Proviamo a pensare all’ultima volta che ci siamo fermati in una piazza, in un parco, o in una strada urbana qualsiasi. Quante informazioni avremmo perso se avessimo chiuso gli occhi? Forse non tante quante immaginiamo. Il suono di un mercato, il profumo di un forno aperto sul marciapiede, la ruvidità di un muro di mattoni, il fresco dell’erba sotto i piedi: queste sono esperienze reali, non accessorie. Eppure, la pianificazione urbana le ha quasi sempre ignorate, concentrandosi sulla dimensione visiva dello spazio come se fosse l’unica che conta.

La progettazione urbana e, più in generale, la cultura occidentale sono eminentemente visive. La città è progettata essenzialmente per la vista, senso cui spetta nella nostra cultura un primato assoluto. Ma qualcosa sta cambiando. Negli ultimi anni, nella ricerca accademica come nella progettazione urbana più avanzata, si sta affermando quello che viene definito sensory urbanism — un approccio che rimette al centro dell’esperienza della città tutti i sensi, non solo uno. Un approccio che, non a caso, si avvicina molto a quello che chi lavora sulla rigenerazione urbana pratica ogni giorno sul campo: l’idea che uno spazio ben progettato non si veda soltanto, ma si senta.

Dalla visione all’atmosfera

Il sensory urbanism è una forma di indagine su come le informazioni non visive definiscano il carattere di una città e ne influenzino la vivibilità. Secondo David Howes, ricercatore e autore del Sensory Studies Manifesto, le persone si sono abituate a guardare la città dimenticandosi di annusarla, ascoltarla, toccarla. Non è solo un problema estetico: è una questione di benessere, identità, appartenenza.

Come spiega l’architetto Jacques Ferrier, che ha formalizzato il concetto di ville sensuelle in occasione dell’Expo Universale di Shanghai del 2010, si tratta di sostituire un progetto urbano basato sulle geometrie con un progetto urbano basato sulle atmosfere. Un cambio di paradigma che sposta l’attenzione dal contenitore — strade, edifici, piazze — all’esperienza di chi li abita ogni giorno.

Paul Virilio parla di “abitante onnipolitano”, il cittadino della città senza limiti che smarrisce i propri riferimenti spazio-temporali nel nuovo habitat prodotto dall’impoverimento di stimoli sensoriali. Nelle frequenti dislocazioni le persone non hanno più il tempo per “stare” e “sentire” la città, e finiscono spesso in una situazione di privazione sensoriale. Una condizione che non è inevitabile, ma che è il risultato di scelte progettuali precise — e che può essere invertita con scelte progettuali diverse. È qui che entra in gioco il ruolo delle aziende che scelgono di intervenire sullo spazio pubblico: ogni intervento di rigenerazione è, in potenza, un atto di restituzione sensoriale alla comunità.

Il paesaggio sonoro della città

Il suono è forse il senso più studiato dopo la vista nel campo dell’urbanistica sensoriale. Un’esperienza urbana senza il rumore delle auto, dei pedoni, ma anche degli uccelli, della pioggia o dell’acqua sarebbe inimmaginabile. Queste esperienze sensoriali plasmano la nostra percezione degli ambienti urbani. Nonostante ciò, il ruolo del suono nella progettazione e nella pianificazione urbane spesso rientra solo nell’ambito di valutazioni successive volte a mitigare l’inquinamento acustico.

Il progetto europeo Sound-Frameworks, finanziato dall’UE, ha cercato di cambiare questo approccio, immaginando lo spazio pubblico come un ecosistema sonoro dinamico e dotando progettisti e amministratori di strumenti pratici per integrare le valutazioni sonore fin dalle prime fasi del progetto.

A Istanbul, il ricercatore e musicista Oğuz Öner organizza da anni sound walks in cui i partecipanti, bendati, descrivono ciò che sentono in diversi punti della città. La sua ricerca ha identificato luoghi dove piantare vegetazione per attutire il rumore del traffico o dove costruire un organo a onde per amplificare il suono del mare — qualcosa che, con sorpresa, le persone riuscivano a malapena a sentire, anche camminando lungo il lungomare. A Berlino, i cittadini usano un’app gratuita per mappare gli spazi silenziosi, e le autorità locali li proteggono nell’ambito del piano comunale di gestione del rumore.

Ciò che questi esempi mostrano è che il suono non è un elemento passivo dello spazio urbano, ma una variabile progettuale attiva. Introdurre una fontana, piantare alberi lungo un viale, aprire uno spazio su un cortile interno invece che su una strada trafficata: sono scelte che producono paesaggi sonori precisi, e che influenzano profondamente il modo in cui le persone vivono e si appropriano di un luogo.

Odori, memoria e identità urbana

L’olfatto è il senso più antico e il più strettamente connesso alla memoria, ma è quasi sempre assente dai piani urbanistici. Per i funzionari urbani e i pianificatori, molta attenzione va generalmente a come una città appare e suona, ma in termini di odore il focus riguarda principalmente la gestione dei rifiuti o la bonifica di aree insalubri. Del resto, il senso dell’olfatto, così spesso trascurato, è fortemente legato alla creazione di memorie emotive e contribuisce alla comprensione del mondo rivelando pratiche culturali altrimenti nascoste.

La ricercatrice e artista Kate McLean lavora da oltre un decennio a mappare gli smellscape di diverse città — Edimburgo, Amsterdam, Singapore — traducendo la complessità olfattiva di uno spazio urbano in mappe che mostrano dove la città profuma di mare, di spezie, di pane, di asfalto bagnato. Un lavoro che restituisce al progettista uno strumento in più per capire come un luogo viene davvero percepito da chi lo abita.

A Vienna, le smelling tours consentono ai visitatori di scoprire la città attraverso i profumi dei mercati rionali, del caffè e del cioccolato — ribaltando l’idea che le città siano luoghi da guardare e non da annusare. Esempi come questi ci ricordano che ogni intervento sul verde urbano — la scelta di piantare lavanda invece di siepi anonime, di affiancare piante aromatiche a un percorso pedonale, di riportare alberi da fiore in una piazza — produce anche un paesaggio olfattivo preciso, capace di radicare le persone in un luogo e di renderlo riconoscibile, diverso da tutti gli altri

Il tatto. Superficie, texture e corpo nello spazio urbano

Toccare la città. Non è un’immagine poetica: è un’esperienza concreta che avviene ogni volta che camminiamo, sediamo su una panchina, appoggiamo una mano a un muro, sentiamo sotto i piedi il cambio tra asfalto e terra battuta. Progettare il costruito per controllare e gestire la qualità delle superfici crea un ambiente più piacevole e confortevole per chi lo abita. Anche la più piccola asperità di un manto stradale può influire negativamente sull’esperienza di chi vi passa.

A Singapore, il progetto Sensory Walk ha progettato percorsi specificamente pensati per le persone con disabilità visiva, con pavimentazioni tattili, guida audio e altri indicatori sensoriali per facilitare la navigazione dello spazio urbano. Questo approccio svela il vantaggio intrinseco del sensory urbanism: il design inclusivo non è un’aggiunta marginale, ma una pratica che arricchisce l’esperienza collettiva.

La dimensione tattile è spesso quella meno nominata, ma è tra le più potenti. Un murale non è solo un’immagine: ha una superficie, uno spessore, una temperatura. Un playground non è solo un’attrezzatura: è l’insieme delle sensazioni che produce — la plastica liscia di uno scivolo, la sabbia sotto i piedi, il metallo freddo di una scala. Chi progetta spazi pubblici con questa consapevolezza sa che ogni scelta materica è anche una scelta esperienziale.

 

La vista non basta: verso un progetto urbano multisensoriale

Tutto questo non significa che la componente visiva debba essere abbandonata. Significa che da sola non è sufficiente. Il sensory urbanism non consiste nell’aggiungere più elementi sensoriali alla città, ma nell’integrarli in modo ponderato per creare ambienti urbani più olistici e centrati sull’essere umano.

I parchi e le piazze del futuro saranno intelligenti e adattativi. Grazie a tecnologie multisensoriali — luce, suono, odori — l’esperienza urbana potrà diventare più ricca e inclusiva. Ma la tecnologia è solo uno degli strumenti. Molto si può fare già oggi con scelte più semplici: piantare erbe aromatiche lungo un percorso pedonale, progettare una fontana che si sente prima di vedersi, scegliere materiali che cambiano colore e texture con la pioggia, creare spazi silenziosi dove il suono della natura prevalga su quello delle auto.

Questo è il terreno su cui il Brand Urbanism può fare la differenza. Quando un’azienda sceglie di intervenire su uno spazio pubblico, ha l’opportunità di andare oltre l’estetica: può contribuire a costruire quella ricchezza sensoriale che rende un quartiere riconoscibile, un parco amato, una piazza frequentata. Non è un dettaglio. È spesso ciò che determina se un intervento resta o viene dimenticato.

Sentire la città per appartenerle

C’è qualcosa di profondamente civile nell’idea di progettare spazi che si possano davvero sentire. Significa riconoscere che la qualità della vita urbana non si misura solo in metri quadri o in chilometri di pista ciclabile, ma in esperienze — nell’odore di un parco la mattina presto, nel suono di una fontana in una piazza d’estate, nella texture di un pavimento che distingue uno spazio dall’altro.

Queste impressioni sensoriali sono intimamente connesse alla nostra memoria geografica. Anche se diverse città possono sembrare sempre più simili nell’aspetto, possono risultare molto diverse nel momento in cui le attraversiamo a piedi, in bici o in auto. È in questa differenza che abita l’identità di un luogo. Ed è a partire da questa differenza che si può costruire un senso di appartenenza reale tra le persone e la città in cui vivono.

Progettare spazi sensorialmente ricchi non è un lusso per le città benestanti: è una scelta di civiltà. È il riconoscimento che le persone non attraversano la città — la abitano. E che abitarla bene significa poterla sentire, in tutti i sensi della parola.

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Per approfondire:

David Howes, The Sensory Studies Manifesto, University of Toronto Press, giugno 2023

Philippe Samay, La ville sensuelle, Collége de France, la vie des idées, 1° dicembre 2009

Marilia Matoso, What Is Sensory Urbanism?, ArchDaily, 30 ottobre 2022

Gabriel Josè Maria Ferro, Architettura Multisensoriale, Presentazione Barcamp, IUAV

Oğuz Öner Website

Nicola Davis, Nosy researcher’s quest to map the world’s ‘smellscapes’, The Guardian, 25 dicembre 2025

Whoosh Wien, Smells Like Wien Spirit

Sensoryscape Sentosa

Jennifer Hattam e Abby Ivory-Ganja, Why sounds and smells are as vital to cities as the sights, MIT Technology Review, 14 giugno 2022

Commissione Europea — La dimensione sonora delle nostre città – Sound-Frameworks Project, CORDIS

Maria-Cristina Florian, Sensory Maps: What the Sense of Smell Can Reveal about Urban Environments, ArchDaily, 27 luglio 2022

Pragya Sharma,The ultimate guide to understanding sensory urbanism, Parametric Architecture, 3 febbraio 2023

Mirko Guaralda, Eye on the Street? Esperienze sensoriali negli spazi pubblici, Università di Bologna, 1/2013

Wikipedia IT, Spazio sensoriale

Liliana Fracasso, Lo spazio pubblico attraverso i sensi: mappatura dei territori e orditura dei fatti, Scripta Nova, Università di Barcellona, 1° agosto 2008

Andrea Dari, La progettazione degli spazi pubblici e la riqualificazione urbana: creare luoghi di inclusione e valore condiviso, Ingenio, 24 marzo 2025

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