L’Africa è il continente a più rapida urbanizzazione nel mondo. Nel 1950, nessuna città sub-sahariana riusciva a raggiungere il milione di abitanti. Oggi, se ne contano 50, e le previsioni sembrano confermare questa tendenza: entro il 2030, la metà della popolazione africana vivrà in città.
Tuttavia, seppur si assiste a imponenti progetti di creazione di nuove città e quartieri, come la smart city Eko Atlantic (vicino a Lagos), la maggior parte della popolazione africana vive ancora in insediamenti informali.

Un contrasto stridente che mette in luce le profonde disuguaglianze che vive il continente. La domanda, che sorge spontanea, è: le smart city africane, come Eko Atlantic e Konza Technopolis – conosciuta anche come la Silicon Savannah, un progetto di smart city che si realizzerà a 64km a sud di Nairobi – riusciranno realmente a ridurre le disuguaglianze, o avranno come effetto quelle di aumentarle?
Apparentemente no, anzi, pare che questi grossi progetti di creazione delle nuove smart city siano deficitari di quegli elementi fondamentali capaci di provare, almeno, a ridurre le disuguaglianze fra la popolazione. Perché, come vedremo poco più avanti, non è attraverso la creazione di distretti ipertecnologici ed enclavi iperconnesse che si risolvono i problemi endemici di un territorio storicamente permeato disuguaglianze sociali. Come scrive Mathias Agbo su City Monitor, se è pure vero che nelle smart city africane la sinergia “tra tecnologia, innovazione e placemaking futuristico ha portato a una governance urbana più efficiente” per la gran parte della popolazione africana le smart city sono diventate oggetto “di critiche”, e vengono percepite come “espedienti” creati dall’onnipresente industria tecnologica “per soddisfare un bisogno simulato: un nuovo mercato per il loro software e hardware”.

La reticenza nei confronti delle città intelligenti, in Africa, è degna di nota perché i suoi sostenitori non hanno ancora dimostrato come queste smart city possano affrontare efficacemente i problemi sociali esistenti. Basti pensare, ad esempio, che secondo UN-Habitat, il 27% della popolazione urbana dell’Africa non ha accesso ad Internet (perlopiù i più anziani) e che il costo di 1 GB di connessione equivale al 7,12% del reddito medio mensile.
Un paradosso che mostra, a tutti gli effetti, come questo modello di smart city è esclusivamente appannaggio di una cerchia ristretta della popolazione: i più, ne sono esclusi.
L’esempio da seguire
La tecnologia, pur essendo un elemento chiave, non deve essere il fine ultimo della smart city, ma uno strumento per supportare processi decisionali inclusivi, ad esempio. Per aumentare l’accessibilità a servizi, istruzione e istruzione. Per migliorare la pulizia così come il trasporto pubblico.
Per essere davvero sostenibili – non solo a livello ambientale, ma anche e soprattutto sociale – le città intelligenti devono favorire la coesione sociale, garantire l’accessibilità e promuovere il benessere collettivo.
Come è successo in America Latina, ad esempio, in alcune città che pure, in passato, erano permeate da disuguaglianze e problemi sociali simili a quelli che si ritrovano nelle città africane.
Medellín, in Colombia, è uno degli esempi più significativi: una città che, dopo decenni di violenza e degrado, ha investito in trasporti pubblici accessibili, permettendo agli abitanti dei quartieri più periferici di raggiungere più facilmente le altre zone della città. In questo modo, si è creata unione, scambio e si è aumentata la sicurezza cittadina. Il programma “escuelas de calidad” e le biblioteche di quartiere ha trasformato proprio quei quartieri storicamente difficili in centri di innovazione e cultura. 
Buenos Aires e Santiago del Cile stanno seguendo un approccio simile, utilizzando la tecnologia per migliorare l’accesso ai servizi pubblici e coinvolgendo i cittadini nella gestione degli spazi urbani. La chiave del successo delle smart city latinoamericane sembra essere la loro capacità di integrare innovazione, sostenibilità, inclusione sociale e, soprattutto partecipazione.
Analizzando i due approcci, emerge un dato chiaro: le smart city latinoamericane hanno saputo cogliere l’opportunità di un’innovazione al servizio della comunità, mentre le esperienze africane sembrano ancora distanti da questo obiettivo. La differenza principale sta nella filosofia di progettazione: mentre in America Latina le città vengono ripensate con un’attenzione alla giustizia sociale e alla partecipazione pubblica, in Africa molte smart city sono concepite come progetti esclusivi, con scarsa attenzione alle reali esigenze della popolazione locale.
La tecnologia da sola non basta per rendere una città più giusta e vivibile. Le smart city possono essere il terreno fertile in cui prosperare sviluppo e inclusione solo se progettate con una visione sociale chiara.
Le città africane potrebbero trarre ispirazione dal modello latino-americano, dove l’innovazione urbana è utilizzata per migliorare la vita di tutti i cittadini, non solo di una minoranza privilegiata.
E l’Italia?
Se la città più smart d’Italia è Milano (secondo City Vision Score), anche il nostro paese – similarmente a quanto succede in Africa – tende a cronicizzare problemi storici, come il divario fra nord e sud del Paese. Tuttavia, ci sono delle felici eccezioni: il City Vision Score ha premiato alcuni comuni virtuosi. Come Cirò Marina, in provincia di Crotone, che attraverso il progetto “spiagge amiche” ha garantito accessibilità alle spiagge a persone con ridotta mobilità. Il premio del City Vision Index Conferma che una città “smart” non è solo una città capace di garantire alti standard tecnologici, ma una città che incorpora accessibilità, inclusione e sostenibilità come driver principali di un cambiamento positivo per tutti.
Per approfondire:
City Vision Score 2024, Milano si conferma la città più smart d’Italia – Il Sole 24 ORE
Assessing the Digital Divide | UN-Habitat
Who really benefits from new cities? – CityMonitor
