C’è una narrazione dominante sui quartieri multiculturali italiani: quella del degrado, dell’insicurezza, della convivenza difficile. È una narrazione che esiste, che racconta fenomeni reali, ma che oscura sistematicamente un altro dato, altrettanto reale e molto meno raccontato. Le comunità di origine straniera che abitano questi quartieri non sono solo destinatarie di politiche di integrazione. Sono, in molti casi, agenti attivi di rigenerazione urbana. E ignorarlo è un errore che costa caro a chi progetta interventi sul territorio.
I numeri che rovesciano la narrativa
A fine giugno 2025, le imprese guidate da cittadini stranieri iscritte al Registro delle Camere di Commercio sono 678.004, con un incremento dell’1,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma è il confronto nel tempo che rovescia la narrazione: tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese a titolarità italiana sono diminuite del 7,9%, quelle a conduzione straniera sono aumentate del 46,9%, passando da circa 454.000 a oltre 666.000 unità. Due curve perfettamente speculari.
Il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi IDOS in collaborazione con CNA, definisce questo trend «anticiclico»: cresce nei momenti di difficoltà economica, si rafforza quando il sistema rallenta. E sfida diversi stereotipi: le imprese straniere sono sempre meno «etniche» nei settori di attività, sempre più strutturate giuridicamente, sempre più presenti nei servizi specialistici, finanziari, immobiliari, scientifici e tecnologici, con aumenti che in alcuni comparti superano il 25% negli ultimi anni. SI tratta quindi, stando ai dati del Rapporto, di protagonisti silenziosi dell’economia reale, in grado di rigenerare interi quartieri, mantenere vivi servizi di prossimità e creare occupazione.

Il presidio di prossimità che tiene viva la strada
C’è una funzione urbana che le comunità straniere svolgono in modo spesso invisibile ma strutturale: il presidio del commercio di prossimità. Nelle aree urbane dove la grande distribuzione ha sostituito i piccoli negozi e i mercati rionali sono entrati in crisi, sono spesso commercianti di origine straniera ad aver riaperto spazi chiusi, ripreso attività abbandonate, tenuto accese luci che altrimenti si sarebbero spente.
A Milano, dove la presenza straniera media è del 21% con punte del 40% in alcuni quartieri, questo presidio è visibile in modo particolare nelle periferie popolari. Il Municipio 2 è il più multiculturale della città, con il 27,8% di residenti non italiani. Non a caso è anche uno degli ambiti dove i progetti di rigenerazione urbana a base culturale più interessanti degli ultimi anni hanno trovato terreno: la diversità non come problema da gestire, ma come risorsa da attivare.
Il progetto Futurae, promosso dal Ministero del Lavoro e da Unioncamere, ha supportato la nascita e la crescita di imprese di cittadini migranti attraverso percorsi di orientamento, formazione e accesso al credito, orientando e accompagnando agli strumenti di finanziamento nazionali, regionali e locali. Al febbraio 2026, il saldo tra iscrizioni e cessazioni di imprese straniere dell’anno in corso è risultato positivo per più di 6.000 unità. Ogni nuova impresa è anche un potenziale presidio di quartiere.
Rigenerazione dal basso. Il caso del Mercato Lorenteggio a Milano
Per capire concretamente come la diversità culturale possa diventare leva di rigenerazione urbana, il caso del Mercato Lorenteggio a Milano è esemplare, e non solo per i risultati, ma per il metodo.
Il piccolo mercato comunale coperto del Lorenteggio, costruito nel 1954 al centro di uno dei più grandi comparti di edilizia popolare di Milano, è entrato in crisi dalla fine degli anni Novanta con la diffusione dei supermercati. Nel 2010, commercianti e abitanti hanno firmato una petizione per evitarne la chiusura definitiva. Nel 2012 nasce un progetto sperimentale. lL’associazione culturale Dynamoscopio e il Consorzio dei Commercianti avviano insieme un percorso di rilancio che ibrida commercio di prossimità, produzione culturale e socialità. Il risultato è oggi un esempio di “rigenerazione urbana a base popolare”.
Ciò che rende il caso Lorenteggio particolarmente rilevante per chi si occupa di community engagement è l’approccio metodologico: Dynamoscopio lo definisce «emersivo». Non si porta cultura dall’esterno, si scopre e si valorizza la cultura che il quartiere e i suoi abitanti già esprimono. In un quartiere ad alta densità multiculturale, questo significa riconoscere che la diversità stessa è patrimonio. Un laboratorio di cucito aperto a “italiani e stranieri, giovani e anziani, del quartiere e non” (la Gugliata del Giambellino), diventa uno spazio di incontro e scambio che nessun intervento di riqualificazione fisica avrebbe potuto produrre). Secondo Dynemoscopio “Il modo per restituire cultura a determinati territori che per anni sono stati etichettati come non portatori di cultura è, invece, quello di valorizzare cultura di cui sono loro stessi portatori. Non ci interessa il ‘grande artista’, ma cerchiamo di avere un approccio emersivo nei confronti delle competenze espresse nel territorio”
Negli ultimi anni il quartiere Giambellino-Lorenteggio nel suo insieme sta vivendo una trasformazione che intreccia interventi fisici e attivazione culturale: dalla nuova linea M4 ai cantieri di riqualificazione ALER, dalla Nuova Biblioteca Lorenteggio ai progetti di arte urbana, fino alla rigenerazione del Parco Giambellino. Un processo complesso, non lineare, non privo di tensioni, ma che mostra come la diversità culturale, quando viene riconosciuta come risorsa invece che gestita come problema, possa diventare un motore potente di rigenerazione.

La rigenerazione a base culturale, un paradigma che cambia
La rigenerazione urbana a base culturale (cultural-led urban regeneration) è un approccio che sta guadagnando riconoscimento sia nella ricerca accademica che nelle politiche. La Fondazione Scuola del Patrimonio la descrive come “un insieme di pratiche partecipative e multidisciplinari che utilizzano cultura, arte e innovazione sociale come leve per trasformare e riqualificare aree urbane e spazi pubblici, centrali o periferici, caratterizzati da condizioni di fragilità sociale, economica e ambientale” Un approccio quindi, che per sua natura, include le comunità di origine straniera come protagoniste, non come oggetti di intervento.
Il Ministero della Cultura ha strutturato questo riconoscimento in modo operativo. Attraverso dei bandi per la rigenerazione urbana a base culturale, finanzia organizzazioni del Terzo Settore che recuperano spazi abbandonati e li restituiscono alle comunità attraverso percorsi di co-programmazione e co-progettazione, potenziamento delle comunità territoriali e consolidamento dei legami tra le organizzazioni locali e i soggetti istituzionali. La diversità culturale, in questo framework, non è una complicazione: è una delle risorse su cui il progetto si fonda.
In Emilia-Romagna, il Forum FRANCO promosso da ART-ER sta costruendo un ecosistema regionale dedicato alla trasformazione di luoghi e comunità attraverso pratiche artistiche e culturali, con un Public Program di incontri e workshop che ha già prodotto un ebook “Rigenerare con la cultura: traiettorie per il futuro” come strumento condiviso per chi lavora su questi temi.
Cosa cambia per chi progetta interventi urbani
Tutto questo ha conseguenze concrete per chi lavora sulla rigenerazione urbana e il community engagement. La prima è la più semplice: ascoltare prima di progettare, e ascoltare anche chi spesso non viene convocato nei tavoli partecipativi. Le comunità di origine straniera sono spesso le più informate sulla vita reale del quartiere, sulle dinamiche non visibili agli amministratori, sulle risorse che un quartiere possiede e non riconosce.
La seconda è più profonda: la diversità culturale non è un vincolo da gestire ma una leva da attivare. Un quartiere multiculturale non è necessariamente un quartiere “difficile”, ma una realtà con delle potenzialità nonostante la propria complessità. È un quartiere con una densità di relazioni, competenze, reti, saperi e pratiche che un quartiere omogeneo non ha. La rigenerazione urbana che non sa come leggere questa densità spreca la sua risorsa più preziosa.
La terza conseguenza riguarda la misurazione dell’impatto. L’imprenditoria straniera che tiene vivo un negozio in un quartiere dove altri non aprono, il mercato rionale che diventa piazza culturale grazie alla co-gestione tra commercianti italiani e stranieri, il laboratorio di cucito che unisce donne di dieci nazionalità diverse: sono tutti atti di rigenerazione urbana. Non vengono misurati come tali perché non hanno un’etichetta di progetto. Ma producono esattamente quegli effetti (presidio, relazione, appartenenza) che ogni buon progetto di rigenerazione dovrebbe ambire a generare. Le città italiane più vivaci e più capaci di rinnovarsi sono spesso quelle che hanno saputo fare di questa complessità una risorsa. Non quelle che hanno “gestito” la presenza straniera, ma quelle che hanno riconosciuto che chi arriva in un quartiere con meno risorse e riesce comunque a costruirci qualcosa sa di rigenerazione urbana più di chiunque abbia mai frequentato un corso sull’argomento.
Per approfondire:
Sono quasi 680mila le imprese di migranti in Italia, Ministero del Lavoro, 25 settembre 2025
Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, Scheda di sintesi, CNA/Idos
Le imprese immigrate crescono senza sosta e smentiscono gli stereotipi, Idos, 24 marzo 2026
Progetto Futurae: imprenditoria di migranti – seconda edizione, Unioncamere
Osservatorio imprese, Progetto Futurae, Unioncamere, aggiornamento febbraio 2026
Mercato Lorenteggio, Dynamoscopio, 2013
Dietrolangolo a Giambellino – Lorenteggio, Detrolangolo
La popolazione a Milano nel 2025, dati.Milano, Comune di Milano
FRANCO – Forum della rigenerazione a base culturale, ART-ER, Regione Emilia-Romagna
Rigenerazione urbana a base culturale, Fondazione Cariplo
Immagini: Vitaly Gariev su pexels e Claudio Schwarz su Unsplash
