“La periferia è una fabbrica di idee, è la città del futuro” secondo Renzo Piano.
Tuttavia, le periferie, in un esercizio di certo non corretto di generalizzazione, sono spesso luoghi marginali delle grandi metropoli in cui si concentrano disuguaglianze e problemi sociali. Banlieue, favelas, slums, bidonville sono solo alcuni dei “soprannomi” che, nel mondo, descrivono le periferie e accostano, attraverso appunto l’assegnazione di questi nomi, le situazioni di degrado sociale che purtroppo spesso vivono. Sono tanti i motivi che hanno provocato il susseguirsi delle problematiche più diffuse: a volte è un’errata pianificazione urbanistica e sociale dettata da un espansionismo urbano incontrollato, altre volte sono scelte del passato – e del presente – che ricadono su più generazioni. Ma, seguendo le parole in apertura di questo pezzo, pronunciate dal celebre architetto, le “città del futuro” sono quelle città – o porzioni, come appunto le periferie – in cui i problemi fungono da motore per un cambiamento positivo. Soluzioni, a volte nate da piccoli interventi, altre volte frutto di più ampi progetti che hanno il protezionale di poter ispirare e fungere da esempio per rendere più vivibili le nostre città. In entrambi i casi, c’è una particolarità che accomuna i progetti che riescono ad impattare positivamente sulle periferie: la creazione di spazi per le persone e la loro socialità. Spazi che non solo forniscono l’accesso a opportunità spesso difficili da trovare nel contesto marginale della periferia (ad esempio l’accesso ai servizi), ma che favoriscono legami comunitari, fungendo da hub essenziali per l’organizzazione sociale e gli sforzi, collettivi, verso la costruzione di luoghi più inclusivi. Come si vedrà dagli esempi riportati, è grazie all’attivazione sociale e al coinvolgimento delle persone che le vivono, che le periferie possono diventare “fabbriche di idee” e “città del futuro”. Attraverso strutture urbane comunitarie che lavorano come motori chiave della sostenibilità urbana, offrendo servizi accessibili, promuovendo connessioni sociali e responsabilizzando le comunità.
Gli hub comunitari delle Favelas dell’America Latina
Quando si parla di periferie nel mondo, il collegamento più immediato è probabilmente con le favelas sudamericane. Luoghi in cui, purtroppo e storicamente, criminalità e degrado si insinuano fra baracche, povertà ed esclusione sociale. Ma è proprio dal Sud America che arrivano alcuni degli esempi più significativi di come, la creazione di più o meno grandi hub comunitari riescono ad impattare in modo positivo e duraturo sulla vita in periferia. Quasi a ricordare, come già accennato, che è dove ci sono i problemi che spesso nascono le soluzioni più efficaci. Anche nelle favelas.
Hub e centri comunitari posti nelle favelas sono progettati per soddisfare le esigenze locali e rispondere alla carenza di servizi: dall’istruzione alla sanità, dall’amministrazione allo sport passando per cultura e tempo libero e creando, grazie al coinvolgimento diretto delle persone, le basi per una maggiore sicurezza e comunanza, spesso antidoto efficace contro la violenza e contro azioni criminose.
Ne è un esempio il centro di sviluppo infantile Jaime Renteria, nella città colombiana di Cali, posto nel quartiere periferico di Siloé. L’origine informale del quartiere nasce dagli insediamenti delle famiglie di minatori di carbone quando la pratica di estrazione era diffusa. Lo sviluppo dell’insediamento ha occupato densamente pendii ad alto rischio e di difficile accesso, partecipando alla marginalità dell’area e lasciando poche aree verdi pubbliche. In questo contesto, il centro per lo sviluppo dell’infanzia Jaime Renteria, chiamato anche “Culla dei Campioni” mostra come l’educazione (in questo caso dei bambini) è un atto costruttivo che va condotto insieme al resto della comunità. Il centro ha infatti ricostruito immaterialmente la fiducia e il senso di appartenenza della gente di Siloé, che l’ha rinominato “Culla dei Campioni” in quanto il quartiere è l’unico della Colombia a detenere due medaglie olimpiche, vinte da due atleti che hanno passato l’infanzia giocando fra i vicoli e le strade intricate del quartiere. Il centro Jaime Renteria riprende architettonicamente questi concetti. Per proteggere i bambini che frequentano il centro le aule sono state poste ad un’altezza sicura. Una rampa rossa dinamizza il parco giochi interno, segue i percorsi e crea un unico ambiente fra i tunnel, le scale e i passaggi organici fra le case. Una copertura verticale, realizzata in calcestruzzo, ha una duplice funzione: quella di proteggere dal sole ma anche dai proiettili vaganti, in un’area purtroppo spesso attanagliata dagli scontri fra bande rivali. Il centro Jaime Renteria, tuttavia, non è esclusivamente pensato per i bambini. Fornisce infatti nuovi spazi di contatto sociale, di sostengo alla vita comunitaria, collegando le persone, anche adulte, attraverso uno spazio pubblico inclusivo.
Diverso il progetto che ha dato vita a Il Faro di Mapasingue (El Faro de Mapasingue) in Ecuador. Il quartiere, anche qui, sorge in una posizione isolata dai servizi e dal resto della città, composto da diversi insediamenti irregolari che lasciano poco spazio a luoghi pubblici. Una casa abbandonata all’interno del quartiere è diventato un centro comunitario, nato come progetto temporaneo durante l’epidemia di covid per rispondere alle mutate esigenze della popolazione. L’esperienza del covid ha spinto l’amministrazione, in collaborazione con un gruppo di architetti e alcuni gruppi associativi, a lanciare un progetto pilota della durata di cinque mesi in cui la progettazione partecipata è stato il punto cardine. È così che il progetto di riqualificazione della casa comune diventa un “faro” per la comunità: un luogo che accompagna le famiglie del quartiere attraverso attività culturali ed educative. Di giorno, le aperture della casa creano un collegamento con l’esterno; di notte, invece, la sua luminosità si proietta all’esterno, sulle scale dei vicoli stretti, creando sicurezza e dinamismo nel quartiere. Attualmente, Il Faro di Mapasingue funge da spazio di integrazione sicuro per 250 famiglie e 150 bambini, che utilizzano lo spazio come area per la lettura, la ricreazione e diverse attività di gioco.
Non solo America Latina
Le periferie sono laboratori d’innovazione urbana non soltanto in America Latina. Anche in Europa, in Nord America e in Asia le periferie rappresentano luoghi in cui la rigenerazione urbana e l’innovazione, unite all’attivazione sociale e al coinvolgimento delle comunità propongono soluzioni inedite a problemi di lunga durata. Ne è un esempio il programma City – Repair di Portland (Oregon) un progetto in prima linea nella creazione di luoghi, attraverso la pratica del placemaking, e piccoli progetti sperimentali: dai murales alla creazione di piccoli giardini, City – Repair facilita la creazione di luoghi artistici ed ecologici, attraverso progetti che mirano all’interconnessione delle comunità e dell’ambiente. Sempre a Portland, l’associazione Depave combatte la cooling poverty nei quartieri più vulnerabili attraverso il depaving.
A Toronto, sotto una vecchia linea ferroviaria in disuso stanno nascendo dei parchi pubblici e degli spazi multifunzionali che hanno l’obiettivo di rivitalizzare un’area sottoposta a situazioni di degrado. Il progetto The Bentway è già attivo da parecchi anni ed è il risultato di una collaborazione pubblico privato, confermando che spesso, le soluzioni ai problemi nascono dalla collaborazione e dalla sinergia fra diversi attori.
Alcuni dei celebri Superblock di Barcellona sorgono proprio nei quartieri periferici della città catalana, garantendo l’accesso a tutti i servizi essenziali a pochi minuti a piedi.
In Cina il progetto CAPC (Community Art Creative Project), nell’area di Cheng Du Shi, ha permesso di rivitalizzare un vecchio capannone per biciclette abbandonato in uno spazio pubblico vivace, che incoraggia il coinvolgimento della comunità. Combattendo l’abbandono e la marginalità che queste aree affrontano a causa della rapida urbanizzazione.
Le parole di Renzo Piano, unite agli esempi riportati, dimostrano che le aree marginali delle città sono spesso i luoghi in cui l’innovazione, guidata dalla collaborazione e il coinvolgimento delle comunità, della loro attivazione e del rispetto della loro identità permette la creazione di progetti di rigenerazione urbana innovativi, che possono rappresentare un punto di partenza e di ispirazione nell’attuare azioni concrete capaci di migliorare le nostre città.
Per approfondire:
Toronto’s shared space – The Bentway
A–D – The lighthouse of Mapasingue | El Faro de Mapasingue
Donde nacen las estrellas |CDI Cuna de campeones de Espacio Colectivo Arquitectos
CACP Designing / YIIIE Architetti | Arch Daily

