Le città italiane stanno diventando sempre più smart. Sensori, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, digital twin: gli investimenti crescono, i progetti si moltiplicano. Ma c’è una domanda che troppo spesso rimane sullo sfondo: smart per chi? E soprattutto: smart in che senso? Perché ottimizzare i flussi di traffico non è la stessa cosa che rigenerare una comunità. E confondere le due cose produce tecnologia costosa e inefficace.

Lo stato delle cose: un mercato in crescita, una partecipazione in crisi

Nel 2024 il mercato italiano delle Smart City ha raggiunto 1,05 miliardi di euro, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente — e nel 2025 si mantiene stabilmente sopra quella soglia. Il 42% dei comuni italiani ha avviato almeno un progetto smart nel 2024, e il 91% ha dichiarato di volerlo fare nei prossimi due anni. I principali investimenti riguardano illuminazione pubblica, mobilità intelligente e monitoraggio ambientale.

Ma parallelamente a questa espansione tecnologica, i dati restituiscono un paradosso difficile da ignorare: solo il 7% dei cittadini italiani sente i propri bisogni realmente al centro dei processi decisionali delle proprie amministrazioni. Il 52%, invece, dichiara di voler partecipare attivamente alle politiche urbane — ma non riesce a farlo. I timori più diffusi tra la popolazione riguardano l’esclusione digitale dai servizi pubblici (38%) e l’uso improprio dei dati personali (36%). Una città che investe un miliardo in tecnologia ma lascia il 52% dei suoi abitanti fuori dalle decisioni non è una smart city: è una città con molta tecnologia e poca intelligenza collettiva.  Diventa quindi ondamentale coinvolgere attivamente i cittadini, promuovendo fiducia, trasparenza e partecipazione. La vera sfida non è tecnologica, ma di sistema.

Il rischio della città-sensore: quando il dato sostituisce l’ascolto

La diffusione capillare dei sensori negli spazi urbani solleva questioni che vanno ben oltre la privacy, pur essendo quella la più urgente. Il Garante della Privacy ha avvertito esplicitamente che l’applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale alle smart city “può comportare seri rischi, sia per i singoli individui che per i delicati equilibri di coesione territoriale”. Il problema non è il sensore in sé. È l’architettura di potere che si costruisce intorno ad esso: chi decide cosa misurare, chi legge i dati, chi prende le decisioni basandosi su di essi.

Un’adozione acritica delle tecnologie, come ha documentato l’Osservatorio Smart City, “potrebbe creare nei cittadini una sorta di dipendenza da sistemi automatizzati”, sommandosi ai rischi “della sorveglianza di massa, della disinformazione algoritmica e dell’esclusione” di chi non è digitalmente attrezzato. Il digital divide non è un problema residuale: secondo la stessa ricerca del Polimi, le differenze nell’uso delle app urbane tra generazioni giovani e anziane sono nette e crescenti. Una città smart che esclude gli anziani non è una città equa, è una città con due velocità.

Ma il rischio più insidioso non è quello della sorveglianza o dell’esclusione: è quello della sostituzione. Credere che i dati raccolti dai sensori dicano tutto ciò che c’è da sapere su come una comunità vive il proprio spazio è un errore metodologico prima ancora che politico. Il sensore misura flussi, presenze, temperature, rumori. Non misura il senso di sicurezza percepito, l’appartenenza, la fiducia reciproca, la qualità delle relazioni. E sono spesso questi ultimi gli indicatori che determinano se una rigenerazione urbana funziona davvero.

Alcuni esempi di come la tecnologia possa servire la comunità

Non tutta la tecnologia urbana è uguale. Esistono modelli in cui i dati e i sensori non sostituiscono la relazione ma la amplificano, strumenti che aumentano la capacità di ascolto invece di aggirare il bisogno di ascoltare.

Social Welfare District di Padova.

Il Comune di Padova ha sviluppato il progetto Social Welfare District: una piattaforma informatica che integra banche dati interne ed esterne per migliorare la lettura dei bisogni sociali del territorio e «promuovere co-progettazioni innovative» con il Terzo Settore. La piattaforma non produce decisioni automatiche: fornisce agli operatori dei servizi sociali dati aggregati su indicatori di fragilità (disagio economico, affollamento, vulnerabilità) per orientare l’intervento umano e favorire «una governance equa e inclusiva tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore». Il progetto ha vinto il Premio Smart City del Politecnico di Milano nella sezione grandi comuni. Non è tecnologia che decide. È tecnologia che aiuta a capire dove andare ad ascoltare.

Decidim di  Barcellona

La piattaforma Decidim permette ai cittadini di partecipare in modo diretto alla governance della città e alle decisioni politiche, proporre, discutere, votare. Non è un sondaggio online: è un’infrastruttura di partecipazione che garantisce tracciabilità, trasparenza e verifica delle decisioni prese. Il digitale come estensione dello spazio pubblico, non come suo sostituto.

Il progetto SeiMilano

Il progetto di rigenerazione urbana SeiMilano ha integrato una piattaforma digitale e community manager fisici nel quartiere. La tecnologia monitora l’uso degli spazi, ma è la figura del community manager a mediare tra i dati e la vita reale degli abitanti. Come ha spiegato il Ceo di Planet Smart City Advisory: “quando si vive in un quartiere dove si crea comunità, i residenti contribuiscono attivamente a renderlo più vivibile. È una sorta di legame biunivoco tra sociale e digitale”. Il dato senza la relazione non produce comunità. La relazione con il supporto del dato può produrre qualcosa di nuovo.

Il digital twin tra potenziale e limiti

Tra gli strumenti tecnologici che stanno entrando nella pianificazione urbana, il digital twin, la replica virtuale e in tempo reale di una città, è quello che sembra avere il potenziale più alto e i rischi più sottili. Modena ha avviato il proprio digital twin nell’ambito del Piano digitale 2024, con rilevamenti tramite sensori e costruzione di mappe tridimensionali di edifici, strade, verde urbano e infrastrutture. Il progetto europeo DUET ha implementato modelli simili a Pilsen integrando trasporti, inquinamento acustico, morfologia urbana e partecipazione pubblica.

Il digital twin è straordinariamente utile per simulare scenari, anticipare impatti, valutare alternative progettuali prima di aprire un cantiere. Ma porta con sé un rischio specifico: quello di far sembrare le decisioni già prese prima che la comunità abbia avuto voce. Quando il gemello digitale di un quartiere viene mostrato ai cittadini come una realtà compiuta invece che come uno scenario aperto, la partecipazione si riduce a validazione. La tecnologia della simulazione deve essere strumento di dialogo, non di presentazione.

Cosa cambia per chi progetta interventi urbani

Questi esempi convergono su un principio che vale per ogni strumento tecnologico applicato alla rigenerazione urbana: la tecnologia è buona quanto la qualità delle relazioni in cui è inserita. Un sensore installato in uno spazio che la comunità non ha contribuito a progettare misura qualcosa, ma non misura ciò che conta. Una piattaforma di partecipazione lanciata senza un presidio umano che la animi raccoglie dati senza raccogliere fiducia.

Per chi lavora sulla rigenerazione urbana e il community engagement, questo si traduce in un principio operativo preciso: la tecnologia viene dopo l’ascolto, non prima. Prima si costruisce la relazione con la comunità, si identificano i bisogni reali, si definiscono le domande a cui si vuole rispondere. Poi si scelgono gli strumenti digitali più adatti a rispondervi. Non il contrario.

Il rischio opposto è quello di un’urbanistica tecnocentrica in cui i dati diventano alibi per non ascoltare davvero, per prendere decisioni già prese, per sostituire il processo partecipativo con un cruscotto di indicatori. Come ha sintetizzato l’Osservatorio del Polimi, la principale barriera allo sviluppo delle smart city in Italia non è tecnica: è la «carenza di competenze» per “coinvolgere la cittadinanza”. La sfida non è installare sensori. È costruire fiducia.

La città più intelligente non è quella con più sensori. È quella in cui i dati servono a prendere decisioni più giuste, in modo più partecipato. Dove la tecnologia amplifica la capacità di ascolto delle comunità invece di sostituirla. Il sensore misura. La relazione capisce. E nella rigenerazione urbana, capire viene sempre prima.

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Per approfondire:

Osservatorio Smart City, Politecnico di Milano

Il mercato della Smart City vale 1,03 miliardi di euro, Politecnico di Milano, 5 maggio 2026

Osservatorio Smart City PoliMi: nel 2024 il mercato in Italia ha raggiunto 1,05 mld di euro (+5%) , Innovation City, 7 maggio 2026

Il mercato Smart City 2025 supera €1 mld, ma resta il nodo del post PNRR, Rinnovabili, 6 maggio 2026

Flavia Belluscio e Matteo Risi, Smart City, cittadini e imprese: come cambia la città del futuro, Agenda Digitale, 26 novembre 2025

Se il digitale esclude, parlare di Smart city è soltanto retorica, Ginevra Cerrina Feroni, Autorità Garante per la protezione dei dati personali, 8 maggio 2024

Nicola Bernardi, Non si possono realizzare Smart Cities senza rispettare la privacy dei cittadini, Federprivacy, 30 settembre 2023

Maria Cecilia Chiappani, Come va la trasformazione delle smart city italiane, Elettrico Magazine, 14 maggio 2025

Marco Baticci, Smart city: tecnologie e partnership al servizio delle comunità urbane, Agenda Digitale, 5 maggio 2025

Andrea Ballocci, Smart district: la città intelligente ha le fondamenta nelle scelte condivise, Infobuild, 3 giugno 2025

Olivia Rabbo, Digital Twin urbano, questa non è una mappa, Infobuild, 6 febbraio 2025

Veronica Balocco, Smart Cities, digitalizzazione e sostenibilità urbana con i fondi Ue, Corriere Comunicazioni, 6 giugno 2025

Domenico De Rosa, Città intelligenti: progetti di smart city in Italia, Agenda Digitale, 6 novembre 2025

Smart City dopo il PNRR: innovazione, sostenibilità e nodo economico, Regione Lombardia, 29 maggio 2025

Brand Urbanism, quando i brand diventano attori sociali della città, Brand for the City, 2 dicembre 2025

Ambiti urbani e attivazione sociale, modelli innovativi per la rinascita delle comunità, Brand for the City, 10 marzo 2025

Il potere trasformativo dell’attivazione sociale per una rigenerazione urbana efficace, Brand for the City, 3 dicembre 2024

Immagini: Mauro Mora e Alim su Unsplash