strategico.
In Italia e in Europa, l’uso del temporaneo non è più una pratica marginale o creativa, ma un dispositivo di governance urbana. Le amministrazioni lo riconoscono come fase progettuale a pieno titolo, capace di generare consenso e senso di appartenenza prima di un intervento definitivo.

Le Linee guida per gli usi temporanei approvate da Regioni come Lombardia e Piemonte ne formalizzano l’importanza: meglio riattivare ciò che già esiste, anche in via provvisoria, che consumare nuovo suolo. Il temporaneo diventa così laboratorio urbano, una piattaforma di sperimentazione, co-progettazione e cura dello spazio pubblico.

Ricerche recenti hanno spinto ancora più in là questa visione. Su Agathon Journal, parlano di una “complementarità tra temporaneo e permanente”, dove la temporaneità non è più eccezione ma componente strutturale del progetto urbano. Analogamente, Joanna Szaton  definisce gli usi temporanei come “strategia intenzionale e duratura di trasformazione urbana”.

Il progetto europeo T-Factor parla apertamente di temporary permanence: la possibilità di concepire gli usi intermedi come spazi permanenti di flessibilità, ambienti in continua evoluzione più che tappe intermedie verso un esito statico.
In sintesi, il temporaneo non è più un “prima e dopo”, ma una modalità stabile del vivere urbano.

Città europee in transizione

Milano – Innovazione culturale

Nel capoluogo lombardo, questa evoluzione è evidente. Con il programma “Piazze Aperte”, avviato nel 2018 dal Comune con Bloomberg Associates, gli incroci stradali sono diventati piazze pedonali colorate e accoglienti. Vernici, fioriere e sedute mobili: materiali minimi, impatto immediato. Ma la vera innovazione non è estetica: è culturale. Milano ha imparato che la città può cambiare per gradi, attraverso cicli di sperimentazione e consolidamento, e che la partecipazione si costruisce nel tempo, non solo nel progetto finale.

Bologna – Infrastruttura sociale

Qui, durante la pandemia, la pedonalità emergenziale ha trasformato strade e piazze in spazi di gioco, cultura e sport. Oggi molte di quelle chiusure temporanee sono diventate strutturali: un esempio di come la strada possa tornare a essere infrastruttura sociale, non solo di mobilità.

Parigi – Riuso progressivo e inclusivo

Nella capitale francese, Les Grands Voisins ha ospitato per anni residenze temporanee, atelier e funzioni sociali in un ex ospedale, diventando un caso di studio internazionale sul riuso progressivo e inclusivo.

Rotterdam – Temporary Use Strategy

Nella città olandese, la Temporary Use Strategy è parte del piano comunale: gli usi intermedi sono riconosciuti come strumenti economici e sociali per attivare quartieri in transizione.

Berlino – Uso intermedio

Nel centro pulsante della Germania la cultura dello Zwischennutzung – uso intermedio – è ormai radicata: spazi industriali e lotti abbandonati diventano orti urbani, coworking e centri civici autogestiti. Qui la temporaneità è vista come politica adattiva e non come eccezione: una forma di urbanistica permanente della flessibilità..

Dal gesto provvisorio alla città che resta

Il vero salto di qualità avviene quando le azioni temporanee generano valore permanente – o meglio, quando la permanenza consiste proprio nella loro capacità di restare mobili e adattive. Come sottolinea il saggio The Intermittent City, “la città contemporanea vive in una condizione di intermittenza: ciò che resta non è la forma, ma la possibilità stessa di cambiare”. La temporaneità diventa dunque un’infrastruttura sociale che consente alla città di reagire, apprendere, evolversi. Non è più il preludio a un intervento definitivo, ma un modo di costruire il futuro per iterazioni successive, attraverso micro-azioni cumulative e processi condivisi..

Opportunità e rischi

Il placemaking e gli usi temporanei offrono grandi opportunità: accelerano i processi, coinvolgono le comunità, riducono i rischi progettuali e creano valore pubblico anche prima dell’intervento definitivo. Ma esistono anche rischi concreti.

Come sottolineano sia ARUP che C40 Cities, il temporaneo può diventare uno strumento di marketing urbano, un modo per rendere accettabili trasformazioni già decise. La differenza la fa la governance: chi decide, chi partecipa, chi resta quando il progetto cambia forma. Per evitare derive superficiali, serve che i progetti siano fondati su trasparenza, gestione collettiva e apprendimento continuo.

Verso una cultura del “fare luogo”

Milano, Bologna, Parigi, Rotterdam e Berlino mostrano che il temporaneo può essere molto più di un evento estetico. È un linguaggio di cura, prossimità e negoziazione, capace di rigenerare luoghi dimenticati e ricostruire fiducia tra cittadini e istituzioni. Oggi, il dibattito internazionale invita le città a compiere un passo ulteriore: riconoscere la temporaneità come infrastruttura permanente. Non più due fasi – il progetto provvisorio e poi quello definitivo – ma un continuum, un processo incrementale dove i luoghi restano aperti alla trasformazione.

A Milano le Piazze Aperte si estendono nei quartieri periferici, integrando verde e funzioni di prossimità. A Bologna le “piazze scolastiche” sono divenute modello per una pianificazione adattiva e replicabile. A Parigi, l’esperienza dei Grands Voisins ha generato un nuovo modello di governance sociale diffusa, oggi replicato in altri distretti. A Rotterdam, la rigenerazione del Merwe-Vierhavens District (M4H) fonde usi temporanei e permanenti in un ecosistema creativo stabile. A Berlino, Tempelhofer Feld, l’ex aeroporto trasformato in parco pubblico, è la dimostrazione che la temporaneità può essere una scelta politica duratura, simbolo di una città che appartiene ai suoi cittadini.

La sfida per le città italiane è ora consolidare questa visione e cioè destinare risorse, costruire regole flessibili e accettare che l’impermanenza possa essere una forma di stabilità.
In questa chiave, il placemaking potrà diventare sempre di più una politica urbana di lungo periodo, una città che non finisce mai di cambiare, ma continua a restare viva.

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Per approfondire:

Placemaking Europe, What is Placemaking, 2022

William H. Whyte e Fred Kent, What is Placemaking, PPS, 2018

Karolina Marta Szaton, The temporary use as a strategy for transforming the space of contemporary cities. Space transformations supported by the purposeful application of temporary use, based on a case study, Miscellanea Geographica, Volume 22 (2018): Issue 4 (Dicembre 2018)

T-Factor, Participatory Futures, Co-Creating Cities With Temporary Urbanism

Comune di Milano, Piazze Aperte, 2024

Comune di Bologna, Piano per la Pedonalità Emergenziale, 2020

C40 Cities, Introducing Spotlight On: 15-minute cities

URBACT, Temporary Use Defines the City, Giugno 2018

MDPI Sustainability, Temporary Use and Urban Resilience, 2021

Matthew Bach, Anthony Colclough, Cristina Garzillo e Cécile Houpert, Temporary Permanence: the Intermittent City, CPCL Journal, Uniiversità di Bologna, 2018