I giovani italiani tra i 14 e i 24 anni non stanno aspettando di diventare qualcosa. Stanno già vivendo, con grande intensità, una condizione del tutto inedita: quella di una generazione che non ha mai conosciuto stabilità strutturale. Capire chi sono davvero — non come si immagina che siano — è il punto di partenza obbligatorio per chiunque voglia progettare interventi di rigenerazione urbana e community engagement che funzionino.

Una normalità che non esiste

Esiste un modo comune (e profondamente sbagliato) di pensare ai giovani come a una categoria che “deve ancora arrivare“. Un’attesa, un potenziale, una promessa in sospeso. Questo errore di prospettiva genera interventi inadeguati, comunicazioni vuote e politiche costruite su un soggetto che non corrisponde alla realtà.

Questa generazione si è formata dentro una successione di crisi che non si sono mai interrotte: la crisi economica del 2008 e le sue lunghe ricadute sul mercato del lavoro; la pandemia da COVID-19, che ha colpito gli anni cruciali dello sviluppo relazionale e identitario; i conflitti armati alle porte dell’Europa; la crisi climatica vissuta già oggi, non come scenario futuro. A questi si aggiunge un clima politico globale segnato dalla polarizzazione e dal ritorno di figure autoritarie.

In questo scenario, solo il 12% dei giovani italiani esprime un giudizio positivo sulla sensibilità delle istituzioni verso le proprie esigenze, e per l’85% il livello di attenzione politica è inadeguato. La sfiducia non è un capriccio: è la risposta razionale a un sistema che non risponde.

La crisi non è un episodio della storia di questa generazione. È la struttura dentro cui la loro storia si svolge.

Riconoscere questo non è un atto di pietà. È il primo passo per smettere di progettare interventi inutili.

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I tratti che orientano la progettazione

Ogni generazione viene descritta attraverso etichette che la semplificano fino a renderla irriconoscibile: nativi digitali, snowflakes, Generazione Z. Queste categorie dicono poco e spesso funzionano come alibi — per non capire davvero, per non dover cambiare approccio. Proviamo invece a descrivere alcuni tratti che emergono con coerenza e che hanno conseguenze dirette su chi progetta interventi urbani e comunitari.

Ansia strutturale

Non l’ansia da prestazione del liceo, ma un’ansia da futuro incerto, continua, non legata a un evento specifico. Secondo il Rapporto BES 2024 dell’ISTAT, l’indice di salute mentale tra i 14-24enni mostra un divario di genere di 6,1 punti tra ragazze e ragazzi (67,2 contro 73,3), con un peggioramento costante per le giovani donne. I giovani temono il lavoro, il denaro, la guerra, il clima — non in modo irrazionale, ma perché le ragioni ci sono e sono reali. Per chi progetta, questo significa che ogni attività deve ridurre il carico cognitivo, non aggiungersi ad esso.

Identità iper-consapevole ma fragile

Questa generazione è la più linguisticamente attrezzata della storia recente: sa parlare di inclusione, diritti, sostenibilità con precisione. Eppure, vive spesso una distanza dolorosa tra chi vorrebbe essere e chi riesce a diventare. Non è un difetto caratteriale — è l’effetto di crescere senza “scaffalature” stabili. La conseguenza pratica è che non basta proporre “valori” o “missioni” in astratto. Ciò che manca è la possibilità di incarnarli in esperienze concrete che restituiscano un senso di efficacia personale.

Short-term mindset

I giovani mostrano una tendenza a orientarsi su obiettivi a breve termine. Viene letto come superficialità. È invece un adattamento razionale: perché investire cinque anni in una formazione specialistica quando il mercato del lavoro cambia ogni tre? Secondo l’ISTAT il 20,3% dei 15-24enni risultava disoccupato nel 2024, e oltre un terzo dei giovani under 35 presenta almeno una forma di vulnerabilità occupazionale. I progetti di rigenerazione che vogliono coinvolgerli devono prevedere cicli brevi, risultati visibili, feedback rapidi.

Bisogno di riconoscimento

Uno dei desideri più profondi e meno soddisfatti di questa generazione è il bisogno di sentirsi visti, essere rilevanti, parte di qualcosa che li include. La città è un sistema di riconoscimento pubblico tra i più potenti che esistano: chi viene rappresentato sui muri parla di chi appartiene a quel luogo. Un progetto di rigenerazione che restituisce ai giovani la capacità di intervenire sullo spazio pubblico non sta solo abbellendo un quartiere — sta dicendo a quei giovani che esistono, che contano, che la città è anche loro.

Ambivalenza emotiva

I giovani vivono una tensione costante tra idealismo — credere nei diritti, nell’ambiente, nell’equità — e disillusione — il senso che “tanto non cambia niente”. La ricerca 2026 “Fragile” di Fondazione Unhate documenta quattro profili: il 24% è “sfiduciato sotto pressione”, il 25% “irrequieto in bilico” tra attivismo e rischio di crollo, il 34% “moderato in transizione”. Solo il 17% è “fiducioso propositivo”. Queste posture non si escludono: l’energia trattenuta ha bisogno di un canale. Per i progetti comunitari questo ha un’implicazione cruciale. Non basta infatti ispirare, bisogna dimostrare che le cose cambiano.

Tre tipi di fragilità, non una sola categoria

Parlare di “giovani fragili” come categoria omogenea è uno degli errori più comuni e più dannosi. La fragilità giovanile non ha un solo volto, e confonderli porta a soluzioni che aiutano alcuni e ignorano altri.

Fragilità socio-economica

Si tratta della più visibile. Riguarda chi cresce in famiglie con poche risorse, in contesti scolastici poveri di stimoli. I dati ISTAT 2024 confermano che la quota di NEET (Not in Education, Employment or Training) tra i 15-29 anni è al 15,2%, con il Mezzogiorno oltre il 23% — più del doppio del Centro-Nord. Per questi giovani la rigenerazione urbana può intervenire offrendo accesso a spazi, competenze e reti che il mercato non fornisce.

Fragilità psicologica

È una tipologia di fragilità spesso invisibile. Uno spazio comunitario non è per loro un lusso culturale ma una necessità, un luogo dove stare senza dover performare, dove la presenza basta. Secondo dati OCSE del 2024, il tasso di problemi di salute mentale multipli tra i quindicenni europei è passato dal 42% del 2018 al 52% del 2022 — in crescita costante.

Fragilità di senso

Si tratta del tipo di fragilità la più nuova e la più sottovalutata. Riguarda giovani che non sono poveri e non mostrano sintomi evidenti, ma che vivono la mancanza di direzione, un senso di irrilevanza, l’assenza di obiettivi chiari. Trasversale alle classi sociali, è la fragilità di chi ha tutti gli strumenti ma non sa dove andare. Il Censis 2025 documenta come il 28,3% dei 16-19enni ritenga che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro, con un dato che sale al 32,7% tra i 18-19enni.
La fragilità di senso non si cura con più informazioni né con più opportunità. Si cura con esperienze che restituiscono la percezione di appartenere a qualcosa di più grande di sé.

Perché la città è la risposta giusta

La città non è solo sfondo. È un sistema di riconoscimento pubblico, e intervenire sullo spazio fisico significa intervenire sullo spazio simbolico: ridefinire chi appartiene a quel luogo, chi ha diritto di starci, chi può lasciare un segno.

Il problema centrale di questa generazione, come emerge dai dati, non è la crisi in sé — è la mancanza di mediazione tra l’individuo e la complessità. I giovani sono più esposti, più soli, più responsabili di costruirsi un senso in un contesto senza cornici stabili. Lo spazio comunitario — il cortile rigenerato, il murale collettivo, il giardino condiviso — offre esattamente questo: un luogo dove le cose accadono a scala umana, dove l’azione individuale produce effetti visibili.

Ogni progetto di rigenerazione urbana che coinvolge i giovani è anche — e forse soprattutto — un progetto di costruzione di agentività: la capacità di agire, di sentirsi autori di qualcosa, non solo spettatori. È questa la posta in gioco più alta, quella che i metri quadrati riqualificati da soli non possono misurare.

C’è poi la questione della disconnessione. I giovani non sono apatici: stanno cercando appartenenza in micro-comunità digitali perché non la trovano altrove. Il Censis documenta come l’8,2% dei 20-24enni nel 2024 ascolti dibattiti politici, a fronte del 19,5% di vent’anni fa. Ma il digitale non sostituisce il fisico. Mettere le mani in un cantiere, dipingere insieme un muro, piantare un albero sono atti di presenza corporea che lasciano tracce reali nel mondo e nella memoria.

Quello che chiedono, senza dirlo

I giovani raramente formulano esplicitamente i propri bisogni. Ma nei loro comportamenti emergono quattro richieste ricorrenti.

Accompagnamento, non soluzioni

Non cercano qualcuno che sappia già cosa è giusto per loro, ma qualcuno che aiuti a orientarsi senza decidere al posto loro. Questa distinzione separa un processo partecipativo autentico da uno simulato.

Stabilità minima 

Non ricchezza, non sicurezza assoluta, ma una base abbastanza solida da cui poter progettare. I progetti di rigenerazione che durano nel tempo offrono già questa stabilità attraverso la loro stessa persistenza.

Fiducia guadagnata, non dichiarata

Questa generazione riconosce la comunicazione vuota con grande precisione. Secondo Eurispes, solo il 25,4% degli italiani crede nel Parlamento e il 30,2% nel Governo. La credibilità si costruisce nel tempo attraverso i risultati, non le promesse.

Uno spazio per la rabbia

I giovani portano una rabbia silenziosa verso le disuguaglianze, verso la lentezza del cambiamento, verso sistemi che sembrano progettati per escluderli. Quando non trova canali espressivi legittimi, questa rabbia emerge in forme polarizzate o si rivolge verso l’interno. I migliori progetti di community engagement sono quelli che la accolgono come energia trasformativa.

 

I principi per chi progetta

Partire dall’ascolto autentico non dai bisogni presunti. I giovani respingono con grande sensibilità le mappe costruite dall’esterno.

Costruire in cicli brevi con risultati visibili. Non significa rinunciare alla visione a lungo termine, ma costruirla attraverso una successione di piccoli completamenti verificabili.

Fare della fisicità uno strumento centrale, non un optional. In un’epoca di sovraesposizione digitale, il ritorno al fisico è un atto culturale: produce un tipo di apprendimento, memoria e appartenenza che nessuna app sostituisce.

Creare condizioni per il riconoscimento pubblico. Ogni progetto dovrebbe prevedere momenti in cui il contributo dei giovani diventa visibile alla comunità più ampia.

Accogliere il conflitto come risorsa. I progetti che funzionano non sono quelli armoniosi — sono quelli che sanno trasformare il disaccordo in forza creativa.

Misurare ciò che conta davvero. Il cambiamento nella percezione di sé, il rafforzamento dei legami, la riduzione del senso di invisibilità sociale. Non solo metrature riqualificate e presenze conteggiate.

La generazione che non aspetta

Questo ragionamento ha un solo punto di arrivo: rifiutare la lettura dei giovani italiani come problema da risolvere, generazione da recuperare, potenziale da attivare.

I giovani tra i 14 e i 24 anni sono già qui. Sono la generazione più consapevole di sempre, la più attrezzata culturalmente, la più esposta alle crisi, la più sola nel costruire il proprio senso. E paradossalmente, proprio questa condizione li rende i soggetti più adatti a progettare spazi e comunità per il mondo che verrà. Perché non hanno nostalgia di una normalità che non hanno mai conosciuto, e perché hanno sviluppato una creatività adattiva che gli adulti spesso sottovalutano.

La rigenerazione urbana e il community engagement, se progettati con lo sguardo giusto, non sono servizi che si erogano ai giovani. Sono processi che si costruiscono insieme a loro. La città migliore non è quella più efficiente o più bella. È quella che riesce a far sentire i propri giovani — tutti, anche i più fragili — che appartengono a qualcosa di reale.

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Per approfondire:

ISTAT, Rapporto Annuale 2025

ISTAT, BES 2024: Benessere equo e sostenibile in Italia

ISTAT, Noi Italia 2025: Mercato del lavoro

Eures / Consiglio Nazionale dei Giovani / AGI, “Giovani 2024: il bilancio di una generazione”

Censis, 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025

Eurispes, Rapporto Italia 2025

Fondazione Unhate, Unfitered – “Fragile: mappae mundi di una nuova generazione”, 2026

Fondazione Comunità Milano / Polimi-DASTU, “Giovani e Milano: politiche giovanili innovative a base territoriale”, 2024

Ipsos Flair Italia 2025, “Futuro Fuggente”

OCSE, Health at a Glance: Europe 2024 (salute mentale adolescenti)

OCSE, Promoting Good Mental Health in Children and Young Adults, 2025

WHO Europe, Health Behaviour in School-aged Children (HBSC) Study, 2021/2022

Anna Tarasenko, Gisel Josyb, Hellen Minnisc, Jennifer Halld, Andrea Danesee, Jennifer Y.F. Lauf, Samuele Corteseg, Argyris Stringarish, Cassie Redlichi, Dennis Ougrin, Mental health of children and young people in the WHO Europe region, The Lancet Regional Health Europe, ottobre 2025

Project for Public Spaces, What Makes a Successful Place?

Openpolis, Con i Bambini – Osservatorio sulla povertà educativa

Fondazione Comunità Milano, YouthBank

Lucia Di Guida, Generation Snowflakes: giovani ipersensibili e fragili, Istituto Miller

Brand for the City, Rigenerazione urbana e attivazione sociale come scudo contro la gentrificazione, 11 giugno 2024

Brand for the City, Il potere trasformativo dell’attivazione sociale per una rigenerazione urbana efficace, 3 dicembre 2024

Brand for the City, Brand Urbanism: quando i brand diventano attori sociali della città, 2 dicembre 2025

Brand for the City, La rigenerazione urbana e lo sport stanno cambiando le città, 23 luglio 2024